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17 Ottobre 2007
Nel Libano dove le case vuote sono il
simbolo di un Paese ancora una volta sul baratro della guerra civile Beirut La fuga dei
cristiani
17-10-07, pagina 34, sezione POLITICA
ESTERA
DAL NOSTRO INVIATO GUIDO RAMPOLDI
BEIRUT - In Libano la storia non ha ancora
deciso dove andrà abitare, se nelle case vuote dei milionari
sauditi o nelle case vuote dei cristiani che emigrano. I sauditi
hanno comprato per prezzi irragionevoli interi condomini sulla
Corniche, il lungomare, ma vi compaiono di rado. Nelle sere di festa
quei palazzi alti e per gran parte bui tollerano con impassibile
eleganza la piccola borghesia beirutina che schiamazza ai loro
piedi, dopo aver occupato il largo marciapiede con le sedie di
plastica portate da casa, i tavolini e le grandi pipe ad acqua. Lo
scorso venerdì, quando crocchi esilarati di padri e di bambini
hanno preso ad innescare petardi e fuochi d' artificio, la Corniche
rimbombava e crepitava come al tempo della guerra civile. Ma chi ora
legge in quel frastuono un presagio può tentare di rassicurarsi
alzando gli occhi sui palazzi vuoti. Come spiega Timur Goksel,
politologo dell' American university, «i sauditi hanno fatto
investimenti enormi in Libano. Beirut è la loro via di fuga
nel caso che nella penisola arabica tutto volga al peggio: non
lasceranno che bruci. E poiché anche l' altro prim' attore della
scena libanese, l' Iran, non ha interesse in una deflagrazione, il Libano
potrà conoscere scontri, turbolenze, nuovi attentati: ma non una
nuova guerra civile». Non subito, almeno. Gli appartamenti vuoti
dei cristiani fuggiti all' estero nelle ultime settimane raccontano
il Paese da una prospettiva più pessimistica. Che precipiti o no in
un' altra mischia tra fazioni armate, il Libano comincia a
somigliare non più ad una democrazia inceppata, ma ad uno Stato
fallito. Ad una Somalia a cinque stelle, nella definizione di un
giornalista libanese: e anche le stelle diminuiscono rapidamente,
mano a mano che l' economia decade.
Un paese diviso cerca un accordo sul
prossimo presidente. Ma anche se si arrivasse a un compromesso,
resterebbe una nazione in bilico: l' economia è ferma, i giovani
non sognano che l' immigrazione, le comunità si chiudono al loro
interno e le fazioni politiche si riarmano Della Rivolta dei cedri
non è rimasto che il ricordo Nel Libano della rivoluzione spezzata
Tutti temono il ritorno della guerra civile. Ma nessuno vuole
veri compromessi - Il sogno della rivoluzione dei Cedri è
durato poco, ucciso da guerra e bombe - I cristiani sono la
comunità più fragile, pronti a battersi l' uno contro l' altro
Secondo i sondaggi, il 63% degli universitari
vede all' orizzonte la guerra civile e due terzi dei giovani tra
i 18 e i 25 anni vogliono emigrare. Per adesso partono i
cristiani della borghesia agiata, perché hanno una professione,
spesso un secondo passaporto e soprattutto parenti all' estero.
Ma partono anche i musulmani, e con l' identica motivazione: l'
insicurezza, lo stato dell' economia, la delusione. Il Libano
in cui abbiamo creduto, ammettono tutti, non esiste più. Forse
non è mai esistito. In fondo, spiega Goksel, quel senso di unità
nazionale suscitato due anni fa dalla cosiddetta
"Rivoluzione dei cedri" è durato solo pochi mesi. Ne
rimane qualcosa tra i libanesi che avendo un' istruzione e
nessun bisogno di appoggiarsi ad una comunità non badano troppo
alle differenze di religione. Ma questo è appunto il Libano
che emigra. Fuori da quel segmento di borghesia, il Paese torna
a dividersi lungo le linee in parte dettate dalle 18 fedi
riconosciute dalla Costituzione, e in parte maggiore dalla
fedeltà pretesa da questo o quel clan in cambio di assistenza
sociale, sovente un lavoro, e adesso soprattutto la garanzia di
una protezione se tutto precipitasse. La progressione degli
eventi va in quella direzione. L' anno in corso ha visto furiose
sparatorie all' università (in gennaio, quattro morti), una
battaglia durata mesi tra l' esercito e una grossa banda
terrorista asserragliata in un campo palestinese (almeno
quattrocento uccis i), e altri attentati misteriosi, in genere
attribuiti a invisibili mani siriane ma rimasti tutti impuniti.
«Ogni giorno che passa tutto è più difficile», ha detto
domenica il patriarca maronita Nasrallah Sfeir dando voce alle
ansie dei fedeli. E li ha invitati a pregare, perché «Dio
soltanto è capace di salvare questo Paese e le nostre famiglie».
In realtà anche i libanesi potrebbero dare una mano, se
riuscissero a salvarsi da se stessi. Invece. La settimana scorsa
la stampa ha raccontato di ragazzi che si allenano a sparare (in
montagna, come accadeva nel 1973). Sono soprattutto i cristiani
di due fazioni opposte, l' una alleata e l' altra nemica degli
Hezbollah. E' opinione prevalente che se si cominciasse a
combattere, sarebbe uno scontro tra le due milizie ad aprire le
ostilità. La moltiplicazione dei gruppi armati è una
prospettiva ancora lontana, ma ormai nell' orizzonte libanese.
«Le milizie chiamano inevitabilmente, irresistibilmente, altre
milizie», avverte l' Orient, quotidiano vicino al governo s
unnita-maronita. La colpa è innanzitutto di Hezbollah.
Rifiutando di disarmare il suo poderoso apparato militare, il
partito sciita di fatto ha incoraggiato altre fazioni a
riarmarsi. Ma adesso è difficile negare il diritto alla paura
anche agli sciiti, che ormai considerano i guerrieri di
Hezbollah la loro unica protezione anche quando non ne
condividono il fondamentalismo. La paura libanese è ancora un
sentimento così sommesso che sarebbe più esatto definirla un'
inquietudine. Parlarne in pubblico risulta iettatorio,
imbarazzante, maleducato. Ma nessuno ignora i segnali di
deterioramento. «Ora accade che condominii omogenei concordino
di non vendere nè affittare a famiglie di religione diversa»,
racconta una sciita con le valigie pronte. «E' ancora raro, ma
prima non succedeva». Chi ha memoria della guerra civile sa
bene dove conduce questo progressivo chiudersi dentro i confini
della propria comunità. Ma i più giovani non hanno un' idea
esatta delle mostruosità occorse durante tra il 1975 e il 1990.
La gu erra civile, infatti, è un taboo nazionale. Il Libano
si è obbligato a dimenticarla. E così ha finito per commettere
lo stesso errore che è stato fatale alla federazione jugoslava:
non ha mai fatto i conti con le proprie colpe. Il risultato è
disastroso. I clan che condussero il Paese alla rovina sono
ancora potenti e rispettati, malgrado conservino la vocazione al
ladrocinio e un' inesausta disponibilità a cercarsi protettori
esteri. Perfino personaggi di comprovata ferocia, come il
maronita Samir Geagea, sono ancora attivi nella politica (e la
sua milizia si sta riarmando). Se i crimini più gravi non
subiscono neppure una sanzione simbolica, viene a cadere la
norma morale che trasforma un agglomerato casuale in una società.
Non è una faccenda astratta, e non riguarda solo i libanesi.
Tutti sanno, o dovrebbero sapere, che Hezbollah è ricorso
spesso al terrorismo. Ma quando l' ambasciatore statunitense
Feltman ha preso di petto un emissario del generale Aoun, capo
della fazione maronita alleata di Hezbollah, quello ha potuto
rispondere: saremmo noi gli amici dei terroristi? E voi? Davvero
ignorate il passato di quelli che ricevete a Washington, come il
druso Jumblatt, o di quelli con cui trescate a Beirut, come i
clan della Falange? Il fatto che una metà dei cristiani
maroniti siano alleati di Hezbollah potrà apparire
incomprensibile agli occidentali che guardano al Libano
come un campo di battaglia tra il Bene e il Male, tra la Nostra
civiltà e l' Orda. Ma nella logica libanese non è affatto
sorprendente. Molti maroniti sono devoti al generale Aoun, e per
ragioni tattiche l' ex presidente ha scelto di apparentarsi con
il partito della guerriglia khomeinista. Tra i due gruppi non vi
sono molte affinità, se non un certo disprezzo, ricambiato, per
la borghesia beirutina (in un suo libro recente Aoun legge lo
scontro tra maggioranza cristiano-sunnita e opposizione
cristiano-sciita come «lotta di classe»). Però i maroniti che
vivono nel sud, dove gli sciiti sono maggioranza, preferiscono
mantenere rapporti distesi con Hezbollah. Ma se nella scelta di
appoggiare Hezbollah prevalgono le convenienze e la fedeltà ad
Aoun, sullo sfondo emerge una questione strategica: l' avvenire
della più grande comunità cristiana in Medio Oriente. Come
evitare d' essere sommersi dal grande mare islamico. Come
salvarsi, se il Libano precipitasse nel caos. Anche se l'
ultimo censimento risale al 1930 e l' anagrafe è affidata ai
cleri, nessuno dubita che da tempo i cristiani non siano più la
maggioranza. Inoltre hanno perso il controllo dell' economia, da
quando l' ingresso in Libano di enormi capitali sauditi
ha spostato gli equilibri di potere a vantaggio dei sunniti e
dei loro campioni, la famiglia Hariri. Tutto questo ha acuito la
frattura nel campo maronita, ferocemente diviso già durante la
guerra civile. Alcuni ritengono che l' alleato naturale siano i
sunniti di Hariri, moderati, amici degli americani e dei
sauditi. Invece i maroniti che oggi spalleggiano Hezbollah
sospettano proprio i sunniti di una cospirazione anti-cristiana:
il governo di Rafik Hariri, accusano, avrebbero nazionalizzato
di soppiatto duecentomila palestinesi, quasi tutti sunniti, e
bloccato le richieste di nazionalità presentate da libanesi
emigrati all' estero, in gran parte cristiani. Nel campo dei
filo-sunniti la possibilità di una guerra civile rimette in
gioco ipotesi estreme. Una fazione maronita non ha mai
rinunciato al progetto di ritagliarsi un micro-Stato cristiano.
Come ricorda Lyna Elias in un saggio appena pubblicato a Beirut
(I cristiani del Libano minacciati di sparizione), in
passato fu la netta opposizione di Giovanni Paolo II a bloccare
quella soluzione come immorale e suicida. Ma si continuerebbe a
discuterne «a tutti i livelli, anche nella Chiesa (maronita)».
Più saggio di alcuni suoi preti, il patriarca invece sta
cercando di mediare tra le due fazioni maronite, e attraverso
quelle tra Hezbollah e il governo, per arrangiare un compromesso
che permetta al parlamento di eleggere il futuro presidente
prima che quello in carica scada (24 novembre). Come infatti è
evidente, se in Libano o nell' intero Medio Oriente
cominciasse lo scontro tra sciiti e sunniti, tra l' Arabia e la
Persia, i cristiani sarebbero ovunque presi nel mezzo e
travolti. Eppure anche un compromesso sul nome del capo dello
Stato non metterebbe il Libano al sicuro né dai suoi
nemici esterni né dai libanesi. Questi ultimi restano
fatalisticamente prigionieri di un sistema che potremmo chiamare
una democrazia ottomana. L' ordinamento protegge le diversità
ma le definisce secondo la religione. E le inquadra in una
gerarchia (al primo posto i cristiano-maroniti, seguiti dai
sunniti). Questo regime ha anche aspetti positivi. In un Paese
grande come l' Abruzzo puoi trovare almeno una traccia di tutti
gli stili di vita che intercorrono nello spazio compreso tra
Parigi e Teheran. «Ciascuno può scegliere il suo Libano»,
mi dice uno che ha giurato di non emigrare, il medico maronita
Naji Hayek. Ma a fronte di questa complessità manca un Libano
che riassuma tutti gli altri. L' idea di una patri a comune, di
un interesse generale, non ha mai attecchito nella coscienza
collettiva. E le regole del potere incentivano la
frammentazione. Secondo una prassi universalmente accettata l'
intero vertice della nazione e dell' amministrazione statale è
spartito tra cristiani, sunniti, sciiti e drusi secondo precise
quote. Perfino il codice civile si piega alle regole delle
identità religiose. L' ordinamento prevede 18 tipi di diritto
matrimoniale, uno per ciascuna fede, con il risultato bizzarro
che i musulmani possono divorziare ma i cristiani maroniti no.
L' anno scorso un minuscolo movimento laico ha chiesto l'
introduzione del matrimonio civile, ma è stato zittito dai
cleri di tutte le fedi, nell' occasione alleati. Di recente il
patriarca della Chiesa maronita ha tenuto un sermone
appassionato sui mali che derivano dai matrimoni misti. In altre
parole la Chiesa da una parte biasima le unioni "multiculturali"
e dall' altra difende un sistema rigidamente "multiculturale"
che nelle parole di uno studio recent e «è la prima causa
della fragilità del Libano». Però i vescovi, come in
genere i mullah, svolgono una funzione moderatrice, spesso si
fanno visita, talvolta instaurano lodevoli rapporti di
collaborazione. Come non hanno merito se dalla guerra dell' Iraq
i loro templi sono affollati quanto mai prima, così non hanno
colpa se alcuni tra i loro fedeli hanno ricominciato a
giocherellare con il mitra. Quel che accade ovunque quando le
ragioni forti che muovono la storia si nascondono dietro i
paramenti sacri.
19 Settembre 2007
IL
REGIME SIRIANO COLPISCE ANCORA...
Questa
volta e' toccato a
On.
Antoine GHANEM
CHI
SARA' IL PROSSIMO ???
31 Agosto 2007
LIBANO: NELLE CARCERI DI DAMASCO QUASI 2. 000 "DESAPARECIDOS'"
Dopo che
il Senato Italiano ha approvato l’Ordine del Giorno n. G12 al DDL
n. 1381 del Sen. Alfredo Mantica, in cui si impegna il Governo
Italiano a “chiedere alle autorità siriane di liberare
immediatamente, nel quadro dell'attività della citata Commissione
bilaterale siriano-libanese, tutti i detenuti libanesi in Siria, e far
in modo di accertarsi che nessun libanese continui ad essere detenuto
nelle sue carceri, e chiedere altresì alle autorità siriane una lista
contenente i nomi di tutti i detenuti libanesi presenti sul suo
territorio, sia nei luoghi di detenzione conosciuti che in quelli
segreti, e di tutti quelli che sono morti in carcere” (http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/showText?tipodoc=
Emend&leg=15&id=00260513&idoggetto=00370101&parse=no&toc=no), ora anche gli oppositori siriani al regime di Assad prendono
il coraggio di parlare e dire basta a questa illegale e forzata
detenzione che dura oramai da oltre 30 anni.
-29 agosto 2007,
An-Nahar: Una conferenza siro-libanese sui detenuti in Siria. In occasione della giornata mondiale delle persone
scomparse, il Comitato dei genitori libanesi dei detenuti nelle carceri
siriane, il Comitato Siriano per la liberazione dei detenuti nelle
carceri siriane e SOLIDE (Support of Lebanese in Detention and Exile),
hanno indetto una conferenza stampa siro-libanese congiunta, per la
giornata di domani, verso le ore 13, presso la tenda dove da due anni e
5 mesi si sono insediati, come forma di pacifica protesta, i genitori
dei libanesi illegalmente detenuti nelle carceri siriane da oltre 30
anni, di fronte il Palazzo ONU dell'ESCWA, nel cuore di Beirut.
-30 agosto, El-Nashra: Il Partito Socialista
Progressista libanese (PSP) sposa la causa dei detenuti politici nelle
carceri siriane. Lo ha reso noto il
partito guidato dal leader druso, membro della maggioranza, Walid
Jumblatt. Il partito ha assicurato il suo pieno appoggio alla causa dei
detenuti libanesi presenti "nelle carceri del regime siriano,
tecnica a cui ricorre questo regime per portare avanti la sua
dittatura". Con questi termini si è espresso il partito per
condannare a livello locale e internazionale questa questione che dura
oramai da decenni, e che appunto riguarda il fato ignoto di migliaia di
cittadini libanesi (ma anche siriani), di tutte le religioni, età,
sesso e etnie, illegalmente detenuti nelle carceri della Siria.
-30 agosto, Lebanese-Forces.com: Il Partito
Socialista Progressista ha criticato le continue negligenze da parte del
regime siriane nel far luce sul caso dei detenuti libanesi. Il Partito progressista libanese ha duramente
condannato il regime siriano per la sua negligenza nel trattare il caso
dei detenuti libanesi e siriani nelle carceri della Siria, ed ha
dichiarato che è diritto dei genitori di questi detenuti conoscere la
sorte dei loro figli "scomparsi" oramai da decenni.
-30 agosto, Libanese-Forces.com: Aad: chiediamo una
commissione d'inchiesta internazionale che indaghi sui crimini, sulle
torture e sulle detenzioni forzate. Lo
dichiarato Ghazi Aad, il rappresentante di SOLIDE, l'organizzazione
libanese per i diritti umani che assiste i genitori dei detenuti
libanesi illegalmente nelle carceri siriane, in occasione della giornata
mondiale per le persone scomparse, il 30 agosto scorso.
-31 agosto, As-Safir: Sciopero della fame
per un giorno intero a favore dei detenuti in Siria. In occasione della giornata mondiale delle persone
scomparse, il Comitato dei genitori libanesi dei detenuti nelle carceri
siriane, assieme al Comitato Siriano per la liberazione dei detenuti
nelle carceri siriane e SOLIDE (Support of Lebanese in Detention and
Exile) hanno indetto anche uno sciopero della fame come segno di
protesta. A questa conferenza hanno preso parte anche molti esponenti
dell'opposizione siriana, tra cui l'ex deputato Mohammed Maamoun
al-Homsi, il Dott. Adib Taleb. a presiedere la conferenza stampa vi era
il rappresentante di SOLIDE, Ghazi Aad
31 agosto, Al-Mustaqbal:
Un grido siro-libanese all'unisono nella giornata mondiale per le
persone scomparse. Un unico grido da
parte delle organizzazioni per i diritti dell'uomo libanesi e gli
oppositori siriani al regime di Damasco: liberare i detenuti libanesi e
siriani che si trovano da decenni nelle carceri siriane.
31 Agosto 2007
LIBANO: NELLE CARCERI DI DAMASCO QUASI 2. 000 "DESAPARECIDOS'"
(AGI/EFE) - Beirut, 30 ago. - Quasi duemila libanesi, registrati come
'scomparsi' durante la guerra civile che devasto' il paese dei Cedri dal
1975 al 1990, sono nelle carceri siriane. La denuncia arriva da un
deputato libanese che ne ha scritto sul quotidiano "l'Orient-Le
Jour". Nelle prigioni di Damasco, ha accusato Albert Mujeiber,
membro della commissione parlamentare per i diritti umani. Il
parlamentare ha citato le testimonianze dei familiari per affermare che
"oltre la frontiera" si trovano "almeno 1.740 cittadini
libanesi", il dieci per cento su un totale di 17.000 scomparsi, dei
quali non si sa ufficialmente nulla dalla fine degli anni Novanta. Di
recente la Croce Rossa aveva puntato l'indice contro l'indifferenza del
governo libanese per i propri concittadini 'desaparecidos':
"Nessuna richiesta nazionale e' stata presa in merito al bilancio
delle vittime", aveva affermato la responsabile Christine Rechdane,
allarmata, tra l'altro, per la scoperta di fosse comuni a Kamed el Loz e
ad Anjar, rispettivamente nel sud e nell'est del Libano, dove i siriani
tenevano il loro quartiere generale. Finora non e' stato effettuata
l'identificazione dei cadaveri.(AGI)
I
caschi blu in Libano hanno avuto una bella idea: realizzare una decina
di spot da trasmettere a ripetizione sulle televisioni locali per
dimostrare quanto sia di pace la loro missione. In almeno un video si
vedrà anche il generale degli alpini Claudio Graziano, che comanda la
missione Onu nel Paese dei cedri. Assieme a lui e vero testimonial degli
spot sarà Rafiq Ali Ahmad, un famoso commediografo e attore libanese.
Peccato che il popolare artista sia autore di un monologo filo-
Hezbollah in cui inneggia alla «vittoria» dello scorso anno contro gli
israeliani e canta le lodi della «resistenza» libanese. Al Manar, la
televisione del partito di Allah, ha prodotto un videoclip di tre minuti
con il «poema» di Ahmad, che si intitola «Ayta». Lo spot
propagandistico impazza su YouTube. Forse gli israeliani non saranno
felici di vedere il comandante di Unifil assieme all’autore di «Ayta»
negli spot che dovrebbero spiegare ai libanesi il ruolo cuscinetto e al
di sopra delle parti dei caschi blu.
La notizia degli spot targati Onu è apparsa ieri sul quotidiano di
Beirut in lingua inglese Daily Star. La campagna di sensibilizzazione
arriva dopo una serie di preoccupanti attentati come l’esplosione alla
fine di giugno di un’autobomba nella zona sotto il controllo dell’Unifil,
che ha ucciso sei militari spagnoli, e l’ordigno esploso lunedì
scorso, sempre nell’area controllata dai caschi blu, che ha causato
solo danni materiali. In realtà gli spot, con protagonisti i soldati
dell’Onu, erano già stati previsti e servono, come spiega il generale
Graziano a illustrare «la missione dell’Unifil per evitare equivoci.
È fondamentale per la popolazione sapere che i peacekeeper sono
impegnati ad aiutare gli abitanti del sud e a diffondere la pace». Ogni
spot avrà una durata di circa due minuti e lo stesso comandante dell’Unifil
parteciperà a uno dei video.
«La partecipazione della star Rafiq Ali Ahmad nelle campagne
informative dell’Unifil è un passo importante per diffondere
un’immagine positiva dell’Unifil tra gli abitanti del Libano
meridionale», ha detto il generale Graziano al quotidiano di Beirut.
13 Giugno 2007
IL
REGIME SIRIANO COLPISCE ANCORA...
Questa
volta e' toccato a
On.
Walid Eido
CHI
SARA' IL PROSSIMO ???
Giugno 2007
CRONOLOGIA
L’interminabile attacco contro il Libano, e contro una specifica comunità
che i mezzi di informazione tentano di ignorare
Anno 2004
Anno 2005
Anno 2006
Anno 2007
Ottobre
1, 2004
autobomba
ferisce il parlamentare druso Marwan Hamadeh. muore Il suo autista
Febbraio
14, 2005
l’ex
premier Rafiq al-Hariri (musulmano sunnita) viene assassinato assieme a
Bassel Fleihan e altre 19 persone.
Marzo
19, 2005
esplosione
a New Jdeideh, zona cristiana
March
23, 2005
esplosione
a Kaslik, zona cristiana
March
30, 2005
esplosione
a Sad el-Bouchrieh, zona industriale cristiana
Aprile
1, 2005
esplosione
a Broummana, zona turistica cristiana
Maggio
6, 2005
esplosione
a Jounieh, zona turistica cristiana
Giugno
2, 2005
viene
assassinato Samir Kassir con un’autobomba. Giornalista cristiano e
intellettuale, aveva duramente criticato l’occupazione siriana e
difeso l’indipendenza del Libano
Giugno
21, 2005
assassinato
George Hawi, cristiano, ex-segretario del Partito Comunista Libanese.
Aveva duramente criticato l’occupazione siriana e difeso
l’indipendenza del Libano
Luglio
12, 2005
tentativo
di assassinare Elias Murr, Ministro della Difesa, cristiano. Dopo
l’attentato, ha dichiarato di essere stato già minacciato da Rustum
Ghazali, il responsabile dei servizi segreti siriani in Libano
Luglio
22, 2005
esplosione
a Monot, zona cristiana della vita notturna libanese
Agosto
22, 2005
esplosione
a Zalka, zona cristiana
Settembre
16, 2005
esplosione
a Jeitawi, zona cristiana nei pressi di Ashrafye
Settembre
19, 2005
esplosione
presso un ufficio d’informazione del Kuwait
Settembre
25, 2005
tentativo
di assassinare May Chidiac, cristiana, nota giornalista della Tv
libanese LBC. Aveva duramente criticato l’occupazione siriana e difeso
l’indipendenza del Libano
Dicembre
12, 2005
assassinato
Gebran Tueni, cristiano, capo redattore di Al-Nahar e deputato. Aveva
duramente criticato l’occupazione siriana e difeso l’indipendenza
del Libano
Febbraio
5, 2006
Manifestanti
islamici attaccano il consolato danese a Beirut, nell’ondata di
manifestazioni che hanno interessato il mondo intero a seguito della
pubblicazione delle vignette satiriche sul Profeta Muhammad. In quella
occasione, gli stessi manifestanti danneggiano negozi e chiese cristiane
nella zona cristiana di Ashrafiye
luglio
2006
Hezbollah
supera i confini meridionali libanesi ed entra in territorio israeliano,
rapendo due soldati israeliani, trascinando il Libano in una guerra
contro Israele che da parte sua risponderà con un massiccio attacco
contro le infrastrutture libanesi
Novembre
21, 2006
assassinato
Pierre Gemayel, cristiano, Ministro dell’Industria. Figlio di Amine
Gemayel, ex presidente della Repubblica Libanese, nipote di Pierre
Gemayel, fondatore del partito delle Falangi Libanesi, nipote di Bashir
Gemayel, ex presidente della Repubblica Libanese e fondatore del partito
delle Forze Libanesi, anch’egli morto assassinato il 14 settembre del
1982. Aveva duramente criticato l’occupazione siriana e difeso
l’indipendenza del Libano
Febbraio
13, 2007
esplosione
a Ain Alaq, zona cristiana
Maggio
19, 2007
esplosione
al centro commerciale ABC, nella zona cristiana
Maggio
20, 2007
Iniziano
gli scontri tra Fatah al-Islam e esercito libanese
Maggio
21, 2007
esplosione
a Verdun, zona musulmana sunnita
Maggio
23, 2007
esplosione
a Aley, zona drusa
Giugno
6, 2007
esplosione
a Sad el Bouchrieh, zona cristiana, presso una chiesa maronita
Giugno
7, 2007
esplosione
nella zona industriale di Zuk-Musbeh, località cristiana nei pressi di
Jounieh. L'esplosione è avvenuta alle 21:20, ora locale
Giugno
13, 2007
è
stato assasinato il Deputato anti-Siriano con un'autobomba a Beirut sul
lungomare, insieme al figlio maggiore Khaled, a due guardie del corpo e
ad almeno altre otto persone.
Giugno
24, 2007
il
primo attacco succida contro i
'caschi blu' dell'Unifil, la forza Onu schierata nel sud del Libano
6
morti spagnoli
Settembre
19, 2007
è
stato assasinato il Deputato anti-Siriano con un'autobomba a Sin El Fil, e
almeno altre nove persone.
Mercoledì 06 Giugno 2007
Syria: No to Disarming Hizbullah
The
London daily Al-Hayat reported that senior Syrian officials
who met
with Italy's foreign minister
asked that Hizbullah not be disarmed and that UNIFIL not be positioned on the
Syria-Lebanon border.
Syria claimed that such a step would be a
deviation from the explicit wording of U.N. Security Council Resolution No.
1701.
Massimo
D’Alema ha lasciato il campo di regate di Valencia, visita tanto
inopportuna, quanto utile ad avere una scusa qualsiasi, anche la più
impresentabile, pur di non partecipare al Consiglio dei Ministri che
ha destituito Roberto Speciale, ed è oggi in Siria. Una visita che
preoccupa, perché il vice premier dà prova in questo campo di
essere affetto da una incredibile e inguaribile sindrome post
sovietica. Incapace di dotarsi di strumenti che gli permettano di
guardare la realtà con gli occhi dell’oggi, il titolare della
Farnesina ha infatti rilasciato una intervista all’Unità in cui
formula sconcertanti analisi della crisi mediorientale.
Innanzitutto, naturalmente, sostiene che la radicalizzazione
perversa della crisi mediorientale e gli spazi all’azione di al
Qaida in Libano e Palestina sono responsabilità - al solito - di
Israele e di quei paesi che non gli hanno dato retta e non hanno
dato sostegno al governo di unità nazionale palestinese “pur con
i suoi limiti”. Il fatto che questi “limiti” siano costituiti
dal fatto che Hamas e al Fatah continuano allegramente a spararsi
nei denti e a uccidere i rispettivi comandanti militari, non tocca
neanche il Nostro, che evidentemente attribuisce alla responsabilità
israeliana anche la guerra civile interpalestinese. Il fatto che
questi “limiti” che hanno impedito il sostegno al governo
Haniyeh fossero la sua ribadita volontà di non riconoscere Israele
a nessun costo, non turba neanche la coscienza del Nostro, che
considera, come Prodi, quel diritto un fattore negoziabile,
secondario, non imprescindibile.
Ma D’Alema dà chiara prova di non avere
la minima idea di quello che dice, di non avere minimamente studiato
il fenomeno terrorista, di non avere letto libri, articoli, analisi,
ma di basarsi solo sulla sua millantata “professionalità”,
iniziata col grado di “giovane pioniere”, là dove
sostiene che “sono emersi segnali positivi” perché “sia Hamas,
che la maggioranza delle organizzazioni palestinesi, che Hezbollah
si sono schierati contro i gruppi jihadisti”. D’Alema
evidentemente non sa cosa vuol dire jihad, non ha ancora compreso, a
sei anni dall’11 settembre, cosa sia la cultura jihadista, non
vuole rendersi conto di cosa sia Hamas e di cosa sia Hezbollah e
quindi della ragione per cui queste contrastano al Fatah al Islam.
La differenza tra questo gruppo, Hamas e Hezbollah, non è infatti
in alcun modo in una diversa visione del mondo - che è identica -
in una minore volontà di distruggere Israele - che è comune - in
un odio razzista per gli ebrei - che è corale - non è insomma di
strategia, ma di tattica, solo di tattica. Al Fatah al Islam è un
gruppo marginale, dedito al piccolo cabotaggio criminale, al
servizio della Siria, con pochi margini di autonomia. Hamas ed
Hezbollah sono dei gruppi con ampio consenso popolare (questo acceca
D’Alema che non vuole ricordare la lezione di Furet e De Felice e
fa finta di non sapere che Hitler e Stalin godevano di ampio
consenso di massa), con attività criminali radicate e con un
rapporto di sudditanza politica, non gerarchica dal governo di
Damasco. Il dissidio è forte, ma perché è una concorrenza sullo
stesso mercato. Ma D’Alema, da buon sovietista, non è interessato
alla realtà, quel che conta per lui è solo “la frase”, la
propaganda, quel che gli importa è continuare a tirare stilettate
contro Israele, continuare a flirtare con i jihadisti in camicia e
cravatta, stringere la mano ad Assad, fare dispetti agli americani e
soprattutto, innanzitutto, prima di tutto, non perdere i voti di
Oliviero Diliberto e Franco Giordano.
Per questo non legge, non studia, non
dibatte, si limita a penose conferenze in cui legge il mondo con le
lenti di un multilateralismo che sarebbe di per sé santo, mentre
l’unilateralismo è diabolico (puri discorsi di metodo, senza
alcuna indicazione strategica alternativa a quella americana, ben al
di sotto dello stesso immobilismo di Chirac). Quel che deve fare
come ministro degli Esteri non ha nessun rapporto con la posizione
dell’Italia nel mondo, problema per lui assolutamente secondario
rispetto alla “contraddizione principale”: come fare a rimanere
al governo, a qualsiasi costo, con i voti dei partiti italiani
alleati di Hezbollah e di Hamas. Senza neanche accorgersi, peraltro,
che Fausto Bertinotti, che invece studia e dibatte e si interroga,
gli ha dato molte lunghezze anche su questo terreno, sapendosi
dissociare con fermezza proprio da Hamas e da Hezbollah, durante il
suo recente viaggio in Medio Oriente.
http://www.loccidentale.it/node/2713
Sabato 02 Giugno 2007
02/06/2007
LIBANO
Carri armati libanesi contro le basi dei miliziani legati ad Al Qaeda
BEIRUT
— L'esercito libanese ha oggi attaccato e distrutto le maggiori
postazioni dei miliziani di Fatah al Islam in un campo profughi
palestinesi nel Nord del Libano; mentre a Beirut, la leadership militare
sembra ora determinata a sradicare una volta per tutte l'intero gruppo
che, ispirato da Al Qaeda, da oltre 12 giorni sta dando battaglia.
Secondo quanto ha detto il rappresentante dell'Olp in Libano, Sultan Abu
al Ainain, l'esercito ha assestato un «severo colpo» a Fatah al Islam,
e «molto presto» prenderà il controllo di tutte le maggiori basi del
gruppo.
La
situazione all'interno del Campo Palestinese di Nahr
al-Bared
Statistics Lebanon Ltd
http://www.lebanonfiles.com
Sabato 02 Giugno 2007
Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha
istituito un tribunale internazionale per far luce sull’assassinio
dell’ex primo ministro libanese Rafic Hariri
Libano, approvato tribunale internazionale per morte Hariri
Il processo sarà celebrato lontano dal Libano: tra le sedi
più probabili l’Olanda, Cipro ma anche l’Italia
Beirut, 1 giu. – Fuochi d’artificio nei quartieri sunniti
e una bomba contro la chiesa di San Michele in quello di Shiyyah. Beirut ha
accolto così la decisione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu di
istituire un tribunale internazionale per far luce sull’assassinio
dell’ex primo ministro libanese Rafic Hariri, ucciso il 14 febbraio 2005
insieme ad altre 22 persone nella capitale, allora sotto il controllo
militare di Damasco. La risoluzione ha ottenuto l’approvazione di 10 paesi
(tra cui l’Italia, attualmente membro non permanente del Consiglio),
mentre Russia, Cina, Qatar, Indonesia e Sudafrica si sono astenuti. Perché
il provvedimento fosse approvato era necessario che ricevesse almeno 10 voti
favorevoli e nessun voto contrario da parte dei cinque membri permanenti
(Usa, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna).
La risoluzione entrerà in vigore il 10 giugno. La data
era stata posticipata la scora settimana dai paesi promotori (Stati Uniti,
Francia e Gran Bretagna) su richiesta dell’Indonesia per convincere ad
astenersi i paesi che in un primo momento erano contrari alla risoluzione.
Il parlamento libanese avrà ora dieci giorni per trovare un accordo, poi il
tribunale si insedierà automaticamente. Al Palazzo di Vetro la creazione
del tribunale era già stata decisa con la risoluzione 1595 del 2005, mentre
l’anno successivo le Nazioni Unite e il governo libanese avevano
sottoscritto una convenzione in proposito.
Tuttavia il parlamento libanese non aveva mai approvato il
provvedimento, e non potrà farlo a breve poiché la situazione politica nel
paese è in una grave fase di stallo da novembre, quando
sei ministri sciiti e filo-siriani, entrati in contrasto con la maggioranza
proprio sull’approvazione del tribunale, hanno rassegnato le proprie
dimissioni. Attualmente il primo ministro filo-occidentale Fouad
Siniora intende portare a termine il suo mandato governativo,
mentre dall’opposizione il suo governo viene definito illegittimo e se ne
chiedono le dimissioni. La nuova risoluzione, fortemente voluta dal premier,
scavalca la costituzione libanese, che richiede l’approvazione da parte
del parlamento, ed entrerà in vigore automaticamente.
La data di inizio dei lavori del tribunale sarà stabilita
dal segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon tenendo
conto dei progressi della commissione d’inchiesta internazionale. Secondo
fonti diplomatiche tuttavia le lunghe procedure burocratiche
potrebbero ritardare anche di un anno l’inizio dei lavori. Il collegio sarà
composto da due giudici stranieri e uno libanese in primo grado e da cinque
giudici (di cui due libanesi) in appello. Per motivi di sicurezza il
processo sarà celebrato lontano dal Libano: tra le sedi più
probabili l’Olanda, Cipro ma anche l’Italia.
Prevedibili le reazioni politiche alla risoluzione dell’Onu.
La maggioranza parlamentare libanese, anti-siriana, si è detta favorevole
alla decisione del Palazzo di Vetro, così come Saad Hariri, figlio ed erede
politico dell’ex premier assassinato, ha parlato di una “vittoria
per il Libano”. Nabih Berri, presidente del Parlamento e leader
sciita alleato di Hezbollah, sostiene che il Consiglio di Sicurezza abbia
ignorato la costituzione libanese. Berri, che considera incostituzionale il
governo di Siniora dopo le dimissioni dei sei ministri, da tempo si rifiuta
di convocare il Parlamento. Secondo Hezbollah, sostenuto da Iran e Siria, si
tratta di una risoluzione illegittima e illegale perché “viola la
sovranità del Libano” ed è “contraria agli statuti internazionali e
alla stessa carta delle Nazioni Unite”.
Per l’assassinio di Hariri sono state finora arrestate
otto persone, tra cui quattro generali filo-siriani a capo dei servizi di
sicurezza libanesi, mentre gli altri, accusati di aver controllato gli
spostamenti dell’ex premier nelle settimane precedenti all’attentato,
fanno parte di un gruppo militante sciita, anch’esso vicino a Damasco. La
Siria fu costretta ad abbandonare il Libano nel luglio del 2005 in seguito
alla sollevazione popolare seguita proprio all’assassinio di Hariri. - Simone
Storti
Mercoledì 16 Maggio 2007
AsiaNews.it
Sfeir e gli
Usa si impegneranno per una pacifica successione al presidente Lahoud di Youssef Hourani Il segretario di
Stato aggiunto per il Medio Oriente, David Welch, che recentemente è stato in
Vaticano, ha incontrato il patriarca Sfeir per parlare della elezione del
nuovo presidente della Repubblica. Il tema, anche in rapporto con il ruolo
della Santa Sede, era stato affrontato da Sfeir nel suo incontro con il capo
dello Stato.
Beirut (AsiaNews) – La pacifica successione
alla Presidenza della Repubblica è la preoccupazione comune della quale hanno
parlato, ieri a Bkerke, il patriarca maronita Nasrallah Sfeir ed il segretario
di Stato aggiunto Usa David Welch, responsabile per il Medio Oriente, recatosi
dal cardinale subito dopo il suo arrivo a Beirut.
Fonti vicine al patriarcato pongono la visita
nel quadro delle trattative per facilitare “un passaggio pacifico del potere
presidenziale tra il presidente attuale Emile Lahhoud ed il suo successore,
che dovrebbe essere eletto prima del 24 novembre". Le stesse fonti
pongono questo incontro nel quadro della preoccupazione che era stata espressa
dal patriarca Sfeir durante la sua recente visita in Vaticano e del ruolo che
potrebbe giocare la Santa Sede in Libano. La stessa visita compiuta dal
patriarca al presidente Lahhoud venerdì scorso avrebbe
avuto lo scopo di trasmettere al presidente il contenuto dei colloqui avuti da
Welch in Vaticano la settimana scorsa.
Dopo essersi recato dal card. Sfeir, Welch ha
avuto una riunione con i rappresentanti del gruppo parlamentare del 14 marzo,
nella sede dell'ambasciata americana ad Awkar, durante la quale ha voluto
garantire ai deputati del leader della corrente "Il futuro" Saad
Hatiri, l’appoggio degli Usa alla formazione del tribunale internazionale
che sarà incaricato di indagare sull'assassinio dell'ex-premier Rafic Hariri,
e all'elezione del futuro presidente allontanando l'idea della formazione di
un governo transitorio.Oggi Welch ha in programma incontri, con il presidente
del Parlamento Nabih Berri, con il capo del governo Fouad Siniora e con il
generale Michel Aoun.
Venerdì 20 Aprile
2007
LIBANESI
DETENUTI ILLEGALMENTE NELLE PRIGIONI SIRIANE
Annahar
:
Ha
chiesto a Ban Ki-moon di smuovere il dossier dei detenuti in Siria
GEAGEA
: un immediato rilascio e la pubblicazione dei loro nomi
Il leader delle forze Libanesi Samir
Geagea, invia una lettera al segretario generale dell’ ONU Ban-Ki-Moon in
cui espone la vicenda dei detenuti Libanesi nelle carceri Siriane, e ha
chiesto che vengasollevata
durante lavisita di Moon in
Siria la settimana prossima.
Geagea ha consegnato la lettera
all’assistente di Moon per gli affari legali Michel durante la visita di
quest’ ultimo a Geagea il giovedì 19 aprile.
Sua Eccellenza segretario generale
Congratulandoci per la vostra
elezione come Segretario Generale delle le nazioni unite, specialmente in
coincidenza della situazione difficile nella quale si trovano il Libano e il
Medio Oriente, Vi chiediamo di discutere il seguente caso, durante la vostra
visita in Siria la prossima settimana. Nel nome del partito delle forze
Libanesi, rappresentato nel governo e nel parlamento Libanesi, Vi chiediamo di
prendere in considerazione il seguente:
Durante gli anni dell’ occupazione
Siriana del Libano, e per 29 lunghi anni, un gran numero di cittadini Libanesi
sono stati rapiti in Libano in modo spietato e per mano delle forze militari
Siriane, e sono state di seguito trasferite in Siria dove sono stati
trattenuti illegalmente e senza alcun processo. Alcuni di loro sono stati
giustiziati senza che il Governo Libanese e le loro Famiglie venissero
informati della loro sorte, e senza che le loro salme venissero consegnate
alle loro famiglie per essere sepolte dignitosamente. Nonostante la
dichiarazione della commissione diritti umani dell’ ONU riguardante il
rapimento forzato che si può applicare sui cittadini Libanesi detenuti
illegalmente in Siria, e la non risposta agli appelli lanciati dai parenti dei
detenuti e alle inchieste fatte da Solide (Supporto ai Libanesi detenuti
illegalmente e quelli in esilio) e gli sforzi del governo Libanese e le
sollecitazioni del gruppo parlamentare delle Forze Libanesi e le tante
petizioni presentate da diverse associazioni per i diritti umani per la
liberazione immediata dei detenuti Libanesi nelle carceri Siriane e nonostante
le delibere del parlamento europeo che hanno invitato il governo Siriano a
porre fine a questa tragedia, il governo Siriano continua ad ignorare queste
voci e rifiuta di risolvere questo caso o anche solo discuterlo, negando la
presenza di detenuti Libanesi in Siria.
Per quanto sopra citato Vi affidiamo
le seguenti richieste urgenti:
la
liberazione immediata di tutti i detenuti Libanesi attualmente presenti
nelle carceri Siriane.
la
restituzione delle salme dei Libanesi morti nelle carceri Siriane a causa
delle malattie e delle torture o giustiziati illegalmente.
la
pubblicazione dalla parte della Siria di un elenco dei nomi di tutti i
libanesi che sono stati arrestati dai servizi segreti Siriani in Libano, a
partire dal 1976 fino ad oggi, ed il chiarimento circa la loro sorte.
l’avanzamento di una richiesta alla croce rossa internazionale di
entrare nelle carceri siriane ed i luoghi di detenzione segrete per verificare
la presenza di eventuali cittadini Libanesi rinchiusi dentro.
Venerdì 20 Aprile
2007
LIBANESI
DETENUTI ILLEGALMENTE NELLE PRIGIONI SIRIANE
LIBANESI
DETENUTI ILLEGALMENTE NELLE PRIGIONI SIRIANE
GOVERNO INDAGHERA' SU DETENUTI IN SIRIA
(AGI) - Roma - Il Senato della Repubblica italiana impegna il
Governo a indagare sul destino dei "cittadini libanesi illegalmente
detenuti nelle prigioni siriane". Lo ha riferito l'Osservatorio
Geopolitico Medio-Orientale (Ogmo) di Roma, sottolineando che la decisione e'
stata presa in seguito alla conferenza 'I figli perduti del Libano' del 14
marzo, organizzata proprio dall'Osservatorio, e alla successiva udienza alla
Commissione Affari Esteri del Senato.
Nel corso della seduta, l'assemblea del Senato ha approvato
un emendamento che impegna il Governo "a verificare la possibilita' di
affrontare nelle opportune sedi internazionali la questione dei cittadini
libanesi eventualmente detenuti illegalmente nelle prigioni siriane, nella
prospettiva di estendere il mandato della Commissione Onu che indaga sul caso
Hariri di cui alla risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite
1595 (2005) al tema dei detenuti nelle carceri siriane, integrandola
eventualmente con una sottocommissione incaricata di occuparsi principalmente
e con urgenza di tale aspetto, eventualmente d'intesa con la Commissione
bilaterale siriano-libanese". Inoltre si impegna a chiedere alle
autorita' siriane di "liberare immediatamente... tutti i detenuti
libanesi in Siria, e far in modo di accertarsi che nessun libanese continui a
essere detenuto nelle sue carceri, e chiedere altresi' alle autorita' siriane
una lista dei nomi di tutti i detenuti libanesi presenti sul suo territorio,
sia nei luoghi di detenzione conosciuti che in quelli segreti, e di tutti
coloro che sono morti in carcere".
L'emendamento, infine, impegna il Governo a chiedere alle
autorita' siriane di rendere note tutte le informazioni in suo possesso
sull'esistenza di fosse comuni sul territorio libanese. (AGI)
Venerdì 12 Aprile
2007
LIBANESI
DETENUTI ILLEGALMENTE NELLE PRIGIONI SIRIANE
Senato : Italia si impegni
per Libanesi detenuti in Siria
di osservatoriosullalegalita.org
Il Senato
italiano ha impegnato il Governo ad indagare sul destino dei Libanesi detenuti
illegalmente nelle prigioni siriane, approvando un emendamento all'ordine del
giorno a firma del vicepresidente della Commissione esteri, sen. Alfredo
Mantica.
Nel documento
approvato il 27 marzo si ricorda che "talune relazioni di organizzazioni
per i diritti umani danno notizia della detenzione arbitraria e in isolamento
di numerosi cittadini libanesi da parte delle forze siriane in Libano; ricorda
altresi' che, stando alle stesse notizie, detti detenuti sono stati
incarcerati in Siria, non e' stata formalizzata alcuna accusa nei loro
confronti e le loro famiglie sono rimaste per lunghi anni nell’ignoranza
completa della loro sorte". Fra l'altro erano anche stati auditi in
Commissione Affari Esteri l'Osservatorio Geopolitico Medio-Orientale e
l'associazione Solide, promotori sul tema dell'iniziativa "i figli
perduti del Libano", svoltosi il 14 febbraio 2007, nell'anniversario
dell'omicidio di Rafik Hariri e di altre 22 persone in un attentato a Beirut.
Il documento
del Senato ricorda che "il giornale libanese The Daily Star del 26 agosto
2005 riferisce che le norme relative alla trasparenza ed alla giustizia non
sono state rispettate nei lavori della commissione libano-siriana che era
stata istituita per risolvere la questione dei cittadini libanesi detenuti in
Siria e scomparsi, anche a causa della mancata collaborazione delle autorita'
siriane, che secondo il giornale non hanno designato la loro controparte; il
punto 49 del quarto rapporto semestrale del Segretario Generale al Consiglio
di Sicurezza sull’attuazione della Risoluzione 1559 (2004) del Consiglio di
Sicurezza, del 19 ottobre 2006, chiede alla Siria e al Libano di inserire nei
loro contatti bilaterali la questione dei libanesi detenuti sotto la custodia
siriana".
Nel documento
approvato, il Senato "si compiace del fatto che almeno 121 di queste
persone siano state liberate in Siria; si preoccupa per la sorte di coloro che
rimangono detenuti in Siria; chiede al governo siriano di pubblicare un elenco
completo dei detenuti libanesi in Siria, di liberare i detenuti contro cui non
e' stata formalizzata alcuna accusa e di trasferire gli altri detenuti
libanesi in Libano; chiede al Consiglio e ai governi degli Stati membri
dell'Unione europea di prendere in esame questi elementi in occasione della
negoziazione di accordi di associazione euromediterranei con il governo
siriano".
Inoltre il
Senato "impegna il Governo: a verificare la possibilita' di affrontare
nelle opportune sedi internazionali la questione dei cittadini libanesi
eventualmente detenuti illegalmente nelle prigioni siriane nella prospettiva
di: estendere il mandato della Commissione ONU che indaga sul caso Hariri di
cui alla risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite 1595
(2005) al tema dei detenuti nelle carceri siriane integrandola eventualmente
con una sottocommissione incaricata di occuparsi principalmente e con urgenza
di tale aspetto, eventualmente d’intesa con la Commissione bilaterale
siriano-libanese citata dal suddetto articolo del giornale libanese The Daily
Star".
Il Senato
impegna poi il governo a "chiedere alle autorita' siriane di liberare
immediatamente, nel quadro dell’attivita' della citata Commissione
bilaterale siriano-libanese, tutti i detenuti libanesi in Siria, e far in modo
di accertarsi che nessun Libanese continui ad essere detenuto nelle sue
carceri, e chiedere altresi' alle autorita' siriane una lista contenente i
nomi di tutti i detenuti libanesi presenti sul suo territorio, sia nei luoghi
di detenzione conosciuti che in quelli segreti, e di tutti quelli che sono
morti in carcere; chiedere alle autorita' siriane di rendere note le
informazioni in suo possesso sull’esistenza di fosse comuni sul territorio
Libanese".
Venerdì 30 Marzo
2007
LIBANESI
DETENUTI ILLEGALMENTE NELLE PRIGIONI SIRIANE