Le Forze Libanesi

Bashir Gemayel
Le Forze Libanesi

Samir Geagea

I Martiri
Leaders
Diritti dell'Uomo
I Crimini Siriani
I Crimini Palestinesi
Contattaci
Informazioni
Mappa del Sito
FL in Italia
Articoli Giornalisti Italiani
Per non dimenticare
Natale Card
Foto del Libano

 

 

 

Archivio

 

"Le Forze Libanesi"

declina ogni responsabilita'
relativa ai contenuti dei siti segnalati.

Tutti   diciamo a noi stessi  "è doveroso difendere la nostra presenza e il   nostro diritto di esistere". Ma sono pochi quelli che sanno difendere la   libertà dei cristiani.  Dr. Samir Geagea

 Miracolo in Libano

la notte di lunedi 8 maggio a "Saydet Bechwet", una bambina siriana guarita dopo anni di paralisi.

More 

 

 

  Omaggio alle vittime di Nassiriya

 

 

Siete Voi i veri Pacifisti Siete quelli che hanno donato la Vita per la Pace

 

Per Non Dimenticare

La guerra in Libano (1975-1990)

di PierLuigi Zoccatelli

 

1. Dall'indipendenza alla guerra

Il Libano accede alla piena indipendenza e sovranità - entrando così ufficialmente nel consesso delle nazioni - il 22 novembre 1943, con la stipula di un Patto Nazionale - conferma di un'antica intesa fra cristiani e musulmani -, che sancisce le modalità di coesistenza fra le diverse realtà etniche, politiche, sociali e religiose del Paese dei Cedri. Ma una maggior presenza operativa sia del blocco occidentale che di quello orientale in Medioriente, ...

2. "Una guerra per gli altri"

Il 13 aprile 1975 ad Ain Remmaneh, un quartiere di Beirut, una piccola folla di fedeli assiste alla consacrazione di una chiesa. Da un'automobile con quattro uomini a bordo partono raffiche di mitra accompagnate dall'urlo "Siamo combattenti palestinesi" ....

Il conflitto si estende rapidamente e già nel 1976 si combatte nella Bekaa, a Tripoli e nell'Akkar. Iniziano anche i tristemente famosi massacri: il 31 gennaio è la volta del villaggio cristiano di Damour - dove i miliziani palestinesi ammazzano un migliaio di abitanti ...

More

 

LIBANO, IL DIALOGO S'IMPANTANA 

Il presidente Emile Lahoud potrebbe resistere. Nessun sostituto sembra affacciarsi all'orizzonte

Paola Caridi - Il Riformista - Lunedi' 24 Aprile 2006
Sulla carta, la scadenza sarebbe quella del 28 aprile. Venerdì. Giornata nella quale i parlamentari libanesi dovrebbero decidere sul destino di Emile Lahoud, presidente tanto fedele a Damasco da non essere considerato da nessuno, a Beirut, l’incarnazione dell’unità del paese. Da quando è stato rieletto nel settembre del 2004, per volere di Bashar el Assad che sacrificò invece al suo posto Rafiq al Hariri, Lahoud è stato sempre seduto su di un trono, se non vacillante, quanto meno poco solido.
Le sue dimissioni sono state richieste a gran voce dalla folla riunita nella piazza dei Martiri di Beirut, dopo l’assassinio di Hariri e un mese dopo, il 14 marzo del 2005, quando l’opposizione si unì attorno alla parola d’ordine: “via la Siria dal Libano”. Le truppe siriane, dal territorio libanese, se ne sono andate esattamente un anno fa. Lahoud è ancora al suo posto. E, paradosso della Storia, potrebbe anche rimanerci dopo l’ultima seduta in programma (per ora) della conferenza per il dialogo nazionale, prevista per il 28 aprile proprio per decidere come e con chi sostituire colui che è ritenuto, da tutti, il vassallo di Damasco nel palazzo di Baabda. Il vero problema, però, è proprio il nome di chi dovrebbe prendere il posto di Lahoud: una questione che, a furia di veti incrociati, potrebbe far rimanere al suo posto l’attuale presidente sino alla fine del suo mandato. Un modo per procrastinare la soluzione del problema ed evitare che l’opposizione si spacchi in modo talmente profondo da rendere più forte la minoranza filosiriana.
Allo sciita Nabih Berri, speaker del parlamento, tocca il ruolo delicato di mediare sulla questione. E Berri, appena tornato da una visita a Teheran in cui ha incontrato il presidente Ahmadinejad, potrebbe anche decidere di far passare la questione della presidenza potrebbe passare in second’ordine, e far risalire in classifica gli altri nodi della transizione siriana. Come quelli che sono emersi in questi ultimi giorni in cui l’attività diplomatica dei protagonisti della politica siriana ha raggiunto vertici forse mai raggiunti. Da Fouad Sinora a Washington, a Walid Jumblatt in un viaggio importante in Arabia Saudita, sino ai leader sciiti in giro a incontrare la dirigenza iraniana. Due i nodi fondamentali, che non a caso s’intrecciano: il destino delle milizie armate di Hezbollah, e i rapporti diplomatici tra Siria e Libano. Il secondo punto è quello toccato dal segretario generale dell’Onu Kofi Annan nel suo incontro di venerdì con il premier Siniora, protagonista di un tour americano che lo ha portato alla Casa Bianca, dove ha visto George W.Bush, e – sempre a Washington – a bussare alle porte del Fondo Monetario e della Banca Mondiale, per capire il destino economico del Libano.
Kofi Annan ha approfittato dell’incontro per chiedere che Siria e Libano definiscano i confini e che la Siria apra la sua ambasciata a Beirut. Un modo neanche tanto velato perché si definisca del tutto il distacco di Damasco dal paese vassallo. E che la Siria ha subito stigmatizzato, attaccando l’inviato dell’Onu Terje Roed Larsen, che nel suo ultimo rapporto aveva appunto indicato questa priorità. Il regime di Assad accusa Roed Larsen di spostarsi dal suo ruolo tutto legato al caso dell’assassinio di Hariri, e di ritagliarsi un profilo politico che non gli è proprio. Ma le spinte arrivano da più parti, ancora una volta anche dal presidente francese Jacques Chirac, che ha scelto la tribuna del Cairo per attaccare nuovamente Damasco.
A dire il vero, Roed Larsen ha fatto anche altre proposte decisamente politiche. Come quella di integrare le milizie Hezbollah dentro l’esercito libanese. Una pratica, questa, comune a molti paesi che hanno vissuto conflitti lunghi, in cui le milizie sono state inquadrate legalmente proprio per sminuirne un possibile ruolo anti-istituzionale. Una possibilità, però, che non piace a Emile Lahoud. E che invece è stata discussa venerdì sera direttamente dal leader di Hezbollah, lo sceicco Sayyed Hassan Nasrallah appena rientrato da Damasco dove aveva visto l’ex presidente iraniano Rafsanjani, con il vicepremier nonché ministro della difesa Elias Murr. Al centro della questione, le Sheba Farms, sotto controllo degli israeliani. Hezbollah giustifica la sua milizia anche per la difesa del sud del paese e per la resistenza sulla Sheba Farms, per le quali il Libano chiede il ritiro dell’esercito di Tel Aviv. L’Onu, però, ha già fatto sapere che le Sheba Farms appartengono alla Siria assieme a tutto il pacchetto delle Alture del Golan. Libano e Siria possono anche decidere diversamente sul possesso della piccola striscia di territorio, ma per far questo debbono anche prendere una decisione definitiva sui circa 250 chilometri di confine tra i due paesi.

 


Iran: sunday times, leader del terrore 'arruolato' da ahmadinejad

23/04/2006 13:15

Londra, 23 apr. - (Adnkronos) - Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad avrebbe 'arruolato' uno dei terroristi piu' ricercati dall'Fbi, che si sarebbe assunto l'incarico di preparare la rappresaglia di Teheran contro obiettivi occidentali ad un eventuale raid militare americano contro i siti nucleari della Repubblica islamica. E' quanto sostiene il "Sunday Times", che cita esperti dell'intelligence, secondo cui nel gennaio scorso Ahmadinejad partecipo' a Damasco a una riunione di numerosi gruppi militanti con al fianco Imad Mugniyeh, comandante libanese delle operazioni all'estero di Hezbollah, su cui pende una taglia di cinque milioni di dollari.

 

 

Il Riformista
sabato 22 aprile 2006

Prodi segua la Francia

Dopo il Belgio, anche la Francia ha negato il visto d’ingresso a un membro del governo di Hamas. Il fatto che uno dei paesi europei più colpiti dal terrorismo islamico vieti di fare entrare entro i suoi confini un noto esponente di un gruppo jihadista non dovrebbe fare notizia. E invece è sulle pagine di tutti i giornali, dal momento che, piaccia o no, Hamas domina il (più o meno) legittimo esecutivo dell’Autorità nazionale palestinese, embrione di quello Stato palestinese che noi tutti vorremmo vedere al più presto. Sulle colonne di questo giornale abbiamo scritto più volte che con i terroristi kamikaze non si tratta e ci siamo anche battuti perché anche il “partito di Dio” libanese, quell’Hezbollah considerato da molti più presentabile di Hamas, fosse iscritto nella lista nera dell’Unione europea. Non possiamo quindi che condividere la linea delle autorità francesi e augurarci che il governo italiano a venire segua l’esempio di Parigi e Bruxelles.
Un’occasione, tra l’altro, per dimostrare che una linea europea comune, in questi giorni spesso evocata dal Professore, può esserci. E può persino risultare efficace, purché sia ferma e coerente, anziché limitarsi a una vaga opposizione alla strategia statunitense. Anzi, è proprio davanti all’Autorità palestinese, di cui è tra i finanziatori principali, che l’Unione europea può e deve fare sentire la propria influenza. Per fare sentire la propria voce tagliare i fondi non è però sufficiente: bisogna fare ogni pressione possibile su Hamas perché rinunci alla violenza, minacciando ritorsioni ma anche offrendo incentivi. Secondo il vecchio modello del bastone e della carota.

 

 

Libano: la politica domestica e i condizionamenti internazionali

Per le strade di Beirut si vive oggi la rincorsa al futuro di un Libano appena liberato da un’occupazione militare trentennale che prova con forza a riacquisire una propria identità. Se la maggioranza parlamentare si trova a combattere una forte resistenza interna alle politiche di riforma dell’assetto istituzionale, sul piano internazionale le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza ONU stentano ad essere applicate per un effettivo controllo governativo del territorio che continua a mancare. Se si aggiungono le difficili relazioni con gli ingombranti vicini di Israele e Siria e l’inchiesta ancora non conclusa sull’assassinio di al-Ariri, si delinea un quadro di estrema incertezza che apre a diverse soluzione e che chiama necessariamente in causa un aiuto internazionale. More

Francesco Graziano Equilibri.net (30 marzo 2006)

 

THE INTERNATIONAL LEBANESE COMMITTEE FOR UNSCR 1559

The International Lebanese Committee for the United Nations Security Council Resolution 1559 was formed by a number of Lebanese Diaspora leaders to follow up on the full implementation of the said resolution. The Committee was formed by leaders, experts and activists who participated in the process of preparation for, lobbying for and supporting of the introduction and the voting of UNSCR 1559.

 

Press Release by Toni Nissi  More

 

 

The U.S. Department of State added 

"al Manar - TV" 

to the Terrorism Exclusion List

  March 23, 2006
JS-4134

 U.S. Designates Al-Manar as a Specially Designated Global Terrorist Entity Television Station is Arm of Hizballah Terrorist Network

 The U.S. Department of the Treasury today designated pursuant to Executive Order 13224 al Manar, a satellite television operation owned or controlled by the Iran-funded Hizballah terrorist network.  Additionally designated today were al Nour Radio and the Lebanese Media Group, the parent company to both al Manar and al Nour Radio.

 Al Manar and al Nour

 Al Manar and al Nour are the media arms of the Hizballah terrorist network and have facilitated Hizballah's activities.

 "Any entity maintained by a terrorist g roup “ whether masquerading as a charity, a business, or a media outlet “ is as culpable as the terrorist group itself," said Stuart Levey, Treasury Under Secretary for Terrorism and Financial Intelligence.

 Al Manar has employed multiple Hizballah members.  One al Manar employee engaged in pre-operational surveillance for Hizballah operations under cover of employment by al Manar.

 Al Manar and al Nour have supported fundraising and recruitment efforts by Hizballah.  Al Manar raised funds for Hizballah through advertisements broadcast on the network and an accompanying website that requested donations for the terrorist organization.  As recently as late 2005, Hizballah-affiliated charities aired commercials on al Manar, providing contact information and bank account numbers for donations.  Moreover, Hizballah Secretary General Nasrallah publicized an invitation for all Lebanese citizens to volunteer for Hizballah military training on al Manar and al Nour.

 In addition to supporting Hizballah, al Manar has also provided support to other designated Palestinian terrorist organizations, including the Palestinian Islamic Jihad (PIJ) and al Aqsa Martyrs Brigade, notably transferring tens of thousands of dollars for a PIJ-controlled charity.  PIJ is listed as a Specially Designated Global Terrorist and a Foreign Terrorist Organization by the U.S. Government, and is also named on the European Union's list of terrorist entities.

 Hizballah Secretary General Hasan Nasrallah, along with Hizballah's Executive Council, managed and oversaw the budgets of al Manar and al Nour.

 The Lebanese Media Group

 The Lebanese Media Group is the parent company of both al Manar and al Nour.
  Prominent Hizballah members have been major shareholders of the Lebanese Medi a Group.

 Background on Hizballah

 Hizballah is a Lebanon-based terrorist group.  Until September 11, 2001, Hizballah was responsible for more American deaths than any other terrorist organization.  Hizballah is known or suspected to have been involved in numerous terrorist attacks throughout the world, including the suicide truck bombings of the U.S. Embassy and U.S. Marine Corps barracks in Beirut in
1983 and the U.S. Embassy annex in Beirut in September 1984. Hizballah also executed the 1985 hijacking of TWA Flight 847 en route from Athens to Rome and assumed responsibility for the suicide bombing of the Israeli embassy in Argentina in 1992.  It also attacked the Israeli cultural center in Buenos Aires in 1994.

 On January 25, 1995, the Annex to Executive Order 12947 listed Hizballah as a Specially Designated Terrorist.  The Department of State designated Hizball ah as a Foreign Terrorist Organization in 1997.  Additionally, on October 31, 2001, Hizballah was designated as a Specially Designated Global terrorist under Executive Order 13224.

 Today's action prohibits transactions between U.S. persons and the designated entities and also freezes any assets they may have under U.S. jurisdiction.

 

Assad cambia ministri e intimorisce 

oppositori e popolazione

Siria, 16 febbraio 20068

di Jihad Issa

Il regime di Damasco vuole mostrare di avere ancora il controllo della situazione, che nessuno può sfruttare l’attuale pressione internazionale per rovesciarlo e vuole proibire ai cittadini qualsiasi iniziativa di protesta”.

Damasco (AsiaNews) - Il regime di Assad stringe i freni: ha cambiato gran parte del governo, nominando 13 nuovi ministri, e ha lanciato una campagna di arresti di potenziali oppositori, ai quali viene ingiunto di non svolgere alcune attività politica. L’obiettivo, secondo il legale di uno degli ex parlamentari arrestati, è di mostrare che, malgrado le pressioni internazionali, il regime è forte. A tale scopo Assad sembra anche intenzionato a stringere ancora di più i rapporti con l’Iran.

Dopo le critiche circostanziate lanciate contro il regime del partito El Baath guidato dal presidente Bachar El Assad da responsabili e da ex-esponenti siriani, come il vice-presidente Khaddam, oggi la sicurezza siriana ha convocato alcuni degli esponenti politici arrestati e rilasciati nei giorni scorsi:Maamoun El Homsi, Riad Saif, Mouhamad Najani Tayara. Sottoposti ad un lungo interrogatorio incentrato sugli ultimi sviluppi della situazione in Siria, sono stati ammoniti a non intraprendere qualsiasi attività di natura politica. L’avvocato di Maamoun EL Homsi, ex deputato, Anwar El Banny, ha confermato ad AsiaNews la notizia dell’arresto dell'ex deputato da parte degli organi di sicurezza, “verso mezzanotte. Dopo il suo rilascio, gli stessi agenti di sicurezza sono tornati all'alba ed hanno preso il suo figlio, in cambio del padre”. L’avvocato ha detto che i servizi di sicurezza hanno proibito al suo cliente di esercitare qualsiasi attività politica e di attaccare il presidente Assad. Gli è stato anche detto di non organizzare incontri, “un fatto che ha rifiutato”. Sullo scopo di questa campagna, l’avvocato El Banny sostiene che “questa campagna ha come primo scopo quello di mostrare al mondo che il regime mantiene il suo controllo forte e nessuno può sfruttare l’attuale pressione internazionale per rovesciarlo, e come secondo quello di proibire ai cittadini qualsiasi iniziativa di protesta”.

Oggi la stampa siriana prosegue la sua campagna contro alcuni esponenti politici anti-Siriani. Il giornale As Sawra nell'editoriale, ha lanciato critiche contro i manifestanti di martedì, a Beirut, affermando che secondo l'agenzia Reuters non hanno superato il numero di 400.000, i dati diversi e maggiori diffusi dall'agenzia AFP sono stati condizionati dalla posizione francese, con l’influenza della Corrente di Hariri. L’editoriale rende omaggio alla posizione del generale Aoun, che malgrado gli avvenimenti del passato, rimane “un uomo integro, che sta cercando il bene del suo Paese”. As Sawra non ha risparmiato il capo delle forze libanesi, Samir Geagea, che si auto-presenta candidato alla presidenza libanese, indicandolo come “responsabile di molti atti di violenza, durante la guerra” e sottolineando che aver usufruito dell'amnistia “non indica innocenza".

 
Libano, in migliaia per ricordare la morte di Hariri
martedì, 14 febbraio 20068

 

Alle 12.55, ora dell’esplosione di un anno fa, si è rispettato un minuto di silenzio. In piazza erano presenti la maggior parte dei leader politici del Paese. La partecipazione è stata enorme considerando anche che molte persone non hanno potuto lasciare i loro villaggi, perché sulle strade era stato versato gasolio nel tentativo di limitare l’affluenza dei manifestanti. Numerosi gli incidenti stradali che ne sono seguiti.  

A Beirut sono arrivati 2 mila pullman, 50 mila auto, molti gruppi a piedi. Gli striscioni recitavano: “Hariri non Muore”, “Via Lahoud...","Siria grazie per il tuo gesto violento, che ha riunito i libanesi sotto una sola bandiera","Bachar Assad, è giunta la tua ora...".

"Hariri e il nostro martire e tutti quanti vogliamo sapere la verità sul crimine del secolo", ha detto nel suo intervento Samir Geagea, capo delle forze libanesi.

Il figlio dell'ex premier assassinato, il deputato Saaad Hariri, rientrato in Libano dopo sei mesi di "esilio forzato", ha ringraziato la folla e ribadito la ferma volontà dei libanesi di combattere il regime siriano, perché “l'ora  di rovesciare i regimi totalitari e vicina".

Il leader druso Walid Joumblatt, nel suo discorso, ha attaccato in modo violento e diretto il presidente libanese, generale Emile Lahoud, “l'unico responsabile del degrado della situazione nel Paese e del rovescio del progetto della rinascita del Libano, difesa e sostenuta da Rafic Hariri”. Joumblatt, ha poi criticato il presidente siriano Bachar El Assad, definito “schiavo degli interessi regionali".

L’ex presidente Amin Gemayel, capo della Falange libanese, ha sottolineato la necessità di onorare la memoria non solo dell'ex premier Hariri, ma anche “del deputato Basel Fleihan, del giornalista Samir Kassir e di Georges Hawi, di Gebran Tueni...senza dimenticare i martiri in vita”.

   

Samir Geagea - Saad Al Hariri - Walid Jumblat

"Ci manchi", si legge su grandi poster che raffigurano un Hariri sorridente. "Ti temevano, per questo ti hanno ucciso", è scritto su altri.

La manifestazione è stata indetta dalla coalizione anti-siriana guidata dal figlio ed erede politico di Hariri, Saad al-Hariri, che insiste nel dire che i responsabili dell'omicidio saranno portati davanti alla giustizia.

Molti in Libano ritengono che la Siria sia responsabile della morte di Hariri. Un'indagine Onu ancora in corso ha coinvolto alcuni responsabili della sicurezza siriana e i loro alleati libanesi, ma Damasco ha sempre negato qualsiasi coinvolgimento.

Quattro generali filo-siriani sono stati arrestati e accusati di aver avuto un ruolo nell'omicidio, ma non è stato annunciato alcun capo di imputazione.

Rafik, Basel, Samir, Georges, Jebran (i martiri ad opera del regime siriano)

 Bashar, non t'è bastato tutto cio'?

Ma nonostante il ritiro siriano ad aprile, una serie di attentati e l'omicidio di tre figure anti-siriane così come una serie di crisi politiche e il riaffacciarsi di tensioni settarie hanno sollevato timori che il Libano possa scivolare nell'instabilità.

 

08/02/2006 - 12:47
Libano: dagli Emirati Arabi nuovo investimento immobiliare per 250 mln di dollari

 

 

Una società degli Emirati Arabi appartenente al 51% al gigante gruppo immobiliare Nakheel ha acquisito un terreno di 193.655 mq a Dbaye (a Nord di Beirut), per promuovere un progetto turistico al costo di 250 milioni di dollari. Altri progetti analoghi, secondo quanto riferitpo dalla sede Ice di Beirut, sono stati eseguiti sul litorale di Dubai, tra cui uno esteso su 10 isole collegate tra di loro a Jabal Amel per una superficie di 81 milioni di mq

 

 
 

LIBANO: GOVERNO DI BEIRUT SI SCUSA CON LA DANIMARCA

Beirut, 6 feb. - (Adnkronos) - Il governo libanese si e' scusato oggi con la Danimarca dopo che ieri una folla di migliaia di manifestanti ha dato fuoco all'ambasciata danese a Beirut per protesta contro le vignette su Maometto. Il governo, in maniera unanime, ''ha respinto e condannato questi atti di rivolta... che hanno danneggiato la reputazione del Libano, la sua immagine civile e il nobile scopo della manifestazione'', ha detto questa mattina il ministro dell'Informazione Ghazi Aridi, dopo un consiglio dei ministri durato fino a tarda notte. ''Il governo si scusa con la Danimarca'', ha aggiunto.

Personale del consolato aveva lasciato il Libano sabato, dopo le violenze durante le quali era stata devastata e incendiata l'ambasciata di Danimarca, insieme con quella di Norvegia, a Damasco. Le rappresentanze consolari danese e libanese a Beirut dipendono entrambe dalle ambasciate che hanno sede nella capitale siriana.

Il movimento 14 marzo, il partito di maggioranza nel parlamento libanese, ha accusato la Siria per i tumulti in un quartiere cristiano di Beirut durante i quali dimostranti hanno incendiato il consolato danese per protestare contro le caricature di Maometto. "Il segnale era stato dato a Damasco" è scritto in un comunicato.

"Loro (i siriani) hanno minacciato di fare terra bruciata in Libano e, da quando sono stati costretti a ritirarsi,tentano disperatamente di attuare le loro minacce ma noi faremo fallire il loro piano".

 

 

IL REGIME SIRIANO COLPISCE ANCORA...

 

 

Beirut, consolato danese

 

Migliaia di manifestanti radicali islamici inferociti hanno dato l'assalto al consolato danese a Beirut e lo hanno incendiato, nel quartiere cristiano di Asharafieh, sulla scia delle manifestazioni che da giorni infiammano i Paesi del Medio Oriente per la pubblicazione in Danimarca, Norvegia e altri Paesi europei di vignette sul profeta Maometto.

 

I primi arrestati sono : 

76 Siriani 

35 Palestinesi

ed altri,...

                                                     06-02-2006

 

 

adnkronosinternational

LIBANO: NEL RACCONTO DI UN REDUCE L'INFERNO DEI PRIGIONIERI NELLE CARCERI SIRIANE

Beirut, 11 gen. - (Aki) - 'Chi entra è perduto, ma chi esce sarà come rinato'. "Leggendo queste parole, scolpite sul portone del carcere siriano di Mezze (nei pressi di Damasco, ndr), entrai alla fine del 1991 in un inferno dal quale uscii sette anni dopo": e' quanto racconta ad AKI-ADNKRONOS INTERNATIONAL Majid Kirbej, 49 anni, di Beirut, uno dei libanesi - diverse centinaia, almeno - reduci dalle prigioni politiche del regime di Damasco. "Venni liberato nel 1998 assieme ad altri centoventi detenuti grazie a un'amnestia concessa dall'allora presidente Hafez al-Assad. Ma nelle carceri siriane ci sono ancora migliaia di libanesi, molti dei quali letteralmente scomparsi".
E', ad esempio, la sorte di Jony Nassif, arrestato nell'ottobre 1990 all'età di quindici anni e mai più tornato. "Le sue ultime notizie - spiega la madre Violette Nassif - risalgono alla primavera 2004, quando alcuni suoi compagni di cella vennero rilasciati e mi assicurarono che mio figlio era ancora vivo. Oggi Jony ha trent'anni, la metà dei quali passati in prigione. Per me e per mio marito - racconta commossa Violette - la vita si è fermata a quel 13 ottobre 1990 quando Jony, allora soldato nella guerra tra siriani e truppe del generale Aoun a Beirut Est (alla fine della guerra civile, ndr), non tornò più a casa. Dopo la battaglia, ci chiamarono a riconoscere i corpi di una trentina di ragazzi chiusi in sacchi di plastica ma Jony non era fra loro: era vivo, ma era già in Siria. Lo portarono al carcere nel deserto di Tadmor (nei pressi della località turistica di Palmyra) dove l'ho potuto vedere tre volte in questi lunghi anni: nel 1991, nel 1994 e nel 2001. E se nel 1994 bastò pagare laute mance ai vari funzionari libanesi e siriani che mi concessero il permesso di visitarlo in carcere, nel 2001 mi hanno chiesto ben 7mila dollari per vederlo soli cinque minuti. Per fortuna - continua Violette - negli anni sono riuscita a fargli avere delle medicine tramite un dottore amico di famiglia che ha conoscenze in Siria, ma è ormai un anno e mezzo che non ho più notizie". (segue)

IL DOLORE DI UNA MADRE, MI DICONO DI AVERE PAZIENZA MA NESSUNO SI INTERESSA DI MIO FIGLIO

Chi è tornato può invece oggi raccontare l'inferno del carcere e delle torture subite. "Per me - ricorda Majid Kirbej - tutto cominciò qui a Beirut, nel dicembre 1990, quando uomini di Hezbollah mi rapirono per una ragione che non ho mai veramente capito: non mi occupavo di politica, non militavo in alcuna milizia armata. L'unica mia colpa era di esser il proprietario di alcune terre che non volevo vendere. Quelli del Partito di Dio mi consegnarono subito ai siriani che mi portarono nel loro carcere di Beau Rivage ad Hamra (attivo fino alla primavera scorsa quando i militari di Damasco si sono ritirati dal paese dei Cedri, ndr). Ci rimasi due giorni dove venni più volte percosso dall'allora responsabile del carcere, Jamaa Jamaa, quindi mi trasferirono al quartier generale dell'intelligence siriana, ad Anjar nella Beqaa orientale. La prigione di Anjar - continua Majid - è conosciuta come 'l'albergo a cinque stelle' per lo speciale trattamento che riservano ai malcapitati: libanesi, siriani, palestinesi. Anjar era un punto di passaggio e per me furono sette giorni tremendi dove sperimentai per la prima volta le torture. Scosse elettriche e bastonate sulle piante dei piedi sono solo l'inizio, perché poi si passa alla sospensione a testa in giù attaccato al muro solo per una gamba, oppure all'esposizione nudo al sole d'estate per ore o ancora al cosiddetto 'sacco': vieni infilato in un sacco di juta e legato, quindi vieni preso a calci e pugni. Ciò che è peggio è che i carcerieri lo fanno divertendosi. Alla fine del trattamento - racconta Majid - ti fanno firmare una confessione in cui ammetti di lavorare per Israele. A quel punto sei pronto per esser spedito oltre confine, in Siria".

"Lì la prima tappa è la sezione 'interrogatorio' (far' tahqiq) dei servizi segreti militari a Damasco: vi rimasi tre settimane, rinchiuso in isolamento in un loculo sottoterra. A turno venivamo convocati 'ai piani alti' a rispondere all'interrogatorio e puntualmente tornavamo in barella, con tibie e braccia rotte. Anche lì l'obiettivo è farti firmare un documento in cui confessi di voler uccidere il presidente (di allora, ndr) Hafez al-Assad. Infine, per me arrivò il carcere di Mezze, assieme a Tadmor il peggiore: eravamo più di cento prigionieri in un'unica stanza con un unica toilette e senza lo spazio per dormire sdraiati. Molti dei miei compagni erano siriani coinvolti in politica e la maggior parte sono ancora lì. La tortura peggiore era la cosiddetta 'ruota': ti infilano con gambe e testa in un grande copertone gonfio di autocarro in modo da immobilizzarti, quindi prendono a frustrarti con cavi elettrici scoperti". Majid Kirbej e Violette Nassif sono solo due dei numerosi cittadini libanesi da mesi impegnati in un sit-in permanente di fronte alla sede delle Nazioni Unite di Beirut per ricordare le centinaia di cittadini libanesi prelevati dai servizi di Damasco dagli anni '70 ad oggi. "Sono arrabiata col mio Stato - denuncia Violette - perché da anni le autorita' mi dicono di pazientare ma nessuno si occupa di mio figlio e degli altri detenuti. Siamo centinaia di madri ormai morte dentro, ma rimaniamo qui a lottare". La prigione di Mezze in Siria è stata svuotata e chiusa agli inizi del 2001 su decisione del presidente Bashar Assad, succeduto al padre Hafez nell'estate 2000. "Ma nelle altre carceri siriane - ha detto ad Aki Ghazi al-Aad, presidente del 'Support of Lebanese in Detention and Exile' (Solide) - ne rimangono ancora centinaia e forse migliaia. La nostra difficoltà di quantificare con esattezza il numero degli scomparsi è dovuta al fatto che la maggior parte delle famiglie per anni si è rifiutata di segnalarci i loro parenti scomparsi per paura di ritorsioni da parte degli stessi ufficiali siriani oppure perché speravano di ottenere da questi ultimi dei permessi speciali per visitare i loro cari in prigione".

 

IL REGIME SIRIANO COLPISCE ANCORA...

 

 

Questa volta e' toccato a 

Gebran Tueni

Nuovo delitto eccellente in Libano. Una potentissma esplosione, è costata la vita al deputato antisiriano Gibran Tueni e a tre uomini della sua scorta.

 

CHI SARA' IL PROSSIMO ???


 
Corriere.it

Non si conosce la nazionalità dei militari

Libano, scoperti venti corpi di soldati

Il ritrovamento vicino all'edificio che ospitava i servizi segreti militari siriani, nel quartiere di Anjar, alla periferia di Beirut

BEIRUT - La polizia libanese ha scoperto venerdì resti di 20 corpi di soldati in una fossa comune vicino all'edificio che ospitava i servizi segreti militari siriani, nel quartiere di Anjar, alla periferia di Beirut. La notizia è stata resa nota sabato dalla radio «Voce del Libano». Non si conosce la nazionalità dei soldati.

La città di Anjar, dove sono stati ritrovati i corpi, in avanzato stato di decomposizione, è a 56 chilometri a ovest di Beirut e vicino al confine orientale tra Libano e Siria. Campioni - a quanto ha detto la radio 'Voce del Libano - sono stati prelevati dai resti ritrovati per accertarne l' identità. In un primo momento la polizia aveva scoperto due scheletri e, dopo scavi anche con bulldozer, ne sono stati ritrovati in totale 20. Le condizioni dei frammenti di abiti non consentono di stabilire a quale nazionalità i soldati appartenessero.

Il terreno nel quale è stata fatta la scoperta faceva parte di una fattoria che i servizi segreti siriani utilizzavano, a quanto si è saputo, come prigione nella quale venivano compiuti interrogatori. Le truppe e i servizi segreti siriani si sono ritirati dal Libano nel maggio scorso, dopo 29 anni di presenza militare, anche in seguito alle manifestazioni antisiriane seguite all' attentato che il 14 febbraio scorso uccise a Beirut l' ex primo ministro libanese Rafik Hariri ed altre 22 persone. L' ex capo dei servizi segreti militari siriani in Libano prima del ritiro, il generale Rustom Ghazali, è uno dei cinque alti ufficiali siriani che la commissione Onu che svolge l'inchiesta sull' assassinio di Hariri ha convocato a Vienna in questi giorni per interrogatori. Per la stessa inchiesta sono in carcere anche quattro alti ufficiali libanesi.

04 dicembre 2005


IGNOTA LA NAZIONALITA’ DEI 26 CORPI DI SOLDATI
Beirut, scoperte fosse comuni

Beirut -Due fosse comuni, con i resti decomposti di 26 corpi umani, alcuni dei quali ricoperti con brandelli di divise militari dell’esercito libanese, altri solo con indumenti intimi, sono state scoperte dalla polizia libanese in un’area adiacente ad un edificio che ospitava il quartier generale dei servizi segreti militari siriani vicino Beirut ed a 3 km dal confine con la Siria. Un giallo, per ora, riguarda l’identità e la nazionalità della maggior parte dei corpi ritrovati, le cui condizioni hanno indotto la polizia e le autorità libanesi a prelevare campioni sui resti per sottoporli ad analisi del Dna. Tra l’altro non è mai circolata alcuna voce o notizia su uccisioni di massa compiute in quell’area, nè tantomeno che potessero esservi implicati militari siriani. La scoperta è stata fatta venerdì, quando sono venute alla luce ossa di due scheletri. Sono state allora disposte ricerche anche con bulldozer, che hanno portato poi alla scoperta di ben due fosse comuni: in una erano i resti di 20 corpi, ed in una più piccola altri sei. Sono stati tutti raccolti in contenitori, consegnati alle autorità giudiziaria, che ha avviato un’ inchiesta. Secondo fonti ufficiose della medicina legale di Beirut, i resti dovrebbero risalire a 12 anni fa, intorno al 1993, ma la data non sembra, per ora, suggerire significati particolari né dare indicazioni su specifici episodi. Secondo voci raccolte in loco dai giornalisti ai quali è stato consentito l’accesso alle fosse comuni, si valuta l’ipotesi di uomini arrestati dai servizi segreti siriani e morti durante la detenzione, forse perché sottoposti a torture e maltrattamenti. Nel maggio scorso truppe e servizi segreti siriani si sono ritirati dal territorio libanese, sul quale stazionavano da 29 anni dopo proteste popolari antisiriane e prese di posizioni internazionali seguite all’attentato del 14 febbraio che uccise a Beirut, con un’autobomba carica di tritolo, l’ex primo ministro libanese Rafik Hariri ed altre 22 persone. 

04 dicembre 2005

© 1996-2004 FORZE LIBANESI, Tutti i diritti riservati