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Diritti dell'Uomo


"Ho
scoperto le fosse comuni di Damasco"
LE STORIE
dal nostro inviato MAGDI ALLAM
ROYAN (FRANCIA) - "Il giorno del
mio arresto, il 2 gennaio 1992, stavo per pubblicare la verità sul volto più
atroce del regime siriano: decine di migliaia di civili e prigionieri politici
massacrati e gettati in fosse comuni. Avevo ottenuto informazioni dettagliate
sulle stragi che si consumavano quotidianamente nel carcere militare di
Palmira, il posto più segreto e disumano della terra, e sui corpi che
venivano gettati nella vicina fossa comune. Ero riuscito a corrompere i
guardiani. Ci lasciarono entrare per quattro ore. Scoprimmo crani spappolati
come fossero dei melograni aperti, consumati e rinsecchiti. Abbiamo stimato
che in quella fossa comune sono stati sepolti tra i 13 mila e i 17 mila corpi.
E ora che sono stati costretti a rilasciarmi, grazie all'intervento di
Reporters sans frontieres e all'interessamento del Papa e del ministro degli
Esteri francese Vedrine, intendo rivelare tramite Repubblica la verità sulle
stragi e sulle fosse comuni in Siria".
Nizar Nayyouf,
39 anni ma ne dimostra dieci di più, è a Royan sulla costa atlantica della
Francia per una serie di sedute di fisioterapia in acqua marina nel tentativo
di recuperare la mobilità degli arti inferiori che ora trascina faticosamente
con le stampelle. Giornalista, intellettuale e militante per i diritti
dell'uomo è diventato emblema del movimento per la democrazia in uno
Stato-simbolo delle autocrazie mediorientali, la Siria di Bashar al Assad.

In prima fila per i diritti umani
il protagonista
Nizar Nayyouf è nato a
Jabla (Latakia), in Siria, il 29 maggio 1962. Come giornalista ha collaborato
con le riviste "Al Hurriya" (La libertà), "Al Thaqafa"
(La cultura), "Al Ma'arifa" (La conoscenza).
Come militante per i diritti dell'uomo ha fondato il Comitato per la difesa
della libertà democratica e dei diritti umani (10 dicembre 1989) e ha diretto
l'organo "Sawt al Democratatyya" (La voce della democrazia).
E' stato arrestato il 2 gennaio 1992 e poi condannato con l'accusa di aver
fondato e diretto un'organizzazione illegale; di aver diffuso false
informazioni sulla violazione dei diritti dell'uomo; di aver istigato a
manifestare contro il regime. Il 6 maggio 2001 è stata disposta la sua
scarcerazione.
NAYYOUF ha trascorso nove
anni e quattro mesi nelle celle sotterranee dei famigerati servizi segreti
militari prima, e delle carceri siriane poi, senza mai vedere la luce. E ora
che ha riconquistato la libertà sembra un vulcano d'energia incontenibile:
"Sono sopravvissuto a questa durissima esperienza perché ho una solida
formazione culturale e perché non ho mai permesso che si spezzasse il legame
interiore e spirituale con le mie più profonde convinzioni, che sono la fede
nella libertà, nella democrazia e nella dignità dell'uomo". Nayyouf ha
ben chiaro in mente l'obiettivo della sua battaglia e della sua vita: fare
della Siria un paese libero e democratico.
Lei ha parlato del rinvenimento di crani spappolati
vicino al carcere di Palmira. E' riuscito a conoscerne la causa?
"Sì.
Dopo il mio arresto sono stato trasferito nelle varie sedi dei servizi segreti
militari a Damasco, prima nella sede che la gente ha ribattezzato come la
"Filiale di Damasco", che è quella centrale della capitale, poi la
"Filiale della Palestina", nome in codice "Filiale 235",
specializzata nelle vicende che riguardano l'opposizione siriana e
palestinese, quindi la "Filiale dell'inquisizione militare", nome in
codice "Filiale 248", che è la struttura di maggior rilievo nella
rete dei servizi segreti perché è qui che si decide l'arresto della gente,
il trasferimento ai tribunali militari o il rilascio.
Successivamente sono stato trasferito per 11 mesi nel carcere
militare di Sednaya a Damasco. Il 6 febbraio 1993 mi hanno separato dai miei
compagni esiliandomi nel carcere militare di Palmira dove sono rimasto fino al
27 giugno dello stesso anno. A Palmira vengono impiegati diversi mezzi di
tortura, ma sarebbe corretto definirli mezzi di morte, perché l'obiettivo è
la liquidazione fisica dei prigionieri. Proprio durante la mia permanenza in
quel carcere scoprii che una delle pratiche più diffuse è il lancio
dall'alto di blocchi di cemento contro i detenuti raccolti nel cortile per
l'ora d'aria. I malcapitati che vengono colpiti muoiono all'istante con il
cranio frantumato. Allora capii il perché dei crani spappolati rinvenuti
all'interno della fossa comune 25 giorni prima del mio arresto.
Tenendo conto delle dimensioni della fossa comune e facendo un
riscontro con il numero di detenuti che sono transitati nella prigione di
Palmira (19.500), del numero dei detenuti rilasciati, trasferiti altrove o che
si trovano tuttora in detenzione, riteniamo che contenga tra i 13 mila e i 17
mila corpi. Di essi, 700 detenuti, sono stati massacrati in pochi minuti il 27
giugno 1980 dalle "Brigate di difesa", un corpo di parà che faceva
capo all'ex vice-presidente Refaat al Assad, zio dell'attuale presidente
Bashar. Era il giorno successivo a un tentativo dei Fratelli Musulmani di
assassinare l'allora capo di Stato Hafez al Assad. I parà, agli ordini del
colonnello Adnan Barakat, sono atterrati nella prigione a bordo di elicotteri
in un'azione militare vendicativa. Prima hanno lanciato bombe a mano contro le
celle, poi hanno sparato all'impazzata. Nel febbraio 1981 il colonnello
Barakat è stato arrestato in Giordania dove era stato inviato per uccidere il
primo ministro giordano Modr Badran ed è in quella circostanza che ha
confessato in tv il massacro dei 700 detenuti politici a Palmira. E' tuttavia
importante sapere che la stragrande maggioranza dei corpi gettati nelle fosse
comuni appartengono ai detenuti che giorno dopo giorno vengono uccisi dalle
torture".
Ci sono
altre fosse comuni in Siria?
"Noi ne abbiamo identificate con certezza sei. Oltre a quella di
Palmira, c'è quella di Hama dove nel febbraio 1980 furono massacrate tra le
15 mila e le 20 mila persone. In quell'occasione le forze armate del regime
spararono contro la popolazione utilizzando l'aviazione e l'artiglieria
pesante, sventrando e facendo sparire interi quartieri della città. Ad
esempio nel quartiere di Al Hader c'erano 52 mila abitazioni che furono
polverizzate. Ai familiari non fu consentito seppellire i morti, le autorità
gettarono tutti i corpi nelle fosse comuni. Lo Stato si considerava in guerra
contro la propria gente. Da un lato c'era l'esercito regolare con armamento
pesante, dall'altro 3.000 miliziani inquadrati nella "Tali'a", il
braccio armato dei Fratelli Musulmani, muniti di kalashnikov e lanciarazzi Rpg
che erano stati dati loro dagli stessi servizi segreti siriani per fomentare
la guerra civile. Altre migliaia di vittime della repressione condotta contro
i Fratelli Musulmani giacciono in una fossa comune alla periferia di Aleppo. A
15 chilometri a sud-ovest di Damasco, vicino al villaggio di Jdaidet Artuz e a
un poligono di tiro dell'esercito, c'è una fossa comune che comprende
centinaia di corpi di detenuti uccisi nel carcere di Mezze, tra loro ci sono
libanesi, palestinesi e giordani. A Damasco c'è un'altra fossa comune scavata
all'interno del Cimitero dei martiri di Damasco, noto come cimitero Dahdah, in
cui sono stati gettati centinaia di corpi delle vittime delle torture delle
varie filiali dei servizi segreti militari. Ci sono altre fosse comuni
distribuite nelle diverse regioni siriane, come quelle di Idlib e di Jesr ash
Shuhur, nel nord-ovest del paese, dove sono stati gettati i corpi di centinaia
di civili uccisi dalle forze d'élite del regime. Ma attenzione: in questi
giorni i servizi di sicurezza siriani stanno cercando di cancellare le tracce
delle fosse comuni trasferendo i corpi in zone remote e segrete del deserto.
Proprio il giorno in cui mi hanno autorizzato a partire per la Francia, tra il
15 e il 16 luglio scorso, hanno inviato a Palmira scavatrici e camion per
portare a termine l'impresa".
Chi
sono i responsabili delle torture, delle uccisioni e delle stragi dei
detenuti?
Chi
è il responsabile delle fosse comuni?
"Sono i massimi dirigenti dei servizi segreti militari, il
braccio destro del regime di Assad. Alle nove di sera del 2 gennaio 1992,
subito dopo il mio arresto, c'era l'intero vertice dei servizi segreti
militari al mio primo interrogatorio nel "Far'h al muntiqa", la
"Filiale di Damasco". Il generale Ali Douba, che ha governato la
situazione interna della Siria dal 1974 fino al gennaio 2000, e il generale
Hassan Khalil, attuale capo dei servizi segreti militari, hanno personalmente
diretto il mio interrogatorio e poi la mia tortura. Il generale Douba, l'uomo
senza volto del regime e del quale non è mai circolata una foto, voleva che
sottoscrivessi false accuse contro un gruppo di personalità patriottiche e
intellettuali in aggiunta all'ammissione di legami con uno stato straniero. La
maggior parte delle torture che ho subìto mirava a estorcermi queste
confessioni. Era chiaro che aveva bisogno di un pretesto per convincere il
presidente Assad a un giro di vite contro l'opposizione interna sulla base
della presenza di un complotto ordito da una potenza estera. Ma io ho
rifiutato, non ho mai ammesso nulla. Ho detto loro: "Non sono un agente
di alcuna potenza straniera. Sono un patriota che ritiene che oggi il problema
principale della Siria sia la conquista della democrazia". Ero seduto
nell'ufficio del capo della "Filiale di Damasco", il generale Hisham
Bikhtiar. Attorno a me l'intero vertice dei servizi, la banda al completo,
loro su comode poltrone, io su una sedia di ferro. Dopo il mio reiterato
rifiuto di confessare il falso, il generale Khalil ha ordinato ai suoi uomini:
"Portatelo di là, fatelo morire sulla sedia!". Nella stanza di
fronte avevano steso sul pavimento la famigerata "sedia tedesca".
Quando le torture avvengono al piano superiore, alla luce del sole, è perché
non vogliono che il prigioniero muoia. La presenza del vertice dei servizi
doveva assicurare che tramite la tortura arrivassi a uno stadio tra la vita e
la morte tale da indurmi a collaborare. Viceversa la gran parte delle torture
che avvengono nei sotterranei delle sedi dei servizi e delle prigionieri
finiscono con la morte dei detenuti. Dopo l'inizio della tortura sulla
"sedia tedesca" sono svenuto e sono stato trasferito all'ospedale
militare. Mi sono risvegliato che ero semi-paralizzato agli arti superiori e
inferiori. E' difficile spiegare che cosa si prova se non lo si sperimenta.
Sentivo la colonna vertebrale spezzarsi. E' una vera fortuna che sia svenuto.
Ho urlato finché non ho perso i sensi. Se non avessi perso conoscenza, sarei
potuto impazzire. La massima aspirazione di quanti hanno subìto la
"sedia tedesca" è svenire nell'attimo in cui sentono spezzarsi la
spina dorsale".
E ora
che cosa intende fare?
"Ho fatto causa ai generali Ali Douba, Hassan Khalil e ad altri
15 alti ufficiali dei servizi segreti militari per le torture e il tentativo
di ricattarmi tramite fotomontaggi che ritraevano mia moglie in pose
pornografiche (tra l'altro Nayyouf ha pagato anche sul piano personale con la
separazione dalla moglie che ha preferito fuggire dalla Siria portando con sé
con la figlia che oggi ha dieci anni, ndr). Ma la causa, che porta il numero
671 del 12 marzo 2000, è stata bloccata dall'attuale capo dei Servizi segreti
militari, il generale Hassan Khalil, che la tiene nel suo cassetto e ne
impedisce l'arrivo alla procura militare. Si tratta della prima causa nella
storia della Siria moderna intentata contro il vertice dei servizi segreti
militari. Ma non finisce qui. Tornerò in Siria dopo le cure che sto facendo
in Francia e Germania, tornerò perché non ho intenzione di abbandonare il
mio paese nelle mani di una banda, tornerò, mi piazzerò davanti al
Parlamento alla ripresa dei lavori in ottobre e comincerò uno sciopero della
fame finché non mi saranno restituiti i diritti civili e politici e non si
consentirà che la mia causa contro questi criminali giunga alla procura
militare. Il regime siriano vive una fase d'isteria. Non riesce a comprendere
come sia possibile che un cittadino siriano dall'interno del paese denunci in
modo così esplicito atrocità e torture. Se lo fa un oppositore dall'estero
è facile ribattere che si tratta di un venduto a una potenza straniera. Ma
quando la denuncia viene dall'interno, ciò manda il regime in crisi. Ecco
allora che cercano di denigrarmi facendo circolare voci secondo cui sarei un
pazzo da internare in manicomio, perché secondo loro solo un pazzo può osare
sfidarli apertamente".
E'
cambiato qualcosa con il giovane presidente Bashar al Assad?
"Dopo il suo avvento al potere c'è stato un leggero cambiamento. Ad
esempio nelle filiali dei servizi segreti sono cessate le torture che possono
lasciare segni evidenti sul corpo. Già nel marzo 1999, secondo quanto mi ha
rivelato un ufficiale dei servizi, l'allora presidente Hafez al Assad ordinò
di porre fine a questo tipo di torture. E' chiaro che lo fanno per evitare
scandali non certo per amore dei prigionieri. Mi risulta che anche nel carcere
di Palmira siano finite le esecuzioni indiscriminate e ingiustificate dei
detenuti ma proseguono le torture. E' ovvio che il presidente è al corrente
delle torture, in Siria nulla può avvenire senza che ne sia informato. Se mi
chiede se sono ottimista sul giovane Bashar, dirò che lui non ha un programma
di riforma democratica del paese ma semplici interventi che mirano a
un'operazione di chirurgia estetica mantenendo invariata la natura repressiva
del regime. I circa 600 prigionieri politici che sono stati rilasciati avevano
in realtà scontato la loro pena, mentre circa 1700 prigionieri politici sono
ancora incarcerati. Perché non li ha rilasciati? Io sono pessimista. La
democrazia in Siria si avrà soltanto quando i cittadini siriani, in
particolare le forze democratiche, affronteranno in modo più efficace il
regime. La verità è che non esiste una società civile, dopo quattro decenni
di repressione e violenza, è stata schiacciata ogni attività politica
interna, i militanti politici sono tutti in esilio (oltre 120 mila) o
marciscono nelle prigioni, le loro famiglie distrutte e ridotte alla fame.
Ecco perché anche se oggi Bashar dovesse abrogare la legge marziale e
concedere un piccolo margine di libertà, saranno necessari tra i dieci e
quindici anni prima che i siriani possano ricostruire una società
civile".
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