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Nel (quasi)
silenzio della stampa occidentale, 35mila soldati di Damasco
rioccupano Beirut, che avevano abbandonato soltanto il 14 giugno
scorso. E mentre nel Libano si apre la caccia ai cristiani
maroniti, riconciliati coi drusi e contrari ad armi straniere sul
suolo del proprio paese, l’irrigidimento della presenza militare
siriana potrebbe avere risvolti negativi immediati sulla vicina
crisi israelo-palestinese
di Francesco Esposito
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All’inizio
di agosto il Patriarca maronita cardinal Nasrallah Pierre Sfeir,
capo spirituale di almeno 2 milioni di cattolici libanesi, ha
effettuato una storica visita ai villaggi drusi sulle colline
dello Chouf, dove cristiani e drusi si erano massacrati durante la
guerra del Libano (1975-1990). L’accoglienza è stata trionfale
e ha di fatto segnato la totale riconciliazione tra le comunità
maronite e quelle druse dalla fine di una guerra civile che aveva
svuotato lo Chouf della presenza cristiana. Dal punto di vista
politico il viaggio di Sfeir ha significato un forte
ricompattamento di tutte le forze libanesi contrarie alla presenza
siriana sul suolo del Libano, sia militarmente, che economicamente
e politicamente.
Il giorno successivo al rientro del patriarca è scattata una
gigantesca operazione poliziesco-militare dell’Esercito libanese
che ha portato nei giorni 7-9 agosto all’arresto di 300
attivisti politici cristiani, tra cui i leader delle Forze
Libanesi di Samir Geagea (partito cristiano attualmente illegale)
e dei militanti aounisti (legati cioè al generale Aoun, ancora in
esilio a Parigi). Per 3 giorni Beirut è stata bloccata dai carri
armati e sorvolata a bassa quota dagli elicotteri dell’Esercito
che rastrellavano persone nelle loro case, nelle strade e nelle
università. L’ondata di arresti ha sollevato le critiche della
Chiesa maronita e ha spinto il leader druso Walid Joumblatt, il
cui gruppo parlamentare conta 3 ministri al governo, a chiedere
l’allontanamento dei capi dei servizi segreti, affermando che
gli arresti hanno rovinato i risultati di una riconciliazione
storica. Il comando dell’esercito ha replicato di aver arrestato
solo chi si incontrava in riunioni non autorizzate, mentre il
procuratore generale della Repubblica, Adnane Addoum, ha ricordato
che i partigiani delle Forze Libanesi “non hanno diritto a
riunirsi dato che il loro partito è fuorilegge”. Nella
settimana tra il 19 e il 25 agosto sono scoppiate 3 autobombe, una
delle quali davanti al Palazzo di Giustizia. Non ci sono state
vittime, né feriti ma il risultato è stato l’innalzamento
della tensione con il rientro dei soldati siriani a Beirut. Le
truppe di Damasco nella capitale (circa 35mila uomini), destinate
in origine (1975) a proteggere la parte cristiana della
popolazione libanese, hanno abbandonato il proprio appoggio ai
cristiani maroniti per la loro “sintonia” con Israele. I
siriani si erano ritirati dalla città soltanto il 14 giugno
scorso, dopo le forti pressioni dei leader libanesi cristiani, e
segnatamente dopo gli interventi pubblici del patriarca Sfeir. Sul
fronte opposto gli Hezbollah guidati dallo sceicco Hassan
Nasrallah, che lo scorso marzo aveva portato in piazza oltre
100mila persone per dimostrare il favore alla presenza siriana.
Attualmente è in atto una forte repressione rispetto a qualsiasi
forma di libera espressione, specialmente quando questa si rivolga
alla Siria, e l’irrigidimento della presenza militare siriana
sul suolo libanese, cosa che potrebbe avere risvolti negativi
immediati sulla vicina crisi israelo-palestinese. I più alti
responsabili delle Nazioni Unite presenti a Beirut sono stati
invitati, all’inizio di agosto, a non lasciare il paese mentre
per poter accedere nella zona sud del Libano da tre settimane
occorre un lasciapassare rilasciato dai servizi di sicurezza. Dei
300 arrestati, circa la metà sono già stati rilasciati sotto
forti pressioni di autorità politiche e religiose. Toufic Hindi,
consigliere delle Forze Libanesi e il giornalista Habib Younes,
che hanno denunciato di aver ammesso contatti con Israele solo
perché “sotto pressione”, sono accusati di “contatti col
nemico”. Per gli altri arrestati si prospetta un processo per
“Tradimento e complotto contro la nazione”. Crimini punibili
anche con la pena di morte. Ma commessi contro quale nazione?
Questa la domanda che tutti i libanesi continuano a porsi.
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