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Tavola rotonda
La
grande
palude
libanese
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Archivio



















"Le Forze Libanesi"
declina ogni responsabilita'
relativa ai contenuti dei siti segnalati.
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29 Marzo 2008
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APCOM

M.O./ OMAR BAKRI: LA TERZA GENERAZIONE DI
AL QAIDA VINCERA'
Intervista a sceicco
"portavoce" organizzazione Osama Bin Laden
Tripoli, 30 mar. (Apcom) - Nel suo ufficio
di Abu Samra, il quartiere di Tripoli (Libano) roccaforte del
salafismo piu' estremista, lo sceicco Omar Bakri guarda con
disinteresse al vertice arabo di Damasco. "E' un incontro
tra leader che sono lontani dal sentire e dai bisogni della
nazione islamica", dice liquidando con queste poche
parole il summit che si sta svolgendo nella capitale siriana.
Per l'uomo che, a torto o a ragione, e' stato indicato come un
portavoce di Al Qaida, i conflitti militari in atto nella
regione dicono che i "veri combattenti islamici danno
filo da torcere agli Stati Uniti e ai loro alleati".
"C'e' una terza generazione di al Qaida
che si sta formando in Medio Oriente e nel resto del
mondo", afferma lo sceicco esprimendosi in un ottimo
inglese, frutto dei venti anni passati in Gran Bretagna, paese
che ha lasciato nel 2005 temendo di essere arrestato dai
servizi di sicurezza. "Questa terza generazione - spiega
Bakri - sara' piu' vincente rispetto alla prima di Osama bin
Laden e Ayman Zawahiri e a quella successiva di Abu Musab
Zarqawi (il qaedista giordano ucciso due anni fa in Iraq, ndr)
perche' e' formata da tanti giovani che hanno compreso la
posta in gioco, i motivi del conflitto con l'America e i
valori che cerca di imporre al mondo islamico".
A cinque anni dall'inizio dell'attacco
anglo-americano all'Iraq di Saddam Hussein, lo sceicco Bakri
ammette che gli Stati Uniti hanno ottenuto dei risultati in
Medio Oriente e in Asia centrale. "Senza dubbio
Washington e' riuscita ad imporre i suoi uomini in Afghanistan
e Iraq, a persuadere diversi leader arabi ad accettare basi
militari (statunitensi) nella regione e ad attuare politiche
contro i combattenti islamici". Eppure, aggiunge subito
dopo sorridendo, "la diffusione, specie in Iraq, dei
principi di al Qaida e' fenomenale. I risultati americani sono
temporanei perche' in realta' crescono i sostenitori di al
Qaida che in alcune regioni del Paese hanno creato le basi di
un emirato islamico".
Omar Bakri, di origine siriana, lascio'
volontariamente il Regno Unito nella consapevolezza di essere
nell'elenco dei sostenitori del terrorismo islamico. Subito
dopo il suo arrivo a Libano, le autorita' di Londra gli
comunicarono che non lo avrebbero piu' fatto rientrare in
territorio britannico. A Tripoli gode di una relativa liberta'
di movimento in quella sorta di "zona autonoma salafita"
in cui si e' trasformato, specie in questi ultimi anni, il
quartiere di Abu Samra, grazie anche alla compiacenza del
leader della maggioranza di governo, Saad Hariri, che,
spiegano in citta', conterebbe anche sul ruolo dei sunniti
piu' estremisti per contrastare l'ascesa in Libano dell'Islam
sciita rappresentata dal movimento Hezbollah.
Bakri spiega gli attentati sanguinosi di
questi ultimi anni compiuti da al Qaida in Iraq (dove hanno
fatto migliaia di morti) con la necessita' di creare
"anarchia". "Al Qaida e' una organizzazione
terroristica che crede nella violenza diffusa e incessante -
dice con apparente tranquillita' - la sua leadership ritiene
che creando l'anarchia sul terreno le popolazioni musulmane si
convinceranno che l'unica via d'uscita e' la fondazione di un
emirato all'interno del Califfato islamico che occorre
ricostituire nelle terre governate in passato dai
musulmani".
Lo sceicco infine smentisce che Al Qaida
abbia basi in Libano, come si ritiene da tempo. "Questo
Paese e' pieno di collaborazionisti, quelli di Al Qaida
verrebbero arrestati in poche ore dal loro arrivo".
Ci sono tuttavia - conclude - "piccoli
gruppi che dicono di ispirarsi a Osama bin Laden ma il loro
credo non rispetta in pieno le basi teologiche e ideologiche
di Al Qaida".
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29 Marzo 2008
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24 Marzo 2008
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«Quella di
Allam è una libera scelta»
L'Ucoii:
l'importante è rispettare le altre religioni. Ma c'è chi non
capisce chi «rinnega la tradizione»
Benedetto
XVI battezza Magdi Allam durante la veglia pasquale in San
Pietro (Afp)
ROMA - Fa discutere la comunità islamica (e
non solo) la conversione al cristianesimo di Magdi Allam,
uno dei giornalisti più noti in Italia e vice direttore ad
personam del Corriere della
Sera che la notte di Pasqua ha rinunciato alla sua fede
islamica. «L'importante è che ogni persona viva la sua
religiosità in modo pacifico e rispettando le altre religioni»
dice l'imam Izzedin El Zir,
portavoce dell'Unione delle Comunità e Organizzazioni
Islamiche in Italia.
«È un uomo adulto - aggiunge, - libero di fare la sua
scelta personale: in Italia ci sono diversi cristiani che
abbracciano l'islam con la loro libera scelta, non credo ci
sia concorrenza tra cristianesimo e islam a conquistare le
persone. C'è dialogo positivo, e speriamo che vada avanti per
la convivenza pacifica e la pace nel mondo».
LA COMUNITA'
ISLAMICA- Più critico, ma ugualmente rispettoso, l'imam
Yahya Pallavicini,
vicepresidente della Comunità Religiosa Islamica, per il
quale «non c'è nessun bisogno, per dimostrare l'amore per
Gesù, di rinnegare l'amore e la fede per il profeta Mohammad,
in quanto i musulmani hanno, all'interno della loro dottrina,
il riconoscimento più alto della figura di Cristo e della
Vergine Maria. Il mio rispetto per queste figure, così
come per il mondo cristiano ed ebraico, lo vivo da musulmano».
Per questo, spiega, «non capisco il perchè della scelta di
aderire ad una religione precedente, rinnegando la tradizione,
la cultura e la veridicità del messaggio islamico: qualsiasi
apostasia, nel senso di qualsiasi rinnegamento di un messaggio
profetico o di una rivelazione divina, è vista - ricorda -
con forte perplessità».
NESSUN CONTRASTO - «L'esempio
di Gesù e di Maometto sono per noi musulmani insegnamento e
monito e ricordo perenne dei valori del credente: la verità,
lo spirito di sacrificio, la fedeltà, la pazienza nelle
avversità e la perseveranza nel bene». Lo afferma una nota
dell'Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in
Italia, che sottolinea che «in questa altissima comunanza
valoriale non c'è e non ci può essere alcun contrasto
tra le persone che vivono e testimoniano la loro tradizione
religiosa con amore e consapevolezza». La nota, diffusa
sabato sera, non cita il battesimo conferito dal Papa a Magdi
Allam ma condanna il tentativo di «scavare un fosso
incolmabile tra le diverse comunità religiose», rilevando
che davanti a questo «la stragrande maggioranza dei musulmani
e dei cristiani in Italia ha risposto con compostezza
opponendo ad un immaginario che si voleva orribile la certezza
della conoscenza reciproca, della vicinanza, della colleganza,
della condivisione dei valori e dei bisogni di tutti: la pace,
la sicurezza, il lavoro e il rispetto».
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22 Marzo 2008
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22 Marzo 2008
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22 Marzo 2008
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APCOM
LIBANO/ SPETTRO JIHADISMO RIAPPARE IN EIN
AL-HILWE

Tensione in campo
palestinese dopo scontri scorsa notte
Sidone,
22 mar. (Apcom) - E' tregua ad Ein al-Hilwe. Fatah, il partito
del presidente Abu Mazen, e gli integralisti di Jund al-Islam
e Usbat al-Ansar hanno cessato di scambiarsi raffiche di mitra
e razzi ma nel campo profughi palestinese, alle porte di
Sidone, nessuno si fa illusioni. Lo spettro del jihadismo che
lo scorso anno aveva portato alla distruzione, dopo mesi di
sanguinosi combattimenti tra i qaedisti di Fatah al-Islam e
l'esercito libanese, di Nahr al Bared (Tripoli), e' riapparso
in Ein al-Hilwe confermando che i campi profughi palestinesi
continuano ad essere le aree dove i miliziani islamici
riescono a stabilire con piu' facilita' le loro roccaforti.
"La
calma non durera' a lungo, i motivi dello scontro non sono
stati superati", avverte il dottor Amr Sammak, chirurgo
dell'unico "ospedale", sei posti per quasi 80mila
abitanti, di Ein al-Hilwe. "Abbiamo ricevuto il corpo di
miliziano e tre feriti di Fatah, ma si parla di diversi feriti
anche tra quelli quelli di Jund al-Islam che pero' sono
circondati e non possono lasciare gli edifici dove sono
asserragliati", aggiunge Sammak.
I
segni dei combattimenti sono ben visibili: le carcasse
annerite dalle fiamme di una dozzina di automobili giacciono
ai piedi di palazzi centrati dalle raffiche di mitra e da
razzi Rpg. Sulla strada principale del campo sono sparsi i
poveri averi di decine di famiglie che la scorsa notte hanno
dovuto abbandonare in tutta fretta le loro abitazioni per
sfuggire alla violenza degli scontri a fuoco.
"Non
vogliamo subire la sorte degli abitanti di Nahr al Bared
(circa 40mila, rimasti senza casa ndr) - dice Maher Abu Kias,
un abitante di Ein al-Hilwe - siamo poveri, non abbiamo altro
che le nostre abitazioni e preferisco morire piuttosto che
dover abbandonare il campo. Gli uomini di Jund al-Islam devono
lasciare Ein al-Hilwe, qui non hanno posto".
Barricati
nelle loro basi, i miliziani islamici hanno gia' messo in
chiaro che non abbasseranno le armi e continuano a chiedere la
liberazione di Hassan Marouf, uno dei loro capi arrestato da
Fatah e consegnato alle autorita' libanesi perche' sospettato
di aver rapinato un negozio e ucciso un militante del partito
di Abu Mazen.
"Tutto
comincio' cosi' lo scorso maggio a Nahr al Bared, con uno
scontro a fuoco e poi sappiamo tutti come e' andata a finire -
ammonisce ancora una volta il dottor Sammak - solo che
stavolta lo scontro non e' tra libanesi e integralisti ma
coinvolge le milizie palestinesi. Rischia di saltare l'accordo
(dello scorso anno) tra tutte le fazioni per tenere sotto
controllo Ein al-Hilwe".
Jund
al-Islam e Osbat al-Ansar sarebbero composti solo da poche
decine di miliziani palestinesi ma negli ultimi mesi a questi
si sarebbero aggiunti uomini Fatah al-Islam sfuggiti alla
morte o alla cattura a Nahr al-Bared. Libanesi, siriani,
sauditi e di altri paesi arabi che in Ein al-Hilwe hanno
trovato non solo un nuovo rifugio ma anche una localita' piu'
vicina al nemico israeliano e alle truppe dell'Unifil che
operano in sud Libano da quasi due anni.
Le
autorità libanesi hanno attribuito alla galassia del
salafismo presente nel Paese gli attentati dello scorso anno
contro l'Unifil - 24 giugno: sei morti; 16 luglio, nessuna
vittima - e contro due villaggi cristiani. Gli integralisti,
hanno scoperto gli inquirenti libanesi, avrebbero progettato
anche attentati contro personalità politiche e religiose, tra
cui il cardinale Butros Nasrallah Sfeir, patriarca della
Chiesa maronita, la principale comunità cristiana del Libano.
"Non
permetteremo a questi fanatici di provocare altri disastri, li
fermeremo, li metteremo in condizione di non nuocere. Ci
farebbero pagare un prezzo troppo alto per i loro
crimini", assicura Munir al Maqdah. Siamo solo all'inizio
di una nuova lunga battaglia.
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20 Marzo 2008
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15 Marzo 2008
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17 Marzo 2008
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04 Marzo 2008
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23 Febbraio 2008
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17 Febbraio 2008
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14 Febbraio 2008
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13 Febbraio 2008
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15 Gennaio 2008
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Libano,
Islamic Council vs Hezbollah:
È
longa manus dell’Iran

Roma, 15 gen (Velino) -
“Hezbollah è la longa manus dell’Iran nel Paese dei
cedri. Non riconosce la legittimità delle strutture
istituzionali del Libano. Il suo intento è creare una
dittatura teocratica sul modello di Teheran. Ecco, noi
vogliamo impedire tutto ciò”. Il segretario generale
dell’Islamic Arab Council, Al Sayyed Mohammad Ali El
Husseini, ha spiegato al VELINO il progetto
dell’organizzazione da lui rappresentata. Husseini è un
“sayyed” libanese, un alto religioso della confessione
islamica sciita, a cui aderisce circa il 10 per cento del
totale dei fedeli musulmani. È vissuto molti anni in Iran, ha
viaggiato per tutto il mondo. Da un anno ha creato questa
istituzione all’interno della società libanese, con lo
scopo di contrastare l’influenza culturale del movimento
Hezbollah. “I libanesi, e al loro interno gli sciiti,
vogliono vivere in pace con tutti. Il leader di Hezbollah,
Hassan Nasrallah, non è interessato alla pace, perché lui ha
altri interessi. Cosa ci si può aspettare da uno che si
autodefinisce in un’intervista ‘il piccolo soldato di
Khamenei’? Lui esegue ordini che vengono decisi a Teheran o
a Damasco, non fa certo i nostri interessi nazionali”.
Husseini ha citato come esempio i missili katyusha che qualche
giorno fa i militanti di Hezbollah hanno lanciato contro la
Galilea. “Ogni qualvolta il presidente americano George W.
Bush alza i toni contro l’Iran, ecco che si fa sentire
Hezbollah. È una pedina nelle mani di Teheran, si ispira al
modello iraniano. D’altronde, chi finanzia Nasrallah? Gli
ayatollah persiani”. Per Husseini, sbagliano gli americani a
minacciare di “colpire l’Iran militarmente, perché si
unirebbe il popolo al regime degli ayatollah. Bisogna
piuttosto aiutare i gruppi di opposizione ad Ahmadinejad”.
Il religioso sciita ha
ricordato che comunque “solo grazie ai dollari di Teheran è
stato possibile per Hezbollah creare uno Stato nello Stato,
una enclave nella quale sperano di esportare la rivoluzione
khomeinista, cioè una dittatura teocratica. Il Libano non
vuole questo, è uno Stato democratico e multiconfessionale,
nel quale a tutte le religioni è dato lo stesso spazio e
nessuno è discriminato all’interno delle istituzioni”. A
tal proposito, nella Costituzione libanese sono indicati
precisi meccanismi di equilibrio nelle cariche istituzionali
dello Stato per garantire un’adeguata rappresentanza ai
cristiani maroniti, ai sunniti, agli sciiti e ai drusi nelle
istituzioni. “Hezbollah – ha chiosato il religioso sciita
- sta ‘bloccando’ la vita politica del Libano, mettendo
anche in pericolo il nostro sistema democratico. Loro hanno in
mente un’altra idea di nazione e bisogna tener presente che
un eventuale regime di Hezbollah potrebbe offuscare il ruolo
dei cristiani”. Husseini ha puntato il dito anche contro la
Siria. “È bene ricordare – ha puntualizzato - che Damasco
continua a esercitare un’influenza negativa sulla vita del
nostro Stato. È vero che non ci sono più i loro soldati, ma
rimangono i loro agenti dei servizi segreti e una serie di
contatti con gruppi libanesi filosiriani. La Siria non
riconosce il nostro Stato, i nostri confini. È perciò una
fonte di pericolo per la nostra nazione”. Il segretario
dell’Islamic Arab Council ha parlato anche delle elezioni
alla presidenza della Stato, finora rinviate in più
occasioni. “Il generale Michel Aoun – ha detto -, che
appartiene alla minoranza cristiana, ha da sempre come
obiettivo la presidenza della Repubblica, e per ottenerla si
è alleato con Hezbollah. Ma lui è una pedina, e questo lo sa
bene la maggior parte dei maroniti, che infatti lo rifiuta
come capo dello Stato”.
Husseini ha poi ricordato la
guerra dell’estate del 2006 fra israeliani e Hezbollah.
“In tutti i conflitti – ha ammesso - è sempre la povera
gente che perde qualcosa. Hezbollah, invece, è uscita
rafforzata dalle ostilità dell’estate del 2006. Ha infatti
avuto più soldi dall’Iran e ha investito molti di questi
fondi nella ricostruzione delle case distrutte dai
bombardamenti, guadagnandosi così il consenso di molti
libanesi”. A quel conflitto seguì una missione
internazionale, di cui attualmente l’Italia è al comando e
fornisce un consistente contributo in uomini e mezzi. “Dopo
la missione a Beirut nel 1982, il nostro popolo ha avuto modo
di apprezzare l’Italia per le sue capacità umanitarie. Lo
stesso impegno che ha profuso anche nel 2006. Siete attori
importanti in quell’area e per il nostro popolo. Perciò
ribadisco che il vostro paese può ancora aiutare tanto il
Libano nel proprio sviluppo, come ha fatto in passato e come
sta facendo adesso”. Il segretario dell’Islamic Arab
Council ha voluto chiarire un aspetto importante relativamente
alla missione dell’Onu nel Libano: “È concettualmente
sbagliato dire che la presenza di Unifil abbia permesso il
riarmo degli Hezbollah. Il punto è che la missione
internazionale ha come compito quello di ‘salvaguardare’
la pace, non di ‘costruirla’ e quindi imporla. I militari
della forza multinazionale, con la loro presenza, impediscono
che gli uomini di Hezbollah vadano in giro ostentando il loro
potere e le loro armi. Da parte nostra, vorremmo che all’Unifil
fosse concesso di pattugliare il confine fra Libano e Siria,
da dove passano uomini e armi diretti nel nostro paese”.
Questo è il problema che
finisce ancora oggi – come in passato - per alterare la
situazione politico-strategica del Paese dei cedri, che
diventa quindi l’arena di confronto per decisioni prese
altrove. Bisogna fare un passo indietro. Il Libano ha
conosciuto una sanguinosa guerra civile, durata dal 1976 al
1990. Nel 1982, inoltre, il Paese dei cedri fu testimone del
conflitto dell’esercito israeliano contro le milizie
palestinesi e le forze armate siriane. Queste ultime rimasero
in Libano cercando di pacificare un’arena sanguinosa in cui
le fazioni in lotta – a carattere religioso o di interessi
– si fronteggiarono duramente cambiando anche spesso lato
della barricata. Il tutto in una girandola di alleanze e
tradimenti difficile da elencare. Il ricordo di questo
conflitto è però ben presente nella mente del segretario
dell’Islamic Arab Council: “Noi non vogliamo una guerra
religiosa, siamo proprio contrari all’idea di violenza. In
questo caso, si farebbe il gioco di Hezbollah, che è
sanguinario e ama la guerra. La religione di cui siamo
credenti ci deve unire, non dividere. E, diversamente da
quanto fa Nasrallah, un credo religioso non giustifica la
violenza, e nemmeno può essere strumentalizzato per fare la
guerra. Inoltre Hezbollah è una milizia ben armata e
addestrata”. In che modo vuole sconfiggere il gruppo di
Nasrallah, Husseini lo ha annunciato in un semplice concetto:
“Bisogna combattere l’influenza di Hezbollah con le sue
stesse armi: assistere la popolazione a livello sanitario e
sociale, creare posti di lavoro per i giovani (e sottrarli così
alla propaganda di Nasrallah), creare le condizioni per un
cambiamento culturale in quello che è il bacino di
arruolamento di Hezbollah”.
Il religioso sciita ha
sottolineato come in un anno abbiano ottenuto piccoli
risultati nell’azione di contrasto contro Hezbollah:
“Abbiamo aperto una fabbrica, ci siamo occupati di alcune
famiglie bisognose di cure mediche nella periferia di Beirut.
Così facendo ci siamo assicurati la lealtà e il consenso di
diverse famiglie”. Al momento, però, mancano le risorse
economiche per contrastare efficacemente gli uomini di
Nasrallah: “I dollari che arrivano da Teheran – ha
attaccato Husseini - permettono a Hezbollah di aprire scuole,
officine, fabbriche e ospedali. Creano una rete di servizi che
permette a questa organizzazione di avere il consenso sociale.
Anche noi abbiamo iniziato a raccogliere fondi, ci siamo
costituiti come fondazione caritativa islamica, per poter
iniziare anche noi a operare in questo modo”. Non è facile,
a ogni modo, riuscire a raccogliere soldi per competere allo
stesso livello del Partito di Dio. Perché il denaro che
riceve da Teheran, il gruppo di Nasrallah lo impiega anche in
una poderosa opera di pubbliche relazioni. Nella guerra
dell’estate 2006, il servizio di pubblica informazione
dell’organizzazione libanese creò serie difficoltà agli
israeliani. Infatti in più occasioni rivelò in anteprima
alla stampa occidentale episodi e circostanze in cui erano
stati rimasti uccisi soldati dello Stato ebraico, prima che i
familiari di questi ne fossero stati informati. Oltre al
canale satellitare Al-Manar, che diffonde la propaganda
di Nasrallah in tutto il mondo, gli Hezbollah, secondo
Husseini, “hanno acquistato azioni di alcune testate
giornalistiche in Europa e negli Stati Uniti, per poter
influenzare o modificare servizi o reportage a loro
sfavorevoli”.
Le capacità mediatiche del
gruppo permettono a Hezbollah di sviluppare una vera e propria
strategia di marketing, che alla fine porta nelle loro casse
molte donazioni. “Come con i soldi di Teheran, anche su
questo denaro Hezbollah non dà conto a nessuno – ha
specificato il religioso – ma lo usa per aumentare il
proprio potere nel Libano”. Infine, non poteva mancare
l’accenno a Israele. Dopo aver ribadito il rispetto per
tutte le religioni, Husseini si è detto “perfettamente in
sintonia con la proposta di pace della Lega araba”, che ha
ripreso la vecchia idea del sovrano saudita Abdullah. Un piano
che prevede il ritiro di Israele sui confini precedenti alla
guerra del ‘67 in cambio del riconoscimento arabo e del
ritorno dei profughi palestinesi (oltre quattro milioni) non
nel loro futuro Stato indipendente ma all’interno di quello
ebraico. (Michele La Marca)
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08 Gennaio 2008
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07 Gennaio 2008
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15 Dicembre 2007
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L'Iran dà il benservito al capo di Hezbollah
L’Iran ha licenziato Hassan Nasrallah dal
suo incarico di capo militare degli Hezbollah.
Resterà capo politico ma
ormai le azioni militari e terroristiche decise da Teheran sarà
il suo ex vice Naim Qasim a coordinarle. “Ha perso la guerra
con Israele nel sud del Libano e quest’anno ci è costato
oltre un miliardo di dollari”. Queste parole attribuite
all’ayatollah iraniano Alì Khamenei e riportate da numerosi
giornali arabi tra cui Al Shark Al Awsat costituirebbero la
spiegazione del siluramento, che oltretutto risalirebbe allo
scorso agosto e sarebbe stato tenuto segreto per non dare armi
propagandistiche ai numerosi nemici dell’organizzazione
terroristica in Libano.
L’importanza
di questa notizia, smentita sul sito ufficiale di Hezbollah e
ignorata dai media italiani ed europei, non sfugge a quanti
avevano mal digerito la vera e propria esultanza con cui gli
analisti politically correct avevano salutato la presunta
sconfitta dell’esercito dello stato ebraico nella guerra del
luglio e agosto 2006 nel sud del Libano. Per due motivi: il
primo è che nei loro interna corporis sia Hezbollah
sia gli iraniani che li hanno creati dal nulla negli anni
’80 sono consapevoli che non ci fu alcuna vittoria contro
Tsahal;
il secondo
è che la pubblicazione di questa storia sui giornali arabi
implica un’ammissione della eterodirezione da parte di
Teheran di tutte le iniziative armate anti israeliane in Medio
Oriente. Da Gaza al Libano. Circostanza che porta acqua al
mulino di chi chiede sanzioni più dure o addirittura un
intervento militare contro il regime degli ayatollah.
Nell’articolo di Al Shark Al Awsat si legge, tra l’altro,
che nel corso di un'ispezione dei pasdaran iraniani nei
territori feudo di Hezbollah, risalente allo scorso agosto,
sarebbero emerse forti carenze nel settore militare. Ed in
particolare per quanto riguarda gli armamenti e gli
approvvigionamenti dei miliziani. Tanto che è stata
esplicitamente chiesta una rendicontazione delle spese
sostenute. Uno degli ufficiali iraniani (le famigerate Guardie
della Rivoluzione che l’America ha aggiunto di recente nella
black list dei terroristi, suscitando lo sdegno di molti
osservatori alla Sergio Romano in Italia e in Europa) presenti
nella Bekaa come addestratore avrebbe inoltre rivelato i forti
contrasti tra Nasrallah e il suo vice, Qasim, su questioni
molto delicate che riguardano l'ala militare degli Hezbollah.
L'eco dello scontro sarebbe giunta fino a Teheran, così da
convincere la guida suprema iraniana, Ali Khamenei,
a disporre l’ispezione che ha dato il via al ridisegnamento
dell'organizzazione militare del gruppo terroristico.
La fonte di
Al Ahark Al Awsat spiega anche che ci sarebbero forti
divergenze sull’utilizzo di quei 400 milioni di dollari
annui che Hezbollah riceve da Teheran e che dall’anno scorso
sono stati aumentati sino a un miliardo di dollari dopo i
danni provocati dall’azione israeliana. Con questi fondi gli
Hezbollah non solo hanno ricostruito i palazzi distrutti a sud
di Beirut e realizzato nuovi insediamenti strategici, ma
avrebbero anche comprato appezzamenti di terra nelle zone
montuose e nelle regioni a prevalenza cristiana.
Tra le
righe si capisce che ci potrebbero essere sospetti da parte
iraniana di malversazioni e di distrazioni di fondi per uso
personale. E in ogni caso la temerarietà
dell’attacco a Israele, solo parzialmente concordata prima
con Teheran, avrebbe messo il regime degli ayatollah in
difficoltà economiche. Anche perché se l’ala facente capo
a Khamenei ed Ahmadinejad non ha mai fatto mistero di aver
approvato l’operazione, i cosiddetti moderati di Rafsanjani,
che sono l’unica opposizione ammessa in quel paese e quindi
non perseguitata, non hanno a propria volta mai fatto mistero
di essere stati contrari all’escalation del conflitto
provocata dagli oltre diecimila razzi sparati sulla Galilea.
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12 Dicembre 2007
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IL
REGIME SIRIANO COLPISCE ANCORA...
Questa
volta e' toccato a
Brig. Gen. Francois El-Hajj
CHI
SARA' IL PROSSIMO ???
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27 Novembre
2007
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Intervista
a Roger Bou Chahine / “Lo avevo detto: in Libano è in atto un golpe
di Hezbollah, grazie all’Onu”
di
Dimitri Buffa
27 Novembre 2007

Roger Bou Chahine è stato a lungo il diplomatico
libanese del partito delle “Forze libanesi”, i cristiano
maroniti di Samir Geagea, in Italia. Adesso dirige l’Osservatorio
geopolitico mediorientale, Ogmo, da questo pulpito usa un linguaggio
molto meno diplomatico per dipingere l’attuale situazione in
Libano. E ci conferma quel che ci aveva pronosticato, su queste
stesse colonne, venerdì scorso: “un disastro causato dall’Onu,
dall’Europa e per voi che siete in Italia, da D’Alema... che ha
portato gli Hezbollah ormai a controllare tutto il paese e a far
sfiorire per sempre la primavera dei cedri”.
Bou Chahine, questa missione Unifil in Libano voluta da D’Alema
e quasi imposta all’Onu durante l’estate del 2006, sembra non
avervi fatto tanto bene se è vero come è vero che siete a un passo
dalla guerra civile..
Il risultato finale di queste attese per le elezioni presidenziali,
cioè la messa del Libano in stato di emergenza, noi lo avevamo
previsto da mesi. E’ chiaro che Hezbollah ha in mano il paese e
che nessuno al mondo li ha potuti piegare così come nessuno ha
potuto costringere i siriani ad allontanare le proprie mire da un
paese in cui ormai mezzo mondo ha preteso di mettere bocca... e
adesso hanno fallito tutti, perché quello che dicevamo nove mesi
fa, cioè che il presidente della repubblica avrebbe dato tutto il
potere al capo dell’esercito, era insieme la peggiore e la più
prevedibile delle ipotesi.
Ma voi a chi date la colpa? All’Onu? A D’Alema? A tutti e
due?
La colpa di questo stato di cose è dell’Onu che non ha saputo
fare rispettare la risoluzione 1701 e di chi ha voluto a tutti i
costi che l’Onu entrasse in Libano, facendo da foglia di fico per
Hezbollah. Che intanto si è riarmato e ormai condiziona il potere
di ogni presidente della repubblica e del consiglio. Pochi lo sanno,
ma Aoun ha sinora resistito ad Hezbollah (pur essendo alleato con
loro) che voleva che venisse nominato primo ministro il capo
dell’esercito. A quel punto addio elezioni per sempre. Lui per
tenerli buoni ha accettato il compromesso di dichiarare lo stato di
emergenza nazionale e, secondo i ragionamenti della diplomazia
internazionale, noi dovremmo accontentarci di questo.
Si può parlare di golpe?
E’ qualcosa di più di un golpe, quello che sta succedendo è la
certificazione che la Siria non toglierà mai le mani dal Libano e
che non ci sarà alcun tribunale internazionale che giudichi i
mandanti dell’assassinio di Hariri come di tutti gli altri delitti
politici di questi ultimi mesi. Non si dimentichi che i deputati
cristiani e anti siriani in Libano devono vivere in un albergo
blindato. E mi sa che un giorno li fanno saltare in aria tutti
insieme.
Che progetti ha Hezbollah?
Trasformare il Libano o gran parte di esso in una provincia sciita
dell’Iran, una dependance di Teheran dove si entrerà tramite la
Siria. Se questo non è ancora avvenuto è perché la Siria tiene i
piedi in due staffe e da una parte fa finta con gli americani di
volere fare la pace con Israele mentre dall’altra prende ordini
dall’Iran. Probabilmente ci sono due fazioni interne che dovranno
mettersi d’accordo oppure farsi la guerra per vedere quale prevarrà.
Totale?
La rivoluzione dei cedri è finita per sempre, l’Onu ha fallito e
ha venduto il Libano alla Siria e all’Iran tramite gli hezbollah:
non avere fatto il tribunale per giudicare i mandanti
dell’assassinio di Rafiq Hariri è stato l’ultimo regalo della
comunità internazionale a chi sta uccidendo il Libano.
Con queste premesse cosa direte oggi alla Camera nel convegno sul
Libano che avete organizzato?
Non faremo proposte sull’attualità contingente, ma cercheremo di
capire da dove viene il cancro politico che ha ucciso la politica
nel nostro amato paese.
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24 Novembre
2007
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Mediazione
italiana, francese e spagnola a Beirut.
L’opinione di
Roger Bou Chahine (Ogmo)
di
Stefano Magni

24 Novembre 2007,
13:58
Perché fermare la Siria “Se si fossero
disarmati gli Hezbollah, oggi non ci sarebbe crisi”
Il Libano è un paese paralizzato. Il
Presidente della Repubblica doveva già essere nominato dal Parlamento,
ma lo stallo è tale che non si riesce a trovare un accordo. Per tentare
di sbloccare la situazione si sono recati a Beirut il ministro degli
esteri francese Bernard Kouchner, il ministro degli esteri spagnolo
Miguel Moratinos e, da ieri, anche Massimo D’Alema. Il quale si dice
pessimista, anche se non esclude “una soluzione in Zona Cesarini”.
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