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Diritti dell'Uomo
www.amnesty.it/pubblicazioni/rapporto2002/518.php3
Rapporto Annuale 2002 "Amnesty
International"
Lebanon
(the Lebanese Republic)
•*Capo
di stato: Emile Lahoud
•*Capo
del governo: Rafiq al-Hariri
•*Capitale:
Beirut
•*Popolazione:
3,6 milioni
•*Lingua
ufficiale: arabo
•*Pena
di morte: mantenitore
Alcune decine di presunti appartenenti e
sostenitori di due gruppi d’opposizione non autorizzati – le Forze
libanesi (FL) e il Libero movimento patriottico (Lmp) – sono stati arrestati
nel corso del 2001. La maggior parte degli arresti è avvenuta in seguito a
dimostrazioni o ad altre iniziative pacifiche per il ritiro delle truppe
siriane dal Libano. Almeno 70 fra gli arrestati sono stati rinviati a giudizio
davanti a tribunali militari o penali. Centinaia di presunti appartenenti e
sostenitori dell’Esercito del Libano meridionale (Elm), ex milizia
filoisraeliana, hanno continuato a essere processati in udienze sommarie
dinanzi al tribunale militare. Ci sono state denunce di torture e
maltrattamenti. Almeno otto persone sono state condannate a morte; non ci sono
state esecuzioni. Gli Hezbullah, l’organizzazione che ebbe il ruolo di
maggior rilievo nella resistenza armata all’occupazione israeliana del
Libano del sud, hanno continuato a trattenere quattro ostaggi israeliani.
Contesto
Per la prima volta in quarant’anni, si
sono tenute le elezioni locali nel Libano del sud, la zona occupata da Israele
dal 1978 al 2000. Amal e Hezbullah, le due organizzazioni fortemente radicate
nel sud, hanno conquistato la maggioranza dei seggi.
A giugno il parlamento ha approvato un nuovo
codice di procedura penale, che però è stato rinviato al parlamento dal
presidente Emile Lahoud con la proposta di alcuni emendamenti. A luglio il
parlamento ha approvato la legge così com’era. Gli emendamenti suggeriti
dal presidente però sono stati successivamente approvati in agosto dopo uno
speciale dibattimento parlamentare. Il codice di procedura penale così
modificato consente alle forze di polizia di tenere gli arrestati in stato di
fermo fino a quattro giorni, prima di inviarli a giudizio, ma mantiene valide
le nuove garanzie introdotte dalla legge, come quella che prevede la
possibilità per gli arrestati di essere immediatamente messi in contatto con
gli avvocati, i medici e i parenti.
La situazione delle carceri ha sollevato
molte preoccupazioni e accesi dibattiti. Il Comitato parlamentare per i
diritti umani ha effettuato visite in numerose carceri, trovandole in stato di
sovraffollamento e in condizioni tali da risultare disumane e degradanti. Tra
le altre cose, il nuovo codice di procedura penale è stato deciso anche per
contribuire a ridurre la popolazione carceraria limitando il periodo di
carcerazione preventiva in tutti i reati.
A luglio il parlamento libanese ha abrogato
la legge n. 302 del 1994, che allargava l’applicabilità della pena di
morte, aboliva la discrezionalità dei giudici nella considerazione delle
attenuanti e rendeva obbligatoria la pena capitale per determinati reati,
compresi quelli politici. Era opinione diffusa che l’abrogazione di questa
legge avrebbe limitato l’uso della pena di morte e sarebbe stata di
beneficio per le condanne a morte pendenti. Numerose organizzazioni non
governative per la difesa dei diritti umani hanno condotto incessanti campagne
per l’abolizione della pena di morte, esercitando pressioni su avvocati,
parlamentari ed esponenti del governo.
Il futuro delle relazioni tra Libano e
Siria, così come il protrarsi della presenza di truppe siriane in Libano, è
stato oggetto di continue discussioni tra i vertici della Chiesa e i gruppi
politici. Dimostrazioni per il ritiro delle truppe siriane sono state
organizzate da parte di gruppi d’opposizione cristiani, come i seguaci del
generale Michel ‘Aoun, ex capo militare. Decine e decine di persone sono
state arrestate per aver preso parte a dimostrazioni non autorizzate o perché
appartenenti a gruppi politici non autorizzati, con l’accusa di «cospirazione»
e «danneggiamento delle relazioni del Libano con uno stato amico».
Risulta che le forze siriane abbiano
effettuato una parziale ridistribuzione delle loro forze, con il ritiro di
alcuni posti di blocco a Beirut e dintorni. Secondo i dati diffusi dalla
stampa, nel corso dell’anno in Libano erano presenti tra i 30.000 e i 35.000
soldati siriani.
Arresti
Centinaia di persone sono state arrestate
per motivi politici. Tra loro c’erano appartenenti alle FL e al Lmp, che
sostiene l’ex capo militare in esilio, il generale Michel ‘Aoun.
*Quattro seguaci delle FL sono stati
arrestati ad aprile in seguito a un sit-in tenutosi nel villaggio di
Becharreh, a circa 95 km a nord-est di Beirut, per protestare contro il
perdurare della carcerazione del leader delle FL, Samir Geagea. Risulta che
Bechara Touq, Georges Sukkar, Hanna Rahmeh e Charbel Sukkar siano stati
trattenuti per tre giorni al centro di detenzione del ministero della Difesa,
prima di essere rilasciati senza accusa.
*Oltre 200 appartenenti alle FL, al Lmp e al
Partito nazionale liberale sono stati incarcerati per attività politiche non
autorizzate nel corso di un’ondata di arresti che ha preso di mira questi
gruppi in agosto. Gli arresti sono stati effettuati dai servizi segreti
libanesi in diverse località tra cui Beirut. Risulta che detti arresti siano
stati effettuati senza mandato. Sia il procuratore generale che il ministro
degli Interni hanno promesso di aprire indagini sulle violazioni commesse
dalla polizia nel corso degli arresti, ma nessuna indagine è stata resa
pubblica nel corso dell’anno. Tra i detenuti c’erano Tawfiq al-Hindi e
Nadim Latif, rispettivamente capi delle FL e del Lmp, e una quantità di
giovani uomini e donne, compresi studenti e adolescenti. La maggior parte
degli arrestati è stata in seguito rilasciata, circa 77 su cauzione. Sedici
degli arrestati sono stati condannati a periodi di carcerazione da una
settimana a un mese per aver distribuito dei volantini «lesivi della
reputazione dell’esercito siriano» e «per aver diffamato il presidente
della Repubblica». Tawfiq al-Hindi e due giornalisti – Antoine Bassil,
reporter di Beirut per la «Middle East Broadcasting Corporation», e Habib
Younes, segretario editoriale del giornale «al-Hayat» di Beirut – sono
stati accusati di «collaborazionismo» con Isreale. Tutti e tre sono stati
detenuti nella prigione di Rumieh. A dicembre sono stati incriminati
formalmente e deferiti al tribunale militare in due casi separati ma
correlati, per reati che comportano la pena di morte. I loro processi erano
ancora in corso alla fine dell’anno.
*Elie Kayruz e Salman Samaha, due presunti
appartenenti alle FL che erano stati arrestati nel corso dell’ondata di
arresti di agosto, sono rimasti in custodia fino a novembre e poi rilasciati
su cauzione. Sono inoltre stati deferiti al tribunale militare per reticenza.
Sono da considerarsi possibili prigionieri di coscienza.
*Nel mese di ottobre Daniel Ahmad Samarji e
Bilal Ali ‘Uthman sono stati arrestati a Tripoli, nel Libano del nord, in
relazione a un volantino che denunciava i bombardamenti degli Stati Uniti in
Afghanistan. Il volantino era firmato da un’organizzazione fino ad allora
sconosciuta, Jaysh al-Shari’a (l’Eesercito della Shari’a). I due sono
stati rinviati al giudizio del tribunale militare con l’accusa di aver
pianificato atti violenti.
Libertà d’espressione
Ci sono state denunce di intimidazione di
giornalisti e altri lavoratori nel settore dei media.
*A marzo la Lebanese broadcasting
corporation international (Lbci) è stata temporaneamente occupata da forze di
polizia in seguito a una controversia tra gli azionisti sulla censura, due dei
quali ministri del governo. Nove dipendenti sono stati arrestati.
L’incidente è stato rinfocolato dal rifiuto del direttore della Lbci e
azionista di maggioranza, Michel Daher, di accettare la nomina di un censore
da parte degli altri azionisti. L’occupazione si è conclusa due giorni più
tardi e i dipendenti sono stati rilasciati, a quanto pare in seguito al
raggiungimento di un accordo tra gli azionisti; l’idea di nominare un
censore è stata abbandonata.
*Raghida Dargham, giornalista
libanese-america e corrispondente delle Nazioni Unite per il giornale «al-Hayat»,
è stata accusata dal tribunale militare di «collaborazionismo con il nemico».
Secondo la denuncia, Raghida Dargham aveva partecipato a dei colloqui tenutisi
a Washington, negli Stati Uniti, con un ufficiale israeliano. Il suo processo
dinanzi al tribunale militare doveva iniziare a novembre, ma le accuse contro
di lei sono cadute in seguito a una lettera di chiarimento che la giornalista
ha inviato al procuratore generale.
Processi iniqui
Centinaia di prigionieri politici sono stati
processati davanti al tribunale militare con procedure sommarie e in udienze
non garantite dai principi internazionali per l’equità dei processi. Decine
e decine di processi sono stati tenuti dinanzi al Consiglio di giustizia, i
cui verdetti non sono soggetti a revisione giudiziaria.
*I processi agli ex membri dell’Elm e ai
presunti «collaborazionisti» con Israele sono proseguiti per tutto il 2001.
La maggior parte è stata condannata a periodi di carcerazione da parecchie
settimane a tre anni per aver fornito informazioni all’Elm o ai servizi
segreti israeliani o per ingresso in Israele. Alcuni sono stati condannati da
7 a 15 anni di carcere. Alcuni sono stati condannati a morte o al carcere in
contumacia. Più di 3000 presunti seguaci dell’Elm e «collaborazionisti»
di Israele erano già stati condannati all’inizio dei processi nel giugno
2000.
*Il processo agli attivisti islamici
accusati di presunta appartenenza al gruppo sunnita ‘Usbat al-Ansar,
coinvolti negli scontri con le forze libanesi nell’altopiano di Dinnyah nel
febbraio 2000, è iniziato di fronte al Consiglio di giustizia nell’aprile
2001 ed è proseguito per tutto l’anno. Almeno 24 imputati si sono
presentati a giudizio per i reati di partecipazione o supporto al gruppo
islamico. Gli altri sono stati processati in contumacia. Gli imputati hanno
dichiarato in tribunale di essere stati sottoposti a torture e maltrattamenti
nel corso degli interrogatori per obbligarli a confessare (vedi sotto). Nel
mese di ottobre ‘Usbat al-Ansar è stata elencata negli Stati Uniti fra le
27 organizzazioni terroristiche i cui conti correnti bancari dovevano essere
congelati.
Tortura e maltrattamenti
Ci sono state denunce di torture e
maltrattamenti. I metodi di tortura comprendevano pestaggi, calci e il balanco
(sospensione per i polsi legati dietro la schiena). C’è stata una diffusa
preoccupazione che le denunce di torture non venissero prese in adeguata
considerazione. Ad agosto in risposta alle preoccupazioni dell’opinione
pubblica, le autorità libanesi hanno nominato un giudice della procura
generale affinché aprisse indagini sulle denunce di tortura e maltrattamenti
di donne in detenzione preventiva.
*Quando Ihab al-Banna, imputato nei processi
di Dinnyah (vedi sopra), è comparso di fronte al Consiglio di giustizia nel
mese di aprile, ha dichiarato alla corte che lui e i suoi coimputati erano
stati sottoposti a torture e pestaggi nel corso del fermo e dopo essere stati
trasferiti nella prigione di Rumieh. Ha inoltre denunciato che ai detenuti
erano state negate le opportune cure mediche, malgrado fossero affetti da
scabbia. Il procuratore generale ha dichiarato al tribunale che il suo ufficio
avrebbe condotto un’accurata indagine sulla questione e che, se le denunce
fossero risultate fondate, avrebbe preso misure legali contro i responsabili.
I risultati di tali indagini non sono stati resi pubblici, ma la procura
generale ha dichiarato che le denunce non potevano ritenersi fondate.
*Ahmad Muhammad ‘Alyan e sua nipote Huyam
‘Ali ‘Alyan sono stati arrestati entrambi in marzo per sospetto «collaborazionismo»
con Israele. Condotti al centro di detenzione del ministero della Difesa, sono
stati trattenuti per settimane in incommunicado e sarebbero stati sottoposti a
tortura e maltrattamenti. Risulta che entrambi siano stati costretti a firmare
delle confessioni. Entrambi hanno riportato danni alla salute in seguito ai
maltrattamenti. Secondo un certificato medico, Huyam ‘Alyan aveva lividi
sulle braccia e i polsi risultato dei trattamenti violenti; Ahmad ‘Alyan
soffriva di dolori alla schiena e aveva dei segni sui polsi, apparente
conseguenza dell’uso prolungato di manette.
Difensori dei diritti umani
Kamal al-Batal, direttore del gruppo in
difesa dei diritti umani Multi-initiative on rights: search, assist defend
(Iniziative per i diritti: ricerca, assistenza e difesa - Mirsad), è stato
condannato in marzo dal tribunale militare per «danni alla reputazione della
squadra buoncostume». Kamal al-Batal è ricorso in appello contro la sentenza
e all’udienza di luglio, monitorata da un osservatore di AI, il tribunale
militare della Cassazione lo ha prosciolto da tutte le accuse.
Pena di morte
Almeno otto persone sono state condannate a
morte. Nessuna delle condanne è stata eseguita nel corso dell’anno.
‘Sparizioni’
A febbraio ha iniziato i lavori una
Commissione d’indagine istituita per far luce sulla sorte delle migliaia di
libanesi che sono ‘scomparsi’ nel corso della guerra civile (1975/1990).
La Commissione era capeggiata dal ministro per lo Sviluppo amministrativo ed
era composta da esponenti delle diverse autorità giudiziarie e di polizia: il
procuratore generale, il direttore della sicurezza dello stato, il direttore
della sicurezza generale, il direttore dei servizi segreti militari, il
direttore dei servizi di sicurezza interni e un avvocato in rappresentanza
dell’Associazione forense di Beirut. Risulta che entro la fine del 2001 la
Commissione abbia ricevuto informazioni su almeno 700 casi da parte di parenti
degli ‘scomparsi’. Il mandato della Commissione sarebbe stato prolungato
di altri sei mesi. A dicembre un gruppo di organizzazioni non governative ha
tenuto una conferenza stampa congiunta per aprire una campagna sul tema degli
‘scomparsi’.
Ostaggi
Nell’ottobre 2000, gli Hezbullah hanno
catturato tre soldati israeliani, Binyamin Avraham, Omar Su’ad e Adi Avitan.
I tre soldati sono stati presi durante una ricognizione militare nel
territorio occupato da Israele, nella zona di Shab’a Farms, al confine
sud-orientale del Libano. Una settimana più tardi, Elhanan Tenenboim,
colonnello israeliano in riserva, è stato rapito, pare in Europa. Nessuno dei
quattro ha avuto accesso al Comitato internazionale della Croce Rossa né
risulta abbiano potuto mandare o ricevere messaggi alle famiglie. Si ritiene
che i quattro israeliani siano stati trattenuti come ‘merce di scambio’ da
barattare con i libanesi tenuti in ostaggio da Israele, come Sheikh ‘Abd al-Karim ‘Ubayd e
Mustafa al-Dirani, o con i prigionieri arabi e libanesi detenuti in Israele.
In ottobre le autorità israeliane hanno dichiarato che tre dei quattro
ostaggi dovevano considerarsi morti. Gli Hezbullah hanno rifiutato di
confermare l’informazione.
Rifugiati
Circa 350.000 rifugiati palestinesi sono
rimasti in Libano. Hanno continuato a essere sottoposti a misure legali e
politiche discriminatorie, in particolar modo per quanto riguarda l’accesso
all’istruzione, al lavoro, alle case e alle cure mediche.
Centinaia di altri rifugiati e di
richiedenti asilo, per la maggior parte di nazionalità irachena e sudanese,
hanno continuato a essere trattenuti dalle autorità libanesi per ingresso e
residenza illegali nel paese. Risulta che i detenuti abbiano indetto uno
sciopero della fame a maggio e giugno per protestare contro la carcerazione
continuativa e le pressioni esercitate su di loro affinché accettassero il «rimpatrio
volontario». Sono state deportate decine e decine di persone che chiedevano
asilo, comprese quelle che l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i
rifugiati (Acnur) aveva riconosciuto come rifugiati. Ci sono state denunce di
maltrattamenti.
*Giman Hamdan Ladkuku, un cittadino sudanese
riconosciuto rifugiato dall’Acnur, è stato deportato in Sudan attraverso la
Siria a marzo; sua moglie e suo figlio sono rimasti in Libano. Si teme che
egli fosse a rischio di violazioni dei diritti umani una volta arrivato in
Sudan.
*Muhammad Hasan al-Khafaji, quattordicenne
apolide nato da padre iraniano, è stato arrestato in settembre a un posto di
blocco di Tyre, nel sud del Libano. È stato condannato a due settimane di
carcere per ingresso illegale nel paese ma è rimasto detenuto nella prigione
di Rumieh oltre i termini di carcerazione. Muhammad Hasan al-Khafaji, suo
padre e sua sorella erano stati riconosciuti come rifugiati dall’ufficio
dell’Ancur di Beirut ed erano in attesa di sistemazione. Muhammad Hasan
al-Khafaji era fra i 180 rifugiati e richiedenti asilo deportati nel nord
dell’Iraq a dicembre.
*Ibrahim al-Taj Hussein Zaydan, un sudanese
richiedente asilo, è stato ucciso con un colpo di arma da fuoco a marzo da un
poliziotto della sicurezza generale libanese, mentre cercava di sfuggire
all’arresto. Sembra che la sicurezza generale libanese fosse alla ricerca di
presunti immigrati clandestini nel quartiere al-Awza’i di Beirut, e che nel
corso di quel raid abbia arrestato dieci cittadini sudanesi. In una lettera
della sicurezza generale libanese si afferma che l’omicidio è stato un
incidente, ma AI ha continuato a richiedere che venga aperta un’indagine
imparziale sull’accaduto.
Rapporti e missioni di Amnesty International
Lebanon: Refugees and asylum-seekers at risk (AI Index: MDE
18/002/2001)
Lebanon: Unfair trial of a human rights defender (AI Index: MDE
18/008/2001)
Lebanon: Torture and ill-treatment of women in pre-trial detention -
a culture of acquiescence (AI Index: MDE 18/009/2001)
Lebanon: Amnesty International welcomes repeal of death penalty law
(AI Index: MDE 18/010/2001)
Nel corso dell’anno i delegati di AI hanno
visitato il Libano numerose volte per condurre ricerche, tenere incontri con
esponenti del governo e delle organizzazioni non governative e per prendere
parte ad attività organizzate dall’ufficio regionale di AI a Beirut. Una
delegazione di AI presieduta dalla sua Segretaria generale si è incontrata
con il presidente Lahoud a dicembre.
http://www.amnesty-arabic.org/
www.lebanese-forces.org/hr/Reports/reports.htm
www.lebanese-forces.org/hr/events.htm
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