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 12 Maggio 2008

IL LIBANO IN PERICOLO

circa un anno fa, nel 25 maggio 2007  

“Il Libano diventerà come l’Iraq per colpa di D’Alema” 

parola di Roger Bou Chahine

25-05-2007 : “La missione Unifil voluta da Massimo D’Alema per il sud del Libano ormai è fallita. E’ stata pura propaganda, non è servita a niente e ormai, con l’avvento dei gruppi salafiti come Fatah al Islam, ma ce ne sono almeno altri dieci che l’opinione pubblica neanche sa esistere, il Libano potrebbe diventare come l’Iraq con i gruppi terroristici sunniti da una parte e gli hezbollah sciiti dall’altra a contendersi il potere sulla pelle dei libanesi a colpi di autobomba e di shaheed, fino all’ultimo attentato”.

Roger Bou Chahine , attuale direttore dell’Osservatorio geopolitico mediorientale (Ogmo), è uno che ama parlare chiaro. Per anni è stato anche il rappresentante diplomatico in Italia delle Forze libanesi, il movimento cristiano maronita del Libano che fa capo al leader Samir Geagea, liberato un anno fà dalle segrete dell’ultimo carcere di massima sicurezza in Beirut gestito direttamente da Damasco. In questa intervista Chahine mette bene in chiaro soprattutto una cosa: “se non fosse stato per i terroristi palestinesi e i loro campi profughi a metà negli anni ’70, così come in seguito per gli hezbollah negli anni ’80 e anche oggi, il Libano non sarebbe stato mai un teatro di guerra con Israele e nemmeno uno stato ostile che non lo riconosce, visto che già dal 1954 esistevano trattati di pace, almeno venti anni prima di Camp David”.

Quindi tutti i problemi del Libano nascono dallo status di extraterritorialità voluto da Arafat per questi campi profughi e accordato dall’Onu?

“Non ci sono dubbi. Negli anni questa circostanza ha reso più facile il reclutamento jihadista e infatti noi negli ultimi scontri con l’esercito libanese abbiamo contato tra i morti e i feriti tanti cittadini provenienti dalla Turchia, dalla Siria, dall’Arabia Saudita, dal Pakistan, dalla Giordania. Nei campi palestinesi si è formata la nuova internazionale del terrore che è anche un po’ riduttivo volere tutta etichettare come Al Qaeda”.

Perché? Chi sono? Come dobbiamo chiamarli?

“Parlare genericamente di Al Qaida in Libano è poco più che uno slogan. In realtà i movimenti jihadisti si rifanno al salafismo (letteralmente “passatismo”, il verbo “salafa” in arabo indica genericamente il tempo che passa e ciò che si rifà a passate tradizioni religiose, ndr) come quello algerino e hanno trovato nei campi profughi palestinesi e nell’anarchia che li caratterizza un fertile terreno per la predicazione dell’odio e il reclutamento di terroristi suicidi. Ma di gruppi come Fatah al Islam ce ne sono decine e quasi tutti ancora sconosciuti.”

Chi gestisce questi campi?

“In teoria l’Olp, cioè l’autorità nazionale palestinese.

Di fatto si autogestiscono e nessuno può pensare di controllarli e questo sta diventando una follia che rischia di far diventare il Libano come l’Iraq.”

Totale?

“In Libano in quei campi agiscono tutti i membri di tutte le cellule terroristiche che si sono formate da trenta anni a questa parte in Medio Oriente. Islamici, marxisti, salafiti, Al Qaeda, anti israeliani vari, hezbollah. Questo è il risultato di tutti questi anni di buonismo Onu”.

E la missione Unifil è servita a qualcosa?

“A niente, è stata pura propaganda politica per la maggior gloria del ministro degli esteri italiano.

Gli hezbollah si sono riarmati come prima e quando i soldati italiani e francesi vedono strani movimenti girano la testa e cambiano strada.

E’ più facile che ci sia uno scontro a fuoco con l’esercito israeliano che con le milizie di Nasrallah che nessuno mai disarmerà.”

Qualche altro nome di formazioni terroristiche che fanno base nei campi profughi?

“Sono decine, non ricordo neanche tutti i nomi.. c’è il Gruppo nazionalista siriano, sunniti radicali del nord del Libano che finanziano Fatah al Islam, ci sono quelle formazioni terroristiche che credono al jihad come Ansar al Islam, c’è il Partito salafita della liberazione che ha una struttura armata, c’è Bilad al Sham, un gruppo che prende il nome storico-geografico della regione di Siria e Palestina dove secondo la tradizione jihadista salafita ci sarà l’ultima battaglia tra occidente e Islam..”

E gli hezbollah come vedono questi terroristi sunniti che fanno loro concorrenza?

“Malissimo, li vedono come concorrenti.

E l’amministrazione americana negli ultimi mesi ha anche commesso l’errore di tollerarli credendo che avrebbero bilanciato lo strapotere di Nasrallah e dell’Iran..”

E invece?

“Quello che succederà è una guerra civile di tipo iracheno tra sciiti e sunniti condotta in corpore vili, cioè sulla pelle del Libano e dei cittadini libanesi. Una guerra all’ultimo shaheed, all’ultima autobomba da fare esplodere in scuole e mercati, una situazione che può rendere Beirut come Baghdad..”

E che bisognerebbe fare allora per evitare tutto ciò?

“Oramai la diplomazia ha fallito e l’esercito libanese non ha la possibilità di reprimere da solo il terrorismo sunnita e gli hezbollah. Occorrerebbe intanto cambiare lo status di questi campi profughi palestinesi ma potrebbe non bastare. Vuoi che ti dica la verità?

Io cristiano maronita libanese non ho più speranze e dopo avere visto come si è mossa l’Onu con questa farsa della missione Unifil ho perduto ogni residua fiducia che il Libano possa mai uscire dalla sua crisi.”

Dimitri Buffa

 10 Maggio 2008

IL LIBANO IN PERICOLO

 

Nel sud del Libano relazioni pericolose per i soldati italiani   

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Di Pino Bongiorno

Guarda la GALLERY: Beirut sprofonda nella guerra civile
La sigla è Sa-18 mini-Sam. È l’ultima generazione di un sistema missilistico avanzato terra-aria, in grado di colpire fino a 6,2 chilometri e a un’altezza massima di 5 mila metri. È prodotto dalla società russa Kbm. A importare ufficialmente i mini-Sam è stata la Siria, con l’obbligo di non farli avere a “terze parti”. In realtà, dopo essere stati consegnati a Damasco nel dicembre 2007, sono finiti, già a partire da gennaio, negli arsenali dell’ala militare di Hezbollah, meglio nota come “resistenza islamica del Libano”. Trasportati a bordo di camion, che si sono mossi in convogli scortati, dalla valle della Bekaa fino ai villaggi del sud, nella zona interdetta dagli accordi internazionali delle Nazioni Unite, i missili sono stati nascosti nei bunker costruiti sotto le abitazioni, pronti a essere usati sia contro gli aerei israeliani che sorvolano il Libano sia contro gli elicotteri delle forze armate di Beirut.
I sistemi Sa-18 sono l’esempio più appariscente del riarmo di Hezbollah in grave violazione della risoluzione dell’Onu 1701, che ha posto fine alla guerra con Israele nell’estate 2006. “Il gruppo terroristico libanese ha raddoppiato il numero di razzi e missili a sua disposizione” ha accusato il ministro israeliano dei Trasporti Shaul Mofaz, già capo di stato maggiore delle forze armate, durante la sua recente visita a Washington. Incontrando il segretario di Stato americano, Condoleezza Rice, Mofaz ha sostenuto che “Hezbollah ha il controllo completo di tutto il sud del Libano”. E ha attaccato i caschi blu così come l’esercito di Beirut, con le sue quattro brigate schierate nella zona cuscinetto tra il fiume Litani e la linea blu del confine con lo stato ebraico: “La presenza dell’Unifil e dei soldati libanesi è insignificante e non costituisce un ostacolo al rafforzamento militare di Hezbollah”.
Dopo settimane di accuse anonime sui quotidiani israeliani, è la prima volta che un esponente del governo di Gerusalemme ufficializza il malcontento e le preoccupazioni dei vertici politici e militari sulla missione di pace guidata dal generale degli alpini Claudio Graziano e composta da 13.291 soldati di 28 nazioni. Di questi, 2.141 sono italiani a presidio del settore occidentale delle operazioni, con base a Tibnin.
Che Hezbollah sia tornato a mostrare la sua faccia spavalda e feroce lo confermano diversi rappresentanti della maggioranza politica libanese (sunniti, cristiani e drusi), che non riesce a eleggere dal 24 novembre il presidente della repubblica per l’opposizione dei gruppi filosiriani.
Il ministro delle Telecomunicazioni Marwan Hamadeh ha rivelato che “Hezbollah ha ultimato la costruzione di una rete privata di comunicazioni da Beirut fino al confine israeliano”. “Sì, è vero” ha ammesso il parlamentare di Hezbollah, Hassan Fadlallah. “Questa rete telefonica fa parte del nostro arsenale e non permetteremo a nessuno di toccarla”.
Il leader druso Walid Jumblatt è andato oltre: “Siamo arrivati al punto che i miliziani libanesi controllano con telecamere segrete, poste nell’aeroporto di Beirut, il traffico dei jet privati dei nostri politici, probabilmente per assassinarli. Il capo della maggioranza, Saad Hariri, e io stesso siamo i bersagli prescelti”.
Di fronte a tante accuse, molto spesso provate, la domanda è: ha ancora senso la missione Unifil 2, così come è concepita? Non servirebbe forse rafforzarla e renderla più incisiva? Il nuovo governo di Silvio Berlusconi ha già fatto sapere di voler ridiscutere le regole d’ingaggio disposte dal Palazzo di vetro. La questione sarà sollevata nelle prossime settimane al Consiglio di sicurezza, anche se è prevedibile l’opposizione di Russia e Cina a un mandato più forte in funzione anti Hezbollah, magari con la scusa che pure Israele viola le risoluzioni continuando, anzi intensificando progressivamente, i sorvoli aerei sul sud del Libano.

Manifestazione di giovanissimi militanti di Hezbollah, con fucili di plastica.

Un fatto però è certo: in queste condizioni l’Unifil 2 sembra non funzionare. Dovrebbe “liberare” l’area fra il Litani e la linea blu “da personale armato, assetti e armamenti che non siano quelli del governo libanese e dell’Unifil”, come detta la risoluzione 1701. Invece così non è.
La prova? Quel che è successo nella notte fra il 30 e il 31 marzo, quando una pattuglia del contingente italiano ha fermato un camion pieno dei mini-Sam nei pressi di Jbal Al Botm, nella parte meridionale del distretto di Tiro, senza però riuscire a sequestrarlo per il tempestivo intervento di due gruppi di guerriglieri di Hezbollah, che scortavano il convoglio.
L’incidente è stato fugacemente denunciato nel settimo rapporto del segretario dell’Onu Ban Ki-moon, che ha messo sul banco degli imputati Siria e Iran per “il sostegno fornito a Hezbollah”. In tal modo, ha aggiunto il diplomatico sudcoreano, l’organizzazione continua a mantenere “una capacità paramilitare in grado di sfidare il monopolio del governo libanese sull’uso legittimo della forza”. In realtà, come Panorama è in grado di rivelare, quell’incontro ravvicinato fra una pattuglia italiana e i miliziani sciiti non è stato l’unico da gennaio a oggi.
In un rapporto al ministro della Difesa uscente, Arturo Parisi, lo stesso generale Graziano, pur non parlando mai di Hezbollah, ma più genericamente di “uomini armati”, ha svelato che ci sono stati altri due incidenti, senza però entrare nel merito. E il generale della Brigata Ariete, Paolo Ruggiero, il quale ha appena ultimato il periodo di comando a Tibnin, ha raccontato che, se da un lato i soldati italiani sono riusciti a scovare 248 bunker e vari depositi di armi, dall’altro “tutte le nostre attività sono costantemente monitorate dai servizi di vedetta, a piedi o in motorino”. Segnale chiaro che Hezbollah si prepara davvero alla prossima guerra con Israele, a dispetto della presenza dei caschi blu e dei soldati regolari libanesi.
“La missione Unifil 2 è strategica per il nostro Paese” ribadisce Andrea Margelletti, presidente del Centro di studi internazionali, di ritorno dal Libano. “Non solo perché abbiamo un ruolo leader nel Mediterraneo, ma anche perché abbiamo una notevole capacità di manovra politica, cosa che non succede, per esempio, in Afghanistan”. Anche Parisi difende con vigore l’iniziativa assunta dal governo Prodi nel 2006. Ma, in un’intervista a Panorama, precisa: “Se il nuovo governo intende chiedere la modifica del mandato, è meglio che abbandoni il discorso ozioso sulle regole d’ingaggio e ci dica cosa intende fare. Penso che la linea seguita finora sia adeguata. Ma non è detto che non possano esserci idee migliori. Se le proposte terranno insieme l’interesse della pace, quello nazionale e la sicurezza dei nostri militari nel perseguimento della missione, le valuteremo senza pregiudizi”.

 09 Maggio 2008

IL LIBANO IN PERICOLO

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BEIRUT (Reuters) - I militanti armati di Hezbollah hanno preso il controllo di vaste zone di Beirut nel terzo giorno di combattimenti fra il gruppo filo iraniano e i combattenti fedeli alla coalizione di governo sostenuta dagli Stati Uniti.

Fonti della sicurezza hanno riferito che sono state uccise almeno 10 persone e 20 sono rimaste ferite. In città si sentono i boati delle granate e colpi d'arma da fuoco nel peggiore scontro interno dai tempi della guerra civile 1975-1990.

Uomini armati fedeli a Hezbollah hanno oscurato la televisione filo governativa Future News, secondo quel che ha riferito un alto funzionario della stazione tv di Beirut. Il proprietario di Future News è Saad al-Hariri, un politico sunnita e leader della coalizione di governo.

 08 Maggio 2008

IL LIBANO IN PERICOLO

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BEIRUT (Reuters) - Il movimento sciita Hezbollah di opposizione al governo, e appoggiato da Iran e Siria, continua oggi la sua protesta nell'aeroporto internazionale di Beirut, alimentando le tensioni con il governo del Libano, appoggiato dagli Stati Uniti, nel secondo giorno di una campagna che ha provocato scontri a fuoco nella capitale.

I sostenitori di Hezbollah e i loro alleati hanno eretto delle barricate lungo le strade che conducono all'aeroporto -- unico collegamento aereo tra il Libano e il resto del mondo -- e sulle principali vie di Beirut.

Le proteste rendono ancora più tesa la situazione libanese in quella che è la più grave crisi politica dalla fine della guerra civile (durata dal 1975 al 1990).

Una fonte dell'opposizione, che ha chiesto di restare anonima, ha detto che le proteste andranno avanti finché il governo non ritirerà le proprie decisioni su atti che colpiscono Hezbollah, tra cui le azioni atte a smantellare la rete di telecomunicazioni del movimento. Alcune fonti del governo hanno escluso decisioni di questo tipo.

Hezbollah guida dal novembre 2006 l'opposizione al governo anti-siriano del primo ministro Fouad Siniora. Il paese è da 5 mesi senza presidente della repubblica, dopo una serie di votazioni senza esito in Parlamento, e il prossimo scrutinio è stato fissato per il 13 maggio.

 

 02 Maggio 2008

IL LIBANO IN PERICOLO

Intervista sui maroniti a monsignor Hanna Alwan e sulla situazione geopolitica a Roger Bou Chahine

di Giuseppe Rusconi

 30 Aprile 2008

di Stefano Magni - 30 aprile 2008 - Edizione 83

Roger Bou Chahine (Ogmo): 

“sul Libano D'Alema sbaglia. speriamo in Frattini”

Unifil rispetta il mandato. Ed è questo il problema

Unifil sta favorendo Hezbollah? No, la missione Onu fa bene il suo lavoro, anche cooperando con l’esercito libanese e con la stessa Forza di Difesa Israeliana. Così risponde il ministro degli Esteri uscente Massimo D’Alema, dopo la prima replica della portavoce di Ban Ki-moon, alle accuse del quotidiano israeliano Haaretz del 28 aprile, secondo cui la forza multinazionale, presente nel Sud del Libano e comandata dal generale Claudio Graziano, starebbe coprendo il riarmo di Hezbollah, nascondendo informazioni al Consiglio di Sicurezza. Secondo D’Alema, infatti, la missione Unifil sta operando nel pieno apprezzamento di tutte le parti coinvolte e in conformità con le disposizioni della Risoluzione 1701 dell’Onu. “Se leggiamo quel che sostengono D’Alema e il generale Graziano, forse possiamo dar loro ragione: agiscono in conformità al loro mandato” - commenta Roger Bou Chahine, libanese, direttore dell’Osservatorio Geopolitico sul Medio Oriente (Ogmo) - “Il problema è a monte: è sbagliato il mandato. La Risoluzione 1701 segna lo stravolgimento delle precedenti posizioni dell’Onu che chiedevano, prima di tutto, il disarmo delle milizie sciite. E non dobbiamo mai dimenticare che l’artefice della nuova politica in Libano è D’Alema: chiedere a Hezbollah di non entrare nel territorio a Sud del Litani e contemporaneamente stringere accordi sul terreno con coloro che dovrebbero essere controllati e disarmati.

E così oggi il Libano si trova schiacciato in mezzo alla prepotenza delle milizie sciite da una parte e dell’inerzia dell’Onu dall’altra”. E’ l’esercito libanese che dovrebbe disarmare gli irregolari, ma, secondo Bou Chahine, non ne ha la possibilità: “Non lo si può pretendere, dal momento che l’esercito, il presidente, il governo e il parlamento del Libano, non hanno la forza di prendere iniziative del genere. Come si fa a pretendere che i regolari libanesi si scontrino con le milizie filo-iraniane, quando la metà di essi sono sciiti loro simpatizzanti? Per l’Onu è facile dire ‘questo non è il mio compito’, ma allora a cosa serve? L’Onu non ci ha protetto: intervenendo dopo la guerra, ha lasciato il Paese nel caos. Dopo la guerra sono state uccise decine di persone, il meglio della classe politica libanese”. Tuttavia, D’Alema a difesa della missione, ritiene che dall’agosto del 2006 non si spara più un colpo, a testimonianza dell’efficacia dell’azione. “Hezbollah non ha più sparato un colpo perché, dopo la guerra, le sue milizie erano distrutte, come il resto del Paese” - ribatte Bou Chahine - “Al suo leader Nasrallah non conveniva altro: un intervento dell’Onu che si ponesse come forza di interposizione e gli lasciasse il tempo di riarmarsi.

Ora il Partito di Dio ha addirittura creato un suo sistema telefonico, ha ricostituito il suo Stato parallelo, con un suo apparato di sicurezza: tre giorni fa è stato fermato un membro del Partito Socialista francese che era in visita a Beirut ed è stato interrogato da Hezbollah, non dai servizi segreti libanesi”. Con il nuovo governo sarebbe possibile cambiare linea? “Sì, se fosse ministro degli Esteri Franco Frattini. Pochi sono stati gli uomini e le donne che si sono esposti in prima linea per promuovere i migliori provvedimenti contro gli jihadisti. Frattini è uno di questi: in Europa ha proposto regole molto valide per contrastarli. E, contrariamente a D’Alema, conosce bene quel mondo”.

 19 Aprile 2008

RAGIONPOLITICA.it - Dipartimento Formazione Forza Italia

Modificare le regole d'ingaggio in Libano

di Stefano Magni - 19 aprile 2008

La maledizione ricade su colui che vuol cambiare le regole di ingaggio del nostro contingente in Libano. Sembra che la missione Unifil 2 nel Libano del Sud (avviata come garanzia della cessazione dello scontro tra Israele e Hezbollah nell'estate del 2006 come applicazione della risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza dell'Onu) sia frutto della volontà divina e indiscutibile. I telegiornali ne parlano pochissimo, i suoi esiti sono inconoscibili, le critiche non sono ammesse. A volere la missione è stato soprattutto Massimo D'Alema.

Il primo ad essere «maledetto», perché ha osato mettere in discussione l'utilità della missione, è stato l'ex ministro della Difesa Antonio Martino, lo scorso marzo: meno uomini in Libano, dove sono pressoché inutili e più uomini in Afghanistan, dove sono necessari per combattere una vera guerra a bassa intensità contro i talebani. Questa dichiarazione non voleva tanto esprimere l'intenzione di lasciare il Libano, quanto quella di fare luce sulle regole di ingaggio del nostro contingente: abbiamo due battaglioni di pronto impiego che non solo non possono sparare un colpo, ma neppure allestire check point di controllo, se non ci viene richiesto dalle autorità di Beirut. Da un punto di vista militare, si tratta di un enorme spreco di energie, per cui sarebbe già meglio il ritiro. In quell'occasione Romano Prodi, allora ancora premier, aveva commentato con sdegno: «Le affermazioni dell'ex ministro della Difesa sono gravissime, incomprensibili e drammatiche come messaggio politico».

Adesso è il turno di Silvio Berlusconi, che il 16 aprile scorso, a tre giorni dalla vittoria delle elezioni, ha confermato che «esamineremo le attuali regole di ingaggio» dei militari impegnati nel paese mediorientale malgrado attualmente non possano svolgere adeguatamente la loro funzione di «bastione tra le fazioni contrapposte». Dovrebbe essere un discorso gradito soprattutto alle autorità libanesi, che hanno tutto l'interesse ad avere una forza multinazionale dispiegata sul territorio, in grado di mantenere l'ordine e disarmare Hezbollah, oltre che interporsi tra Israele e Libano. Eppure le proteste, questa volta, arrivano proprio da Beirut. Non solo l'opposizione guidata da Hezbollah non è d'accordo (come è ovvio), ma anche la maggioranza vittima di Hezbollah preferisce l'attuale «quieto vivere» ad un'azione efficace della forza multinazionale. «Abbiamo apprezzato molto il ruolo svolto sino ad oggi dall'Italia in Libano e ci auguriamo che resti immutato», ha dichiarato ieri Nassib Lahoud, politico cristiano e antisiriano. Non si sa in base a quali considerazioni si possa dire soddisfatto.

La missione Unifil 2, infatti, non ha impedito a Hezbollah di riarmarsi come e più di prima dell'arrivo delle nuove forze Onu. Sotto il naso dei Caschi Blu, impossibilitati a intervenire, dalla Siria sono giunti in Libano ben 30.000 razzi, nuove armi a lunga gittata in grado di colpire l'intero territorio israeliano e nuove reclute. Hezbollah è addirittura in grado di inviare contingenti all'estero: lo testimonia la stessa relazione del generale David Petraeus di fronte al Congresso statunitense, quando ha affermato, con prove alla mano, che le milizie di Al Sadr, responsabili dell'insurrezione in Iraq del marzo scorso, erano assistite anche da miliziani libanesi del Partito di Dio. I risultati, insomma, sono sotto gli occhi di tutti: quando gli israeliani interruppero le loro operazioni militari il 14 agosto del 2006, Hezbollah era una forza militare ridotta ai minimi termini, pronta ad essere disarmata dal governo libanese e dal contingente internazionale. Ora è rinnovata, più forte ancora rispetto al 2006 e in grado di sferrare un nuovo attacco contro Israele.

Anche le ripercussioni politiche interne al Libano sono sotto gli occhi di tutti. Il riarmo di Hezbollah ha aumentato la forza di intimidazione delle fazioni politiche sciite e filo-siriane che ora, pur essendo in minoranza, tengono in scacco il paese dei cedri. I continui omicidi di esponenti della maggioranza sunnita e cristiana, le varie prove generali di guerra civile eseguite da Hezbollah con i blocchi delle arterie stradali, dei porti e degli aeroporti, effettuate dopo ogni disordine, fanno sì che la maggioranza sia intimidita e che non si riesca a raggiungere un compromesso per l'elezione parlamentare di un nuovo presidente della Repubblica. E' dal 23 novembre del 2007 che il Libano è privo di un capo di Stato.

La maggioranza libanese vuole che questa situazione di stallo resti immutata? Non desiderando un ruolo più attivo dei contingenti internazionali, vuole continuare ad essere intimidita e paralizzata da Hezbollah? E' probabile che la paura di una guerra civile (che scoppierebbe inevitabilmente, nel caso in cui le autorità libanesi dovessero decidere di agire militarmente contro le milizie sciite) prevalga su qualsiasi altro sentimento. Ma il rischio di scoppio di una guerra civile c'è comunque, anche adesso, indipendentemente dalla presenza o meno dei contingenti internazionali. Un piccolo conflitto interno è già scoppiato nell'estate del 2007: nessuno ricorda la guerriglia metropolitana alla periferia di Tripoli, tra la fazione islamista di Fatah al Islam (collegata ad Al Qaeda) e l'esercito regolare? Quello era già un conflitto, durato tre mesi e conclusosi con centinaia di morti e decine di migliaia di sfollati. In quell'occasione Unifil, con le sue regole di ingaggio, non ha potuto impedire che armi siriane e iraniane finissero nelle mani dei guerriglieri islamisti. Ora i rischi sono ancora più alti, perché Hezbollah vuole vendicarsi dell'uccisione del suo leader a Damasco, Imad Mughniyeh, il 12 febbraio scorso: da allora il leader militare del Partito di Dio, Hassan Nasrallah, ha ripetuto più volte che è pronto a una nuova guerra contro Israele. La Siria sta soffiando sul fuoco: il 17 aprile scorso, intervistato dal quotidiano libanese Al Akhbar, il dittatore di Damasco Bashar al Assad ha dichiarato che anche la Siria è pronta e ha precisato che un conflitto potrebbe scoppiare se Israele dovesse attaccare il Libano o gli Stati Uniti dovessero provocare una guerra contro l'Iran. E' un chiaro messaggio lanciato a Hezbollah, per far capire loro che la Siria è pronta a combattere al loro fianco.

Sul fronte interno del Libano, inoltre: «Tutte le fazioni si stanno armando nel nome della legittima difesa - dichiara un professore libanese, Fady Fadel, intervistato dal quotidiano Le Figaro -. Il monopolio della forza sta sfuggendo dalle mani dello Stato. E' un gioco molto pericoloso». Nella stessa inchiesta giornalistica francese, il capo di un'agenzia di protezione legata alla maggioranza sunnita dichiarava candidamente: «So molto bene che molti possiedono un'arma privata. E che in caso di nuovi scontri sarà molto difficile trattenerli». E un ufficiale dell'esercito ammetteva che: «Le armi arrivano dalla frontiera siriana, dal mare e per via aerea». Segno che la domanda è in crescita, tanto è vero che il loro prezzo si è triplicato in pochi mesi. Si capisce, dunque, perché anche la maggioranza libanese non abbia interesse a un intervento internazionale più attivo: anch'essi hanno milizie che si stanno armando e non vogliono che qualche esercito straniero li disturbi nei loro preparativi. Ma dal nostro punto di vista, in queste condizioni e con le attuali regole di ingaggio, come possiamo proteggere i nostri Caschi Blu? Non sarebbe opportuno cambiare le regole di ingaggio e disarmare le milizie prima che la situazione degeneri? Dobbiamo attendere passivamente che scoppi una guerra, per poi trovarci in mezzo al fuoco incrociato degli schieramenti contrapposti?

16 Aprile 2008

Libano, italiani a un passo dallo scontro con Hezbollah

caschi blu italiani impegnati in Libano intercettano un camion zeppo di armi, ma i miliziani di Hezbollah reagiscono. I nostri soldati applicano le blande regole d’ingaggio imposte dall’Onu ed il prezioso carico, con gli uomini armati che lo scortavano, si dilegua. È la prima volta che capita a sud del fiume Litani, nella zona presidiata dalle nostre truppe, a ridosso del confine con Israele. La notizia è saltata fuori ieri, sul sito del giornale israeliano Haaretz, anche se il fattaccio è accaduto nella notte fra il 30 ed il 31 marzo. Nel semestrale rapporto al Consiglio di sicurezza sull’andamento della missione in Libano, l’episodio viene bollato come «una seria violazione della risoluzione Onu (sull’intervento internazionale nel Paese dei cedri, nda) che solleva preoccupazioni».
Secondo fonti israeliane i caschi blu hanno fermato il camion, carico di armi e munizioni. Miliziani di Hezbollah, il partito armato degli sciiti libanesi, sono intervenuti pronti a dare battaglia. I soldati italiani, che si sono visti puntare contro le armi, sarebbero rientrati nei loro mezzi e addirittura alla base. Il generale Claudio Graziano, comandate della missione Unifil (12.300 uomini compresi 2.500 soldati italiani) ha confermato l’incidente. Secondo il generale degli alpini una pattuglia di militari italiani ha avuto «un contatto» con «elementi armati» non meglio identificati.
Jasmina Bouziane, portavoce dell’Onu, rivela altri dettagli al Giornale. «I caschi blu hanno seguito un automezzo sospetto, quando sono intervenute due macchine con cinque uomini armati a bordo». Il generale Graziano aggiunge che «la pattuglia ha preso posizione secondo le regole di ingaggio e gli elementi armati hanno così avuto il tempo di dileguarsi». Purtroppo si è dileguato anche il carico d’armi di Hezbollah, dimostrando quanto siano carenti le regole d’ingaggio della missione Unifil. Lo ha denunciato pochi giorni fa il premier in pectore Silvio Berlusconi. Il ministro della Difesa uscente, Arturo Parisi, che ieri era proprio nella base di Tibnin a salutare i soldati italiani, aveva risposto che spetta all’Onu cambiare le regole d’ingaggio.

 16 Aprile 2008

LIBANO; CONSIGLIO SICUREZZA ONU INVITA AL DISARMO DI HEZBOLLAH

New York, 16 apr. (Ap) - Il Consiglio di sicurezza dell'Onu ha fatto appello al disarmo di Hezbollah e delle altre milizie del Libano e per un miglior progresso verso un permanente cessate-il-fuoco e una soluzione a lungo termine del conflitto tra Libano e Israele.

Una documento approvato da tutti i quindici membri del Consgilio reitera il suo impegno "alla completa applicazione di tutti i punti della Risoluzione 1701" che ha messo fine a 34 giorni di guerra tra Israele e Hezbollah nell'agosto del 2006.

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