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"Le Forze Libanesi"

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L'Osservatorio Geopolitico Medio-Orientale (O.G.M.O) di Roma, ha organizzato per Mercoledì 14 Marzo, presso la Casa del Cinema di Villa Borghese a Roma, la conferenza “I figli perduti del Libano”. Attraverso questa conferenza l’OGMO intende sollevare la drammatica questione dei cittadini libanesi scomparsi e detenuti illegalmente nelle carceri siriane. Si tratta di una detenzione illegale che dura ormai da trent’anni. Nel corso della conferenza avrà luogo la visione del documentario “I figli perduti del Libano”, un toccante filmato che raccoglie le testimonianze degli ex detenuti libanesi nelle prigioni siriane e di alcuni familiari dei cittadini tuttora detenuti.

Sono almeno 620 i cittadini libanesi che ancora si trovano nelle carceri siriane, molti da oltre 10 anni. Nella lista compaiono decine di soldati dell’esercito libanese, alcuni politici, ma anche semplici cittadini Tali sequestri, che ebbero inizio con l’arrivo delle prime truppe di occupazione siriane in Libano nel 1976, avvennero in modo totalmente arbitrario, non soltanto per motivi politici ma anche per semplici dissapori o dissidi con il locale comandante siriano. Resta la massima preoccupazione per l’incolumità dei detenuti, soprattutto in seguito alle ricorrenti notizie di torture e maltrattamenti, e della loro detenzione in condizioni disumane, notizie confermate dalla stessa Amnesty International.

L’OGMO, è Centro Studi che svolge un approfondito lavoro di ricerca, analisi e monitoraggio sul mondo mediorientale, che attraverso questa conferenza intende inaugurare l’apertura di un dialogo costruttivo con le istituzioni libanesi e siriane, sotto lo sguardo partecipe della comunità internazionale.

Saranno presenti alla conferenza: Ghazi Aad, portavoce di SOLIDE (Support of Lebanese in Detention and Exile) associazione che da molti anni sostiene questa causa, in questi giorni in viaggio a Montreal dove l’8 Marzo avrà luogo la medesima conferenza, il Direttore de L’Opinione, Arturo Diaconale, nel ruolo di moderatore, alcuni rappresentanti politici, associazioni per i diritti umani, storici e giornalisti italiani ed esteri. L’invito è stato inoltre esteso al Ministro per gli Affari Esteri l’On. Massimo D’Alema e al Sindaco di Roma Walter Veltroni.

 

Così Hezbollah sta preparando la nuova guerra

di Redazione - martedì 27 febbraio 2007, 07:00 da Rihan

Clicca per ingrandire Hezbollah, l'organizzazione militante della Jihad, sta costruendo una nuova linea di difesa proprio a nord della zona controllata dalle Nazioni Unite nel sud del Libano per prepararsi ad una potenziale ripresa della guerra contro Israele. A distanza di soli sei mesi dall'ultimo conflitto israelo-libanese, la ricostruzione delle forze militari viene effettuata, sotto il controllo di guardie che indossano l'uniforme dei combattenti Hezbollah, tra le vallate e le colline di una scoscesa zona di montagna a nord del fiume Litani, al confine con il territorio in cui si è stabilito il contingente provvisorio dell'Unifil, composto da 12.000 unità.
Queste terre di proprietà di cristiani e drusi sono state acquistate in contanti da un uomo d'affari della Jihad. Gli oppositori di Hezbollah ritengono che lo scopo sia quello di creare una striscia di terra occupata dalla Jihad lungo la sponda settentrionale del fiume Litani per consentire al gruppo libanese di agire lontano da sguardi indiscreti. «Lo Stato di Hezbollah esiste già nel sud del Libano», ha detto al Times il leader druso Walid Jumblatt, notoriamente estremamente critico nei confronti di Hezbollah.
Dalla fine del conflitto dell'estate scorsa, durato mesi, le forze dell'Unifil sono aumentate di numero di sei volte e hanno ricevuto rinforzi da Paesi europei quali la Francia, l'Italia e la Spagna. In aggiunta, un contingente di 20.000 soldati libanesi ha completamente occupato a macchia d'olio la zona per rendere impossibile a Hezbollah la possibilità di far risorgere la propria presenza militare lungo la frontiera con Israele.
«Non ci sono stati tentativi di contrabbandare armi in questa zona», ha affermato Milos Strugar, consigliere Unifil, aggiungendo che nessun combattente armato è mai stato avvistato da settembre in poi. Ma in realtà, i combattenti Hezbollah stanno costruendo un nuovo sistema di fortificazioni e stanno ampliando le posizioni che detenevano in passato nelle montagne a nord del fiume Litani. Gli abitanti della zona dicono che di recente l'attività è aumentata e ciò viene anche confermato dalle forze di pace: «Possiamo vederli mentre costruiscono le loro nuove posizioni. E c'è anche un mucchio di camion che arrivano in quella zona», ci ha detto un ufficiale dell'Unifil. Quando ho visitato la zona, due combattenti Hezbollah in uniforme mimetica con in mano dei fucili automatici e dei walkie-talkie sono usciti dai cespugli nei pressi di un sentiero roccioso sul fianco di una collina sovrastante il fiume. In maniera educata ma ferma hanno chiesto agli inviati del Times di farsi identificare, dicendo loro che la zona era off-limits.
A meno di un paio di chilometri di distanza verso ovest, una catena brillava sospesa tra due blocchi di cemento lungo un sentiero di terra battuta segnando l'ingresso di un'altra «sacca di sicurezza» Hezbollah. Un cartello appeso alla catena riportava l'avviso «Attenzione. Vietato l'accesso in questa zona. Hezbollah». Vicino all'entrata una piccola guardiola, ospita una sentinella Hezbollah che segnala l'arrivo degli estranei con un telefono da campo. Si possono vedere altri combattenti lungo il pendio di una collina ricoperta da pini che si affaccia sulla postazione di controllo.
Un veterano Hezbollah dice che i razzi a lunga gittata diretti contro Israele durante gli ultimi scontri sono stati sparati da piattaforme sotterranee dislocate proprio tra queste colline. E un diplomatico occidentale rivela: «Abbiamo prove che confermano la loro presenza in questa zona. Sembra che sia in atto un processo di espansione di quanto già c'era qui prima della guerra».
Hezbollah ammette tranquillamente di essere in fase di riarmo. Tre settimane fa, un camion carico di razzi e mortai è stato fermato dalla polizia di frontiera libanese sulla strada per Beirut. Hezbollah ha confermato che queste armi erano dirette alla sua ala militare e ne ha chiesto la restituzione. Il ministro della Difesa libanese ha comunicato che le armi sarebbero state consegnate invece all'esercito libanese. Alcuni giorni fa lo sceicco Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah, ha comunicato che si stanno trasportando armi verso «il fronte» meridionale del Libano. «Abbiamo armi di ogni tipo in quantità, tante quante ne vogliamo. Non combattiamo il nostro nemico con spade di legno» ha aggiunto.
La zona in cui Hezbollah si sta consolidando è in un'area che comprende diversi paesi, villaggi e fattorie occupati dalla Jihad e da cristiani e drusi. Per tutto lo scorso anno, Ali Tajiddine, un uomo d’affari della Jihad che commerciava in diamanti in Africa occidentale prima di espandersi nel settore dello sviluppo immobiliare, ha continuato ad acquistare strisce di terreno dai cristiani e dai drusi. Due terzi di Sraireh, un villaggio druso, sono stati comprati insieme a oltre un milione di metri quadri di terreno nel vicino villaggio cristiano di Qotrani, dove, secondo gli abitanti del villaggio, 30 case in costruzione sono state vendute a proprietari appartenenti alla Jihad.
Un nuovo gruppo di case e negozi chiamati Ahmadiyeh è attualmente in costruzione sul fianco di un'arida collina vicino a una cava di proprietà di Tajiddine. Il suo interesse per questo remoto angolo montagnoso del Libano ha suscitato molti dubbi tra gli abitanti della zona e ha insospettito Jumblatt, il cui feudo druso va ad incrociare proprio quest'area. Jumblatt sospetta che si stiano usando dei finanziamento iraniani per l'acquisto di questi terreni che verranno trasformati in una zona militare Hezbollah.
I legami di Tajiddine con Hezbollah sono ben noti nel Libano meridionale. Nel maggio del 2003, uno dei suoi parenti è stato arrestato ad Anversa con l'accusa di riciclaggio di denaro proveniente da Hezbollah attraverso diamanti provenienti dall'Africa occidentale.
Lo sceicco Naim Qassem, vice-leader di Hezbollah, dice che le accuse di Jumblatt sono del tutto infondate, e contraccusa «è il leader druso che ama agitare le acque». Anche Tajiddine ha respinto ogni accusa, anzi spiega che sta acquistando terreni in questa zona solo perché ci sono molte possibilità di impiantarvi delle cave. Ma alcuni ufficiali libanesi sono convinti che il riarmo di Hezbollah faccia parte di un probabile prossimo chiarimento tra Stati Uniti ed Iran in merito alle ambizioni nucleari di Ahmadinejad.
© The Times, London
Traduzione di Nora Stern

 

Diritti umani

La denuncia di Amnesty I FANTASMI DI BEIRUT PERSI NELLE PRIGIONI SIRIANE

Aldo Torchiaro
(Il Riformista) - Venerdì 16 febbraio 2007 - Due anni fa, con la macchina sulla quale viaggiava il primo ministro libanese Rafik Hariri, saltava per aria il fragilissimo equilibrio tra le parti in Libano. Quell’omicidio ha innescato reazioni a catena che hanno portato in breve tempo, dalla sollevazione antisiriana alla rappresaglia dei filosiriani, dal tiro al bersaglio di Hezbollah su Israele alla reazione congiunta delle nazioni che hanno promosso l’operazione Unifil, Italia in testa. E non a caso Massimo D’Alema, che sull’impegno in Libano ha investito non poco, ha voluto essere tra i primi a ricordare Hariri: “Attendiamo che sia fatta piena luce sull’efferato crimine che gli ha tolto la vita”, ha detto. Chi doveva intendere ha inteso. E sui recenti attentati ai cristiani maroniti: “E’ il tentativo inaccettabile di compromettere gli sforzi in corso per restituire al Libano un futuro di pace e stabilità”. Se ne è parlato persino di più a Roma che a Gerusalemme. Ehud Olmert, ieri ad Ankara, ha trovato solo il tempo per una dichiarazione non nuova: “Vogliamo la pace con Damasco, ne saremmo soddisfatti e felici: ma vogliamo anche e soprattutto che Damasco cessi di sostenere il terrorismo e rispetti le regole della comunità internazionale”. 

Se il nostro Paese è così attenta a quanto accade in Libano, non è per caso. Da poco investita della responsabilità di guidare l’Unifil, l’Italia scommette sul tavolo libanese la carta della sua promozione a leading-country nello scacchiere mediterraneo. La recente Conferenza di Parigi, dove la scuola italiana dei vasi comunicanti (ricostruzione economica subordinata alla pace civile) è uscita vincitrice, lega le sorti del paese dei cedri a quelle della Farnesina. E non a caso, nel bilancio di questi primi mesi del governo Prodi, l’iniziativa diplomatico-militare in terra libanese è, vox populi, la più popolare ed apprezzata. E sa bene, il ministro degli Esteri, che affinché cessi il vento a Beirut va individuato e spento un ventilatore nascosto da qualche parte, a Damasco. Gruppi di attivisti per i diritti umani denunciano la presenza di centinaia di libanesi ancora detenuti illegalmente nelle carceri di Assad; la extraordinary rendition in salsa siriana potrebbe aver assunto proporzioni impressionanti. 

Malgrado il regime siriano si ostini a negare ogni addebito, nel novembre 2003 uno squarcio nel velo della censura di Damasco lo hanno operato le Nazioni Unite: la Commissione per i diritti umani dell’Onu ha stilato un rapporto sulla presenza di libanesi illegalmente detenuti nelle carceri siriane. Sarebbero 620 i libanesi attualmente nelle carceri siriane, molti dei quali da oltre 10 anni. Nella lista compaiono – tra gli altri – attivisti, soldati regolari, persino qualche sacerdote maronita. Amnesty International ha rivolto un appello alle autorità siriane. “Devono rivelare urgentemente i nomi di tutti i cittadini libanesi detenuti nelle carceri siriane e permettere loro immediatamente e senza condizioni di incontrare le famiglie e gli avvocati”, chiede Amnesty. E rende noto qualche caso tra i pochi certificati. Un prigioniero, Adel Khalaf Aijuri, sarebbe morto nella prigione di Sednaya dopo 9 anni di carcere, senza aver potuto ricevere cure mediche. Il libanese Joseph Zughayb risulta morto in carcere, in Siria, nel 1996 in circostanze mai appurate. Radwan Ibrahim è morto durante la sua detenzione in Libano poco dopo essere stato trasferito da una prigione in Siria nel dicembre 2000. Gocce d’acqua che filtrano da una vasca ormai tracimante. 

Nel 2002, Amnesty International ha ricevuto una lettera dalle autorità siriane che confermava la detenzione di George Ayub Shalawit e Tony Jirgis Tamer, entrambi condannati a 15 anni di carcere con l’accusa di praticare “spionaggio” per Israele. 

Ghazi Aad, attivista per i diritti umani rappresentante di Solide, Support of Lebanese in Detention and Exile e Roger Bou Chahine, direttore dell’Osservatorio Geopolitica Medio-Orientale proseguono la loro battaglia in favore dei libanesi detenuti illegalmente in Siria, di cui il regime siriano continua a negare la presenza nelle sue prigioni. “Continuiamo a chiedere informazioni sui libanesi incarcerati, ma in risposta, quando ci rispondono, riceviamo continue minacce”. Proprio a Roma si terrà, a metà marzo, una conferenza internazionale per il rispetto dei diritti umani dei detenuti libanesi in Siria.

 

 

07-01-2006 

Continua...

 

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A LOANO CONFERENZA IL CRISTIANESIMO IN LIBANO OGGI E CONCERTO DELLA BEFANA

Venerdì 5 gennaio, alle ore 18.30, nella Sala Consiliare di Palazzo Doria si terrà la conferenza sul tema “Il Cristianesimo in Libano oggi”.
Al centro dell’incontro ci sarà il racconto del monaco dell’Ordine Libanese Maronita Naji Abi Salloum, che vive nei pressi di Beirut e che attualmente è in Italia per motivi di studio.
Il Libano è un Paese arabo in cui la presenza cristiana è una parte importante della società. Prima che iniziasse il nuovo conflitto con Israele, il Libano stava vivendo una stagione  di cambiamenti:  superate le tensioni successive alla morte dell’ex premier Rafik Hariri (ucciso in un attentato il 14 febbraio 2005), uscite dal Paese le truppe Siriane, tra tutte le forze del Paese, di destra e di sinistra, cristiani e musulmani, era nato un dialogo proficuo che stava portando alla riforma della Costituzione.
Da anni il sud del Libano è zona di attrito tra Israele e milizie sciite di Hezbollah.
Un conflitto perenne, con lanci di razzi a da una parte e rappresaglie aeree dall’altra.
Naji Abi Salloum porterà una significativa testimonianza della situazione dei cristiani  oggi in Libano ed una richiesta di aiuto per la ricostruzione.

Alle ore 21.00, nella Parrocchia S. Giovanni Battista, l’Orchestra da Camera “E. Elgar” presenterà  il Concerto dell’Epifania, concerto strumentale e vocale diretto dal maestro Franco Giocosa. Interpreti solisti del concerto saranno la mezzo soprano Dorina Caronna e il tenore Mattia Pelosi accompagnati al violino da Matteo Giocosa, Ermir Abeshi, Alessandra Dallabarba e Adriana Marino, al violoncello da Valentina Giocosa e alla viola da Matteo Brasciolu.

La serata, ad ingresso libero, si propone di raccogliere fondi da destinare ai progetti di ricostruzione in Libano promossi dall’Ordine Libanese Maronita.

 

Libano, la patata bollente

di  Gianandrea Gaiani      02/01/2007 

Per sostituire il francese Pellegrini, duramente criticato da israeliani e libanesi, alla guida della forza ONU a Beirut, ci sono tre alpini italiani. Il cambio della guardia è previsto per febbraio ma l'impressione è comunque che la Francia ceda volentieri la leadership di una forza militare che, a dispetto degli oltre 12.000 militari, non ha nessun mandato per controllare il territorio

Mentre a Beirut hanno iniziato a sbarcare le avanguardie dei 360 caschi blu malesi, ultimo contingente a raggiungere UNIFIL nel Libano meridionale, resta un mistero il nome del comandante italiano destinato ad assumere la guida della forza ONU e la data nella quale rileverà l'incarico dal francese Alain Pellegrini.

I tre ufficiali italiani candidati per l'importante incarico hanno avuto già prima di Natale i colloqui previsti con i funzionari del Dipartimento del Peacekeeping dell'ONU e la nomina era attesa già prima della fine dell'anno.
I candidati, tutti generali di divisione alpini sono Claudio Graziano (veterano delle missioni in Mozambico, nei Balcani e in Afghanistan, oggi a capo del reparto operazioni del Comando Operativo Interforze) Giorgio Battisti (che ha operato in Bosnia, Kosovo e Afghanistan e guida il reparto affari generali dello stato maggiore dell'Esercito) e Giorgio Cornacchione (che ha comandato le truppe italiane a Timor Est e in Iraq ed è attualmente capo reparto impiego delle forze allo stato maggiore dell'Esercito).

Continua...

 

 30-12-2006

 

Ha dichiarato il Presidente della repubblica Emile Lahoud "stiamo con la Siria e con l'Iran perché loro sono sullo stesso nostro cammino e ci appoggiano politicamente, e ben vengano coloro che vogliano imitarli". Ha ringraziato l'Iran e la Siria per il loro appoggio "questa linea e queste richieste non sono della Siria ne dell'Iran ma richieste libanesi".

 

 

Auguri di buon Natale

alle famiglie 

che attendono notizie dei loro figli detenuti da anni illegalmente nelle prigioni Siriane

 


il Rafi' BOB

Alla yerhamo

R.I.P.

 

 


Bush urges Syria to free Lebanon prisoners

bush0305.jpg (12210 bytes)Beirut & Washington- US President George W. Bush on Wednesday called on Syria to free all political prisoners and to halt "intimidation and interference" that is hurting Lebanon's embattled democracy.

"The Syrian regime should immediately free all political prisoners," Bush said. "I am deeply troubled by reports that some ailing political prisoners are denied health care while others are held in cells with violent criminals."

"The Syrian regime should also cease its efforts to undermine Lebanese sovereignty by denying the Lebanese people their right to participate in the democratic process free of foreign intimidation and interference," he said.

According to the NGO , Support of Lebanese in Detention and Exile (SOLIDE), hundreds of Lebanese citizens are still languishing in Syrian prisons, with some detainees reportedly having been held since 1991. A total of about 17,000 Lebanese are believed to have gone missing during the civil war, which lasted from 1975 to 1990, many of whom may have been killed and buried in mass graves or handed over to belligerents in the war, such as Israel and Syria.

While Damascus has consistently denied the presence of Lebanese detainees in its prisons, two Lebanese were among a group of Arab prisoners released from Syrian jails in 2004.

 

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Siniora: gli Hezbollah pianificano un colpo di Stato

Il primo ministro libanese, Fouad Siniora

Il primo ministro libanese, Fouad Siniora

Beirut, 8 dicembre 2006
Il primo ministro libanese, Fouad Siniora, ha accusato il capo degli Hezobllah, Hassan Nasrallah, di "pianificare un colpo di Stato".

Nelle scorse settimane, i ministri vicini al gruppo integralista sciita hanno lasciato il governo in polemica con il premier. Nei giorni scorsi, Nasrallah ha chiamato in piazza tutti i sostenitori degli Hezbollah per chiedere le dimissioni di Siniora.

Da giorni manifestanti stazionano sotto la sede del governo. Nasrallah ha chiesto loro di presidiare la piazza e di proseguire la protesta a oltranza fino alla caduta di Siniora e alla formazione di un esecutivo di unità nazionale.

"La posizione espressa ieri - ha detto Siniora - dimostra che sta cercando di lavorare per un colpo di Stato o almeno sta minacciando di compierlo".

 

 Corriere.it

03-12-2006 

LA GIORNALISTA MUTILATA

     


«Vogliono fare una rivoluzione e 

instaurare uno Stato islamico»

DAL NOSTRO INVIATO
BEIRUT — Le fanno male. Le protesi: questa gamba e questo braccio portati via dall'autobomba dell'anno scorso. Le immagini: quella folla che invade le piazze e assedia il governo. «Non esco di casa. Soffro solo a muovermi. Questo è l'inizio di una rivoluzione. Su questa strada, il mio Libano rischia di perdersi». Ricucita da dieci mesi di cure in Francia, tornata in video ad attaccare la Siria, nascosta in un salotto crema di quei quartieri che una volta erano la crème di Beirut, scortata da una decina di armati, unica sopravvissuta eccellente a quest'anno e mezzo di sangue, la giornalista May Chidiak, 40 anni, usa la retorica appassionata di un'Oriana Fallaci («era una donna straordinaria, l'ho amata molto per le sue battaglie contro il velo: sapeva quel che voleva») e non si sgomenta a tranciare i fatti: «Dicono che non si capisce che cosa voglia Hezbollah? Ma è chiarissimo: cambiare il regime democratico e instaurare anche qui uno Stato islamico. La cosa che mi fa più infuriare è che manifestano anche cristiani come quelli di Aoun, che una volta erano contro i siriani e siccome hanno perso le elezioni, adesso sono disposti a tutto per la paura di perdere potere».
Però non si può parlare di golpe: questa gente è scesa in piazza democraticamente…
«Sono molto disciplinati, è vero. Nasrallah ha detto di non portare bandiere e loro hanno obbedito. Non vogliono spaventare. Ma se fossero sinceri, dovrebbero sventolare le bandiere di chi li paga: l'Iran e la Siria. È il Medio Evo che, ancora una volta, sfida l'Occidente».
Che cosa può fare Siniora?
«Non ha scelta: deve resistere. È una prova di forza, ma non può essere la piazza a decidere chi governa questo Paese. Anche i suoi, il fronte del 14 Marzo, possono portare nelle strade un milione di persone. La maggioranza, però, si fa in Parlamento».
Ci saranno nuovi attentati?
«La minaccia pende su tutti noi. Ed è questa paura, il nemico peggiore: paralizza tutti. Noi cristiani siamo i più vulnerabili, anche perché dopo l'assassinio di Pierre Gemayel non ho visto arrivare dall'Occidente la stessa solidarietà che i Paesi arabi, invece, danno ai martiri musulmani».
Jumblatt dice che l'unica cosa che Hezbollah vuole evitare è il processo Onu per l'assassinio di Hariri…
«… e anche per il mio attentato. Ne sono sicura anch'io».
Qualcuno dice: ma siamo sicuri che è stata la Siria ad ammazzare anche Gemayel?
«Amico mio, il colpevole è lo stesso per tutti gli attentati di questi mesi. Bisogna solo chiedersi a chi giova. Ho sentito qualcuno che si chiede: ma è proprio il momento di fare questo processo internazionale alla Siria, metterla in un angolo in un momento così delicato? Io dico: che cosa c'è da aspettare? Non c'è un momento per fare giustizia. Le ragioni della politica internazionale non possono venire prima. Abbiamo il movente, gli ideatori, le prove. E il dovere di fare qualcosa per questi morti».
Hezbollah ha molti amici nel mondo: anche nella maggioranza di governo italiana…
«Lo so. I vostri parlamentari comunisti vengono spesso a trovarli. Ma secondo me la politica del doppio cappello, sostenere le forze antisiriane del 14 Marzo e intanto trattare con Hezbollah, non paga. Questa è una democrazia in trincea, qui ci sono le prove generali di un'altra rivoluzione islamica: che cosa aspetta a capirlo, l'Occidente?».
Come si sopravvive a un'autobomba?
«Insegno all'università, scrivo, ho ricominciato il mio programma in tv. Mi hanno appena dato in America un premio per i giornalisti coraggiosi. Ma dimenticare è impossibile. Il mio corpo è tenuto insieme con le viti. E se lei va per le strade del Libano, dappertutto vede la mia foto e sullo sfondo la mia macchina distrutta. Sto sui manifesti, come Hariri, Gemayel e gli altri ammazzati: non è facile abituarsi».

 

 

"Storia di un prigioniero" 

Samir Geagea

CON GIZELLE KHOURY SU AL-ARABIA

in lingua araba

Part I - 16 Nov 2006

  1 di 4 - 2 di 4 - 3 di 4 - 4 di 4

 

Part II - 17 Nov 2006

  1 di 3 - 2 di 3 - 3 di 3

 

Part III - 18 Nov 2006

  1 di 3 - 2 di 3 - 3 di 3

 

Part IV - 23 Nov 2006

  1 di 3 - 2 di 3 - 3 di 3

 

Part V - 24 Nov 2006

  1 di 3 - 2 di 3 - 3 di 3

 

Part VI - 25 Nov 2006

  1 di 3 - 2 di 3 - 3 di 3

 

 

IL REGIME SIRIANO COLPISCE ANCORA...

 

 

Questa volta e' toccato a 

Sheikh Pierre Gemayel

 

CHI SARA' IL PROSSIMO ???

 

la Repubblica.it

09-11-2006 Buenos Aires, 18:57

ARGENTINA: ATTENTATO 1994, MANDATO CATTURA PER RAFSANJANI

Un magistrato argentino ha emesso un mandato internazionale di arresto per l'ex presidente iraniano Akbar Hashemi Rafsanjani e altri alti dirigenti iraniani per l'attentato del 18 luglio 1994 contro la sede di Buenos Aires di un'associazione ebraica di mutuo soccorso (Amia), in cui morirono 85 persone e altre 300 rimasero ferite. Il magistrato Rodolfo Canicoba Corral ha chiesto al governo di Teheran, cosi' come all'Interpol, la consegna dell'ex presidente che deve rispondere dell'accusa di "crimini contro l'umanita'". Gli inquirenti argentini, dopo una lunga indagine, alla fine di ottobre conclusero che la decisione di colpire il centro ebraico fu presa nel 1993 al massimo livello dell'allora esecutivo di Teheran che commissiono' l'operazione al movimento sciita libanese Hezbollah.

 

 

 

 

La lista dei detenuti libanesi 

nelle prigioni Siriane.

Questa lista è stata presentata al UN Comitato, nel Febbraio del 2001, per i diritti dell'uomo, lo Stato Vaticano, le organizzazioni internazionali dei diritti dell'uomo, governi dell' Unione Europea.

Detenuti dal 1990 (dopo la fine della guerra):

1.     Ally Issa : soldato nelle Armi Libanesi,  26 feb. 1999

2.     Mouhamad Al Shoufy : soldato nelle Armi Libanesi, 3 Mar. 1999

3.     Izzat Yassin : soldato nelle Armi Libanesi, 13 Set. 1999

4.     Najib Youssef Jaramany: Autista di Autobus Scolastico, Nato il 1956, con  5 figli, Rapito il 24 Gen. 1997 ...

 

More ...

 

 

 

LIBANO, 2 Novembre 2006

I vescovi condannano la “confusione” che regna in Libano

di Youssef Hourany

Espresso riferimento alle dichiarazioni di Lahoud contro la formazione del tribunale internazionale e ai tentativi di far cadere il governo. Il card. Sfeir accenna a “leader politici”, che cercano di “facilitare le interferenze internazionali e la tutela delle forze regionali sul Paese”.Hezbollah respinge le richieste dell’Onu di un disarmo delle milizie.

Beriut (AsiaNews) – Ferma condanna dei vescovi maroniti per la “confusione” che regna in Libano e che coinvolge questioni chiave per il futuro del Paese, come la formazione del tribunale internazionale che deve giudicare i crimini politici commessi a partire dal 2004, la sostituzione del governo di Fouad Siniora, una nuova legge elettorale.

I vescovi, nella loro riunione mensile tenuta ieri a Bkerke, sotto la presidenza del patriarca maronita il cardinale Nasrallah Sfeir, hanno voluto affrontare le ultime polemiche suscitate dalle affermazioni del presidente libanese Emile Lahoud contro la bozza degli statuti del tribunale internazionale dell'ONU, incaricato di giudicare i responsabili dei 14 attentati compiuti in Libano nel 2004 e 2005. La sua dichiarazione, che la bozza è “in contraddizione con l'articolo 52 della Costituzione, che affida al presidente della Repubblica la competenza ordinaria di stipulare accordi internazionali”, è vista dai partiti antisiriani come un tentativo di bloccare l’istituzione stessa del tribunale, che porterebbe sul banco degli accusati anche esponenti di primo piano di Damasco e, forse, lo stesso Lahoud.

Nel comunicato finale, dunque, i vescovi maroniti esprimono “rammarico” per “la confusione che regna in Libano e la divisione dei libanesi in fazioni antagoniste delle quali è difficile capire ciò che vogliono: la divisione verte sul tribunale internazionale, il governo che si vuole rimpiazzare o modificare, la legge elettorale ed altre questioni politiche. La situazione impone che i libanesi facciano prevalere l’interesse nazionale sugli interessi particolari, per trovare una soluzione”.

Il documento rileva poi che “continuano le violazioni dello spazio aereo libanese da parte degli israeliani, malgrado la presenza della Forza di interposizione delle Nazioni Unite, con il pretesto che armi continuano ad essere fornite a gruppi armati attraverso la frontiera libanese. Questa è una situazione che non ispira fiducia, ma che, al contrario, fa temere una ripresa dei combattimenti dei quali tutti i libanesi conoscono i mali”.

Da parte sua, il patriarca Sfeir, che continua con forza d'animo eccezionale a guidare la sua Chiesa maronita, non manca di esprimere ai suoi ospiti la sua preoccupazione di un ulteriore peggioramento della situazione nel Paese. Lo ha ripetuto mercoledì, rinnovando il suo prudente invito ad un “maggior controllo delle posizioni dei leader politici”, che cercano di “facilitare le interferenze internazionali e la tutela delle forze regionali sul Paese dopo il ritiro dell'esercito siriano nel mese di  aprile del 2005”.

Pessimismo sulla situazione del Paese è stato espresso da Hezbollah: “il Paese e come un vulcano", ha detto il deputato del Partito di Dio Hajj Hassan uscendo dal parlamento libanese. Dal canto suo, il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, in una intervista con la sua rete televisiva "Al Manar", ha criticato il ruolo degli americani e di alcuni Paesi europei prima e dopo la guerra del 12 luglio, ed ha respinto la dichiarazione del Consiglio di sicurezza del 30 ottobre, sostenendo che “la richiesta dell'ONU sulla necessita di disarmare il Partito di Dio costituisce una parte integrante del progetto del nuovo Medio Oriente, ormai fallito con la vittoria del Partito di Dio contro Israele”.

E mentre da Washington rimbalza l’affermazione della Casa Bianca di un piano siro-iraniano per far cadere il governo Siniora, oggi, il muftì del Monte Libano, Mohammad Ali Jouzou che, incontrando i giovani del Movimento progressista ha sostenuto che “tutte degli atti eroici di Hezbollah va a vantaggio degli iraniani e non porta alcun profitto agli arabi”. A suo giudizio, il Libano, attraverso Hezbollah, verrebbe “controllato dall’Iran”.

 

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TRA I MILITARI ITALIANI A DUE MESI DALL’ARRIVO
LA SITUAZIONE SI FA PIÙ TESA

Libano, regole di ingaggio più dure
Hezbollah nervosi

29/10/2006
di Massimo Numa

TIRO. «La situazione interna nel Sud Libano si fa ogni giorno più tesa...». L’Intelligence italiana sta seguendo con crescente attenzione, e nuovi timori, l’evolversi del quadro politico in queste ultime ore, dopo l’incidente tra Israele e Germania (F-16 che hanno sorvolato la zona proibita, controllata da unità della marina militare tedesca) e l’annunciato ritiro, sempre di Israele, dal villaggio libanese di Ghajal, a ridosso della Blue Line.
Le regole d’ingaggio, negli ultimi giorni, sono diventate «più robuste» e l’Unifil è pronta a rispondere con le armi a qualsiasi attacco, da qualsiasi parte provenga. Hezbollah protesta da tempo per il mancato sgombero dell’avamposto di Ghajal; nei giorni scorsi c’è stato un un vertice convocato dall’Unifil, per concordare tempi e modi del ritiro e soprattutto il riposizionamento delle forze di pace, ha detto il Brigadiere Generale Jai Prakash Nehra, dell’esercito indiano.

Le ruspe sugli altipiani
Il Libano del Sud, tra Beirut e la Blue Line, il confine con Israele - quello controllato dal contingente italiano - è dunque la zona più a rischio. I marò del San Marco e i Lagunari, hanno spianato con le ruspe anche gli altipiani «clusterizzati» dai top gun di Israele, ex basi di lancio dei razzi Hezbollah. Sono stati creati due settori distinti, separati da un confine immaginario che va dal fiume Litani fino alla Blue Line, a Naqoura: il settore Ovest, dal mare fino alla linea di demarcazione, sarà affidato agli italiani; il settore Est agli spagnoli. Il Comando a guida italiana coordinerà un battaglione di manovra francese, uno del Ghana, due italiani, più le compagnie autonome di altre nazioni. Infine un battaglione del Genio e un ospedale da campo belga, gia’ dislocati a Tibnine. E ora gli italiani operano nella «Tiro pocket».

I militari, al comando dell’ammiraglio del San Marco, Claudio Confessore (non possono mai uscire dalle basi, se non per servizio, almeno per il momento) aiutano i colleghi libanesi a controllare il territorio, anche se, per il momento non operano assieme, ma solo «nelle vicinanze». Marò e soldati non organizzano posti di blocco, nè intervengono direttamente: se rilevano movimenti sospetti, avvertono i colleghi libanesi che decideranno se e come intervenire. Già una ventina di giorni fa i militari libanesi hanno eseguito il primo sequestro di armi siriane, destinate ad Hezbollah. «Un segnale importante, storico - spiegano all’Unifil - che dimostra come, dopo decenni di dominio incontrastato sciita, l’esercito regolare libanese stia per riprendere il controllo del territorio». Per il nostro contingente sono state stabilite nuove regole d’ingaggio e sarebbero già allo studio i protocolli per un futuro impiego congiunto di militari libanesi e di Unifil. Italiani e francesi si stabiliranno prima nella «stanging area» di Beirut, poi saranno dislocati nella nuova grande base di Shama, in via di costruzione. I bulldozer stanno spianando l’area, persa tra gli ulivi, da dove si vede il mare. Lì ci saranno gli uomini del 5° Lancieri di Novara, mentre, a Marakah ci sarà il reggimento lagunari «Serenissima», guidato dal colonnello Emilio Motolese, l’ufficiale che condusse la «battaglia dei due ponti» a Nassirya. Fra pochi giorni il comando passerà al generale di brigata Paolo Gerometta, comandante della Brigata «Pozzuolo del Friuli», che si insedierà nella base di Tbnine, a 700 metri d’altezza, immersa in una pineta.

Bandiere verdi e gialle
Complessivamente, i militari italiani in Libano saranno 2 mila 400, con mezzi e armi, idonei a sostenere «ogni tipo di confronto»: intanto i veicoli blindati «Puma», i blindo pesanti «Centauro» e veicoli protetti del «Serenissima», che si aggiungeranno agli anfibi «Aav 7» della compagnia Lagunari, già in Libano da oltre un mese. Infine, una compagnia di veicoli da combattimento corazzati «Dardo» della Brigata Garibaldi di Caserta; infine, un plotone di carri armati «Ariete» della Brigata Ariete di Pordenone.

Presidieranno la «strada dei martiri», che s’inerpica tra crateri e macerie da Tiro e poi si perde verso Sud, sino ai limiti estremi della Blue Line. Già dalla periferia della città, a 70 chilometri da Beirut, mentre si sale verso la basi italiane di Unifil, a Tbinine, ci sono le foto-quadro in memoria dei militanti islamici morti «per mano del nemico»; le bandiere gialle e verdi degli sciiti segnalano le aree più colpite. Le rivendicano. Una donna spiega ai soldati italiani in perlustrazione che «ha perso il marito e il padre». I suoi bambini scherzano e giocano con i militari del San Marco, e lei continua a lavorare fra le macerie della sua casa. I libanesi non aspettano neppure la bonifica degli specialisti. Incendiano le colline. Il calore delle fiamme distrugge sì i cipressi e gli ulivi, ma restituisce loro la terra.

 

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Prodi rassicura Siniora: «No armi a Hezbollah»

Il Premier ai nostri soldati: «Orgogliosi di voi»

12/10/2006
di Fabio Martini

Romano ProdiBEIRUT. Sul ponte della portaerei Garibaldi il marinaio addetto al microfono annuncia «il presidente del Consiglio, onorevole Romano Prodi» e chiama l'attenti. Il Professore, passati gli onori militari, prende i suoi fogli scritti a mano e legge ai militari in missione in Libano un discorso pieno di sostantivi e aggettivi palpitanti: «Sono orgoglioso di essere qui tra di voi», «siate orgogliosi per il compito delicato che state realizzando», «sappiate che l'Italia è orgogliosa di voi», «che siete una forza convinta e discreta della moderazione», «operatori di pace che portano tutto il bagaglio di comprensione e tolleranza che è oramai è elemento caratteristico delle nostre forze all'estero». E a coronamento del discorso: «Senza lo sforzo dell'Italia la missione di pace non sarebbe stata possibile». Un'ora prima, passando in rassegna le truppe di terra, a Tibnin, nella regione che in estate era stata al centro dell'attacco israeliano, il Presidente del Consiglio aveva letto agli uomini del contingente Unifil lo stesso discorso, fatta salva qualche modifica lessicale. Un replay che oltre ad una certa ritualità, dimostra il valore prevalentemente celebrativo e autocelebrativo - ad uso delle telecamere - della breve missione in Libano, che ha visti impegnati per tutta la giornata di ieri il presidente del Consiglio e il ministro della Difesa Arturo Parisi.

Oltre a salutare le truppe italiane, Prodi ha incontrato il primo ministro Fouad Siniora, col quale ha un feeling speciale e al quale ha chiesto una volta ancora di attivarsi per liberazione dei due soldati israeliani rapiti dagli Hezbollah, vicenda che ha dato il via all'ultima grave fiammata in Medio Oriente: «Ho sollevato il problema - ha raccontato Prodi in conferenza stampa - perché in tutti gli incontri con gli israeliani questo problema mi è stato posto con grande importanza ed emozione. La loro liberazione rappresenterebbe un aiuto alla soluzione dei problemi di sicurezza dell'area». Siniora, che era al fianco di Prodi, ha annuito, ha assicurato l'impegno, ma ha ricordato che anche gli isrealiani devono liberare i prigionieri libanesi (peraltro condannati da regolari tribunali) che si trovano nelle carceri di Israele. In compenso Prodi ha rassicurato Siniora circa la possibilità che possa essere modificata (in senso coercitivo verso gli hezbollah) la delibera dell'Onu: «La risoluzione ha regole e limiti ben precisi, ma va applicata senza esitazioni e ambiguità».

Al termine del colloquio tra i due primi ministri, Fouad Seniora ha espresso la propria «gratitudine» verso Prodi e verso l'Italia, «che hanno portato la pace in Libano». Dopo gli incontri politici, il saluto alla base di Tibnin (a regime i soldati italiani saranno 2500), dove Prodi e Parisi hanno fatto la tradizionale fila con i soldati per il rancio. Al di là della personale sintonia tra Prodi e Siniora, restano i problemi sul campo, in particolare l'irriducibilità degli Hezbollah e la difficoltà di impedire, non tanto un disarmo, quanto un ulteriore riarmo.

 

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«Milizie Hezbollah più forti di prima»

Gli Hezbollah sarebbero entrati di recente in possesso di missili con una gittata di circa mille chilometri, in grado cioè di colpire obiettivi situati anche sull'isola di Creta e in Turchia. Secondo il settimanale Focus,che cita un rapporto top secret del Bnd, i servizi segreti tedeschi, la milizia libanese avrebbe ricevuto i razzi di produzione iraniana via terra, attraverso la Siria. Hezbollah avrebbe ricevuto anche tonnellate di armamenti,tra cui mortai, munizioni e fucili. Secondo il Bnd, la milizia sciita dispone attualmente di un arsenale ancora più consistente di quanto lo fosse prima del conflitto con Israele.

 

S.O.L.I.D.E.

LEBANON

THE MINISTRY OF DEFENSE DETENTION CENTER:

A MAJOR OBSTACLE TO THE PREVENTION OF TORTURE

Forgotten victims, unpunished executioners

 

Versione in lingua inglese : More ...

 

5 Ottobre 2006

LIBANO

No dei vescovi maroniti a nuovo governo chiesto da Hezbollah e Lahoud

di Youssef Hourany

 

Un comunicato dei presuli vede nella richiesta di un esecutivo di unità nazionale un modo per evitare la nascita de tribunale internazionale sui delitti politici, a partire dall’uccisione di Rafic Hariri, servendo gli obiettivi di “certe parti internazionali e faziose”.

Beirut (AsiaNews) -  E’ stato visto come “uno schiaffo” al presidente della Repubblica Emile Lohoud e ad Hezbollah il “no” dei vescovi maroniti ad un cambiamento del governo attuale presieduto da Fouad Siniora, espresso ieri al termine della loro riunione mensile, insieme ad un forte appello all'unita tra tutti i libanesi e la sottolineatura della necessita di compiere gesti concreti capaci di far uscire il Paese dallo stato di crisi nel quale si trova.

Riuniti a Bkerke sotto la presidenza del patriarca maronita il cardinale Nassrallah Sfeir, i vescovi maroniti, nel loro comunicato finale sostengono infatti che “Il dibattito in corso su un cambiamento del governo in carica e la formazione di un esecutivo di unità nazionale non deve essere motivato dall’obiettivo nascosto che mira ad impedire la creazione di un tribunale internazionale per giudicare la vicenda dell’assassinio dell’ex primo ministro Rafic Hariri e tutti gli omicidi commessi successivamente. Con ciò si servirebbero gli obiettivi di certe parti internazionali e faziose”.

Il comunicato ha anche criticato le dichiarazioni e le manifestazioni popolari che si sono succedute durante quest'ultimo periodo (Hezbollah con “La Vittoria divina”, le Forze Libanesi con “Sono morti per noi”,  la Maradah di Souleiman Frangieh con l'annuncio della fondazione del partito e l’annuncio di una manifestazione del generale Aoun), in quanto “non servono il paese e l'unita nazionale ma anzi la colpiscono gravemente”.

L’indicazione dei vescovi maroniti è stata vista e letta come “un nuovo schiaffo” contro il generale Emile Lahhoud, l'attuale presidente della Repubblica, che sostiene la necessità di formare un nuovo governo “più rappresentativo”, come chiesto da Hezbollah. Domanda che ha l’appoggio del generale Aoun con il suo alleato Souleiman Frangie e del leader della Bekaa il deputato Elie Skaff, greco-cattolico.

Contro l’indicazione dei vescovi maroniti su è espresso il vice-segretario generale del partito di Dio, cheikh Nahim Kassem, che ha rinnovato la richieste di formare un nuovo governo “più efficace e più rappresentativo”, secondo il quale “l'ultimo atteggiamento dei vescovi maroniti è molto condizionato dalla posizione di Saad El Hariri e di Walid Joumblatt”.

A favore, invece, delle affermazioni dei vescovi, si è espresso il Gran Muftì del Libano, Cheikh Mouhammad Rachid Gabbani. A suo giudizio, ha detto ad AsiaNews, “è giusta e doverosa” la preoccuppazione di Bkerke sul rischio che incombe la formazione del tribunale internazionale che sarà incaricato di processare i criminali che hanno causato l'assassinio dell'ex premier Rafic Hariri.

Nel loro comunicato i vescovi hanno anche “rinnovato la loro gratitudine a tutti gli uomini e le organizzazioni che hanno aiutato il Libano durante quest'ultima crisi” ed hanno richiamato la necessità di impegnarsi per frenare l’emigrazione che, notano i vescovi, sta aumentando in quest'ultimo periodo. Bisogna riunire le loro forze in modo capace di stimolare i giovani a rimanere nella loro terra d'origine, perché "i giovani costituiscono la vera ricchezza del Libano, chiediamo a tutti di offrire il loro contributo in modo capace di togliere lo stato d'angoscia e d'inquietudine”.

I Vescovi maroniti, alla fine del loro comunicato hanno unito le loro voci a quella di Benedetto XVI, perché in questo mese d'ottobre consacrato alla devozione alla Madonna del rosario, rimanga "la luce nelle nostre famiglie”.

Preoccupazione per la diminuzione della presenza dei cristiani in Medio Oriente sono state espresse, a Damasco, anche durante i lavori del Sinodo patriarcale della Chiesa greco-ortodossa d'Antiochia, che proseguono sotto la presidenza del patriarca Ignazio VI Hazim. Il patriarca con il suo Sinodo assumeranno una posizione alla luce di un rapporto pubblicato nei giorni scorsi e che ha indicato una percentuale di più del 60% di giovani cristiani che hanno dovuto lasciare il Libano, la Siria e L'Iraq durante questi ultimi due anni.

 

Le mouvement SOLIDA 

(Soutien aux Libanais Détenus Arbitrairement) 

vous invite à une :

CONFERENCE DE PRESSE

Pour le lancement de son dernier rapport intitulé :

 

" Le centre de détention du Ministère de la Défense : un obstacle majeur à

la prévention de la torture "

Le jeudi 5 octobre 2006

à 12h30

Centre Mar Youssef - 12è étage

Rue de l'hôpital Saint Joseph - Dora - Beyrouth

 

En 1997, le mouvement SOLIDA publiait un rapport alarmant sur les

conditions d'interrogatoires et de détention dans les sous-sols du

ministère de la défense du Liban. Aujourd'hui, alors que le Liban a

retrouvé depuis plus d'un an sa totale souveraineté, ce centre de

détention, symbole de la torture et de l'arbitraire est toujours une

prison officielle. Les services de renseignements de l'armée en

interdisent l'accès au CICR (Comité International de la Croix Rouge), ce

qui a pour conséquence notable qu'aucun lieu de détention du Liban ne

reçoit la visite de cette organisation. Cette situation constitue un

obstacle important à la prévention de la pratique de la torture, phénomène

diffus employé par de nombreux services de sécurité.

Les victimes de la torture sont oubliées de l'opinion publique au Liban,

leurs bourreaux jouissent d'une impunité totale, les affaires judiciaires

menées par l' " ancien " régime ne sont pas revues. Est-ce comme cela que

le pays évolue vers la démocratie ?

Ce rapport revient sur 14 années de violations gravissimes des droits de

l'Homme dans la " prison sous-sol " du Ministère de la Défense.

Ce rapport réclame une enquête impartiale sur les responsables directs et

indirects des exactions, ceci afin de restaurer la confiance de la

population dans l'armée et la justice libanaises.

Ce rapport revendique les droits des victimes et la fermeture des centres

de détention relevant des services de renseignements de l'armée.

 

Pour en finir avec l'arbitraire,

Pour en finir avec la torture.

 

Contact presse : Marie DAUNAY 03 887 108

 

Versione in lingua araba : More ...

 

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