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"Le Forze Libanesi"
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relativa ai contenuti dei siti segnalati.
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LIBANO: 05-10-2006
PARISI, MILITARI ITALIANI POTRANNO DIFENDERSI
I militari italiani in Libano dovranno esercitare
l'autodifesa, proteggendosi adeguatamente ed utilizzando la forza in
modo proporzionale alle circostanze, in caso di attacco o anche nel caso
di imminente attacco. Sara' il comandante sul terreno a decidere tali
reazioni, com'e' giusto che sia durante l'esecuzione di un'operazione a
carattere militare. Cosi' il ministro della Difesa Arturo Parisi ha
spiegato alcune regole di ingaggio che governano la missione Unifil in
Libano durante l'audizione alle commissioni Estere e Difesa del Senato
riunite per analizzare il decreto legge sulla missione. Le regole
prevedono che sia consentito l'uso della forza contro chiunque tenti di
impedire ad Unifil di espletare i propri compiti o tenti di limitarne la
liberta' di spostamento. E' consentito l'intervento attivo anche nel
caso sia messo in pericolo l'incolumita' della popolazione civile.
Pertanto, l'Unifil potra' agire con i mezzi a disposizione per impedire
che qualsiasi attivita' ostile venga effettuata nell'area di competenza.
"La dinamica di un eventuale incontro nella propria area e
competenza di unita' Unifil con personale armato non facente parte delle
forze regolari libanesi passera' quindi - ha spiegato Parisi -
attraverso le fasi di identificazione, di intimidazione a deporre le
armi e a sottoporsi agli accertamenti necessari, di sequestro di tutti
gli armamenti indebitamente detenuti e di eventuale detenzione del
personale coinvolto". Parisi ha spiegato che le nazioni Unite
detengono il controllo operativo dell'operazione e questo significa che
l'impiego effettivo del contingente militare italiano e' deciso dall'Onu.
"Ho parlato di controllo operativo - ha detto il ministro della
Difesa - non di comando. Il comando e' e rimarra' sempre nazionale,
quindi sotto la nostra completa responsabilita'".
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Hezbollah si fa sempre più minaccioso
e arrogante nei confronti degli italiani.

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Corriere della Sera
sezione: Primo Piano - data: 2006-09-11 num: - pag: 9
autore: Giuliano Gallo categoria: REDAZIONALE
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Hezbollah:
attenti a non forzare la mano
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L'ulema Daghmoush: evitare pressioni Usa per
cambiare la missione o avrete problemi
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DAL NOSTRO INVIATO
TIRO — «La presenza italiana è basata sulla
risoluzione 1701, che ha l'obbiettivo di rafforzare la forza
Unifil nel sud del Libano. Su questo noi non abbiamo nessuna
obiezione. E in questo ambito diamo il benvenuto alle forze
italiane, perché siamo consapevoli che l'Italia riesce a capire
la complessità della situazione». Severo nella sua veste nera,
solenne come il religioso che è, lo sheik Ali Daghmoush, ulema e
responsabile delle relazioni estere di Hezbollah, parla per la
prima volta nel dopoguerra, in una casa qualunque di un qualunque
villaggio fra le colline intorno a Tiro.

Dunque le truppe italiane non hanno di che preoccuparsi?
«Siete i benvenuti se il vostro compito è conservare la pace in
Libano. Ma ci auguriamo che la missione rimanga tale, e che non ci
siano pressioni americane per trasformarla in un'altra cosa. Se
così fosse, questo creerebbe molti problemi, problemi che non ci
auguriamo mai».
La risoluzione 1701 però prevede anche che le forze Onu
assistano l'esercito libanese nel disarmo di Hezbollah.
«L'esercito libanese non è andato nel Sud del Libano per fare
quello che Israele non è riuscito a fare. In questo momento il
compito dell'esercito è solo quello di mantenere la pace, proprio
come Unifil. Il compito è chiaro, non penso che ci siano ambiguità,
almeno per quanto riguarda noi. Le forze Onu sono qui dal 1978, e
ogni 6 mesi rinnovano il loro mandato. Fin che ci sarà tensione
fra Libano e Israele ci sarà l'esigenza della loro presenza. Non
è questione di tempo, ma di circostanze… Quando Israele si
ritirerà dal nostro territorio, in particolare dalle fattorie di
Sheeba, allora il Libano potrebbe non avere più bisogno dell'Onu.
Ma Israele non lascia questo Paese».
Gli ostaggi. Ora che la tregua regge, non crede sia pos-sibile
iniziare una mediazione per restituirli?
«Finora nessuno ci ha contattato in maniera seria. Sono discorsi
che si fanno nei corridoi dell'Onu… Anche il segretario generale
ha detto che avrebbe preso iniziative per una mediazione, ma
finora non è successo niente. In linea di principio non abbiamo
nessuna obiezione a mediare, sia con l'Onu sia con Paesi amici
come Italia, Francia o Germania. Ma serve la disponibilità di
tutte e due le parti».
Come stanno i prigionieri? Sono in buona salute?
«Personalmente non ho nessuna notizia sulla loro situazione. Voi
ci conoscete, noi siamo abituati a trattare. E anche le notizie
sulle loro condizioni fanno parte di una trattativa: ogni notizia
ha il suo prezzo, e lo deve pagare Israele. Se c'è un'offerta
seria, chiara, non abbiamo nessuna obiezione a discutere».
Come vede una mediazione italiana?
«Nessuna obiezione. Del resto è stato il presidente del
Parlamento libanese a chiedere all'Italia di proporsi come
mediatore. E lo ha fatto con il consenso di Hezbollah. E' Israele
che insiste che ci sia una mediazione tedesca, forse a causa di
esperienze precedenti».
Nasrallah, il leader di Hezbollah, ha ammesso la setti-mana
scorsa che, se avesse potuto prevedere la durezza della reazione
israeliana, forse non avrebbe permesso il rapimento dei due
soldati.
«Parlava in senso generale. Il fatto è che noi abbiamo
un'esperienza di 25 anni, con Israele, e non avevamo mai avuto una
reazione così ampia per dei sequestri, eppure era già successo
più volte. Questa volta invece hanno fatto una guerra che non ci
aspettavamo. Vuol dire che era un'operazione preparata, che
Israele preparava una guerra comunque. Il sequestro ha solo
accelerato l'operazione. Diverse forze politiche libanesi hanno
cercato di scaricare tutta la colpa su Hezbollah, ma sono stati
gli israeliani ad alzare il livello, non noi: non abbiamo lanciato
nemmeno un razzo prima che Israele cominciasse i bombardamenti».
In questi giorni abbiamo visto i danni di questi bombardamenti.
Sono danni imponenti, drammatici. Eppure i manifesti di Hezbollah
inneggiano alla vittoria. Perché?
«Israele non ha realizzato nessuno dei suoi obbiettivi. Il primo
giorno dell'offensiva Olmert aveva dichiarato: nessun cessa-te il
fuoco senza la restituzione dei soldati. Poi ha detto di voler
occupare il Libano a sud del fiume Litani, per creare una zona
cuscinetto. Poi ancora di voler distruggere le basi missilistiche
di Hezbollah, infine di avere intenzione di far applicare la
risoluzione Onu 1559 per il disarmo di Hezbollah. Ebbene, nessuno
di questi obbiettivi è stato raggiunto: i soldati non sono stati
liberati, l'occupazione non c'è stata, il disarmo nemmeno, la
distruzione delle basi neppure… Il primo e l'ultimo giorno di
guerra abbiamo lanciato la stessa quantità di missili. In più
Israele ha subito molte perdite di soldati e ufficiali. Questa
volta il numero dei loro caduti è il più alto da quando sono
cominciati i conflitti fra noi. Hanno perso anche decine di carri
armati. I nostri mezzi anticarro sono stati una sorpresa: non se
li aspettavano. Insomma, chi ha fermato davvero la guerra? La
paura di Israele di avere perdite ancora maggiori».
Non finirà mai, tutto questo?
«Noi vogliamo solo la pace. Non ci divertiamo a fare la guerra,
non abbiamo l'hobby di portare le armi. Vorremmo solo che la
nostra gente potesse vivere sulla propria terra. In pace».
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More ... |
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No
victory for Hizbollah, say Lebanese Christians
By
Patrick Bishop,in Bsharri
(Filed:
01/09/2006
)
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A leading Christian
politician yesterday moved to puncture the triumphalist mood
whipped up by Hizbollah after it declared victory in its war
with
Israel
.
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Lorries
carrying rubble cleared from buildings destroyed by
Israeli air strikes on
Beirut
jam the main coast road
|
"
Israel
lost but it does not mean Hizbollah won," said Samir
Geagea, chief of the Lebanese Forces political movement.
Lebanese Christians "don't like this triumphalism", he
said.
"First
of all they don't see that it was a victory. They feel on the
contrary that it was a big loss for
Lebanon
, even though they acknowledge that the guerrillas of Hizbollah
have done well on the battleground."
Mr
Geagea's words indicate the grim new mood of realism across
Lebanon
as the euphoria of survival wears off and the cost of the
conflict is counted. They also reflect a growing belief that far
from strengthening Hizbollah, the war may actually have weakened
the Shia radicals.
"On
the Arab and Islamic front they gained fame and Sheikh Nasrallah
has become a celebrity," he said. "But this is not
something you can touch or spend.
"Inside
Lebanon
, the Lebanese who didn't agree with the strategy of Hizbollah
have become more open in their position." These include
Shia critics of the organisation "who are now much more
outspoken then before".
Mr
Geagea believes that the conflict has also undermined the
relationship between Hizbollah and its chief Christian allies,
retired general Michel Aoun and his party.
"They
have lost some of their rank and file because of the alliance,"
he said. "I don't believe that Hizbollah have emerged from
this with political advantages."
Mr
Geagea commands deep loyalty among a section of
Lebanon
's Christians for his incorruptibility and unwavering opposition
to Syrian interference in the country. His party forms part of
the coalition that dominates the government.
He
played a major role in the civil war as head of the Lebanese
Forces militia and was implicated in several political
assassinations. He is the only leader of the era to have stood
trial for war crimes and spent 11 years in solitary confinement
in an underground cell.
He
emerged a year ago and now lives in a modest chalet above his
home town of
Bsharri
, high in the mountains of north
Lebanon
.
For
Lebanon
to progress, Mr Geagea says, Hizbollah will have to give up its
weapons. The paradox is that having proclaimed victory it has
now less justification than ever for maintaining its arms.
"Its
strategy has been shown to be faulty," he said. "They
said they should be allowed to keep their weapons to maintain an
'equilibrium of terror' with
Israel
. As long as they had them,
Israel
would not dare to attack. This has been shown to be an illusion.
"They
justified not handing their arms to the state by saying that if
they used them the Israeli response would be localised rather
than affecting the whole country. This has also been shown to be
wrong. Many things have been broken by this war. Not only the
Lebanese infrastructure but many theories and assumptions."
One
consequence of the war is that Hizbollah's raison d'etre has
been removed, he said. The Lebanese army's move into the south
and the eventual deployment of an international peacekeeping
force has cut off the militia from the border it is pledged to
defend.
"Before
the war the resistance movement operated on the frontier and had
all the margin of manoeuvre they wanted," he said. "Now
they are denied this luxury."
Lebanese
pride at having stood up to
Israel
has given way to unease. "People feel insecure," Mr
Geagea said. Hizbollah's actions "invite attacks from
Israel
or sanctions from
America
. They may lead to further Syrian and Iranian penetration inside
Lebanon
.
"People
have got fed up over the years with outside interference and
wars. I am sure that 75 per cent of the country want to have a
secure country and live in peace irrespective of everything
else."
Mr
Geagea believes that with Hizbollah now under pressure to become
a conventional political party, the war may have created an
opportunity for progress. "The road is open for us to have
the
Lebanon
the majority dream of," he said. "We have the
potential to be a real democracy in the
Middle East
— pluralistic, scientific and modern."
All
that depends on Hizbollah disarming, however. "They are not
inclined to do that after all that happened," he said.
"But we should keep trying."
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05 set 11:09
LIBANO
Hezbollah non intende
disarmare
BEIRUT - Hezbollah dichiara che non deporra' le armi, ma assicura che
le usera' solo in caso di una nuova guerra contro Israele. Lo ha detto
lo stesso Hassan Nasrallah, leader del movimento sciita libanese, in
un'intervista al quotidiano As-Safir: "Il braccio armato di
Hezbollah usera' i suoi razzi in caso di attacco israeliano contro il
Libano". La risoluzione 1701, che ha imposto il cessate-il-fuoco
tra Israele e Libano, chiede invece il disarmo della milizia. (Agr) |
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I "FAMOSI" TUNNEL DI
HEZBOLLAH
Sul fronte militare, l'esercito
libanese sta per rafforzare la sua presenza al confine con la Siria.
Lo scrive il quotidiano di Beirut, As Safir. Cinque unità dell'esercito
saranno dispiegate in una serie di avamposti ad est della valle del
Giordano. Il dispiegamento sarà effettuato come da decisione del
governo libanese e i militari saranno impegnati a prevenire violazioni
della risoluzione del Consiglio di Sicurezza.
Hezbollah
nel frattempo ha smantellato 14 postazioni presso le fattorie di Sheba,
al confine con Israele. Lo rivelano fonti della sicurezza
libanese, mentre testimonianze locali riferiscono che sono stati
impiegati i bulldozer per abbattere le basi nell'area di Arkov e
impedire l'accesso a tunnel e bunker.
Un'agenzia di notizie francese riporta che militanti del Partito di Dio
hanno lasciato le postazioni usando camion per trasportare verso nord
proiettili d'artiglieria, missili e altre armi ed equipaggiamenti
militari, mentre altri veicoli dell'organizzazione hanno caricato
generatori e ulteriori attrezzature prima di lasciare l'area.





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Lebanon: Hezbollah Rearms
August 29, 2006 23 40 GMT
Summary
New indications suggest Hezbollah is receiving shipments of small arms
and anti-tank munitions from Syria.
Analysis
Sources in Lebanon indicate Syrian arms shipments are passing into
Lebanon. Mules, rather than vehicles, are moving small arms, ammunition
and some anti-tank munitions over the Anti-Lebanon Mountains along the
Lebanese-Syrian border, across the Bekaa Valley and up into the western
mountains, particularly through the Greek Orthodox mountain village of
Bteggrine. From here, with the assistance of the Syrian Social
Nationalist party, the shipments can reach Hezbollah in the southern
suburbs of Beirut, where they can be dispersed south.
Hezbollah does not, however, appear to be moving these arms south of the
Litani River, where the bulk of fighting took place during the recent
conflict with Israel. Many more arms are probably being stockpiled
inside the Bekaa, Hezbollah's main stronghold.

Significantly, no signs indicate
shipments of artillery rockets are occurring. The larger Fajr series,
which Hezbollah has called the Khaiber-1 and were used to strike Haifa,
are difficult to transport without motor vehicles in meaningful numbers.
This signals Israel is effectively interdicting large shipments of
weapons into Lebanon. Israel is watching supply lines from Syria very
closely, and Lebanese citizens have become accustomed to the drone of
Israeli unmanned aerial vehicles conducting surveillance.
While these small arms would certainly be useful in a guerrilla war
inside of Lebanon, Hezbollah has other options. Some Hezbollah elements
are particularly concerned about a renewed Israeli offensive, especially
after the virtually inevitable fall of Israeli Prime Minister Ehud
Olmert. But Hezbollah is in a remarkably good position as reconstruction
money pours in and the militant group basically rebuilds all of southern
Lebanon, thus becoming the de facto landlord with a new source of
substantial income: rent. To this end, Hezbollah is going out of its way
both to avoid provoking Israel and to rebuild
its domestic support structure, while at the same time preparing for the
next confrontation.
Meanwhile, Syria has kept its border with Lebanon wide open, and has
virulently refused to allow U.N. peacekeeping troops to deploy along the
Lebanese-Syrian border. In addition to allowing Hezbollah to maintain
supply routes past Lebanese soldiers patrolling the border, Syria has
preserved its main pressure tactic against Lebanon. Whenever Lebanese
politics show signs of diverging from Syrian interests, Syrian customs
officers severely restrict the flow of goods over the Lebanese-Syrian
border as a stern reminder to its neighbor that as the country's chief
fuel supplier Syria controls Lebanon's power switch.
The Lebanese army has, however, deployed its Eighth Brigade along its
border with Syria. The Eighth Brigade is entirely Christian and fought
against Syria in 1989, making for a strong historical animosity. The
Lebanese army could not send a stronger message opposing the rearming of
Hezbollah. Thus, we will be watching to see whether the Eighth Brigade
can effectively interdict these pack animal shipments or whether they
continue to slip through. |
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La Repubblica.it
25-08-06 Bruxelles, 22:39
LIBANO: APPELLO FRANCIA, AIUTI RICOSTRUZIONE FRENO A
HEZBOLLAH
La Francia ha lanciato un appello per uno sforzo
internazionale mirato a fornire aiuti per la ricostruzione del Libano,
specie da parte degli Stati arabi del Golfo Persico, come strumento che
non soltanto serva a far risollevare il Paese mediorientale della
devastazioni lasciate dai bombardamenti israeliani, ma altresi' ad
arginare l'influenza di Hezbollah e il suo tentativo di estendere i
propri consensi tra la popolazione libanese finanziando opere pubbliche
e ripristinando i servizi, attivita' nelle quali il Partito di Dio conta
gia' una notevole esperienza, essendosi spesso sostituito all'inazione
delle autorita' ufficiali di Beirut. "Non possiamo lasciare alle
forze radicali un monopolio degli aiuti destinati al popolo", ha
sottolineato il ministro degli Esteri francese, Philippe Douste-Blazy,
al termine del vertice di Bruxelles tra i capi delle diplomazie dei
Venticinque dedicato alla costituenda Unifil 2, la forza multinazionale
d'interposizione. "Tutti i partner coinvolti debbonmo fare la loro
parte", ha aggiunto, "e la Francia e l'Europa daranno il
proprio contributo".
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All’Illustrissimi
Presidente del Consiglio On. Prodi
E
Al Ministro degli Affari Esteri
Illustr.mi
Onorevoli,
Chi vi
scrive è un folto gruppo appartenente alla comunità Italo-libanese che
vive e lavora in Italia. Vorremmo esprimere all’Italia, Governo e
Popolo, la Nostra gratitudine per l’amicizia dimostrata in questi
giorni difficili e per la grande generosità tradotta in ingenti aiuti
umanitari nonchè nella partecipazione dell’Esercito Italiano alla
forza di pace. Allo stesso tempo, vorremmo esprimere la Nostra
preoccupazione per l’idea poco chiara che trapela all’opinione
pubblica dal susseguirsi degli eventi.
Ci
siamo sentiti fortemente disorientati nel vedere il Nostro Ministro
degli Affari Esteri On. D’alema in giro per Beirut accompagnato da un
deputato Hezbollah. Immagine forte che Ci ha colpiti e Ci siamo chiesti
unanime perchè un Ministro
degli Affari Esteri porta la sua solidarietà ad un deputato, che
durante questo mese non ha fatto altro che predicare guerra ed
inneggiare al martirio. Questa uscita è stata letta dalla popolazione
sciita, e non solo, come un appoggio alla “linea” degli Hezbollah.
Una linea decisamente sbagliata perchè in contrasto con la sovranità
dello Stato, con i diritti dei Popoli e con i valori della Vita.
Noi
libanesi abbiamo bisogno di un governo forte, libero e sovrano. Un
governo che aspira alla modernità, alla prosperità, allo sviluppo ed
alla pace. Vogliamo sentirci orgogliosi del Nostro paese natale e non
vogliamo più sentir parlare di resistenze o guerre “in nome di
Dio”. Vogliamo uno Stato in cui i figli possano crescere in pace e
serenità senza diventare “martiri”. Vogliamo dire “basta” alla
giustificazione del Martirio.
Non
esistono ragioni valide, oggi, affinchè in Libano sussista una milizia
libera di armarsi, libera di spendere i soldi dello stato nel costruire
tunnels e bunkers e libera di decidere i momenti di pace e di guerra. Il
tutto, rigorosamente all’insaputa dello Stato e del resto del Paese.
Se l’Italia vuole essere anche amica degli Hezbollah, Li dovrebbe
incoraggiare a diventare cittadini in pieno titolo; parte integrante
dello Stato; aventi stessi diritti e doveri degli altri cittadini;
accettare le regole democratiche e sottomettersi alle leggi che regolano
la convivenza pacifica. Bisogna farLi capire che è questa la Via
Maestra per guadagnarsi la solidarietà e l’amicizia dell’Italia.
Il Libano
oggi ha bisogno di spinte che vadano tutte nella stessa direzione e non
di idee traballanti. Ha bisogno di un appoggio sicuro e deciso alla
risoluzione 1701 dell’ONU, senza Se e Senza Ma. Ha bisogno dei Suoi
veri e grandi amici. Ha bisogno dell’Italia.
Illustr.mi
Onorevoli, Noi in Italia Ci mettiamo a disposizione del Governo Italiano
e dell’Esercito per qualsiasi aiuto o supporto che siamo in grado di
offrire, ribadiamo il Nostro ringraziamento e la Nostra Gratitudine
all’Italia, della quale Noi adesso andiamo fieri e che in futuro sarà
fiera dei Nostri Figli.
Maroun
ATALLAH
Roma
17 Agosto 2006 |
"LA PADANIA"
19 Agosto 2006

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Libano, Onu decide regole ingaggio
"Forze Unifil dure, ma non
aggressive"
TGCOM - 18-08-06
L'Onu ha messo a punto regole di ingaggio "dure, ma non
aggressive" per la forza che sarà dispiegata nel Sud del Libano. Il
vice-segretario generale Mark Malloch Brown, che presiede i 49 Paesi coinvolti
nei negoziati, ha chiarito che "le regole prevedono l'uso della forza per
impedire che l'area in cui sarà dispiegata l'Unifil venga utilizzata per
attività ostili". Dietrofront della Francia: invierà solo un
contingente simbolico.
Quello messo in campo dalle Nazioni Unite, ha aggiunto,
"sarà un contingente forte, consistente, ben equipaggiato e autorizzato
ad adottare tutte le misure necessarie per adempiere ai compiti che gli sono
stati assegnati: sostenere l'esercito libanese nello sforzo umanitario e
impedire la ripresa delle ostilità. Una forza consistente, ma non
aggressiva". Malloch Brown ha chiesto alla comunità internazionale di
decidere in fretta sulle forze da mettere a disposizione perché "ogni
momento di ritardo può portare a una ripresa del conflitto".
Fatte le richieste, l'Onu attende ora di conoscere la disponibilità dei Paesi
coinvolti. Disponibilità che al momento arrivano con il contagocce. A guidare
la truppa degli "incerti" è la Francia che, indicata come forza
guida della missione, ha fatto retromarcia e si è fin qui impegnata ad
inviare un contingente simbolico di 200 soldati che si aggiungeranno ai 200 già
presenti nel sud del Libano e ai 1.700 della missione marittima Baliste.
Non migliore la risposta della Germania che, secondo quanto riferito dal
cancelliere Angela Merkel, non invierà truppe di terra. "Quello che
possiamo immaginare è un'offerta di sicurezza sul versante navale. Non
possiamo immaginare di partecipare ad alcun dispiegamento di truppe di terra
per combattimento", ha dichiarato il cancelliere. La Germania prevede
inoltre - ha aggiunto la Merkel - l'invio il più presto possibile di una nave
ospedale della Marina militare per fornire assistenza medico-chirurgica alla
popolazione civile. Secondo il ministero della Difesa, tale unità è
disponibile immediatamente. Insomma, se le regole d'ingaggio sono state
stabilite - ma la seduta al Palazzo di Vetro è stata aggiornata alla prossima
settimana - ancora in alto mare è la composizione del contingente Onu. E
anche l'Italia ora prende tempo.
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Edizione 172 del 04-08-2006
Ecco il discorso che doveva essere tenuto alla conferenza di Roma
Come disarmare gli Hezbollah
E’ giunta l’ora di parlare del Libano? Sì, sembra
proprio arrivato il momento! Ma le parole, serviranno a qualcosa? Tenteremo
di ricordare quelle verità che sono state dimenticate, o sono state sul
punto di essere cancellate dalla memoria dell’opinione pubblica mondiale,
araba e persino libanese. E se queste parole dovessero avere uno scopo,
sarebbe quello di rompere il “muro del silenzio”, che grava sulla
situazione libanese celando alcune verità e falsificandone altre... in
entrambi i casi, è sempre il popolo libanese a pagarne il caro prezzo, con
fiumi di sangue, lacrime e cumuli di macerie. Il mondo si ferma a guardare!
Mentre una palla di fuoco sta divorando il Libano! Perché? “Perché
Israele ha bisogno di ulteriore tempo!”. Questo è ciò che bisbigliano le
autorità internazionali direttamente interessate alla situazione
mediorientale. Dunque “prender tempo”: perché? Per chi? È forse per
“far tornare il Libano cinquant’anni addietro”, come avevano già
esplicitamente dichiarato alcune autorità israeliane? Oppure per
distruggere definitivamente quel poco che è rimasto delle infrastrutture
libanesi? O forse per far salire il numero degli sfollati tra gli abitanti
del sud del Libano? O per far salire il numero delle vittime? O in realtà
il vero scopo è quello di “dare più tempo” alla macchina da guerra
israeliana affinché possa continuare a dar prova della propria forza?
Ma la cosa più strana, nel complesso di questo scenario surreale, è il
fatto che questa prova di forza non porterà ad alcuna via d’uscita
politica, oltre al fatto che non è in grado di realizzare quegli obiettivi
militari che Israele s’è prefissato di raggiungere! In un altro senso, e
con estrema oggettività, l’offensiva israeliana contro il Libano –
perché di questo si tratta, e non di un attacco contro Hezbollah – è
un’offensiva che finora ha fallito, ed è condannata al fallimento! Essa,
al contrario delle aspettative di chi promuove l’idea del “prender
tempo”, non porterà ai risultati sperati, ma rafforzerà Hezbollah,
anziché indebolirlo come hanno invece affermato gli israeliani. Infatti,
questa assurda offensiva militare, che sfocerà nel massacro dell’intero
popolo libanese, non farà altro che accrescere la vicinanza del popolo ad
Hezbollah, scavalcando così i “confini” confessionali sciiti in Libano,
e dando a Hezbollah quella legittimità locale che negli ultimi tempi stava
gradualmente perdendo, trasformandolo in un simbolo politico,
arabo-islamico, senza precedenti; aumenterà la complicazione della delicata
situazione mediorientale. L’attuale crisi non farà altro che accrescere
il clima di tensione e integralismo della regione, tanto che il rancore
degli arabi crescerà, non solo nei confronti di Israele, ma anche e
soprattutto nei confronti degli Stati Uniti d’America; impedirà che si
levino voci libanesi di opposizione a Hezbollah, dopo che alcune di esse
iniziavano ad essere timidamente ascoltate. È noto che una considerevole
parte di libanesi è contraria a Hezbollah, ma quello che sta accadendo
renderà impossibile qualsiasi forma di opposizione a questo partito, né
oggi né in un futuro prossimo, sia per questioni morali che per questioni
politiche.
Ma ciò che rende ancora più tragico questo scenario, é il totale
disprezzo per la vita umana dimostrato da entrambi gli schieramenti. La vita
dei civili è direttamente esposta al massacro, e l’opinione pubblica
internazionale rimane indifferente di fronte alla tragedia di questo popolo,
umiliato e torturato solo per punire Hezbollah. Questa indifferenza, nella
maggior parte dei casi è una complicità! E’ necessario richiamare
l’attenzione sul fatto che la maggior parte dei libanesi vive una doppia
delusione: la prima è data dal fatto che la comunità internazionale rimane
inerte a guardare le loro continue tragedie, e la seconda è data dalla
consapevolezza che la classe politica libanese ha fallito. Questo fallimento
è il risultato logico ed il completamento naturale della linea adottata da
questa classe politica nelle ultime fasi storiche del Paese. Dopo il ritiro
dell’esercito di occupazione siriano dal Libano, il 26 aprile del 2005,
l’illuso popolo libanese credette che il momento storico fosse finalmente
giunto e che l’impegno per “la Sovranità, la libertà e
l’indipendenza” del Libano, slogan della “Rivoluzione dei Cedri”,
fosse stato preso... ma ciò che accadde fu l’esatto l’opposto di ciò
che il popolo libanese attendeva da 30 anni! E la classe politica libanese
fu la prima e l’unica ad essere responsabile di tutto ciò.
Questa classe politica decise di sottrarsi agli impegni e alle sfide che
s’era proposta, adottando una linea politica ambigua, fatta di continue
fughe e giustificazioni. Contando sull’appoggio incondizionato dei paesi
esterni, addossandone poi la colpa di fronte ai propri fallimenti. I
“nuovi indipendentisti” in Libano avevano dichiarato, dopo la fine
dell’occupazione siriana, che si sarebbero impegnati – finalmente – a
creare un Stato libanese, nel vero senso della parola. Il popolo aveva
creduto alle loro parole, e quei “nuovi indipendentisti” pensarono,
secondo le maniere libanesi, che con la loro “sagacia” avrebbero potuto
erigere uno Stato malgrado Hezbollah continuasse a mantenere le proprie
armi, il proprio “stato” e le zone da esso controllate. Dunque questi
“nuovi indipendentisti” nelle elezioni della primavera del 2005,
gestirono delle trattative elettorali con Hezbollah, formando con esso delle
intese e delle alleanze politiche, tutto per non dover affrontare le
difficili sfide provenienti dalla complessa realtà libanese. Realtà
soffocata dalla questione delle armi di Hezbollah, e delle armi dei
palestinesi, fuori e dentro i campi profughi, oltre che dalle pericolose
“incursioni” siriane, arrivando, infine, a convivere con tutte queste
problematiche senza minimamente tentare di risolverle.
Ma ritornando ai giorni nostri, desideriamo ricordare che, in questo momento
decisivo la priorità assoluta è un cessate il fuoco immediato, da
consolidare attraverso una formula politica che permetta alle due parti in
causa di avviare un compromesso politico, ponendo fine a questo inaudito
ciclo di violenza; la questione del disarmo di Hezbollah non si risolve con
le armi, ma avviando un processo politico a livello locale e soprattutto a
livello internazionale; l’attuale situazione è giunta ad una
complicazione tale da non poter più essere lasciata nelle mani della classe
politica libanese. E’ ora necessaria una sovrintendenza internazionale
sulla situazione libanese, affinché non persista il fuoco e non si giunga a
conseguenze estreme. È necessario che la comunità internazionale imponga
una soluzione plausibile e giusta per tutte le parti in causa, garantendo al
popolo libanese la protezione che la propria classe politica non gli ha
saputo assicurare, portandolo all’orrore di questi giorni e l’esercito
libanese è il pilastro fondamentale su cui poter edificare il nuovo Libano.
Perciò, è doveroso salvaguardare il ruolo di questo esercito, impedendo
che esso possa cadere nelle “trappole” che “alcuni” gli tendono.
Per una soluzione immediata, in base a questi elementi, sosteniamo che la
“Road Map” possa basarsi sulle seguenti condizioni: un cessate il fuoco
immediato su tutta l’area del conflitto; la risoluzione della questione
dei due soldati israeliani rapiti da Hezbollah, attraverso
un’intermediazione internazionale (Germania o Italia), e attraverso
l’accettazione da parte di Hezbollah della consegna dei due soldati
all’esercito libanese, sotto la tutela della Croce Rossa internazionale;
il rilascio dei quattro detenuti libanesi nelle prigione israeliane,
attraverso la stessa intermediazione; un contingente internazionale che si
diriga nel sud del Libano e lungo tutta la linea di confine tra i due Paesi,
con strumenti dissuasivi; l’estensione dell’esercito libanese nel sud
del Libano, e la salvaguardia della sicurezza del paese in coordinamento con
gli osservatori dell’ONU e con le forze di deterrenza internazionale;
l’impegno da parte del mondo arabo e occidentale di affrontare
adeguatamente la tragedia umana che ha colpito il popolo libanese,
attraverso iniziative che possano garantire il ritorno alla normalità delle
condizioni di vita, contribuendo alla ricostruzione del Paese; una
sorveglianza ed un appoggio stabili da parte della comunità internazionale
per la riattivazione del processo politico allo scopo di disarmare Hezbollah
e tutte le organizzazioni palestinesi in Libano, in base alla risoluzione
dell’ONU 1559, del 4 Settembre 2004.
In conclusione torniamo a sottolineare che quanto ha compiuto Hezbollah
mercoledì 12 luglio, non è altro che un grande errore strategico, sia a
livello metodologico che tempistico, senza contare la totale mancanza di
considerazione, da parte di Hezbollah, delle dure reazioni dell’esercito
israeliano.
La responsabilità di questo drammatico risultato è assolutamente
imputabile ad Hezbollah, un gruppo solo, che avvalendosi delle proprie armi
e dei propri progetti politici ha trascinato il Libano nel caos più totale,
decidendo della guerra o della pace nel Paese. E’ altresì necessario
sottolineare che la reazione israeliana è allo stesso modo inaccettabile e
condannabile in quanto indescrivibilmente sproporzionata, e in secondo luogo
perché ha assunto le dimensioni di un massacro del popolo libanese. A
questo punto, per far riemergere nei Libanesi, le vere vittime di questa
guerra barbarica, la convinzione che esiste un riferimento politico e morale
a cui appellarsi in situazioni così drammatiche, è necessario che la
comunità internazionale dia dei segnali tangibili affinché il popolo
libanese e il mondo intero possano riacquistare speranza.
Professor Toni Aad
O.G.M.O. (Osservatorio Geopolitico Medio-Orientale)
Roma
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Middle
East crisis: Key maps
Israel continues its bombardment of Lebanon and Hezbollah fires
rockets into Israel as the crisis precipitated by Hezbollah's capture of two
Israeli soldiers intensifies. There are ground clashes on Lebanese territory
and shelling of Beirut resumes.
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SAMIR
GEAGEA
«Approfittiamo dei blitz per smantellare le milizie»
L'ex capo* delle Forze Libanesi: «Ora una zona cuscinetto»
26-07-2006
DAL NOSTRO INVIATO
CEDRI DEL LIBANO — Tra i ranghi più militanti della comunità maronita c'è
una teoria che va molto di moda. La raccontano più o meno così: la Siria è
riuscita a dividere i cristiani usando i suoi vecchi nemici in Libano. Come?
Da una parte la primavera dell'anno scorso ha permesso a Michelle Aoun di
tornare a Beirut dal suo esilio in Francia e gli promette presto la presidenza
del Paese. In cambio questi si allea con le forze filo-siriane e persino con
l'Hezbollah.
Dall'altra, il 25 luglio 2005 viene permesso a Samir Geagea di uscire di cella
dopo 11 lunghi anni in isolamento. L'ex capo delle Forze Libanesi, l'uomo duro
della Falange, ha 56 anni, è provato, stanco, magari proverà una timida
resistenza. Ma sarà facilmente sconfitto. Così il fronte cristiano risulta
frazionato in due parti, indebolito. «Mi sembra una teoria interessante. Ma
ora faccio parte del Fronte del 14 marzo. Non sono solo. Eppoi io non credo più
nello scontro frontale con l'Hezbollah. Tutt'altro. Le memorie della guerra
civile sono ancora troppo fresche. Nessuno è pronto al ritorno del
fratricidio. Con Hassan Nasrallah cerco il dialogo, non la guerra» commenta
Geagea.
Lo incontriamo nella sua residenza estiva a oltre 2.000 metri d'altezza, nel
cuore delle montagne libanesi. Geagea appare pensieroso, dimagrito, molto
diverso dagli anni in cui il bellicoso capo delle Forze Libanesi aveva
dichiarato guerra alle milizie musulmane, sparava su Yasser Arafat, riceveva
armi e proiettili israeliani al porto di Junieh e non aveva paura di lanciare
i suoi uomini contro l'esercito siriano.
«L'èra delle armi è finita. Occorre dialogare» dice. E solo dopo un lungo
prologo inizia a svelare i suoi veri sentimenti. Perché Geagea infine ammette
apertamente che l'Hezbollah obbedisce agli interessi siro- iraniani e che nel
lungo periodo lo Stato libanese «deve disarmarlo se davvero desidera
mantenere la propria sovranità». Il problema è: come? Nei quartieri
cristiani corre voce che proprio nelle vallate vicine ai Cedri del Libano, le
antiche roccaforti maronite contro le scorribande saracene, si stanno
accumulando armi di ogni tipo. C'è la possibilità che vengano ricostituite
le Forze Libanesi? «Assolutamente no. Oggi siamo un partito politico con 5
deputati in Parlamento e un ministro nel governo. Guai se tornassimo alla
logica delle milizie» replica lui deciso. E sfodera quella che qui chiamano
la «proposta Geagea». «La costituzione di una zona cuscinetto nel Libano
del Sud, presidiata da una forza multinazionale con almeno 20.000 uomini e un
mandato aggressivo. Non puri osservatori passivi, come sono oggi i
peacekeepers
dell'Unifil in quelle regioni. Bensì un vero esercito di intervento rapido,
con il mandato e le armi necessarie per far la guerra contro l'Hezbollah se
cerca di attaccare Israele. E allo stesso tempo capace di fermare le
incursioni israeliane, incluse quelle dell'aviazione» spiega.
Non esita a condannare con forza le azioni israeliane e lo scempio tra i
civili. Ma il vecchio falangista ammette chiaramente che c'è un problema di
fondo: «L'Hezbollah basa la sua dottrina religiosa, sociale e militare sulle
priorità della cosiddetta umma, la società islamica. La nostra fedeltà va
alla Nazione libanese. La loro invece al mondo islamico, dall'Indonesia al
Marocco». Ne risulta che la popolazione libanese, almeno quella non alleata
all'Hezbollah, subisce sulla sua pelle le conseguenze di battaglie che non la
riguardano. «Siria e Iran hanno usato l'Hezbollah per cercare di aprire un
secondo fronte contro Israele e in aiuto a Hamas intrappolata a Gaza»
aggiunge secco. Ma, a suo dire, potrebbe esservi almeno un effetto positivo
dei blitz israeliani. «Noi non lo vorremmo, sarebbe solo un sottoprodotto di
azioni di cui non siamo responsabili» ci tiene a sottolineare. «Ma, se i
bombardamenti israeliani indebolissero l'esercito di Nasrallah, allora
potremmo cominciare da qui lo smantellamento dell'ultima milizia in Libano e
la ripresa della sovranità statuale anche nel Sud».
Samir Geagea cristiano, ex capo* delle Forze Libanesi, lo scorso anno è uscito dal carcere dopo
11 anni in isolamento
(*Samir Geagea non è l'ex capo delle Forze Libanesi, come
risulta per errore nell'articolo, ma è l'attuale capo del partito delle Forze
Libanesi)
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Raid israeliani in Libano, potenze mondiali incolpano Hezbollah
domenica, 17 luglio 2006 8.22
BEIRUT (Reuters) - Raid aerei israeliani
hanno provocato la morte di 17 persone oggi in Libano, e gli Hezbollah hanno
annunciato altri razzi contro Israele dopo che le potenze mondiali hanno
attribuito al gruppo -- sostenuto da Siria e Iran -- la responsabilità di
mettere fine alla lotta.
I raid notturni hanno distrutto due
postazioni dell'esercito sulla costa settentrionale del Libano, provocando
la morte di nove soldati libanesi, e hanno danneggiato abitazioni di
funzionari Hezbollah nella parte orientale del Paese, provocando la morte di
cinque persone in oltre 45 attacchi al sesto giorno di violenze.
Altre tre persone hanno perso la vita in
raid a sud di Beirut. Diverse forti esplosioni sono risuonate nella capitale
all'alba e fumo nero si è alzato da un deposito di carburante nel quartiere
cristiano di Dora. Sono state colpite in altre aree infrastrutture civili,
stazioni di servizio e fabbriche, riferiscono fonti della sicurezza.
I leader del G8 riuniti in Russia ieri
hanno detto che Israele ha diritto all'autodifesa, e hanno chiesto a
Hezbollah di liberare i due soldati che ha catturato mercoledì e di mettere
fine agli attacchi oltre confine.
Non hanno chiesto un cessate-il-fuoco.
Anche Israele chiede il disarmo di
Hezbollah in linea con le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle
Nazioni Unite. Ma si tratta di un obiettivo che va oltre le possibilità del
fragile governo libanese, che dipende dal consenso dei gruppi settari
rivali, il maggiore dei quali è appunto lo sciita Hezbollah.
Il Libano, reduce da trent'anni di tutela
siriana, teme che qualunque tentativo di affrontare direttamente Hezbollah
riaccenderebbe la guerra civile e dividerebbe l'esercito.
Hezbollah vuole scambiare i soldati
israeliani con prigionieri libanesi e palestinesi detenuti in Israele.
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G8: diritto autodifesa di Israele, colpa è di estremisti
domenica, 16 luglio 2006 6.33
SAN PIETROBURGO (Reuters) - I leader del
gruppo degli Otto grandi ha attribuito oggi la responsabilità della spirale
di violenza in Medio Oriente agli "estremisti" e pur riconoscendo
il diritto all'autodifesa di Israele ha detto che lo Stato ebraico deve
agire con moderazione.
"Non si può permettere a questi
elementi estremisti e a coloro che li supportano di precipitare il Medio
Oriente nel caos", recita il testo del comunicato stilato dai
rappresentanti degli otto Paesi più industrializzati del mondo dopo una
giornata di colloqui.
"Facciamo appello a Israele a
esercitare la massima moderazione", ha aggiunto il comunicato, dopo che
cinque giorni di bombardamenti sul Libano da parte delle forze israeliane e
attacchi con razzi nel territorio di Israele dei militanti Hezbollah hanno
fatto decine di vittime fra i civili e riacceso i timori di un conflitto
nella regione.
Il cancelliere tedesco Angela Merkel ha
detto che il Gruppo degli Otto chiede agli Hezbollah di rilasciare i soldati
israeliani catturati e di fermare gli attacchi contro Israele come unico
modo per porre fine alla spirale di violenza in Medio Oriente.
"Chiediamo prima che i soldati
israeliani siano restituiti a Israele, che gli attacchi a Israele cessino, e
poi naturalmente che Israele metta fine all'azione militare", ha detto
ai giornalisti.
La Merkel ha anche detto che, come parte
degli sforzi per mettere fine allo scontro fra Israele e gli Hezbollah,
il
G8 chiede una nuova forza militare di osservatori in Libano sotto l'egida
dell'Onu.
"Siamo fermamente convinti che il
governo libanese debba ottenere tutti gli strumenti di supporto per
implementare le risoluzioni Onu nel sud del Libano. Chiediamo, in aggiunta
alle attività delle Nazioni Unite, una nuova missione di osservazione e
sicurezza, che deve essere messa in piedi attraverso l'Onu", ha detto
il Cancelliere ai giornalisti.
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10-07-2006
Come vedete l'articolo di seguito dei Vescovi
Libanesi risale a due anni fa, ma rimane attuale.
Tutt'oggi nessuna risposta delle autorità siriane sulla
sorte dei nostri concittadini libanesi, che da decine di anni sono
prigionieri nei peggiori lager del mondo, ossia le prigioni siriane.
5 Febbraio 2004 -
LIBANO
I Vescovi maroniti per la liberazione dei detenuti libanesi in Siria
Beirut (AsiaNews) – I vescovi Maroniti , riuniti a
Bkerke ieri 4 febbraio, hanno apprezzato lo scambio dei prigionieri fra
Israele e Hezbollah ed hanno auspicato che un simile passo venga intrapreso
anche dalla Siria, liberando centinaia di libanesi dalle loro prigioni. Nel
corso della riunione mensile dei vescovi Maroniti, presieduta dal Patriarca
maronita, il Card. Nasrallah Sfeir, si sono affrontati vari temi di interesse
nazionale. Nel comunicato finale consegnato alla stampa, al punto 5 si legge:
“Salutiamo il successo dei negoziati che hanno portato alla liberazione di
un certo numero di libanesi dalle carceri israeliane, nella speranza che un
giorno siano tutti liberati. Auspichiamo che lo Stato libanese e lo Stato
siriano tengano conto delle richieste dei genitori dei libanesi ritenuti
dispersi”.
La Siria, forza occupante del Libano, ha sempre negato la
presenza di detenuti politici libanesi sul proprio territorio. Di recente
fonti delle Forze libanesi ( ex-milizia cristiana) hanno riferito della morte
in un carcere siriano di Joseph Huways, 43 anni, già sofferente di epilessia.
Proprio oggi, Amnesty International ha chiesto alle autorità siriane
di avviare un’indagine sul caso e di permettere ai prigionieri di avvalersi
della facoltà di nominare i propri avvocati e di potere ricevere visite dai
familiari. Immediata la smentita siriana: il ministro siriano dell’interno,
in una dichiarazione stampa, ha negato “la presenza di qualsiasi prigioniero
politico libanese in Siria”.
Amnesty dichiara di essere in possesso di una lista completa
di nominativi di libanesi scomparsi in Siria e detenuti nei carceri per motivi
politici.
Secondo fonti delle Forze libanesi, la maggior parte dei
prigionieri politici sono di religione cristiana fra i quali anche dei
sacerdoti cattolici ( Padre Albert Shirfan e Padre Souleyman Aby Khalil
dell’Ordine religioso degli Antoniani Maroniti. In una copia della lista
presentata dalle Forze libanesi a varie organizzazioni mondiali, di cui AsiaNews
è giunta in possesso, ci sono i dati anagrafici, le professioni, e le date di
cattura o rapimento di persone che Amnesty ritiene essere prigioniere in
Siria. Vi sono 110 prigionieri portati in Siria prima del 1990, ovvero prima
della fine della guerra civile (1975 – 1990). La lista elenca anche altri 46
nomi di persone ritenute “disperse” dal 1990 in poi in zone sotto il
controllo dell’esercito siriano in Libano. Nella lista compaiono sia membri
delle milizie libanesi cristiane, sia civili (commercianti, autisti,
impiegati,…).
Fra gli altri punti trattati dai vescovi, vi è la crisi
economica e la disoccupazione che attanagliano il Libano.I Vescovi hanno
concluso con un augurio a tutti i cattolici Maroniti per la festa di San
Marone (9 febbraio), “affinché ispiri i maroniti a unirsi e a cooperare con
i loro fratelli libanesi per il sollevamento del Libano”.(P.B)
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Card. Sfeir: l’esercito regolare dovrebbe essere il solo
responsabile della difesa del Libano
30
Giugno 2006
LIBANO
Il
patriarca negli Usa per una visita alla comunità maronita. Dovrebbe
incontrare il presidente George W. Bush e il segretario dell’Onu Kofi Annan.
Beirut
(AsiaNews) – Solo l’esercito regolare deve essere responsabile della
difesa del Libano. Il patriarca maronita Nasrallah Sfeir si è così espresso
su uno dei temi caldi del dibattito politico libanese, quello sulle armi dei
movimenti di resistenza, in particolare Hezbollah, alla vigilia della sua
partenza per un viaggio pastorale negli Stati Uniti, dove dovrebbe incontrare
anche il presidente George W. Bush e il segretario dell’Onu Kofi Annan.
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Gli Hezbollah in rivolta per una
satira tv

da Beirut
Scene di guerriglia urbana si sono verificate giovedì sera a Beirut poco
lontano dal centro cittadino tra migliaia di giovani simpatizzanti del partito
sciita Hezbollah e forze dell'ordine. Tutto è cominciato verso le 21.30 ora
locale, poco dopo l'inizio di un programma di satira (Basmet al-Watan, il
sorriso della nazione), trasmesso dal canale Lbc, in cui si ironizzava
sull'immagine del responsabile del Partito di Dio, Hasan Nasrallah. Un
imitatore fingeva di essere «as-Sayyid» vestito nei suoi abiti
tradizionali,con barba, tunica e turbante nero, ridotto però a leader
religioso di medio rango, che arringava la folla con la sua nota erre moscia.
La satira non è stata apprezzata da migliaia di giovani, che dalle periferie
sud della capitale sono scesi in strada inneggiando a Nasrallah e sventolando
manifesti con la sua immagine, rovesciando cassonetti, dando fuoco ai
copertoni e danneggiando le auto in sosta. Bloccata per ore anche la strada
per l'aeroporto, che costeggia il quartiere controllato da Hezbollah, Haret
Hreik.
I manifestanti hanno poi tentato di raggiungere il centro cittadino, dove si
concentrano i locali notturni e i ristoranti, ma sono stati fermati dalle
forze dell'ordine a pochi passi dalla centralissima Piazza dei Martiri. Un
cordone di sicurezza era comunque stato disposto lungo un tratto della via di
Damasco, che durante la guerra fu parte della «Linea verde» che divideva la
città in una parte musulmana e in una cristiana. Questo per evitare che i
manifestanti potessero ripetere gli atti vandalici anche nel vicino quartiere
cristiano di Ashrafiyye.
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Families of the disappeared push for
answers
by:

BEIRUT, (IRIN) - The
parents of Lebanese nationals still detained in Syrian jails and of those who
went missing during the civil war protested in front of the parliament
building on Tuesday, demanding an international commission to investigate the
fate of their loved ones.
According to the NGO Support of Lebanese in Detention and Exile (SOLIDE),
hundreds of Lebanese citizens are still languishing in Syrian prisons, with
some detainees reportedly having been held since 1991. A total of about 17,000
Lebanese are believed to have gone missing during the civil war, which lasted
from 1975 to 1990, many of whom may have been killed and buried in mass graves
or handed over to belligerents in the war, such as Israel and Syria.
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“Sparizioni”
A maggio è stato istituito un nuovo comitato congiunto siriano-libanese per
indagare la sorte di oltre 600 libanesi “scomparsi” durante e dopo la
guerra civile libanese degli anni 1975-1990, apparentemente mentre erano
detenuti dalle forze siriane.
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La bandiera libanese sull'Everest
17/05/2006

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IL
REGIME SIRIANO COLPISCE ANCORA...

Libano: scontri tra esercito e guerriglieri palestinesi
17/05/2006
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(ANSA) - BEIRUT, 17 MAG - Scontri
stamane nella valle della Bekaa tra soldati dell'esercito governativo
libanese e guerriglieri palestinesi filosiriani. La Tv libanese Lbc ha
detto che membri del gruppo Fatah- Intifada hanno teso un'imboscata a
una pattuglia dell'esercito vicino al villaggio di Aita Al-Fakhar,
sequestrando un soldato e ferendone un altro. In risposta, i governativi
hanno aperto il fuoco e hanno ferito diversi guerriglieri, trasferiti
poi al di la' del confine con la Siria.

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IL
REGIME SIRIANO COLPISCE ANCORA...

Siria: arrestato esponente opposizione Michel Kilo
DAMASCO - Uno dei più noti esponenti
dell'opposizione siriana, l'intellettuale e scrittore Michel Kilo, è stato
arrestato a Damasco. Lo ha riferito oggi all'Ansa la moglie di Kilo.
La consorte dell'esponente dell'opposizione
ha precisato che agenti dei servizi di sicurezza hanno prelevato ieri mattina
Kilo dalla sua abitazione e che da quel momento non si sono più avute sue
notizie.
Secondo ambienti dell'opposizione siriana,
l'arresto di Kilo andrebbe messo in relazione con la sua adesione all'appello
sottoscritto da circa 200 tra intellettuali siriani e libanesi per il
miglioramento delle relazioni tra Siria e Libano. Nell'appello, gli
intellettuali hanno attribuito al regime di Damasco la responsabilità del
deterioramento delle relazioni tra i due paesi.
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IL
REGIME SIRIANO COLPISCE ANCORA...
Maroun
Makhlouf 13
Anni nella Prigione Siriana TADMOUR racconta
l'orrore e le torture subite Oggi
vive in una cantina sotto le scale
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