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Diritti dell'Uomo
Il 1°
Congresso Mondiale contro la pena di morte si apre a Strasburgo
23 giugno 2001
Un giapponese ha scontato trentaquattro anni, un texano
ventidue,
una «terrorista»
libanese cinque: erano tutti innocenti
«Noi
scampati alla PENA DI MORTE»
Enrico Singer
inviato a STRASBURGO
Antoinette
Chahine
è una giovane
donna libanese cristiano maronita con gli occhi profondi e neri. Tra i
politici in giacca blu arrivati da ogni parte del mondo a Strasburgo per il
primo Congresso mondiale contro la PENA DI MORTE, sembrano quasi fuori posto.

Eppure i
protagonisti di questa grande kermesse per bandire le esecuzioni capitali dal
pianeta, in fondo, sono proprio loro. Sono tre sopravvissuti. Tre scampati
all'impiccagione, all'iniezione letale o alla fucilazione, secondo gli usi dei
loro Paesi. Sono i superstiti della PENA DI MORTE. Riconosciuti innocenti e
liberati dopo avventurosi tentativi di revisione dei processi. Miracolati,
forse. Perché, come dice Sakae Menda, «convincere una Corte suprema a
riaprire un caso è davvero un miracolo».
Raccontano le
loro storie con una serenità che stupisce. O che si spiega soltanto con la
forza che può dare la consapevolezza di essere usciti da un incubo che
sembrava senza fine.
Antoinette
Chahine aveva vent'anni quando fu arrestata a Beirut dopo un attentato. La sua
è una vicenda intrecciata alla guerra civile. Era il 1994 quando la polizia
la catturò a casa sua. Fu presa lei perché il fratello più grande faceva
parte delle Forze Libanesi. Poi le torture e la condanna a morte pronunciata
nel 1997. Della sua storia, Antoinette ha in testa quattro immagini. La
statuetta della Madonna che i poliziotti fanno a pezzi quando entrano in casa.
Gli interrogatori in cui le chiedevano soltanto dove fosse scappato suo
fratello Jean e mai di quell'attentato contro una chiesa. La condanna a morte:
«Quando l'ho ascoltata sono svenuta e per un mese non sono riuscita più a
parlare né a camminare». Poi, nel 1999, la revisione del processo sotto la
spinta di Amnesty International, e l'assoluzione.

«Ho pensato al
sole, alla brezza del mare, alla mia famiglia». Non ci credeva più
Antoinette Chahine: in cinque anni di prigione aveva visto quattordici altri
condannati andare a morte. Ma si è salvata.
www.lebanese-forces.org/hr/antoinette.htm
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