Al Signor Presidente del
Consiglio, On. Silvio Berlusconi
Roma,
19 febbraio 2002
Ci
rivolgiamo a Lei, Signor Presidente, oltre che nella Sua veste di Capo
del Governo, anche in quella di responsabile ad interim della nostra
diplomazia.
La visita odierna in Italia del giovane presidente
siriano Bashar Assad, riapre l’antica ferita libanese, l’unico Paese a
maggioranza cristiano-cattolica in un oceano islamico, i cui figli sono
costretti da almeno trent’anni a una diaspora nel mondo per sfuggire a
guerre, torture e persecuzioni e, da ultimo, alla massiccia occupazione
militare della Siria, che non ha mai voluto effettivamente riconoscere
l’indipendenza del Libano.
La
storia - Paese indipendente dal 22 novembre 1943 e che ha sempre guardato
all’Europa, con storici legami con la Francia e l’Italia (per la presenza
della Santa Sede), con una costituzione che assegna il Presidente della
Repubblica ai cristiani e la Presidenza del gabinetto ministeriale ai
musulmani, il Libano vide sconvolto questo equilibrio dalla guerra
arabo-israeliana dei sei giorni (giugno 1967) che causò l’afflusso
di circa quattrocentomila palestinesi sul suo territorio, pari al 15% dei
libanesi; le attività terroristiche e di guerriglia degl’immigrati
palestinesi (OLP di Arafat) che si servivano del Libano quale base di
addestramento di fedayn e di guerriglieri comunisti di altre nazionalità,
causarono tensioni con la popolazione locale e si aggravarano nel 1973, dopo i
fatti di Giordania del cosiddetto settembre nero, con un ulteriore
afflusso di palestinesi nel Paese dei cedri.
La
guerra libano-palestinese esplose il 13 aprile 1975, quando in un sobborgo di
Beirut, da un’auto in corsa, partirono, assieme all’urlo “siamo
combattenti palestinesi”, anche raffiche di mitra contro alcuni fedeli
cristiani che assistevano alla consacrazione di una chiesa. Con i combattenti
musulmani si schierarono fin d’allora i siriani; dall’altra parte i
cristiani del Fronte Libanese di Gemayel. Fin dal 1976 venticinquemila
militari siriani entrarono in Libano, inducendo alcuni settori cristiani
(facenti capo all’ex Presidente Frangih) a mettersi in urto con il resto del
fronte cristiano. Nel 1982 Israele decise l’invasione del Libano e per tre
mesi la stessa capitale Beirut fu teatro di un’atroce guerra fra israeliani
da un lato e truppe palestinesi, musulmani sciiti e sunniti di vari
Paesi arabi dall’altro. Il neo-eletto Presidente cristiano Bashar Gemayel,
chiese l’evacuazione di tutte le truppe straniere dal Libano, ma saltò in
aria in un attentato terroristico che provocò l’uccisione di altre venti
persone.
Nel
1983 si susseguirono gli atti di terrorismo di matrice islamica contro le
forze d’interposizione franco-statunitensi dell’ONU che fecero trecento
vittime. Nel frattempo la comunità cristiana libanese, divenuta ormai
minoranza dopo la guerra e le stragi e a causa di un imponente flusso
migratorio, fu minacciata anche dall’insorgere di nuove e più radicali
formazioni islamiche (pasdaran iraniani, hezbollah o partito
di Dio ecc.).
Fu
in questo contesto, nell’autunno 1988, che i siriani ritornano in Libano con
trentacinquemila soldati (oltre a numerosissimi agenti dei servizi segreti),
occupando due terzi del territorio. Il capo dell’esercito, generale Michel
Aoun dovette vedersela non solo con i siriani, ma anche con le milizie
cristiane di Geagea, legate ad Israele e che pensavano ad una spartizione
confessionale del Paese. La guerra di liberazione dall’occupante siriano,
proclamata da Aoun, comportò la reazione violenta del regime di Damasco, che
fece sorgere un contro-governo, bombardò per interi mesi tutte le zone ancora
in mano cristiana e, nonostante gli accordi di Taef, in Arabia Saudita, che di
fatto ratificano l’egemonia cristiana in Libano, impose l’elezione di un
nuovo Presidente amico dei siriani (prima Mowad e poi Hraoui, quindi
l’attuale) intimando ad Aoun di dimettersi.
I
bombardamenti siriani, le divisioni nel campo cristiano, l’abbandono da
parte delle grandi Potenze più interessate ai nuovi equilibri scaturiti dalla
Guerra del Golfo del 1990, costrinsero le forze libanesi a cessare l’eroica
resistenza; Aoun lasciò il Paese per rifugiarsi a Parigi. Dal 1995 Samir
Geagea sconta nelle carceri libanesi una condanna all’ergastolo.
La
situazione odierna - Il Libano ha lasciato sul campo 150.000 morti (più
di > dei quali cristiani), un terzo della sua popolazione h in esilio; il
territorio h completamente occupato dai siriani; i cristiani sono ridotti al
42% della popolazione contro il 52,9% dei musulmani. Il Cardinale
Nasrallah Pierre Sfeir, patriarca di Antiochia dei maroniti, dichiarava al
Sinodo dei Vescovi, il 4 ottobre scorso: I vescovi in Libano cercano di
ridare speranza e sollevare il morale dei fedeli umiliati, vessati, privati
della dignità nazionale. Non avendo alcun potere decisionale, si rifugiano
nell’emigrazione. E’ così che in quest’ultimo decennio un milione di
libanesi, soprattutto giovani, per la maggior parte diplomati, se ne sono
andati. La nostra regione, dove Cristo è nato, rimarrà senza alcuna
testimonianza cristiana?;.
Secondo
il rapporto del 1998, stilato da Aiuto alla Chiesa che soffre, a
proposito della libertà religiosa nei Paesi a maggioranza islamica, sono un
numero considerevole i sacerdoti, i religiosi di ambo i sessi e i laici
martirizzati in odio alla loro fede cattolica, durante la guerra; senza dire
dei 1.200 cristiani massacrati tra l’agosto e l’ottobre 1983 sulla
montagna dello Chouf. Walid Joumblatt, già vice-presidente
dell’Internazionale Socialista, si è vantato di aver fatto massacrare 4.000
cristiani.
Le
timide aperture di Hafez Assad, padre di Bashar, il quale, tre anni or sono,
aveva dichiarato di essere, tra i dirigenti siriani, “il primo a dire che
il Libano esiste come Stato” e, perciò, di riconoscerlo come Stato (cfr.
Avvenire, 17 luglio 1998) non hanno avuto alcun seguito, tanto che
giustamente Michel Aoun, intervistato dal quotidiano della Conferenza
Episcopale italiana, poteva dire che, “fino a prova contraria, la
Siria ha uno Stato espansionistico e poliziesco”. Senza
dire ché è contraddittorio per la Siria rivendicare la restituzione delle
alture del Golan da Isarele, quando Damasco occupa in armi da anni e
ingiustamente il Libano. Ne basta la foglia di fico di una presunta richiesta
libanese a giustificare il perdurare dell’occupazione di un altro Paese. da
parte di decine di migliaia di armati.
Come
non bastasse “il partito islamista Hezbollah reclama l’istituzione di
uno Stato islamico e l’applicazione del diritto musulmano a cristiani ed
ebrei” in Libano (Aiuto alla Chiesa che soffre, rapporto
citato). Ancora nel 1996 molti attivisti cristiani sono stati arrestati dai
siriani; al riguardo “il cardinale Nasrallah Sfeir, patriarca della
Chiesa Maronita del Libano, ha espresso seri dubbi sulla legalità di tali
detenzioni” (ibidem).
Si
aggiunga che, stando a quanto riferisce il settimanale Panorama (29
novembre 2001) in una corrispondenza a firma di Anemone L. Liberati, Sua
Beatitudine il Cardinale Nasrallah Pierre Sfeir, Patriarca di Antiochia dei
maroniti, h nel mirino del gruppo integralista islamico Usbat Al-Ansar,
affiliato ad Al Qaeda e che si batte per l’instaurazione di una repubblica
islamica, gruppo capeggiato da un tal Abu Mehjen, che gode della piena
tolleranza della polizia libanese asservita all’occupante siriano.
Le
richieste - Signor Presidente, i tragici fatti dell’11 settembre 2001
hanno riportato prepotentemente di attualità il confronto tra Occidente e
terrorismo di matrice islamica; l’America, l’Europa che riscoprono i
valori della propria e civiltà non possono disinteressarsi del Libano,
avamposto cristiano e dell’Occidente nel vicino Oriente. Le chiediamo perciò
di farsi interprete in tutti i consessi internazionale e massime nelle
relazioni che il nostro Paese intrattiene con il Libano e con la Siria del
Presidente Assad, profittando anche della sua visita in Italia, affinché la
politica estera del nostro Paese e dell’Unione Europea, miri ad ottenere:
A.
Il ritiro del contingente militare siriano dal Libano, in attuazione della
risoluzione 520 delle Nazioni Unite, che chiede l’estromissione di tutte le
forze straniere dal Paese dei cedri.
B.
L’invio in Libano di un contingente multinazionale sotto l’egida delle
Nazioni Unite, affinché :
1. Sia
tutelata l’effettiva indipendenza del Libano e indette libere elezioni, da
verificare attraverso la presenza di osservatori internazionali
2. Sia
tutelata la sicurezza di tutti i cittadini libanesi, attualmente messa a
repentaglio dalle formazioni terroristiche di matrice islamica che pullulano
in quel Paese, grazie anche al traffico illegale di armi e droga.
3. Siano
ripristinate tutte le condizioni per l’esercizio della libertà religiosa,
specialmente delle confessioni cristiane, che in questi trent’anni hanno
dovuto sostenere un vero e proprio olocausto in ragione della propria fede.
4. Sia
ottenuta la liberazione del leader delle milizie cristiane Samir
Geagea.
5. Siano fatte
rispettare le necessarie misure di sicurezza atte a consentire il rientro in
patria degli esuli politici e il rientro della diaspora libanese
dall’estero.
Con
sentimenti di stima e considerazione,
On. Federico Bricolo
On. Massimo Polledri
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