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"Le Forze Libanesi"

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 29 Marzo 2008

APCOM

M.O./ OMAR BAKRI: LA TERZA GENERAZIONE DI AL QAIDA VINCERA'

Intervista a sceicco "portavoce" organizzazione Osama Bin Laden

Tripoli, 30 mar. (Apcom) - Nel suo ufficio di Abu Samra, il quartiere di Tripoli (Libano) roccaforte del salafismo piu' estremista, lo sceicco Omar Bakri guarda con disinteresse al vertice arabo di Damasco. "E' un incontro tra leader che sono lontani dal sentire e dai bisogni della nazione islamica", dice liquidando con queste poche parole il summit che si sta svolgendo nella capitale siriana. Per l'uomo che, a torto o a ragione, e' stato indicato come un portavoce di Al Qaida, i conflitti militari in atto nella regione dicono che i "veri combattenti islamici danno filo da torcere agli Stati Uniti e ai loro alleati".

"C'e' una terza generazione di al Qaida che si sta formando in Medio Oriente e nel resto del mondo", afferma lo sceicco esprimendosi in un ottimo inglese, frutto dei venti anni passati in Gran Bretagna, paese che ha lasciato nel 2005 temendo di essere arrestato dai servizi di sicurezza. "Questa terza generazione - spiega Bakri - sara' piu' vincente rispetto alla prima di Osama bin Laden e Ayman Zawahiri e a quella successiva di Abu Musab Zarqawi (il qaedista giordano ucciso due anni fa in Iraq, ndr) perche' e' formata da tanti giovani che hanno compreso la posta in gioco, i motivi del conflitto con l'America e i valori che cerca di imporre al mondo islamico".

A cinque anni dall'inizio dell'attacco anglo-americano all'Iraq di Saddam Hussein, lo sceicco Bakri ammette che gli Stati Uniti hanno ottenuto dei risultati in Medio Oriente e in Asia centrale. "Senza dubbio Washington e' riuscita ad imporre i suoi uomini in Afghanistan e Iraq, a persuadere diversi leader arabi ad accettare basi militari (statunitensi) nella regione e ad attuare politiche contro i combattenti islamici". Eppure, aggiunge subito dopo sorridendo, "la diffusione, specie in Iraq, dei principi di al Qaida e' fenomenale. I risultati americani sono temporanei perche' in realta' crescono i sostenitori di al Qaida che in alcune regioni del Paese hanno creato le basi di un emirato islamico".

Omar Bakri, di origine siriana, lascio' volontariamente il Regno Unito nella consapevolezza di essere nell'elenco dei sostenitori del terrorismo islamico. Subito dopo il suo arrivo a Libano, le autorita' di Londra gli comunicarono che non lo avrebbero piu' fatto rientrare in territorio britannico. A Tripoli gode di una relativa liberta' di movimento in quella sorta di "zona autonoma salafita" in cui si e' trasformato, specie in questi ultimi anni, il quartiere di Abu Samra, grazie anche alla compiacenza del leader della maggioranza di governo, Saad Hariri, che, spiegano in citta', conterebbe anche sul ruolo dei sunniti piu' estremisti per contrastare l'ascesa in Libano dell'Islam sciita rappresentata dal movimento Hezbollah.

Bakri spiega gli attentati sanguinosi di questi ultimi anni compiuti da al Qaida in Iraq (dove hanno fatto migliaia di morti) con la necessita' di creare "anarchia". "Al Qaida e' una organizzazione terroristica che crede nella violenza diffusa e incessante - dice con apparente tranquillita' - la sua leadership ritiene che creando l'anarchia sul terreno le popolazioni musulmane si convinceranno che l'unica via d'uscita e' la fondazione di un emirato all'interno del Califfato islamico che occorre ricostituire nelle terre governate in passato dai musulmani".

Lo sceicco infine smentisce che Al Qaida abbia basi in Libano, come si ritiene da tempo. "Questo Paese e' pieno di collaborazionisti, quelli di Al Qaida verrebbero arrestati in poche ore dal loro arrivo".

Ci sono tuttavia - conclude - "piccoli gruppi che dicono di ispirarsi a Osama bin Laden ma il loro credo non rispetta in pieno le basi teologiche e ideologiche di Al Qaida".

 29 Marzo 2008

«Basta ambiguità con Usa e Israele e svolta in Libano»

La missione in Libano Unifil deve essere rivista perché non ha evitato il riarmo degli Hezbollah. Il rapporto con l’area mediorientale deve essere riequilibrato a favore di Israele. È necessario un riavvicinamento con gli Stati Uniti, anche alla luce del fatto che non esiste più un blocco franco-tedesco di contrapposizione agli Usa.
Il vicecoordinatore di Forza Italia Fabrizio Cicchitto, il portavoce di An Andrea Ronchi, il senatore azzurro Gaetano Quagliariello e la neo candidata del Pdl Fiamma Nirenstein, firma del Giornale ed esperta in questioni mediorientali, hanno esposto ieri a Montecitorio le linee della politica estera del Popolo della libertà: inversione di rotta rispetto alla prospettiva le governo Prodi e conferma di alcuni dei capisaldi diplomatici che avevano caratterizzato il governo Berlusconi e la gestione della Farnesina da parte di Gianfranco Fini come ministro degli Esteri.
Le considerazioni sono due: una di carattere tecnico, che riguarda la missione in Libano, l’altra più politica, in generale, sulle relazioni internazionali.
«Il deliberato Onu - ha spiegato Cicchitto a proposto dell’operazione Unifil, a cui partecipa l’Italia - è stato aggirato perché in Libano c’è stato il riarmo di Hezbollah. La nostra missione non ha fatto l’operazione di disarmo che andava fatta». Hezbollah è riuscito a rifornirsi «di 40mila missili», ha sottolineato Nirenstein.
Modifica della missione Unifil in linea con nuove regole dell’Onu ma anche cambio della posizione italiana nell’area mediterranea e mediorientale in generale sono svolte necessarie per il Pdl: l’Italia «deve tornare ad essere l’interlocutore credibile nell’area del Mediterraneo», ha osservato Ronchi. Con Israele, secondo Nirenstein il ministro D’Alema ha sempre mantenuto un rapporto «ambiguo». Come, con gli Usa, ha osservato invece Quagliariello, l’idea di Prodi era quella di «un’Europa che dovesse svilupparsi come polo alternativo agli Usa». Ma questa politica «si è sbriciolata», con il cambio di rotta di Sarkozy e Merkel rispetto ai predecessori Chirac-Schröder.

 24 Marzo 2008

«Quella di Allam è una libera scelta»

L'Ucoii: l'importante è rispettare le altre religioni. Ma c'è chi non capisce chi «rinnega la tradizione»

Benedetto XVI battezza Magdi Allam durante la veglia pasquale in San Pietro (Afp) (Reuters)

Benedetto XVI battezza Magdi Allam durante la veglia pasquale in San Pietro (Afp)

ROMA - Fa discutere la comunità islamica (e non solo) la conversione al cristianesimo di Magdi Allam, uno dei giornalisti più noti in Italia e vice direttore ad personam del Corriere della Sera che la notte di Pasqua ha rinunciato alla sua fede islamica. «L'importante è che ogni persona viva la sua religiosità in modo pacifico e rispettando le altre religioni» dice l'imam Izzedin El Zir, portavoce dell'Unione delle Comunità e Organizzazioni Islamiche in Italia. «È un uomo adulto - aggiunge, - libero di fare la sua scelta personale: in Italia ci sono diversi cristiani che abbracciano l'islam con la loro libera scelta, non credo ci sia concorrenza tra cristianesimo e islam a conquistare le persone. C'è dialogo positivo, e speriamo che vada avanti per la convivenza pacifica e la pace nel mondo».

LA COMUNITA' ISLAMICA- Più critico, ma ugualmente rispettoso, l'imam Yahya Pallavicini, vicepresidente della Comunità Religiosa Islamica, per il quale «non c'è nessun bisogno, per dimostrare l'amore per Gesù, di rinnegare l'amore e la fede per il profeta Mohammad, in quanto i musulmani hanno, all'interno della loro dottrina, il riconoscimento più alto della figura di Cristo e della Vergine Maria. Il mio rispetto per queste figure, così come per il mondo cristiano ed ebraico, lo vivo da musulmano». Per questo, spiega, «non capisco il perchè della scelta di aderire ad una religione precedente, rinnegando la tradizione, la cultura e la veridicità del messaggio islamico: qualsiasi apostasia, nel senso di qualsiasi rinnegamento di un messaggio profetico o di una rivelazione divina, è vista - ricorda - con forte perplessità».

NESSUN CONTRASTO - «L'esempio di Gesù e di Maometto sono per noi musulmani insegnamento e monito e ricordo perenne dei valori del credente: la verità, lo spirito di sacrificio, la fedeltà, la pazienza nelle avversità e la perseveranza nel bene». Lo afferma una nota dell'Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia, che sottolinea che «in questa altissima comunanza valoriale non c'è e non ci può essere alcun contrasto tra le persone che vivono e testimoniano la loro tradizione religiosa con amore e consapevolezza». La nota, diffusa sabato sera, non cita il battesimo conferito dal Papa a Magdi Allam ma condanna il tentativo di «scavare un fosso incolmabile tra le diverse comunità religiose», rilevando che davanti a questo «la stragrande maggioranza dei musulmani e dei cristiani in Italia ha risposto con compostezza opponendo ad un immaginario che si voleva orribile la certezza della conoscenza reciproca, della vicinanza, della colleganza, della condivisione dei valori e dei bisogni di tutti: la pace, la sicurezza, il lavoro e il rispetto».

 22 Marzo 2008

APCOM

"Più impegno in Afghanistan e nuove regole di ingaggio in Libano"

Roma, 23 mar. (Apcom) - Una "terza via" per affrontare l'immigrazione, distinguendo "tra chi vuole integrarsi e chi invece no: porte aperte per chi vuole imparare la lingua e rispettare le regole, porte chiuse per chi predica la poligamia e la sottomissione delle donne". Franco Frattini, intervistato dal 'Messaggero' come papabile ministro degli Esteri di un eventuale governo Berlusconi, lancia la "ricetta europea", tra le due tesi "irresponsabili" che vedono "da una parte chi vorrebbe fare entrare tutti e dall'altra chi, come Storace, neanche considera che tante nostre imprese vivono grazie al lavoro degli immigrati". Una ricetta, quella di Frattini, che prevede anche la registrazione delle impronte digitali per gli immigrati: "D'altronde le impronte si prendono già in tutta Europa, l'Italia è l'unico albergo in cui non si fanno check-in e check-out".

Oltre al tema dell'immigrazione, Frattini affronta anche quello relativo alle missioni internazionali: Iraq, Afghanistan e Libano. "In Iraq il tema è di mettere nelle mani dell'esercito e della polizia irachena gli strumenti per il controllo del territorio. Serve quindi la formazione del personale amministrativo, ma non la possiamo fare in Iraq, perchè servirebbero eccezionali misure di sicurezza: il grosso dobbiamo farlo in Italia". In Afghanistan "si lotta per dare a Karzai il controllo del territorio anche fuori Kabul. Se l'Onu lo chiederà, dovremo fare di più: sarebbe inaccettabile un disimpegno italiano". Infine, il Libano: "E' evidente la mancanza di regole di ingaggio importanti, che non includono il disarmo di Hezbollah". Su questo tema, "l'Italia avrebbe dovuto utilizzare meglio il suo biennio in seno al Consiglio di Sicurezza dell'Onu".

Ultimo punto trattato, il bilancio dei due anni di D'Alema alla Farnesina: "Un punto debole è l'atteggiamento di disequilibrio in Medio Oriente. D'Alema abbraccia fisicamente il leader di Hezbollah che propugna la distruzione di Israele, e Fassino e Veltroni proclamano invece la vicinanza ad Israele. Sono divergenze preoccupanti. Il punto forte è stato quello di proporsi subito per guidare la missione in Libano, ma a questa prima fase l'Italia non ha fatto seguire un percorso di coerenza"

 22 Marzo 2008

Nirenstein: ''In politica estera sbagliato inchinarsi davanti ai terroristi''

Nella foto Fiamma Nirenstein (Adnkronos)

La giornalista candidata nelle fila del Pdl: ''Non si può perseguire una strategia coerente se si va a braccetto con Hezbollah''. E afferma di essere vicina alla ''linea filoamericana e filoisraeliana e non a quella dell'ultimo governo''.

(Adnkronos) - Una candidatura “per una pace vera”, che nasce “da 15 anni passati in un teatro di guerra come quello mediorientale”, a informare i lettori “sulla piaga spaventosa del Jihadismo e dell’integralismo islamico che ha dichiarato guerra all’Occidente”: cosi’ la giornalista Fiamma Nirenstein illustra, nel corso dello 'Speciale Elezioni 2008' dell'ADNKRONOS, le ragioni che l’hanno spinta ad accettare la proposta di correre per il Partito delle Liberta’. Dalla sua esperienza come corrispondente in Israele, la Nirenstein ha maturato la convinzione che “è inutile dire pace se poi non si sa perseguire una strategia” coerente o “se si va a braccetto con Hezbollah”. La Nirenstein lancia quindi un duro attacco “alla politica perseguita fino ad oggi dall'Italia e dall’Europa” che va “nella direzione dell'appeasement, inchinandosi per evitare gli ostacoli e non guardare a quello che e’ veramente il terrorismo”: di qui, spiega, “la mia idea della politica estera, che è quella di un combattimento corpo a corpo contro la politica dell'odio, di quei terroristi che dicono ‘noi amiamo la morte quanto voi amate la vita'”.

Dinanzi a questa sfida terribile, suggerisce, abbiamo “un compito strategico: guardare lontano e impostare una politica estera nuova e diversa”, piu vicina alla linea “filoamericana e filo israeliana che Berlusconi aveva intrapreso a suo tempo e lontana da quella dell'ultimo governo”. Anche perche’ Israele, spiega la Nirenstein, “è come il piccolo Hans che tiene il dito nella diga della lotta contro l'integralismo islamico che minaccia il mondo occidentale”.

Quanto alla scarsa consapevolezza dei rischi rappresentati da Teheran, la Nirenstein afferma che “il momento in cui la crisi arriverà a maturazione è molto vicino: nel 2010, al massimo nel 2011, l'Iran avrà la bomba atomica”. Di qui la necessita’ - soprattutto per un paese come l’Italia che ha ottimi rapporti commerciali con Teheran - “di cominciare a guardare al di là del nostro naso, in prospettiva”. Sul fronte della politica italiana, la giornalista - che ha aperto sul suo sito www.fiammanirenstein.com un blog per discutere di tutti i temi della campagna - conferma il giudizio positivo sulla legge 194 e invita ad “affrontare con mente serena” il problema del conflitto di interessi. Infine, quanto alla propria ebraicita’, la Nirenstein la definisce “un dono meraviglioso” ma precisa di non voler “rappresentare gli ebrei, anche perche’ sono cosi’ differenti tra di loro”.

 22 Marzo 2008

APCOM

LIBANO/ SPETTRO JIHADISMO RIAPPARE IN EIN AL-HILWE

Libano:scontri, un morto e 4 feriti

Tensione in campo palestinese dopo scontri scorsa notte

Sidone, 22 mar. (Apcom) - E' tregua ad Ein al-Hilwe. Fatah, il partito del presidente Abu Mazen, e gli integralisti di Jund al-Islam e Usbat al-Ansar hanno cessato di scambiarsi raffiche di mitra e razzi ma nel campo profughi palestinese, alle porte di Sidone, nessuno si fa illusioni. Lo spettro del jihadismo che lo scorso anno aveva portato alla distruzione, dopo mesi di sanguinosi combattimenti tra i qaedisti di Fatah al-Islam e l'esercito libanese, di Nahr al Bared (Tripoli), e' riapparso in Ein al-Hilwe confermando che i campi profughi palestinesi continuano ad essere le aree dove i miliziani islamici riescono a stabilire con piu' facilita' le loro roccaforti.

"La calma non durera' a lungo, i motivi dello scontro non sono stati superati", avverte il dottor Amr Sammak, chirurgo dell'unico "ospedale", sei posti per quasi 80mila abitanti, di Ein al-Hilwe. "Abbiamo ricevuto il corpo di miliziano e tre feriti di Fatah, ma si parla di diversi feriti anche tra quelli quelli di Jund al-Islam che pero' sono circondati e non possono lasciare gli edifici dove sono asserragliati", aggiunge Sammak.

I segni dei combattimenti sono ben visibili: le carcasse annerite dalle fiamme di una dozzina di automobili giacciono ai piedi di palazzi centrati dalle raffiche di mitra e da razzi Rpg. Sulla strada principale del campo sono sparsi i poveri averi di decine di famiglie che la scorsa notte hanno dovuto abbandonare in tutta fretta le loro abitazioni per sfuggire alla violenza degli scontri a fuoco.

"Non vogliamo subire la sorte degli abitanti di Nahr al Bared (circa 40mila, rimasti senza casa ndr) - dice Maher Abu Kias, un abitante di Ein al-Hilwe - siamo poveri, non abbiamo altro che le nostre abitazioni e preferisco morire piuttosto che dover abbandonare il campo. Gli uomini di Jund al-Islam devono lasciare Ein al-Hilwe, qui non hanno posto".

Barricati nelle loro basi, i miliziani islamici hanno gia' messo in chiaro che non abbasseranno le armi e continuano a chiedere la liberazione di Hassan Marouf, uno dei loro capi arrestato da Fatah e consegnato alle autorita' libanesi perche' sospettato di aver rapinato un negozio e ucciso un militante del partito di Abu Mazen.

"Tutto comincio' cosi' lo scorso maggio a Nahr al Bared, con uno scontro a fuoco e poi sappiamo tutti come e' andata a finire - ammonisce ancora una volta il dottor Sammak - solo che stavolta lo scontro non e' tra libanesi e integralisti ma coinvolge le milizie palestinesi. Rischia di saltare l'accordo (dello scorso anno) tra tutte le fazioni per tenere sotto controllo Ein al-Hilwe".

Jund al-Islam e Osbat al-Ansar sarebbero composti solo da poche decine di miliziani palestinesi ma negli ultimi mesi a questi si sarebbero aggiunti uomini Fatah al-Islam sfuggiti alla morte o alla cattura a Nahr al-Bared. Libanesi, siriani, sauditi e di altri paesi arabi che in Ein al-Hilwe hanno trovato non solo un nuovo rifugio ma anche una localita' piu' vicina al nemico israeliano e alle truppe dell'Unifil che operano in sud Libano da quasi due anni.

Le autorità libanesi hanno attribuito alla galassia del salafismo presente nel Paese gli attentati dello scorso anno contro l'Unifil - 24 giugno: sei morti; 16 luglio, nessuna vittima - e contro due villaggi cristiani. Gli integralisti, hanno scoperto gli inquirenti libanesi, avrebbero progettato anche attentati contro personalità politiche e religiose, tra cui il cardinale Butros Nasrallah Sfeir, patriarca della Chiesa maronita, la principale comunità cristiana del Libano.

"Non permetteremo a questi fanatici di provocare altri disastri, li fermeremo, li metteremo in condizione di non nuocere. Ci farebbero pagare un prezzo troppo alto per i loro crimini", assicura Munir al Maqdah. Siamo solo all'inizio di una nuova lunga battaglia.

 20 Marzo 2008

Metropolis web

Bin Laden minaccia il Papa e l'Europa
Due messaggi audio a ventiquattr'ore di distanza l'uno dall'altro: Osama bin Laden, il capo di al Qaeda irrompe così nella scena internazionale.

Cinque anni di guerra: Bin Laden minaccia il Papa e l´Unione EuropeaBenedetto XVI  

WASHINGTON - Il capo di al Qaida Osama bin Laden ha diffuso un messaggio audio, nel quinto anniversario dell´inizio della guerra in Iraq, che minaccia l´Unione Europea di ´grave punizione´ per la pubblicazione delle vignette sul profeta Maometto. Il messaggio del n.1 di Al Qaida afferma che le vignette sono parte di una crociata anti-islamica ed accusa anche il Papa Benedetto XVI di essere parte di questa crociata.

"La vostra pubblicazione di questi disegni, parte di una crociata dove il Papa del Vaticano ha un ruolo significativo, è una conferma da parte vostra che la guerra continua", afferma il leader di Al Qaida. Il messaggio di bin Laden, che dura poco più di cinque minuti, è indirizzato "alle persone sagge dell´Unione Europea" ed è accompagnato nella parte video da una immagine fissa del leader di Al Qaida, che imbraccia un´arma. "Avete messo a dura prova i musulmani - afferma il nastro audio - la risposta sarà ciò che vedete non quello che sentite. Possano le nostre madri piangere la nostra morte se non ci leveremo a difesa del messaggero di Dio".

Le vignette sono state pubblicate per la prima volta da un giornale danese nel 2005 e ripubblicate successivamente da altri giornali. Il messaggio di Osama bin Laden è indirizzata agli "uomini saggi" della Unione Europea ed è apparso su un sito web che in passato ha già pubblicato più volte messaggi di al Qaida.

La voce del messaggio audio accusa l´Unione Europea di avere "aggredito i nostri villaggi con i vostri bombardamenti, questi villaggi costruiti col fango, che crollano sulle nostre donne e i nostri bambini". Il messaggio afferma che questi crimini tuttavia "impallidiscono al confronto di quello che avete fatto quando avete rinunciato a qualsiasi freno spingendovi a pubblicare questi disegni insultanti".

"Questa è la più grande disgrazia e la cosa più pericolosa e la punizione per questo sarà la più grave", prosegue il messaggio del terrorista. Le leggi islamiche vietano le immagini del profeta Maometto nel timore che possano portare alla idolatria. Le proteste da parte dei musulmani per la pubblicazione delle vignette in Danimarca, considerate un insulto all´Islam, avevano portato alla morte di oltre 50 persone. L´ultimo messaggio di Osama bin Laden risaliva al 29 dicembre scorso quando aveva sollecitato i paesi europei a por fine alla loro partecipazione militare al conflitto in Afghanistan.

 15 Marzo 2008

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Berlusconi corregge Martino: 

in Libano nuove regole d'ingaggio

di Carlo Marroni

(ANSA / Mohamed Messara )

«Se andremo al governo cambieremo le regole d'ingaggio ai militari in Libano». Così Silvio Berlusconi tenta di spegnere le polemiche innescate dall'ex ministro della Difesa di Fi Antonio Martino convinto che occorra «ridurre drasticamente i nostri militari in Libano». Fino a ieri non se n'era mai parlato, ma alla fine la politica estera è piombata in campagna elettorale.

L'ex ministro della Difesa, Antonio Martino, ha parlato di un possibile disimpegno dell'Italia in Libano e un rinnovato sforzo in Iraq in caso di vittoria del Pdl. «Occorrerebbe ridurre drasticamente o cancellare la nostra presenza militare in Libano, aumentare significativamente il numero dei nostri uomini in Afghanistan e inviare istruttori militari in Iraq e Kosovo» ha detto l'esponente di Fi. Dura la reazione del centro-sinistra e in particolare del Governo.

«Sono gravissime le affermazioni dell'ex ministro circa un prossimo disimpegno dell'Italia da Beirut ed un suo ritorno in Iraq. Sono affermazioni incomprensibili e drammatiche come messaggio politico», ha detto da Bruxelles Romano Prodi. E il ministro degli Esteri, Massimo D'Alema, ha aggiunto che in politica estera si sta assistendo a «affermazioni sconcertanti» da parte della destra italiana che interviene in modo «violento, strumentale e rischioso per l'immagine del nostro Paese. È ridicolo che Martino voglia tornare in guerra quando se ne vogliono andare anche gli Stati Uniti. È al di fuori dal tempo», ha detto D'Alema al termine del vertice Ue. E Walter Veltroni ha parlato di «conseguenze devastanti se lasciassimo il Libano». E al coro si è aggiunto anche Pierferdinando Casini: «Parole da dilettanti allo sbaraglio».

In serata è intervenuto il leader del Pdl, Silvio Berlusconi, che già la sera precedente, sollecitato all'ambasciata Usa sulle dichiarazioni di Martino, aveva glissato dicendo di non conoscere la situazione e quindi di non poter esprimere previsioni. Ieri invece, vista la bufera scatenata dalle dichiarazioni di Martino, è dovuto intervenire. Per ciò che riguarda l'Afghanistan «sono le Nazioni Unite - ha detto - che chiedono ai paesi di aumentare il contingente militare. Sul Libano abbiamo votato la missione ma non eravamo d'accordo sulle regole d'ingaggio, che cambieremo, se avremo responsabilità di governo. Sull'Iraq non pensiamo che vadano inviate nuove truppe, ma istruttori militari». Anche qui arriva la replica di D'Alema: «Le regole d'ingaggio le decide l'Onu non Berlusconi».

In ogni caso il Cavaliere ha voluto precisare che la presa di posizione non impegna il Pdl: «Non ne ho parlato con Martino, lui ha espresso una sua opinione personale, ma non è detto che non sia una opinione che nelle discussioni che faremo insieme non possa trovare una esecuzione». Anche Gianfranco Fini, indicato come uno dei candidati al ministero degli Esteri in caso di vittoria del Pdl, ha frenato: «Andarsene dal Libano sarebbe sbagliato», ha spiegato, sottolineando comunque in merito alla posizione espressa da Martino che «aver posto il problema della quantità di militari impegnati in Libano è un'altra cosa. Anche perché abbiamo obblighi internazionali che debbono essere assolti ma dobbiamo anche essere consapevoli che le nostre forze armate hanno uomini e risorse limitate».

A chi gli chiedeva invece di un ritorno in Iraq, Fini si è limitato a replicare che «non è chiesto nemmeno dai nostri alleati. C'è il problema delle regole d'ingaggio delle nostre truppe nell'ambito della missione afgana: è tutt'altra questione rispetto all'ipotesi di impegnare nuovamente militari italiani in Iraq». In ogni caso l'intervista rilasciata da Martino, ha provocato la convocazione da parte del presidente del Parlmento libanese, lo sciita Nabih Berri, dell'ambasciatore italiano, Gabriele Cecchia, per avere spiegazioni. Infine da Bruxelles D'Alema è tornato anche a parlare dell'opportunità di dialogare con Hamas definendo «sconsiderato» il dibattito che si sta svolgendo a riguardo in Italia, con reazioni che D'Alema ritiene «del tutto sconnesse e strumentali e tali da danneggiare l'immagine del Paese».

 17 Marzo 2008

M.O./ FRATTINI A VELTRONI: DEVI DIRE SE VUOI TRATTARE CON HAMAS

Roma, 17 mar. (Apcom) - "Parlare di trattativa con Hamas è stato un grave errore". Lo afferma Franco Frattini, che lascerà la vicepresidenza della Commissione Ue per partecipare alle Politiche in Italia, attaccando il ministro degli Esteri, Massimo D'Alema per la politica in Medio Oriente.

Frattini rileva che il governo Prodi "non ha tenuto in dovuto conto le ragioni di Israele", vittima "dell'abbraccio anche fisico con Hezbollah" e "una tolleranza eccessiva nei suoi confronti". In questo modo, ha spiegato intervenendo alla stampa estera, "creiamo problemi al Quartetto, ma soprattutto ad Abu Mazen".

Poi l'esponente del Pdl incalza il segretario del Pd Walter Veltroni: "C'è un'evidente contraddizione tra quanto sostiene D'Alema e il silenzio di Veltroni: qui non si può dire 'tratto con Israele ma anche con Hamas'".

 13 Marzo 2008

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UCCISO PRESUNTO MANDANTE STRAGE COLLEGIO DI RABBINI

 

TEL AVIV -  Un commando israeliano ha ucciso questa sera a Betlemme un leader palestinese della Jihad Islamica sospettato di essere il mandante operativo dell'attentato avvenuto il 6 marzo contro il collegio rabbinico di Gerusalemme, e costato al vita a otto giovani seminaristi ebrei. Nell'azione, compiuta da agenti sotto copertura, sono rimasti uccisi altri due miliziani della Jihad e un leader delle brigate dei martiri di Al-Aqsa, braccio armato di Fatah, partito del presidente Abu Mazen (Mahmud Abbas).

Nelle prime ore del mattino in un raid compiuto vicino a Tulkarem, era stato ucciso un altro miliziano della Jihad Islamica. Un'ondata di incursioni, questa volta in Cisgiordania, e accompagnate da decine di arresti, che rischiano di mettere a repentaglio la fragile tregua che oggi nella Striscia di Gaza è giunta al suo quarto giorno. La spettacolare azione di Betlemme è stata compiuta nel tardo pomeriggio da una unità speciale dell'esercito sotto copertura, penetrata nella città cisgiordana a bordo di un taxi con targhe palestinesi. L'attacco è scattato vicino al campo profughi di Duheisha, nell'immediata periferia, quando il commando israeliano ha localizzato una vettura sulla quale viaggiavano Mohammed Shehada, 43 anni, leader della Jihad Islmaica ricercato da otto per una serie di attentati compiuti in Israele, e poi Ahmad Balboul, 45 anni, comandante delle Brigate Al-Aqsa e altri due miliziani della "Jihad", Imad Kamel e Eissa Marzuk. Gli agenti israeliani hanno abbassato i finestrini del vecchio taxi e investito la vettura dei palestinesi con un diluvio di fuoco, uccidendoli prima che potessero tentare qualunque reazione. Nella loro auto sono poi stati trovati alcuni mitragliatori. Il principale obiettivo dell'incursione sarebbe stato Mohammed Shehada, sospettato sin dalla sera del massacro al collegio rabbinico Merkaz ha-Rav di essere il mandante operativo.

Quella stessa notte, mentre nel seminario ebraico si tentava ancora di ricostruire la dinamica del massacro, unità dell'esercito israeliano si lanciarono su Betlemme circondando l'abitazione di Shehada. Il collegamento fra l'uomo e l'attentato era Ala Hisham Abu Dheim, il palestinese autore del massacro rimasto ucciso durante l'attacco al collegio: i due si frequentavano, e non lo affermano soltanto i servizi segreti israeliani. Anche fonti di intelligence dell'Autorità nazionale palestinese confermano la circostanza: Mohammed Shehada in passato militava con al-Fatah, poi dal sunnismo si era convertito all'islam sciita sposando la causa della Jihad Islamica, ma anche diventando punto di riferimento in Cisgiordania del movimento degli Hezbollah. "Sappiamo che Shehada riceveva ordini anche dalla leadership della Jihad in Siria" ha aggiunto all'ANSA una portavoce militare israeliana. Quella notte del 6 marzo però, nonostante i bulldozer che rasero al suolo parte della sua abitazione, Mohammed Shehada riuscì fortunosamente a sfuggire alla cattura. Questa sera, appena una settimana dopo, è stato scovato e ucciso. Tuttora non è chiara la matrice dell'attentato al collegio rabbinico. La sola rivendicazione giunta finora è quella del gruppo 'Ahrar Al-Jalil' (Brigata degli uomini liberi della Galilea) ricevuta in Libano la stesa sera della strage dalla televisione degli Hezbollah: altra circostanza che sembra ricondurre a Mohammed Shehada e ai suoi presunti rapporti con il gruppo armato libanese.

Dal reale peso politico e ruolo rivestiti da Shehada, e dal comandante di Al-Aqsa ucciso questa sera assieme con lui, potrebbe ora dipendere la tenuta della tregua accettata da Hamas e dalla Jihad islamica nella Striscia di Gaza. Abu Jihad, capo delle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa a Hebron, ha detto all'ANSA che per effetto di questa azione israeliana "le Brigate considerano annullato il cessate il fuoco in atto con Israele in Cisgiordania", e hanno promesso "una dolorosa vendetta". Un portavoce della Jihad islamica a Gaza ha aggiunto che "quanto accaduto questa sera conferma che Israele non è interessato alla tregua". Già in risposta all'uccisione avvenuta questa mattina a Tulkarem del miliziano palestinese, nella Striscia sono stati sparati tre colpi di mortaio contro le postazioni israeliane.(carlo.bollino@ansa.it).

 04 Marzo 2008

«Missione Onu fallita in Libano Hezbollah schiera 30mila missili»

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L’Unifil non vede, non sente e non parla, ma Ban Ki Moon si preoccupa. Il Palazzo di Vetro e il comando dell’Unifil di Tiro da lunedì parlano due lingue diverse. I vertici dei Caschi blu in Libano continuano a non segnalare attività sospette di Hezbollah e non vedere tracce di riarmo. Il segretario generale dell’Onu trasmette, invece, al Consiglio di Sicurezza un allarmato rapporto citando i dati israeliani sugli arsenali missilistici del Partito di Dio e denunciando le bellicose dichiarazioni del leader dell’organizzazione Hasan Nasrallah. Come se non bastasse il segretario generale dell’Onu ricorda la necessità di arrivare ad una piena applicazione della risoluzione 1701 bloccando i traffici di armi e perseguendo il disarmo di Hezbollah.
L’insistenza sull’applicazione della risoluzione sembra una sollecitazione ad abbandonare l’implicita intesa dell’agosto del 2006 quando l’esecutivo di Romano Prodi e gli altri governi protagonisti dell’Unifil accettarono di partecipare alla missione nel Sud del Libano a patto che fosse escluso un confronto diretto con le milizie di Hezbollah. Un patto silenzioso, ma rovinoso che ha, di fatto, reso impossibile il controllo dei traffici d’armi e missili destinati al Partito di Dio.
Il rapporto presentato lunedì al Consiglio di Sicurezza sembra scritto ad arte per segnalare l’esplosiva situazione del Sud del Libano, ma al tempo stesso evitare tensioni tra i 13mila Caschi blu dell’Unifil, 2.500 dei quali italiani, e le milizie del Partito di Dio. Il messaggio - nonostante questi artifizi espositivi- è chiaro. Anche se l’Unifil non lo può dire - fa capire Ban Ki Moon - Hezbollah ha completato il riarmo e si prepara ad una nuova guerra contro Israele. Per dimostrarlo cita il leader Hasan Nasrallah e ricorda le «minacce di guerra aperta contro Israele». Il passaggio più raffinato è quello dedicato agli arsenali missilistici del Partito di Dio. Il segretario generale cita un documento dei servizi di sicurezza israeliani per dire che nelle zone sotto il controllo dell’Unifil «gli arsenali di Hezbollah includono circa 10mila testate a lungo raggio e 20mila a corto raggio». Pur notando che le informative dei Caschi blu non confermano i dati israeliani Ban Ki Moon si guarda bene dal smentirli. «I rapporti sul riarmo di Hezbollah - aggiunge - sono causa di grande preoccupazione e rappresentano una seria sfida alla sovranità, alla stabilità e all’indipendenza del Libano». Subito dopo punta il dito sul contrabbando d’armi provenienti dall’Iran e dalla Siria. «Rimane la preoccupazione per la vulnerabilità dei valichi di frontiera che rappresenta una significativa minaccia alla stabilità e alla sicurezza del Libano».

 23 Febbraio 2008

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Libano: Unifil non si scoraggerà

Lo afferma il comandante della forza Onu, gen.Claudio Graziano

 

Libano: Unifil non si scoraggera'

(ANSA) - BEIRUT, 23 FEB - 'L'Unifil non si fara' scoraggiare da minacce o attacchi'. Lo ha detto il comandante in capo dell'Unifil, generale Claudio Graziano. I caschi blu della forza delle Nazioni Unite in Libano sono determinati ad applicare la risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza che ha posto fine alla guerra del 2006 tra Israele e il movimento sciita libanese Hezbollah. Ieri, il contingente italiano dell'Unifil ha ricevuto nuovi elicotteri per sostituire quelli in dotazione agli elicotteristi Italair.

 17 Febbraio 2008

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Papa: appello per la pacificazione del Libano

CITTA' DEL VATICANO - Il Papa incoraggia i libanesi "e in particolare i politici, a lavorare con tenacia a favore della riconciliazione, di un dialogo veramente sincero, della pacifica convivenza e del bene di una Patria profondamente sentita come comune". Lo ha detto dopo l'Angelus, ricordando che "da quasi 3 mesi il Libano non riesce a darsi un Capo dello Stato", si manifestano "divisioni","inconsueta violenza verbale" e "fiducia nella forza delle armi o nella eliminazione fisica degli avversari".

"Seguo con preoccupazione - ha detto il Papa dopo l'Angelus recitato in piazza San Pietro davanti ad alcune migliaia di fedeli - le persistenti manifestazioni di tensione in Libano. Da quasi tre mesi - ha osservato Benedetto XVI - il Paese non riesce a darsi un Capo dello Stato. Gli sforzi per comporre la crisi e il sostegno offerto da numerosi esponenti di rilievo della Comunità internazionale, anche se non hanno ancora raggiunto un risultato, dimostrano - ha aggiunto - l'intenzione di individuare un Presidente che sia tale per tutti i libanesi e porre così le basi per superare le divisioni esistenti".

"Purtroppo, - ha rimarcato papa Ratzinger - non mancano anche i motivi di preoccupazione, soprattutto a causa di una inconsueta violenza verbale o di quanti addirittura pongono la loro fiducia nella forza delle armi e nella eliminazione fisica degli avversari". "Assieme al Patriarca maronita e a tutti i Vescovi libanesi, - ha concluso il Papa - vi chiedo di unirvi alla mia supplica a Nostra Signora del Libano, perché incoraggi i cittadini di quella cara Nazione, ed in particolare i politici, a lavorare con tenacia in favore della riconciliazione, di un dialogo veramente sincero, della pacifica convivenza e del bene di una Patria profondamente sentita come comune".

 14 Febbraio 2008

 

La stampa italiana ignora il popolo della libertà

e parla del funerale di Moughniyah.

 Centinaia di migliaia di persone hanno gremito il centro di Beirut, per il terzo anniversario dell'assassinio dell'ex premier Rafiq Hariri

 

 13 Febbraio 2008

 

l'Unità.it

Damasco, autobomba in centro uccide capo di Hezbollah

Un'autobomba nel cuore di Damasco ha provocato la morte di un comandante delle milizie libanesi di Hezbollah, Imad Moughniyah. Lo hanno reso noto fonti politiche libanesi. Secondo testimoni nella capitale siriana, l'esplosione si è verificata martedì sera. L'uomo ucciso nell'esplosione di un autobomba a Damasco «è un alto esponente degli Hezbollah libanesi». Lo ha detto la tv satellitare araba al Jazeera in una notizia dell'ultima ora. Subito dopo l'annuncio della tv araba è arrivata la conferma degli Hezbollah: «è stato ucciso Imad Mughnieyh», ha detto la tv al Manar libanese. La tv vicina agli Hezbollah ha subito puntato il dito contro Israele. Martedì notte, un esplosione di un'autobomba, in un quartiere residenziale di Damasco ha causato un morto e due feriti. «Abbiamo visto agenti della sicurezza portare via il corpo», aveva riferito un testimone. Gli agenti della sicurezza sul luogo non hanno voluto rilasciare dichiarazioni. I testimoni hanno visto un'auto bianca semidistrutta portata via dalla polizia, che ha isolato la zona, dove si trovano una scuola iraniana, una stazione di polizia e uno dei principali uffici dei servizi segreti siriani.

«Il leader Imad Mughniyeh è stato ucciso per mano dei sionisiti israeliani», ha detto l'emittente Tv al Manar del movimento Hezbollah, interrompendo la normale programmazione. Israele però si dice estraneo alla uccisione di Imad Mughniyeh in Siria. Un comunicato del governo israeliano dice esplicitamente: «Israele rifiuta il tentativo di gruppi terroristici di attribuire al nostro paese un coinvolgimento in questo incidente». 
Di altro tenore la reazione dell'ex responsabile del Mossad ief Danny Yatom , che ha definito l'uccisione di Mughniyeh «un gran risultato nella lotta del mondo libero contro il terrorismo. Mungiyeh - aggiunge - è stato uno dei maggiori e più crudeli terroristi di tutti i tempi... Da tempo i servizi di intelligence di diversi paesi erano sulle sue tracce, chi è riuscito a colpirlo ha dato prova di estrema intelligenza e grande capacità operativa». Da decenni Mughniyeh manteneva i contatti tra Hezbollah e i servizi segreti iraniani e si riteneva avesse la sua base a Teheran, il più stretto alleato di Damasco.

Mughniyeh, nato 46 anni fa in Libano, era ricercato dalla giustizia americana per coinvolgimento nell'attentato contro l'ambasciata americana a Beirut nel 1982 - che causò la morte di una sessantina di persone, tra cui molti dei responsabili della Cia nella regione del Medio Oriente -, per il dirottamento di un aereo della Twa all'aeroporto di Beirut nel 1985, e per diverse altre azioni terroristiche.

Dopo gli attacchi dell'11 settembre, gli Stati Uniti avevano posto sulla sua testa una taglia di 25 milioni di dollari.

 15 Gennaio 2008

Libano, Islamic Council vs Hezbollah: 

È longa manus dell’Iran

 

 

 

 

 

 

 

Roma, 15 gen (Velino) - “Hezbollah è la longa manus dell’Iran nel Paese dei cedri. Non riconosce la legittimità delle strutture istituzionali del Libano. Il suo intento è creare una dittatura teocratica sul modello di Teheran. Ecco, noi vogliamo impedire tutto ciò”. Il segretario generale dell’Islamic Arab Council, Al Sayyed Mohammad Ali El Husseini, ha spiegato al VELINO il progetto dell’organizzazione da lui rappresentata. Husseini è un “sayyed” libanese, un alto religioso della confessione islamica sciita, a cui aderisce circa il 10 per cento del totale dei fedeli musulmani. È vissuto molti anni in Iran, ha viaggiato per tutto il mondo. Da un anno ha creato questa istituzione all’interno della società libanese, con lo scopo di contrastare l’influenza culturale del movimento Hezbollah. “I libanesi, e al loro interno gli sciiti, vogliono vivere in pace con tutti. Il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, non è interessato alla pace, perché lui ha altri interessi. Cosa ci si può aspettare da uno che si autodefinisce in un’intervista ‘il piccolo soldato di Khamenei’? Lui esegue ordini che vengono decisi a Teheran o a Damasco, non fa certo i nostri interessi nazionali”. Husseini ha citato come esempio i missili katyusha che qualche giorno fa i militanti di Hezbollah hanno lanciato contro la Galilea. “Ogni qualvolta il presidente americano George W. Bush alza i toni contro l’Iran, ecco che si fa sentire Hezbollah. È una pedina nelle mani di Teheran, si ispira al modello iraniano. D’altronde, chi finanzia Nasrallah? Gli ayatollah persiani”. Per Husseini, sbagliano gli americani a minacciare di “colpire l’Iran militarmente, perché si unirebbe il popolo al regime degli ayatollah. Bisogna piuttosto aiutare i gruppi di opposizione ad Ahmadinejad”. 

Il religioso sciita ha ricordato che comunque “solo grazie ai dollari di Teheran è stato possibile per Hezbollah creare uno Stato nello Stato, una enclave nella quale sperano di esportare la rivoluzione khomeinista, cioè una dittatura teocratica. Il Libano non vuole questo, è uno Stato democratico e multiconfessionale, nel quale a tutte le religioni è dato lo stesso spazio e nessuno è discriminato all’interno delle istituzioni”. A tal proposito, nella Costituzione libanese sono indicati precisi meccanismi di equilibrio nelle cariche istituzionali dello Stato per garantire un’adeguata rappresentanza ai cristiani maroniti, ai sunniti, agli sciiti e ai drusi nelle istituzioni. “Hezbollah – ha chiosato il religioso sciita - sta ‘bloccando’ la vita politica del Libano, mettendo anche in pericolo il nostro sistema democratico. Loro hanno in mente un’altra idea di nazione e bisogna tener presente che un eventuale regime di Hezbollah potrebbe offuscare il ruolo dei cristiani”. Husseini ha puntato il dito anche contro la Siria. “È bene ricordare – ha puntualizzato - che Damasco continua a esercitare un’influenza negativa sulla vita del nostro Stato. È vero che non ci sono più i loro soldati, ma rimangono i loro agenti dei servizi segreti e una serie di contatti con gruppi libanesi filosiriani. La Siria non riconosce il nostro Stato, i nostri confini. È perciò una fonte di pericolo per la nostra nazione”. Il segretario dell’Islamic Arab Council ha parlato anche delle elezioni alla presidenza della Stato, finora rinviate in più occasioni. “Il generale Michel Aoun – ha detto -, che appartiene alla minoranza cristiana, ha da sempre come obiettivo la presidenza della Repubblica, e per ottenerla si è alleato con Hezbollah. Ma lui è una pedina, e questo lo sa bene la maggior parte dei maroniti, che infatti lo rifiuta come capo dello Stato”.

Husseini ha poi ricordato la guerra dell’estate del 2006 fra israeliani e Hezbollah. “In tutti i conflitti – ha ammesso - è sempre la povera gente che perde qualcosa. Hezbollah, invece, è uscita rafforzata dalle ostilità dell’estate del 2006. Ha infatti avuto più soldi dall’Iran e ha investito molti di questi fondi nella ricostruzione delle case distrutte dai bombardamenti, guadagnandosi così il consenso di molti libanesi”. A quel conflitto seguì una missione internazionale, di cui attualmente l’Italia è al comando e fornisce un consistente contributo in uomini e mezzi. “Dopo la missione a Beirut nel 1982, il nostro popolo ha avuto modo di apprezzare l’Italia per le sue capacità umanitarie. Lo stesso impegno che ha profuso anche nel 2006. Siete attori importanti in quell’area e per il nostro popolo. Perciò ribadisco che il vostro paese può ancora aiutare tanto il Libano nel proprio sviluppo, come ha fatto in passato e come sta facendo adesso”. Il segretario dell’Islamic Arab Council ha voluto chiarire un aspetto importante relativamente alla missione dell’Onu nel Libano: “È concettualmente sbagliato dire che la presenza di Unifil abbia permesso il riarmo degli Hezbollah. Il punto è che la missione internazionale ha come compito quello di ‘salvaguardare’ la pace, non di ‘costruirla’ e quindi imporla. I militari della forza multinazionale, con la loro presenza, impediscono che gli uomini di Hezbollah vadano in giro ostentando il loro potere e le loro armi. Da parte nostra, vorremmo che all’Unifil fosse concesso di pattugliare il confine fra Libano e Siria, da dove passano uomini e armi diretti nel nostro paese”.

Questo è il problema che finisce ancora oggi – come in passato - per alterare la situazione politico-strategica del Paese dei cedri, che diventa quindi l’arena di confronto per decisioni prese altrove. Bisogna fare un passo indietro. Il Libano ha conosciuto una sanguinosa guerra civile, durata dal 1976 al 1990. Nel 1982, inoltre, il Paese dei cedri fu testimone del conflitto dell’esercito israeliano contro le milizie palestinesi e le forze armate siriane. Queste ultime rimasero in Libano cercando di pacificare un’arena sanguinosa in cui le fazioni in lotta – a carattere religioso o di interessi – si fronteggiarono duramente cambiando anche spesso lato della barricata. Il tutto in una girandola di alleanze e tradimenti difficile da elencare. Il ricordo di questo conflitto è però ben presente nella mente del segretario dell’Islamic Arab Council: “Noi non vogliamo una guerra religiosa, siamo proprio contrari all’idea di violenza. In questo caso, si farebbe il gioco di Hezbollah, che è sanguinario e ama la guerra. La religione di cui siamo credenti ci deve unire, non dividere. E, diversamente da quanto fa Nasrallah, un credo religioso non giustifica la violenza, e nemmeno può essere strumentalizzato per fare la guerra. Inoltre Hezbollah è una milizia ben armata e addestrata”. In che modo vuole sconfiggere il gruppo di Nasrallah, Husseini lo ha annunciato in un semplice concetto: “Bisogna combattere l’influenza di Hezbollah con le sue stesse armi: assistere la popolazione a livello sanitario e sociale, creare posti di lavoro per i giovani (e sottrarli così alla propaganda di Nasrallah), creare le condizioni per un cambiamento culturale in quello che è il bacino di arruolamento di Hezbollah”.

Il religioso sciita ha sottolineato come in un anno abbiano ottenuto piccoli risultati nell’azione di contrasto contro Hezbollah: “Abbiamo aperto una fabbrica, ci siamo occupati di alcune famiglie bisognose di cure mediche nella periferia di Beirut. Così facendo ci siamo assicurati la lealtà e il consenso di diverse famiglie”. Al momento, però, mancano le risorse economiche per contrastare efficacemente gli uomini di Nasrallah: “I dollari che arrivano da Teheran – ha attaccato Husseini - permettono a Hezbollah di aprire scuole, officine, fabbriche e ospedali. Creano una rete di servizi che permette a questa organizzazione di avere il consenso sociale. Anche noi abbiamo iniziato a raccogliere fondi, ci siamo costituiti come fondazione caritativa islamica, per poter iniziare anche noi a operare in questo modo”. Non è facile, a ogni modo, riuscire a raccogliere soldi per competere allo stesso livello del Partito di Dio. Perché il denaro che riceve da Teheran, il gruppo di Nasrallah lo impiega anche in una poderosa opera di pubbliche relazioni. Nella guerra dell’estate 2006, il servizio di pubblica informazione dell’organizzazione libanese creò serie difficoltà agli israeliani. Infatti in più occasioni rivelò in anteprima alla stampa occidentale episodi e circostanze in cui erano stati rimasti uccisi soldati dello Stato ebraico, prima che i familiari di questi ne fossero stati informati. Oltre al canale satellitare Al-Manar, che diffonde la propaganda di Nasrallah in tutto il mondo, gli Hezbollah, secondo Husseini, “hanno acquistato azioni di alcune testate giornalistiche in Europa e negli Stati Uniti, per poter influenzare o modificare servizi o reportage a loro sfavorevoli”.

Le capacità mediatiche del gruppo permettono a Hezbollah di sviluppare una vera e propria strategia di marketing, che alla fine porta nelle loro casse molte donazioni. “Come con i soldi di Teheran, anche su questo denaro Hezbollah non dà conto a nessuno – ha specificato il religioso – ma lo usa per aumentare il proprio potere nel Libano”. Infine, non poteva mancare l’accenno a Israele. Dopo aver ribadito il rispetto per tutte le religioni, Husseini si è detto “perfettamente in sintonia con la proposta di pace della Lega araba”, che ha ripreso la vecchia idea del sovrano saudita Abdullah. Un piano che prevede il ritiro di Israele sui confini precedenti alla guerra del ‘67 in cambio del riconoscimento arabo e del ritorno dei profughi palestinesi (oltre quattro milioni) non nel loro futuro Stato indipendente ma all’interno di quello ebraico.  (Michele La Marca)

 08 Gennaio 2008

LIBANO - UNIFIL: FERITI DUE IRLANDESI

BEIRUT (Reuters) - Due peacekeeper dell'Onu sono rimasti feriti in modo lieve oggi quando una bomba piazzata lungo la strada ha colpito il veicolo su cui viaggiavano su un'autostrada nel Libano meridionale, riferisce un portavoce di Unifil.

Il portavoce non ha fornito dettagli sulla nazionalità dei soldati feriti, che secondo fonti della sicurezza libanese sarebbero irlandesi.

In precedenza si era parlato di tre militari coinvolti, di nazionalità spagnola.

L'esplosione ha mandato in frantumi i finestrini di un veicolo bianco dell'Onu nella zona del villaggio di Rmaileh, 35 chilometri a sud di Beirut e non lontano dal campo profughi palestinese di Ain al-Hilweh, focolaio di gruppi militanti islamici.

E' il terzo attacco contro l'Unifil, forte di 13.500 militari, da quando la forza è stata estesa dopo il conflitto di 34 giorni tra Israele e gli Hezbollah libanesi terminato nell'agosto 2006.

Nel primo di questi attacchi, lo scorso 24 giugno, tre spagnoli e tre colombiani dell'Onu persero la vita quando una bomba distrusse il loro mezzo corazzato nel sud del Paese.

A luglio una bomba piazzata lungo la strada esplose vicino a una postazione dell'Unifil, senza provocare feriti. 

 07 Gennaio 2008

LIBANO/ UNIFIL IMPEGNATA A FERMARE TRASFERIMENTO ARMI HEZBOLLAH Al confine Libano-Israele

 

Roma, 7 gen. (Apcom) - Le forze dell'Unifil in Libano del sud hanno intensificato le operazioni congiunte con l'esercito libanese per intercettare gli eventuali trasferimenti di armi di Hezbollah verso le zone confinanti con Israele.

E' quanto riporta l'edizione online del quotidiano britannico "Telegraph" affermando che è ormai un dato di fatto che l'organizzazione abbia rifornito gli arsenali delle sue roccaforti nel nord del fiume Litani con armi provenienti da Siria e Iran che vorrebbe trasferire più a sud, vicino al confine con Israele, nel tentativo di ripristinare la sua capacità militare di prima della guerra del 2006 con lo Stato ebraico.

Ma secondo il giornale, la presenza dei 3.500 uomini dell'Unifil è riuscita ad ostacolare il movimento di armi verso il sud del fiume che scorre parallelamente ed a pochi chilometri dal confine israeliano prima di sfociare nel Mar Mediterraneo a nord di Tiro.

"Manteniamo un alto livello di allerta perchè nulla cambi nel sud del Libano. E' vero che fino ad ora non abbiamo proceduto a nessuna intercettazione di armi ma il nostro compito è di impedire ogni movimento in tal senso", ha dichiarato al giornale Andrea Tenenti portavoce della missione autorizzata dall'Onu, attualmente guidata dall'Italia nella persona del generale Claudio Graziano.

 15 Dicembre 2007

L'Iran dà il benservito al capo di Hezbollah

di Dimitri Buffa

L’Iran ha licenziato Hassan Nasrallah dal suo incarico di capo militare degli Hezbollah. 

Resterà capo politico ma ormai le azioni militari e terroristiche decise da Teheran sarà il suo ex vice Naim Qasim a coordinarle. “Ha perso la guerra con Israele nel sud del Libano e quest’anno ci è costato oltre un miliardo di dollari”. Queste parole attribuite all’ayatollah iraniano Alì Khamenei e riportate da numerosi giornali arabi tra cui Al Shark Al Awsat costituirebbero la spiegazione del siluramento, che oltretutto risalirebbe allo scorso agosto e sarebbe stato tenuto segreto per non dare armi propagandistiche ai numerosi nemici dell’organizzazione terroristica in Libano.

L’importanza di questa notizia, smentita sul sito ufficiale di Hezbollah e ignorata dai media italiani ed europei, non sfugge a quanti avevano mal digerito la vera e propria esultanza con cui gli analisti politically correct avevano salutato la presunta sconfitta dell’esercito dello stato ebraico nella guerra del luglio e agosto 2006 nel sud del Libano. Per due motivi: il primo è che nei loro interna corporis sia Hezbollah sia gli iraniani che li hanno creati dal nulla negli anni ’80 sono consapevoli che non ci fu alcuna vittoria contro Tsahal;

il secondo è che la pubblicazione di questa storia sui giornali arabi implica un’ammissione della eterodirezione da parte di Teheran di tutte le iniziative armate anti israeliane in Medio Oriente. Da Gaza al Libano. Circostanza che porta acqua al mulino di chi chiede sanzioni più dure o addirittura un intervento militare contro il regime degli ayatollah.


Nell’articolo di Al Shark Al Awsat si legge, tra l’altro, che nel corso di un'ispezione dei pasdaran iraniani nei territori feudo di Hezbollah, risalente allo scorso agosto, sarebbero emerse forti carenze nel settore militare. Ed in particolare per quanto riguarda gli armamenti e gli approvvigionamenti dei miliziani. Tanto che è stata esplicitamente chiesta una rendicontazione delle spese sostenute. Uno degli ufficiali iraniani (le famigerate Guardie della Rivoluzione che l’America ha aggiunto di recente nella black list dei terroristi, suscitando lo sdegno di molti osservatori alla Sergio Romano in Italia e in Europa) presenti nella Bekaa come addestratore avrebbe inoltre rivelato i forti contrasti tra Nasrallah e il suo vice, Qasim, su questioni molto delicate che riguardano l'ala militare degli Hezbollah. L'eco dello scontro sarebbe giunta fino a Teheran, così da convincere la guida suprema iraniana, Ali  Khamenei, a disporre l’ispezione che ha dato il via al ridisegnamento dell'organizzazione militare del gruppo terroristico.

La fonte di Al Ahark Al Awsat spiega anche che ci sarebbero forti divergenze sull’utilizzo di quei 400 milioni di dollari annui che Hezbollah riceve da Teheran e che dall’anno scorso sono stati aumentati sino a un miliardo di dollari dopo i danni provocati dall’azione israeliana. Con questi fondi gli Hezbollah non solo hanno ricostruito i palazzi distrutti a sud di Beirut e realizzato nuovi insediamenti strategici, ma avrebbero anche comprato appezzamenti di terra nelle zone montuose e nelle regioni a prevalenza cristiana.

Tra le righe si capisce che ci potrebbero essere sospetti da parte iraniana di malversazioni e di distrazioni di fondi per uso personale. E in ogni caso la temerarietà dell’attacco a Israele, solo parzialmente concordata prima con Teheran, avrebbe messo il regime degli ayatollah in difficoltà economiche. Anche perché se l’ala facente capo a Khamenei ed Ahmadinejad non ha mai fatto mistero di aver approvato l’operazione, i cosiddetti moderati di Rafsanjani, che sono l’unica opposizione ammessa in quel paese e quindi non perseguitata, non hanno a propria volta mai fatto mistero di essere stati contrari all’escalation del conflitto provocata dagli oltre diecimila razzi sparati sulla Galilea.

12 Dicembre 2007

IL REGIME SIRIANO COLPISCE ANCORA...

 

 

Questa volta e' toccato a 

Brig. Gen. Francois El-Hajj

 

CHI SARA' IL PROSSIMO ???

 27 Novembre 2007

Intervista a Roger Bou Chahine / “Lo avevo detto: in Libano è in atto un golpe di Hezbollah, grazie all’Onu”

di Dimitri Buffa
27 Novembre 2007



Roger Bou Chahine è stato a lungo il diplomatico libanese del partito delle “Forze libanesi”, i cristiano maroniti di Samir Geagea, in Italia. Adesso dirige l’Osservatorio geopolitico mediorientale, Ogmo, da questo pulpito usa un linguaggio molto meno diplomatico per dipingere l’attuale situazione in Libano. E ci conferma quel che ci aveva pronosticato, su queste stesse colonne, venerdì scorso: “un disastro causato dall’Onu, dall’Europa e per voi che siete in Italia, da D’Alema... che ha portato gli Hezbollah ormai a controllare tutto il paese e a far sfiorire per sempre la primavera dei cedri”.

Bou Chahine, questa missione Unifil in Libano voluta da D’Alema e quasi imposta all’Onu durante l’estate del 2006, sembra non avervi fatto tanto bene se è vero come è vero che siete a un passo dalla guerra civile..
Il risultato finale di queste attese per le elezioni presidenziali, cioè la messa del Libano in stato di emergenza, noi lo avevamo previsto da mesi. E’ chiaro che Hezbollah ha in mano il paese e che nessuno al mondo li ha potuti piegare così come nessuno ha potuto costringere i siriani ad allontanare le proprie mire da un paese in cui ormai mezzo mondo ha preteso di mettere bocca... e adesso hanno fallito tutti, perché quello che dicevamo nove mesi fa, cioè che il presidente della repubblica avrebbe dato tutto il potere al capo dell’esercito, era insieme la peggiore e la più prevedibile delle ipotesi.

Ma voi a chi date la colpa? All’Onu? A D’Alema? A tutti e due?
La colpa di questo stato di cose è dell’Onu che non ha saputo fare rispettare la risoluzione 1701 e di chi ha voluto a tutti i costi che l’Onu entrasse in Libano, facendo da foglia di fico per Hezbollah. Che intanto si è riarmato e ormai condiziona il potere di ogni presidente della repubblica e del consiglio. Pochi lo sanno, ma Aoun ha sinora resistito ad Hezbollah (pur essendo alleato con loro) che voleva che venisse nominato primo ministro il capo dell’esercito. A quel punto addio elezioni per sempre. Lui per tenerli buoni ha accettato il compromesso di dichiarare lo stato di emergenza nazionale e, secondo i ragionamenti della diplomazia internazionale, noi dovremmo accontentarci di questo.

Si può parlare di golpe?
E’ qualcosa di più di un golpe, quello che sta succedendo è la certificazione che la Siria non toglierà mai le mani dal Libano e che non ci sarà alcun tribunale internazionale che giudichi i mandanti dell’assassinio di Hariri come di tutti gli altri delitti politici di questi ultimi mesi. Non si dimentichi che i deputati cristiani e anti siriani in Libano devono vivere in un albergo blindato. E mi sa che un giorno li fanno saltare in aria tutti insieme.

Che progetti ha Hezbollah?
Trasformare il Libano o gran parte di esso in una provincia sciita dell’Iran, una dependance di Teheran dove si entrerà tramite la Siria. Se questo non è ancora avvenuto è perché la Siria tiene i piedi in due staffe e da una parte fa finta con gli americani di volere fare la pace con Israele mentre dall’altra prende ordini dall’Iran. Probabilmente ci sono due fazioni interne che dovranno mettersi d’accordo oppure farsi la guerra per vedere quale prevarrà.

Totale?
La rivoluzione dei cedri è finita per sempre, l’Onu ha fallito e ha venduto il Libano alla Siria e all’Iran tramite gli hezbollah: non avere fatto il tribunale per giudicare i mandanti dell’assassinio di Rafiq Hariri è stato l’ultimo regalo della comunità internazionale a chi sta uccidendo il Libano.

Con queste premesse cosa direte oggi alla Camera nel convegno sul Libano che avete organizzato?
Non faremo proposte sull’attualità contingente, ma cercheremo di capire da dove viene il cancro politico che ha ucciso la politica nel nostro amato paese.

 24 Novembre 2007

Mediazione italiana, francese e spagnola a Beirut.

L’opinione di Roger Bou Chahine (Ogmo)

di Stefano Magni

24 Novembre 2007, 13:58
Perché fermare la Siria “Se si fossero disarmati gli Hezbollah, oggi non ci sarebbe crisi”

Il Libano è un paese paralizzato. Il Presidente della Repubblica doveva già essere nominato dal Parlamento, ma lo stallo è tale che non si riesce a trovare un accordo. Per tentare di sbloccare la situazione si sono recati a Beirut il ministro degli esteri francese Bernard Kouchner, il ministro degli esteri spagnolo Miguel Moratinos e, da ieri, anche Massimo D’Alema. Il quale si dice pessimista, anche se non esclude “una soluzione in Zona Cesarini”.