|
La
Croce Rossa Libanese Vi Chiede un aiuto.
Puoi
effettuare dei versamenti sul seguente conto :
Bank Audi - BaB Idriss - 841500
SwiftCode: AUDBLBBX
Archivio

















"Le Forze Libanesi"
declina ogni responsabilita'
relativa ai contenuti dei siti segnalati.
|
|
|
|
L'Osservatorio
Geopolitico Medio-Orientale (O.G.M.O) di Roma, ha organizzato per Mercoledì
14 Marzo, presso la Casa del Cinema di Villa
Borghese a Roma, la conferenza “I figli perduti del Libano”.
Attraverso questa conferenza l’OGMO intende sollevare la drammatica
questione dei cittadini libanesi scomparsi e detenuti illegalmente nelle
carceri siriane. Si tratta di una detenzione illegale che dura ormai da
trent’anni. Nel corso della conferenza avrà luogo la visione del
documentario “I figli perduti del Libano”, un toccante filmato che
raccoglie le testimonianze degli ex detenuti libanesi nelle prigioni siriane e
di alcuni familiari dei cittadini tuttora detenuti.
Sono almeno 620 i cittadini libanesi che ancora si trovano nelle carceri
siriane, molti da oltre 10 anni. Nella lista compaiono decine di soldati
dell’esercito libanese, alcuni politici, ma anche semplici cittadini Tali
sequestri, che ebbero inizio con l’arrivo delle prime truppe di occupazione
siriane in Libano nel 1976, avvennero in modo totalmente arbitrario, non
soltanto per motivi politici ma anche per semplici dissapori o dissidi con il
locale comandante siriano. Resta la massima preoccupazione per l’incolumità
dei detenuti, soprattutto in seguito alle ricorrenti notizie di torture e
maltrattamenti, e della loro detenzione in condizioni disumane, notizie
confermate dalla stessa Amnesty International.
L’OGMO, è Centro Studi che svolge un approfondito lavoro
di ricerca, analisi e monitoraggio sul mondo mediorientale, che attraverso
questa conferenza intende inaugurare l’apertura di un dialogo costruttivo
con le istituzioni libanesi e siriane, sotto lo sguardo partecipe della
comunità internazionale.
Saranno presenti alla conferenza: Ghazi Aad, portavoce di SOLIDE
(Support of Lebanese in Detention and Exile) associazione che da
molti anni sostiene questa causa, in questi giorni in viaggio a Montreal dove
l’8 Marzo avrà luogo la medesima conferenza, il Direttore de L’Opinione,
Arturo Diaconale, nel ruolo di moderatore, alcuni rappresentanti politici,
associazioni per i diritti umani, storici e giornalisti italiani ed esteri.
L’invito è stato inoltre esteso al Ministro per gli Affari Esteri l’On.
Massimo D’Alema e al Sindaco di Roma Walter Veltroni.
|
| |
|

Così
Hezbollah sta preparando la nuova guerra
di Redazione - martedì 27
febbraio 2007, 07:00 da Rihan
Hezbollah, l'organizzazione militante della Jihad, sta costruendo una
nuova linea di difesa proprio a nord della zona controllata dalle Nazioni
Unite nel sud del Libano per prepararsi ad una potenziale ripresa della guerra
contro Israele. A distanza di soli sei mesi dall'ultimo conflitto
israelo-libanese, la ricostruzione delle forze militari viene effettuata,
sotto il controllo di guardie che indossano l'uniforme dei combattenti
Hezbollah, tra le vallate e le colline di una scoscesa zona di montagna a nord
del fiume Litani, al confine con il territorio in cui si è stabilito il
contingente provvisorio dell'Unifil, composto da 12.000 unità.
Queste terre di proprietà di cristiani e drusi sono state acquistate in
contanti da un uomo d'affari della Jihad. Gli oppositori di Hezbollah
ritengono che lo scopo sia quello di creare una striscia di terra occupata
dalla Jihad lungo la sponda settentrionale del fiume Litani per consentire al
gruppo libanese di agire lontano da sguardi indiscreti. «Lo Stato di
Hezbollah esiste già nel sud del Libano», ha detto al Times il leader druso
Walid Jumblatt, notoriamente estremamente critico nei confronti di Hezbollah.
Dalla fine del conflitto dell'estate scorsa, durato mesi, le forze dell'Unifil
sono aumentate di numero di sei volte e hanno ricevuto rinforzi da Paesi
europei quali la Francia, l'Italia e la Spagna. In aggiunta, un contingente di
20.000 soldati libanesi ha completamente occupato a macchia d'olio la zona per
rendere impossibile a Hezbollah la possibilità di far risorgere la propria
presenza militare lungo la frontiera con Israele.
«Non ci sono stati tentativi di contrabbandare armi in questa zona», ha
affermato Milos Strugar, consigliere Unifil, aggiungendo che nessun
combattente armato è mai stato avvistato da settembre in poi. Ma in realtà,
i combattenti Hezbollah stanno costruendo un nuovo sistema di fortificazioni e
stanno ampliando le posizioni che detenevano in passato nelle montagne a nord
del fiume Litani. Gli abitanti della zona dicono che di recente l'attività è
aumentata e ciò viene anche confermato dalle forze di pace: «Possiamo
vederli mentre costruiscono le loro nuove posizioni. E c'è anche un mucchio
di camion che arrivano in quella zona», ci ha detto un ufficiale dell'Unifil.
Quando ho visitato la zona, due combattenti Hezbollah in uniforme mimetica con
in mano dei fucili automatici e dei walkie-talkie sono usciti dai cespugli nei
pressi di un sentiero roccioso sul fianco di una collina sovrastante il fiume.
In maniera educata ma ferma hanno chiesto agli inviati del Times di farsi
identificare, dicendo loro che la zona era off-limits.
A meno di un paio di chilometri di distanza verso ovest, una catena brillava
sospesa tra due blocchi di cemento lungo un sentiero di terra battuta segnando
l'ingresso di un'altra «sacca di sicurezza» Hezbollah. Un cartello appeso
alla catena riportava l'avviso «Attenzione. Vietato l'accesso in questa zona.
Hezbollah». Vicino all'entrata una piccola guardiola, ospita una sentinella
Hezbollah che segnala l'arrivo degli estranei con un telefono da campo. Si
possono vedere altri combattenti lungo il pendio di una collina ricoperta da
pini che si affaccia sulla postazione di controllo.
Un veterano Hezbollah dice che i razzi a lunga gittata diretti contro Israele
durante gli ultimi scontri sono stati sparati da piattaforme sotterranee
dislocate proprio tra queste colline. E un diplomatico occidentale rivela: «Abbiamo
prove che confermano la loro presenza in questa zona. Sembra che sia in atto
un processo di espansione di quanto già c'era qui prima della guerra».
Hezbollah ammette tranquillamente di essere in fase di riarmo. Tre settimane
fa, un camion carico di razzi e mortai è stato fermato dalla polizia di
frontiera libanese sulla strada per Beirut. Hezbollah ha confermato che queste
armi erano dirette alla sua ala militare e ne ha chiesto la restituzione. Il
ministro della Difesa libanese ha comunicato che le armi sarebbero state
consegnate invece all'esercito libanese. Alcuni giorni fa lo sceicco Hassan
Nasrallah, leader di Hezbollah, ha comunicato che si stanno trasportando armi
verso «il fronte» meridionale del Libano. «Abbiamo armi di ogni tipo in
quantità, tante quante ne vogliamo. Non combattiamo il nostro nemico con
spade di legno» ha aggiunto.
La zona in cui Hezbollah si sta consolidando è in un'area che comprende
diversi paesi, villaggi e fattorie occupati dalla Jihad e da cristiani e
drusi. Per tutto lo scorso anno, Ali Tajiddine, un uomo d’affari della Jihad
che commerciava in diamanti in Africa occidentale prima di espandersi nel
settore dello sviluppo immobiliare, ha continuato ad acquistare strisce di
terreno dai cristiani e dai drusi. Due terzi di Sraireh, un villaggio druso,
sono stati comprati insieme a oltre un milione di metri quadri di terreno nel
vicino villaggio cristiano di Qotrani, dove, secondo gli abitanti del
villaggio, 30 case in costruzione sono state vendute a proprietari
appartenenti alla Jihad.
Un nuovo gruppo di case e negozi chiamati Ahmadiyeh è attualmente in
costruzione sul fianco di un'arida collina vicino a una cava di proprietà di
Tajiddine. Il suo interesse per questo remoto angolo montagnoso del Libano ha
suscitato molti dubbi tra gli abitanti della zona e ha insospettito Jumblatt,
il cui feudo druso va ad incrociare proprio quest'area. Jumblatt sospetta che
si stiano usando dei finanziamento iraniani per l'acquisto di questi terreni
che verranno trasformati in una zona militare Hezbollah.
I legami di Tajiddine con Hezbollah sono ben noti nel Libano meridionale. Nel
maggio del 2003, uno dei suoi parenti è stato arrestato ad Anversa con
l'accusa di riciclaggio di denaro proveniente da Hezbollah attraverso diamanti
provenienti dall'Africa occidentale.
Lo sceicco Naim Qassem, vice-leader di Hezbollah, dice che le accuse di
Jumblatt sono del tutto infondate, e contraccusa «è il leader druso che ama
agitare le acque». Anche Tajiddine ha respinto ogni accusa, anzi spiega che
sta acquistando terreni in questa zona solo perché ci sono molte possibilità
di impiantarvi delle cave. Ma alcuni ufficiali libanesi sono convinti che il
riarmo di Hezbollah faccia parte di un probabile prossimo chiarimento tra
Stati Uniti ed Iran in merito alle ambizioni nucleari di Ahmadinejad.
© The Times, London
Traduzione di Nora Stern
|
| |
|
Diritti umani
La denuncia di Amnesty I
FANTASMI DI BEIRUT PERSI NELLE PRIGIONI SIRIANE

Aldo Torchiaro
(Il Riformista) - Venerdì 16 febbraio 2007 - Due anni fa, con la macchina
sulla quale viaggiava il primo ministro libanese Rafik Hariri, saltava per
aria il fragilissimo equilibrio tra le parti in Libano. Quell’omicidio ha
innescato reazioni a catena che hanno portato in breve tempo, dalla
sollevazione antisiriana alla rappresaglia dei filosiriani, dal tiro al
bersaglio di Hezbollah su Israele alla reazione congiunta delle nazioni che
hanno promosso l’operazione Unifil, Italia in testa. E non a caso Massimo
D’Alema, che sull’impegno in Libano ha investito non poco, ha voluto
essere tra i primi a ricordare Hariri: “Attendiamo che sia fatta piena luce
sull’efferato crimine che gli ha tolto la vita”, ha detto. Chi doveva
intendere ha inteso. E sui recenti attentati ai cristiani maroniti: “E’ il
tentativo inaccettabile di compromettere gli sforzi in corso per restituire al
Libano un futuro di pace e stabilità”. Se ne è parlato persino di più a
Roma che a Gerusalemme. Ehud Olmert, ieri ad Ankara, ha trovato solo il tempo
per una dichiarazione non nuova: “Vogliamo la pace con Damasco, ne saremmo
soddisfatti e felici: ma vogliamo anche e soprattutto che Damasco cessi di
sostenere il terrorismo e rispetti le regole della comunità
internazionale”.
Se il nostro Paese è così attenta a quanto
accade in Libano, non è per caso. Da poco investita della responsabilità di
guidare l’Unifil, l’Italia scommette sul tavolo libanese la carta della
sua promozione a leading-country nello scacchiere mediterraneo. La recente
Conferenza di Parigi, dove la scuola italiana dei vasi comunicanti
(ricostruzione economica subordinata alla pace civile) è uscita vincitrice,
lega le sorti del paese dei cedri a quelle della Farnesina. E non a caso, nel
bilancio di questi primi mesi del governo Prodi, l’iniziativa
diplomatico-militare in terra libanese è, vox populi, la più popolare ed
apprezzata. E sa bene, il ministro degli Esteri, che affinché cessi il vento
a Beirut va individuato e spento un ventilatore nascosto da qualche parte, a
Damasco. Gruppi di attivisti per i diritti umani denunciano la presenza di
centinaia di libanesi ancora detenuti illegalmente nelle carceri di Assad; la
extraordinary rendition in salsa siriana potrebbe aver assunto proporzioni
impressionanti.
Malgrado il regime siriano si ostini a negare
ogni addebito, nel novembre 2003 uno squarcio nel velo della censura di
Damasco lo hanno operato le Nazioni Unite: la Commissione per i diritti umani
dell’Onu ha stilato un rapporto sulla presenza di libanesi illegalmente
detenuti nelle carceri siriane. Sarebbero 620 i libanesi attualmente nelle
carceri siriane, molti dei quali da oltre 10 anni. Nella lista compaiono –
tra gli altri – attivisti, soldati regolari, persino qualche sacerdote
maronita. Amnesty International ha rivolto un appello alle autorità siriane.
“Devono rivelare urgentemente i nomi di tutti i cittadini libanesi detenuti
nelle carceri siriane e permettere loro immediatamente e senza condizioni di
incontrare le famiglie e gli avvocati”, chiede Amnesty. E rende noto qualche
caso tra i pochi certificati. Un prigioniero, Adel Khalaf Aijuri, sarebbe
morto nella prigione di Sednaya dopo 9 anni di carcere, senza aver potuto
ricevere cure mediche. Il libanese Joseph Zughayb risulta morto in carcere, in
Siria, nel 1996 in circostanze mai appurate. Radwan Ibrahim è morto durante
la sua detenzione in Libano poco dopo essere stato trasferito da una prigione
in Siria nel dicembre 2000. Gocce d’acqua che filtrano da una vasca ormai
tracimante.
Nel 2002, Amnesty International ha ricevuto
una lettera dalle autorità siriane che confermava la detenzione di George
Ayub Shalawit e Tony Jirgis Tamer, entrambi condannati a 15 anni di carcere
con l’accusa di praticare “spionaggio” per Israele.
Ghazi
Aad, attivista per i diritti umani rappresentante di Solide, Support of
Lebanese in Detention and Exile e Roger Bou Chahine, direttore
dell’Osservatorio Geopolitica Medio-Orientale proseguono la loro battaglia
in favore dei libanesi detenuti illegalmente in Siria, di cui il regime
siriano continua a negare la presenza nelle sue prigioni. “Continuiamo a
chiedere informazioni sui libanesi incarcerati, ma in risposta, quando ci
rispondono, riceviamo continue minacce”. Proprio a Roma si terrà, a metà
marzo, una conferenza internazionale per il rispetto dei diritti umani dei
detenuti libanesi in Siria.
|
| |
|
07-01-2006

Continua...
|
| |
|

A LOANO
CONFERENZA IL CRISTIANESIMO IN LIBANO OGGI E CONCERTO DELLA BEFANA
|
Venerdì
5 gennaio, alle ore 18.30, nella Sala Consiliare di Palazzo Doria si
terrà la conferenza sul tema “Il Cristianesimo in Libano oggi”.
Al centro dell’incontro ci sarà il racconto del monaco dell’Ordine
Libanese Maronita Naji Abi Salloum, che vive nei pressi di Beirut e che
attualmente è in Italia per motivi di studio.
Il Libano è un Paese arabo in cui la presenza cristiana è una parte
importante della società. Prima che iniziasse il nuovo conflitto con
Israele, il Libano stava vivendo una stagione di cambiamenti:
superate le tensioni successive alla morte dell’ex premier Rafik
Hariri (ucciso in un attentato il 14 febbraio 2005), uscite dal Paese le
truppe Siriane, tra tutte le forze del Paese, di destra e di sinistra,
cristiani e musulmani, era nato un dialogo proficuo che stava portando
alla riforma della Costituzione.
Da anni il sud del Libano è zona di attrito tra Israele e milizie
sciite di Hezbollah.
Un conflitto perenne, con lanci di razzi a da una parte e rappresaglie
aeree dall’altra.
Naji Abi Salloum porterà una significativa testimonianza della
situazione dei cristiani oggi in Libano ed una richiesta di aiuto
per la ricostruzione.
Alle ore 21.00, nella Parrocchia S.
Giovanni Battista, l’Orchestra da Camera “E. Elgar” presenterà
il Concerto dell’Epifania, concerto strumentale e vocale diretto dal
maestro Franco Giocosa. Interpreti solisti del concerto saranno la mezzo
soprano Dorina Caronna e il tenore Mattia Pelosi accompagnati al violino
da Matteo Giocosa, Ermir Abeshi, Alessandra Dallabarba e Adriana Marino,
al violoncello da Valentina Giocosa e alla viola da Matteo Brasciolu.
La serata, ad ingresso libero, si
propone di raccogliere fondi da destinare ai progetti di ricostruzione
in Libano promossi dall’Ordine Libanese Maronita.
|
|
| |

Libano, la patata bollente
di Gianandrea Gaiani 02/01/2007
Per sostituire il francese
Pellegrini, duramente criticato da israeliani e libanesi, alla guida della
forza ONU a Beirut, ci sono tre alpini italiani. Il cambio della guardia è
previsto per febbraio ma l'impressione è comunque che la Francia ceda
volentieri la leadership di una forza militare che, a dispetto degli oltre
12.000 militari, non ha nessun mandato per controllare il territorio
Mentre a Beirut hanno iniziato a sbarcare le avanguardie dei
360 caschi blu malesi, ultimo contingente a raggiungere UNIFIL nel
Libano meridionale, resta un mistero il nome del comandante italiano
destinato ad assumere la guida della forza ONU e la data nella quale
rileverà l'incarico dal francese Alain Pellegrini.
I tre ufficiali italiani candidati per l'importante incarico
hanno avuto già prima di Natale i colloqui previsti con i funzionari del
Dipartimento del Peacekeeping dell'ONU e la nomina era attesa già prima della
fine dell'anno.
I candidati, tutti generali di divisione alpini sono Claudio
Graziano (veterano delle missioni in Mozambico, nei Balcani e in
Afghanistan, oggi a capo del reparto operazioni del Comando Operativo
Interforze) Giorgio Battisti (che ha operato in Bosnia,
Kosovo e Afghanistan e guida il reparto affari generali dello stato maggiore
dell'Esercito) e Giorgio Cornacchione (che ha comandato le
truppe italiane a Timor Est e in Iraq ed è attualmente capo reparto impiego
delle forze allo stato maggiore dell'Esercito).
Continua...
|
| |
|

30-12-2006 
Ha
dichiarato il Presidente della repubblica Emile Lahoud "stiamo con
la Siria e con l'Iran perché loro sono sullo stesso nostro cammino e ci
appoggiano politicamente, e ben vengano coloro che vogliano
imitarli". Ha
ringraziato l'Iran e la Siria per il loro appoggio "questa linea e
queste richieste non sono della Siria ne dell'Iran ma richieste
libanesi".
|
| |
|
Auguri di buon Natale
alle famiglie
che attendono notizie dei loro
figli detenuti da anni illegalmente nelle prigioni Siriane
|
il
Rafi' BOB
Alla
yerhamo


|
| |
|
Bush urges Syria to free Lebanon
prisoners
Beirut &
Washington- US President George W. Bush on Wednesday called on Syria to
free all political prisoners and to halt "intimidation and
interference" that is hurting Lebanon's embattled democracy.
"The Syrian regime should immediately free all political prisoners,"
Bush said. "I am deeply troubled by reports that some ailing
political prisoners are denied health care while others are held in
cells with violent criminals."
"The Syrian regime should also cease its efforts to undermine
Lebanese sovereignty by denying the Lebanese people their right to
participate in the democratic process free of foreign intimidation and
interference," he said.
According to the NGO , Support of Lebanese in Detention and Exile
(SOLIDE), hundreds of Lebanese citizens are still languishing in Syrian
prisons, with some detainees reportedly having been held since 1991. A
total of about 17,000 Lebanese are believed to have gone missing during
the civil war, which lasted from 1975 to 1990, many of whom may have
been killed and buried in mass graves or handed over to belligerents in
the war, such as Israel and Syria.
While Damascus has consistently denied the presence of Lebanese
detainees in its prisons, two Lebanese were among a group of Arab
prisoners released from Syrian jails in 2004.
|
| |

Siniora:
gli Hezbollah pianificano un colpo di Stato

Il
primo ministro libanese, Fouad Siniora
Beirut, 8 dicembre 2006
Il primo ministro libanese, Fouad Siniora, ha accusato
il capo degli Hezobllah, Hassan Nasrallah, di "pianificare un colpo
di Stato".
Nelle scorse settimane, i ministri
vicini al gruppo integralista sciita hanno lasciato il governo in
polemica con il premier. Nei giorni scorsi, Nasrallah ha chiamato in
piazza tutti i sostenitori degli Hezbollah per chiedere le dimissioni di
Siniora.
Da giorni manifestanti stazionano sotto la sede del governo. Nasrallah
ha chiesto loro di presidiare la piazza e di proseguire la protesta
a oltranza fino alla caduta di Siniora e alla formazione di un esecutivo
di unità nazionale.
"La posizione espressa ieri - ha detto Siniora - dimostra che sta
cercando di lavorare per un colpo di Stato o almeno sta minacciando di
compierlo".
|
| |

03-12-2006
LA
GIORNALISTA MUTILATA
«Vogliono
fare una rivoluzione e
instaurare
uno Stato islamico»
DAL NOSTRO INVIATO
BEIRUT — Le fanno male. Le protesi: questa gamba e questo braccio
portati via dall'autobomba dell'anno scorso. Le immagini: quella folla
che invade le piazze e assedia il governo. «Non esco di casa. Soffro
solo a muovermi. Questo è l'inizio di una rivoluzione. Su questa
strada, il mio Libano rischia di perdersi». Ricucita da dieci mesi di
cure in Francia, tornata in video ad attaccare la Siria, nascosta in un
salotto crema di quei quartieri che una volta erano la crème di Beirut,
scortata da una decina di armati, unica sopravvissuta eccellente a
quest'anno e mezzo di sangue, la giornalista May Chidiak, 40 anni, usa
la retorica appassionata di un'Oriana Fallaci («era una donna
straordinaria, l'ho amata molto per le sue battaglie contro il velo:
sapeva quel che voleva») e non si sgomenta a tranciare i fatti: «Dicono
che non si capisce che cosa voglia Hezbollah? Ma è chiarissimo:
cambiare il regime democratico e instaurare anche qui uno Stato
islamico. La cosa che mi fa più infuriare è che manifestano anche
cristiani come quelli di Aoun, che una volta erano contro i siriani e
siccome hanno perso le elezioni, adesso sono disposti a tutto per la
paura di perdere potere».
Però non si può parlare di golpe: questa gente è scesa in piazza
democraticamente…
«Sono molto disciplinati, è vero. Nasrallah ha detto di non portare
bandiere e loro hanno obbedito. Non vogliono spaventare. Ma se fossero
sinceri, dovrebbero sventolare le bandiere di chi li paga: l'Iran e la
Siria. È il Medio Evo che, ancora una volta, sfida l'Occidente».
Che cosa può fare Siniora?
«Non ha scelta: deve resistere. È una prova di forza, ma non può
essere la piazza a decidere chi governa questo Paese. Anche i suoi, il
fronte del 14 Marzo, possono portare nelle strade un milione di persone.
La maggioranza, però, si fa in Parlamento».
Ci saranno nuovi attentati?
«La minaccia pende su tutti noi. Ed è questa paura, il nemico
peggiore: paralizza tutti. Noi cristiani siamo i più vulnerabili, anche
perché dopo l'assassinio di Pierre Gemayel non ho visto arrivare
dall'Occidente la stessa solidarietà che i Paesi arabi, invece, danno
ai martiri musulmani».
Jumblatt dice che l'unica cosa che Hezbollah vuole evitare è il
processo Onu per l'assassinio di Hariri…
«… e anche per il mio attentato. Ne sono sicura anch'io».
Qualcuno dice: ma siamo sicuri che è stata la Siria ad ammazzare
anche Gemayel?
«Amico mio, il colpevole è lo stesso per tutti gli attentati di questi
mesi. Bisogna solo chiedersi a chi giova. Ho sentito qualcuno che si
chiede: ma è proprio il momento di fare questo processo internazionale
alla Siria, metterla in un angolo in un momento così delicato? Io dico:
che cosa c'è da aspettare? Non c'è un momento per fare giustizia. Le
ragioni della politica internazionale non possono venire prima. Abbiamo
il movente, gli ideatori, le prove. E il dovere di fare qualcosa per
questi morti».
Hezbollah ha molti amici nel mondo: anche nella maggioranza di
governo italiana…
«Lo so. I vostri parlamentari comunisti vengono spesso a trovarli. Ma
secondo me la politica del doppio cappello, sostenere le forze
antisiriane del 14 Marzo e intanto trattare con Hezbollah, non paga.
Questa è una democrazia in trincea, qui ci sono le prove generali di
un'altra rivoluzione islamica: che cosa aspetta a capirlo, l'Occidente?».
Come si sopravvive a un'autobomba?
«Insegno all'università, scrivo, ho ricominciato il mio programma in
tv. Mi hanno appena dato in America un premio per i giornalisti
coraggiosi. Ma dimenticare è impossibile. Il mio corpo è tenuto
insieme con le viti. E se lei va per le strade del Libano, dappertutto
vede la mia foto e sullo sfondo la mia macchina distrutta. Sto sui
manifesti, come Hariri, Gemayel e gli altri ammazzati: non è facile
abituarsi».
|
| |
"Storia di
un prigioniero"
Samir
Geagea
CON
GIZELLE KHOURY SU AL-ARABIA
in
lingua araba

1
di 4 -
2
di 4 -
3
di 4 -
4
di 4
1
di 3 -
2
di 3 -
3
di 3
1
di 3 -
2
di 3 -
3
di 3
1
di 3 -
2
di 3 -
3
di 3
1
di 3 -
2
di 3 -
3
di 3
1
di 3 -
2
di 3 -
3
di 3
|
| |
|
IL
REGIME SIRIANO COLPISCE ANCORA...
Questa
volta e' toccato a
Sheikh Pierre Gemayel
CHI
SARA' IL PROSSIMO ???
|
| |

09-11-2006 Buenos Aires, 18:57
ARGENTINA: ATTENTATO 1994, MANDATO
CATTURA PER RAFSANJANI
Un magistrato argentino ha emesso un mandato internazionale di arresto
per l'ex presidente iraniano Akbar Hashemi Rafsanjani e altri alti
dirigenti iraniani per l'attentato del 18 luglio 1994 contro la sede di
Buenos Aires di un'associazione ebraica di mutuo soccorso (Amia), in cui
morirono 85 persone e altre 300 rimasero ferite. Il magistrato Rodolfo
Canicoba Corral ha chiesto al governo di Teheran, cosi' come all'Interpol,
la consegna dell'ex presidente che deve rispondere dell'accusa di
"crimini contro l'umanita'". Gli inquirenti argentini, dopo
una lunga indagine, alla fine di ottobre conclusero che la decisione di
colpire il centro ebraico fu presa nel 1993 al massimo livello
dell'allora esecutivo di Teheran che commissiono' l'operazione al
movimento sciita libanese Hezbollah.
|
| |
|
La
lista dei detenuti libanesi
nelle
prigioni Siriane.
Questa
lista è stata presentata al UN Comitato, nel Febbraio del 2001, per
i diritti dell'uomo, lo Stato Vaticano, le organizzazioni
internazionali dei diritti dell'uomo, governi dell' Unione Europea.
Detenuti dal 1990 (dopo la fine della
guerra):
1.
Ally Issa : soldato nelle Armi Libanesi,
26 feb. 1999
2.
Mouhamad Al Shoufy : soldato nelle Armi Libanesi, 3 Mar. 1999
3.
Izzat Yassin : soldato nelle Armi Libanesi, 13 Set. 1999
4.
Najib Youssef Jaramany: Autista di Autobus Scolastico, Nato
il 1956, con 5 figli, Rapito il 24 Gen. 1997
...
More
...
|
|
| |
|

LIBANO,
2 Novembre 2006
I
vescovi condannano la “confusione” che regna in Libano
di
Youssef Hourany |
Espresso
riferimento alle dichiarazioni di Lahoud contro la formazione del
tribunale internazionale e ai tentativi di far cadere il governo. Il
card. Sfeir accenna a “leader politici”, che cercano di
“facilitare le interferenze internazionali e la tutela delle forze
regionali sul Paese”.Hezbollah respinge le richieste dell’Onu di un
disarmo delle milizie.
Beriut (AsiaNews) – Ferma condanna dei vescovi
maroniti per la “confusione” che regna in Libano e che coinvolge
questioni chiave per il futuro del Paese, come la formazione del
tribunale internazionale che deve giudicare i crimini politici commessi
a partire dal 2004, la sostituzione del governo di Fouad Siniora, una
nuova legge elettorale.
I vescovi, nella loro riunione mensile tenuta ieri a
Bkerke, sotto la presidenza del patriarca maronita il cardinale
Nasrallah Sfeir, hanno voluto affrontare le ultime polemiche suscitate
dalle affermazioni del presidente libanese Emile Lahoud contro la bozza
degli statuti del tribunale internazionale dell'ONU, incaricato di
giudicare i responsabili dei 14 attentati compiuti in Libano nel 2004 e
2005. La sua dichiarazione, che la bozza è “in contraddizione con
l'articolo 52 della Costituzione, che affida al presidente della
Repubblica la competenza ordinaria di stipulare accordi
internazionali”, è vista dai partiti antisiriani come un tentativo di
bloccare l’istituzione stessa del tribunale, che porterebbe sul banco
degli accusati anche esponenti di primo piano di Damasco e, forse, lo
stesso Lahoud.
Nel comunicato finale, dunque, i vescovi maroniti
esprimono “rammarico” per “la confusione che regna in Libano e la
divisione dei libanesi in fazioni antagoniste delle quali è difficile
capire ciò che vogliono: la divisione verte sul tribunale
internazionale, il governo che si vuole rimpiazzare o modificare, la
legge elettorale ed altre questioni politiche. La situazione impone che
i libanesi facciano prevalere l’interesse nazionale sugli interessi
particolari, per trovare una soluzione”.
Il documento rileva poi che “continuano le
violazioni dello spazio aereo libanese da parte degli israeliani,
malgrado la presenza della Forza di interposizione delle Nazioni Unite,
con il pretesto che armi continuano ad essere fornite a gruppi armati
attraverso la frontiera libanese. Questa è una situazione che non
ispira fiducia, ma che, al contrario, fa temere una ripresa dei
combattimenti dei quali tutti i libanesi conoscono i mali”.
Da parte sua, il patriarca Sfeir, che continua con
forza d'animo eccezionale a guidare la sua Chiesa maronita, non manca di
esprimere ai suoi ospiti la sua preoccupazione di un ulteriore
peggioramento della situazione nel Paese. Lo ha ripetuto mercoledì,
rinnovando il suo prudente invito ad un “maggior controllo delle
posizioni dei leader politici”, che cercano di “facilitare le
interferenze internazionali e la tutela delle forze regionali sul Paese
dopo il ritiro dell'esercito siriano nel mese di aprile del
2005”.
Pessimismo sulla situazione del Paese è stato
espresso da Hezbollah: “il Paese e come un vulcano", ha detto il
deputato del Partito di Dio Hajj Hassan uscendo dal parlamento libanese.
Dal canto suo, il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, in
una intervista con la sua rete televisiva "Al Manar",
ha criticato il ruolo degli americani e di alcuni Paesi europei prima e
dopo la guerra del 12 luglio, ed ha respinto la dichiarazione del
Consiglio di sicurezza del 30 ottobre, sostenendo che “la richiesta
dell'ONU sulla necessita di disarmare il Partito di Dio costituisce
una parte integrante del progetto del nuovo Medio Oriente, ormai
fallito con la vittoria del Partito di Dio contro Israele”.
E mentre da Washington rimbalza l’affermazione della
Casa Bianca di un piano siro-iraniano per far cadere il governo Siniora,
oggi, il muftì del Monte Libano, Mohammad Ali Jouzou che, incontrando i
giovani del Movimento progressista ha sostenuto che “tutte degli atti
eroici di Hezbollah va a vantaggio degli iraniani e non porta alcun
profitto agli arabi”. A suo giudizio, il Libano, attraverso Hezbollah,
verrebbe “controllato dall’Iran”.
|
| |
|

TRA I MILITARI ITALIANI A DUE MESI DALL’ARRIVO
LA SITUAZIONE SI FA PIÙ TESA
Libano,
regole di ingaggio più dure
Hezbollah nervosi
29/10/2006
di Massimo Numa
TIRO. «La situazione interna nel Sud
Libano si fa ogni giorno più tesa...». L’Intelligence italiana sta
seguendo con crescente attenzione, e nuovi timori, l’evolversi del
quadro politico in queste ultime ore, dopo l’incidente tra Israele e
Germania (F-16 che hanno sorvolato la zona proibita, controllata da unità
della marina militare tedesca) e l’annunciato ritiro, sempre di
Israele, dal villaggio libanese di Ghajal, a ridosso della Blue Line.
Le regole d’ingaggio, negli ultimi giorni, sono
diventate «più robuste» e l’Unifil è pronta a rispondere con le
armi a qualsiasi attacco, da qualsiasi parte provenga. Hezbollah
protesta da tempo per il mancato sgombero dell’avamposto di Ghajal;
nei giorni scorsi c’è stato un un vertice convocato dall’Unifil,
per concordare tempi e modi del ritiro e soprattutto il riposizionamento
delle forze di pace, ha detto il Brigadiere Generale Jai Prakash Nehra,
dell’esercito indiano.
Le ruspe sugli altipiani
Il Libano del Sud, tra Beirut e la Blue Line, il confine con Israele -
quello controllato dal contingente italiano - è dunque la zona più a
rischio. I marò del San Marco e i Lagunari, hanno spianato con le ruspe
anche gli altipiani «clusterizzati» dai top gun di Israele, ex basi di
lancio dei razzi Hezbollah. Sono stati creati due settori distinti,
separati da un confine immaginario che va dal fiume Litani fino alla
Blue Line, a Naqoura: il settore Ovest, dal mare fino alla linea di
demarcazione, sarà affidato agli italiani; il settore Est agli
spagnoli. Il Comando a guida italiana coordinerà un battaglione di
manovra francese, uno del Ghana, due italiani, più le compagnie
autonome di altre nazioni. Infine un battaglione del Genio e un ospedale
da campo belga, gia’ dislocati a Tibnine. E ora gli italiani operano
nella «Tiro pocket».
I militari, al comando dell’ammiraglio del San Marco, Claudio
Confessore (non possono mai uscire dalle basi, se non per servizio,
almeno per il momento) aiutano i colleghi libanesi a controllare il
territorio, anche se, per il momento non operano assieme, ma solo «nelle
vicinanze». Marò e soldati non organizzano posti di blocco, nè
intervengono direttamente: se rilevano movimenti sospetti, avvertono i
colleghi libanesi che decideranno se e come intervenire. Già una
ventina di giorni fa i militari libanesi hanno eseguito il primo
sequestro di armi siriane, destinate ad Hezbollah. «Un segnale
importante, storico - spiegano all’Unifil - che dimostra come, dopo
decenni di dominio incontrastato sciita, l’esercito regolare libanese
stia per riprendere il controllo del territorio». Per il nostro
contingente sono state stabilite nuove regole d’ingaggio e sarebbero
già allo studio i protocolli per un futuro impiego congiunto di
militari libanesi e di Unifil. Italiani e francesi si stabiliranno prima
nella «stanging area» di Beirut, poi saranno dislocati nella nuova
grande base di Shama, in via di costruzione. I bulldozer stanno
spianando l’area, persa tra gli ulivi, da dove si vede il mare. Lì ci
saranno gli uomini del 5° Lancieri di Novara, mentre, a Marakah ci sarà
il reggimento lagunari «Serenissima», guidato dal colonnello Emilio
Motolese, l’ufficiale che condusse la «battaglia dei due ponti» a
Nassirya. Fra pochi giorni il comando passerà al generale di brigata
Paolo Gerometta, comandante della Brigata «Pozzuolo del Friuli», che
si insedierà nella base di Tbnine, a 700 metri d’altezza, immersa in
una pineta.
Bandiere verdi e gialle
Complessivamente, i militari italiani in Libano saranno 2 mila 400, con
mezzi e armi, idonei a sostenere «ogni tipo di confronto»: intanto i
veicoli blindati «Puma», i blindo pesanti «Centauro» e veicoli
protetti del «Serenissima», che si aggiungeranno agli anfibi «Aav 7»
della compagnia Lagunari, già in Libano da oltre un mese. Infine, una
compagnia di veicoli da combattimento corazzati «Dardo» della Brigata
Garibaldi di Caserta; infine, un plotone di carri armati «Ariete»
della Brigata Ariete di Pordenone.
Presidieranno la «strada dei martiri», che s’inerpica tra crateri e
macerie da Tiro e poi si perde verso Sud, sino ai limiti estremi della
Blue Line. Già dalla periferia della città, a 70 chilometri da Beirut,
mentre si sale verso la basi italiane di Unifil, a Tbinine, ci sono le
foto-quadro in memoria dei militanti islamici morti «per mano del
nemico»; le bandiere gialle e verdi degli sciiti segnalano le aree più
colpite. Le rivendicano. Una donna spiega ai soldati italiani in
perlustrazione che «ha perso il marito e il padre». I suoi bambini
scherzano e giocano con i militari del San Marco, e lei continua a
lavorare fra le macerie della sua casa. I libanesi non aspettano neppure
la bonifica degli specialisti. Incendiano le colline. Il calore delle
fiamme distrugge sì i cipressi e gli ulivi, ma restituisce loro la
terra.
|
| |
|

Prodi rassicura Siniora: «No armi a Hezbollah»
Il
Premier ai nostri soldati: «Orgogliosi di voi»
12/10/2006
di Fabio Martini
BEIRUT. Sul
ponte della portaerei Garibaldi il marinaio addetto al microfono
annuncia «il presidente del Consiglio, onorevole Romano Prodi» e
chiama l'attenti. Il Professore, passati gli onori militari, prende i
suoi fogli scritti a mano e legge ai militari in missione in Libano un
discorso pieno di sostantivi e aggettivi palpitanti: «Sono orgoglioso
di essere qui tra di voi», «siate orgogliosi per il compito delicato
che state realizzando», «sappiate che l'Italia è orgogliosa di voi»,
«che siete una forza convinta e discreta della moderazione», «operatori
di pace che portano tutto il bagaglio di comprensione e tolleranza che
è oramai è elemento caratteristico delle nostre forze all'estero». E
a coronamento del discorso: «Senza lo sforzo dell'Italia la missione di
pace non sarebbe stata possibile». Un'ora prima, passando in rassegna
le truppe di terra, a Tibnin, nella regione che in estate era stata al
centro dell'attacco israeliano, il Presidente del Consiglio aveva letto
agli uomini del contingente Unifil lo stesso discorso, fatta salva
qualche modifica lessicale. Un replay che oltre ad una certa ritualità,
dimostra il valore prevalentemente celebrativo e autocelebrativo - ad
uso delle telecamere - della breve missione in Libano, che ha visti
impegnati per tutta la giornata di ieri il presidente del Consiglio e il
ministro della Difesa Arturo Parisi.
Oltre a salutare le truppe italiane, Prodi ha incontrato il primo
ministro Fouad Siniora, col quale ha un feeling speciale e al quale ha
chiesto una volta ancora di attivarsi per liberazione dei due soldati
israeliani rapiti dagli Hezbollah, vicenda che ha dato il via all'ultima
grave fiammata in Medio Oriente: «Ho sollevato il problema - ha
raccontato Prodi in conferenza stampa - perché in tutti gli incontri
con gli israeliani questo problema mi è stato posto con grande
importanza ed emozione. La loro liberazione rappresenterebbe un aiuto
alla soluzione dei problemi di sicurezza dell'area». Siniora, che era
al fianco di Prodi, ha annuito, ha assicurato l'impegno, ma ha ricordato
che anche gli isrealiani devono liberare i prigionieri libanesi
(peraltro condannati da regolari tribunali) che si trovano nelle carceri
di Israele. In compenso Prodi ha rassicurato Siniora circa la possibilità
che possa essere modificata (in senso coercitivo verso gli hezbollah) la
delibera dell'Onu: «La risoluzione ha regole e limiti ben precisi, ma
va applicata senza esitazioni e ambiguità».
Al termine del colloquio tra i due primi ministri, Fouad Seniora ha
espresso la propria «gratitudine» verso Prodi e verso l'Italia, «che
hanno portato la pace in Libano». Dopo gli incontri politici, il saluto
alla base di Tibnin (a regime i soldati italiani saranno 2500), dove
Prodi e Parisi hanno fatto la tradizionale fila con i soldati per il
rancio. Al di là della personale sintonia tra Prodi e Siniora, restano
i problemi sul campo, in particolare l'irriducibilità degli Hezbollah e
la difficoltà di impedire, non tanto un disarmo, quanto un ulteriore
riarmo.
|
| |
|

«Milizie
Hezbollah più forti di prima»
Gli Hezbollah sarebbero entrati di recente in possesso
di missili con una gittata di circa mille chilometri, in grado cioè di
colpire obiettivi situati anche sull'isola di Creta e in Turchia.
Secondo il settimanale Focus,che cita un rapporto top secret del Bnd, i
servizi segreti tedeschi, la milizia libanese avrebbe ricevuto i razzi
di produzione iraniana via terra, attraverso la Siria. Hezbollah avrebbe
ricevuto anche tonnellate di armamenti,tra cui mortai, munizioni e
fucili. Secondo il Bnd, la milizia sciita dispone attualmente di un
arsenale ancora più consistente di quanto lo fosse prima del conflitto
con Israele.
|
| |
|
S.O.L.I.D.E.
LEBANON
THE MINISTRY OF DEFENSE
DETENTION CENTER:
A MAJOR OBSTACLE TO THE
PREVENTION OF TORTURE
Forgotten victims, unpunished executioners
Versione in lingua inglese : More ...
|
| |
|
5 Ottobre 2006
LIBANO
No dei vescovi maroniti a nuovo governo
chiesto da Hezbollah e Lahoud
di Youssef Hourany
Un comunicato dei presuli vede nella
richiesta di un esecutivo di unità nazionale un modo per evitare la
nascita de tribunale internazionale sui delitti politici, a partire
dall’uccisione di Rafic Hariri, servendo gli obiettivi di “certe
parti internazionali e faziose”.
Beirut (AsiaNews)
- E’ stato visto come “uno schiaffo” al presidente della
Repubblica Emile Lohoud e ad Hezbollah il “no” dei vescovi maroniti
ad un cambiamento del governo attuale presieduto da Fouad Siniora,
espresso ieri al termine della loro riunione mensile, insieme ad un
forte appello all'unita tra tutti i libanesi e la sottolineatura della
necessita di compiere gesti concreti capaci di far uscire il Paese dallo
stato di crisi nel quale si trova.
Riuniti a Bkerke sotto la presidenza del patriarca maronita il
cardinale Nassrallah Sfeir, i vescovi maroniti, nel loro comunicato
finale sostengono infatti che “Il dibattito in corso su un cambiamento
del governo in carica e la formazione di un esecutivo di unità
nazionale non deve essere motivato dall’obiettivo nascosto che mira ad
impedire la creazione di un tribunale internazionale per giudicare la
vicenda dell’assassinio dell’ex primo ministro Rafic Hariri e tutti
gli omicidi commessi successivamente. Con ciò si servirebbero gli
obiettivi di certe parti internazionali e faziose”.
Il comunicato ha anche criticato le dichiarazioni e le manifestazioni
popolari che si sono succedute durante quest'ultimo periodo (Hezbollah
con “La Vittoria divina”, le Forze Libanesi con “Sono morti per
noi”, la Maradah di Souleiman Frangieh con l'annuncio della
fondazione del partito e l’annuncio di una manifestazione del generale
Aoun), in quanto “non servono il paese e l'unita nazionale ma anzi la
colpiscono gravemente”.
L’indicazione dei vescovi maroniti è stata vista e letta come
“un nuovo schiaffo” contro il generale Emile Lahhoud, l'attuale
presidente della Repubblica, che sostiene la necessità di formare un
nuovo governo “più rappresentativo”, come chiesto da Hezbollah.
Domanda che ha l’appoggio del generale Aoun con il suo alleato
Souleiman Frangie e del leader della Bekaa il deputato Elie Skaff,
greco-cattolico.
Contro l’indicazione dei vescovi maroniti su è espresso il
vice-segretario generale del partito di Dio, cheikh Nahim Kassem, che ha
rinnovato la richieste di formare un nuovo governo “più efficace e più
rappresentativo”, secondo il quale “l'ultimo atteggiamento dei
vescovi maroniti è molto condizionato dalla posizione di Saad El Hariri
e di Walid Joumblatt”.
A favore, invece, delle affermazioni dei vescovi, si è espresso il
Gran Muftì del Libano, Cheikh Mouhammad Rachid Gabbani. A suo giudizio,
ha detto ad AsiaNews, “è giusta e doverosa” la
preoccuppazione di Bkerke sul rischio che incombe la formazione del
tribunale internazionale che sarà incaricato di processare i criminali
che hanno causato l'assassinio dell'ex premier Rafic Hariri.
Nel loro comunicato i vescovi hanno anche “rinnovato la loro
gratitudine a tutti gli uomini e le organizzazioni che hanno aiutato il
Libano durante quest'ultima crisi” ed hanno richiamato la necessità
di impegnarsi per frenare l’emigrazione che, notano i vescovi, sta
aumentando in quest'ultimo periodo. Bisogna riunire le loro forze in
modo capace di stimolare i giovani a rimanere nella loro terra
d'origine, perché "i giovani costituiscono la vera ricchezza del
Libano, chiediamo a tutti di offrire il loro contributo in modo capace
di togliere lo stato d'angoscia e d'inquietudine”.
I Vescovi maroniti, alla fine del loro comunicato hanno unito le loro
voci a quella di Benedetto XVI, perché in questo mese d'ottobre
consacrato alla devozione alla Madonna del rosario, rimanga "la
luce nelle nostre famiglie”.
Preoccupazione per la diminuzione della presenza dei cristiani in
Medio Oriente sono state espresse, a Damasco, anche durante i lavori del
Sinodo patriarcale della Chiesa greco-ortodossa d'Antiochia, che
proseguono sotto la presidenza del patriarca Ignazio VI Hazim. Il
patriarca con il suo Sinodo assumeranno una posizione alla luce di un
rapporto pubblicato nei giorni scorsi e che ha indicato una percentuale
di più del 60% di giovani cristiani che hanno dovuto lasciare il
Libano, la Siria e L'Iraq durante questi ultimi due anni.
|
| |
|

Le mouvement SOLIDA
(Soutien aux Libanais Détenus Arbitrairement)
vous invite à une :
CONFERENCE DE PRESSE
Pour le lancement de son dernier rapport intitulé :
" Le centre de détention du
Ministère de la Défense : un obstacle majeur à
la prévention de la torture "
Le jeudi 5 octobre 2006
à 12h30
Centre Mar Youssef - 12è étage
Rue de l'hôpital Saint Joseph - Dora - Beyrouth
En 1997, le mouvement SOLIDA publiait un rapport alarmant
sur les
conditions d'interrogatoires et de détention dans les
sous-sols du
ministère de la défense du Liban. Aujourd'hui, alors
que le Liban a
retrouvé depuis plus d'un an sa totale souveraineté, ce
centre de
détention, symbole de la torture et de l'arbitraire est
toujours une
prison officielle. Les services de renseignements de l'armée
en
interdisent l'accès au CICR (Comité International de la
Croix Rouge), ce
qui a pour conséquence notable qu'aucun lieu de
détention du Liban ne
reçoit la visite de cette organisation. Cette situation
constitue un
obstacle important à la prévention de la pratique de la
torture, phénomène
diffus employé par de nombreux services de sécurité.
Les victimes de la torture sont oubliées de l'opinion
publique au Liban,
leurs bourreaux jouissent d'une impunité totale, les
affaires judiciaires
menées par l' " ancien " régime ne sont pas
revues. Est-ce comme cela que
le pays évolue vers la démocratie ?
Ce rapport revient sur 14 années de violations
gravissimes des droits de
l'Homme dans la " prison sous-sol " du
Ministère de la Défense.
Ce rapport réclame une enquête impartiale sur les
responsables directs et
indirects des exactions, ceci afin de restaurer la
confiance de la
population dans l'armée et la justice libanaises.
Ce rapport revendique les droits des victimes et la
fermeture des centres
de détention relevant des services de renseignements de
l'armée.
Pour en finir avec l'arbitraire,
Pour en finir avec la torture.
Contact presse : Marie DAUNAY 03 887 108
Versione in lingua araba : More ...
|
| |
|
© 1996-2004 FORZE
LIBANESI,
Tutti i diritti riservati
|
|