Le Forze Libanesi

Bashir Gemayel
Le Forze Libanesi

Samir Geagea

I Martiri
Leaders
Diritti dell'Uomo
I Crimini Siriani
I Crimini Palestinesi
Contattaci
Informazioni
Mappa del Sito
FL in Italia
Articoli Giornalisti Italiani
Per non dimenticare
Natale Card
Foto del Libano

 

 

 

______________

Tavola rotonda

La grande palude libanese

 

______________

Archivio

 

 

"Le Forze Libanesi"

declina ogni responsabilita'
relativa ai contenuti dei siti segnalati.

29 Dicembre 2008


M.O.: IN MIGLIAIA IN PIAZZA A BEIRUT PER ESPRIMERE SOSTEGNO A GAZA

(ASCA-AFP) - Beirut, 29 dic - Diverse decine di migliaia di persone si sono riunite per una manifestazione organizzata da Hezbollah nella periferia meridionale di Beirut per esprimere sostegno agli abitanti della Striscia di Gaza, bersaglio da sabato di sanguinosi raid aerei israeliani.

Lo stadio di Al-Raya, nel cuore di questo feudo del movimento sciita, era pieno di persone per la ''giornata di lutto e di solidarieta''', come l'ha definita il capo del partito Hassan Nasrallah.

I manifestanti, per la maggior parte sostenitori del ''partito di Dio'', hanno sventolato una miriade di bandiere di Hezbollah e palestinesi. ''Gaza e' a ferro e fuoco'', ''Gaza ci chiama alla jihad'', ''Israele sara' cancellata dalla carta geografica'', ha scandito la folla sotto la pioggia, mentre altoparlanti diffondevano canti di Hezbollah.

''Popolo della Palestina, resisti. No all'umiliazione, no all'occupazione'', hanno gridato ancora i manifestanti.

4 Dicembre 2008


Gent.mi,

 

il Centro Culturale Averroè rinnova l'invito per domani, giovedì 4 dicembre, alle ore 15.30,

alla proiezione del film "Caramel".

Seguirà un dibattito con Emilio Casalini, giornalista Rai,

Roger Bou Chahine, esponente della comunità libanese e Giulia Bonassi, dottoressa in "Caratteri del cinema contemporaneo", con una tesi sul cinema maghrebino femminile, dal titolo "Dietro il velo, lo schermo".

 

 

Per maggiori informazioni consultare gli allegati

 Necessaria la prenotazione:

Tel:     06 47 42 387

15 Novembre 2008

LA DEMOCRAZIA IN MEDIORIENTE!!!!!!!!!!?

 

Hezbollah vuole un referendum sulle sue armi

Osservatorio Iraq, 14 novembre 2008



Hezbollah vuole che sia un referendum a dire se i libanesi accettano o no che esso possieda armi. La proposta è stata lanciata dal deputato del Partito di Dio, Hussein Hajj Hassan, citato dall’agenzia di stampa missionaria Asia News.
 
Lo scioglimento delle milizie libanesi, legate alle diverse formazioni politiche e ai diversi gruppi confessionali, è previsto dalle risoluzioni dell’Onu sul Libano. Tra queste rientra la 1559 del 2004, che - oltre ad invitare i partecipanti alle elezioni a una condotta democratica - impone lo smantellamento di tutte le milizie.    

Di recente, l’inviato delle Nazioni Unite per l'attuazione della risoluzione 1559 del Consiglio di sicurezza, Terje Roed-Larsen, ha dichiarato che proprio la presenza e il perdurare delle attività di questi gruppi armati costituisce una seria minaccia per la sovranità nazionale e per la stabilità del Paese, e potrebbe, nel peggiore dei casi, compromettere le elezioni parlamentari del prossimo anno.

La discussione su questo punto sta condizionando anche il processo di riconciliazione nazionale libanese, avviato con gli accordi di Doha del maggio scorso (che hanno permesso l’elezione del capo dello Stato e la creazione di un governo di unità nazionale) e tuttora in atto.

Hezbollah possiede il gruppo armato più forte - capace di costituire un’alternativa allo stesso esercito regolare, come ha dimostrato la guerra dell’estate 2006 contro Israele - e si è sempre rifiutato di mettere da parte il suo arsenale, sostenendo che esso è necessario per garantire la difesa del Libano dai suoi nemici interni ed esterni.

27 Ottobre 2008

Una minaccia non solo per il Medio Oriente

Gli Hezbollah sono terroristi
e l'UE deve considerarli come tali

di Jana Hybaskova 25 Ottobre 2008

Unità armata di bambini Hezbollah

Recentemente il conflitto libanese è dolorosamente riaffiorato alla memoria degli europei. In una regione dominata da complessi meccanismi, quale è il Medio Oriente, potrebbe essere questa l’occasione per riflettere sul ruolo destabilizzatore della milizia islamica degli Hezbollah.

Gli Hezbollah sono militarmente presenti da circa vent’anni ed hanno ricevuto il loro battesimo ufficiale nel 1985. Tale organizzazione paramilitare e politica con base in Libano è considerata un’organizzazione terrorista nei Paesi Bassi, nel Regno Unito, in Australia, negli Stati Uniti e in Israele. Solo Francia e Germania hanno adottato delle misure giudiziarie nei loro confronti.

Gli Hezbollah hanno portato a termine attacchi terroristici contro cittadini europei ed hanno commesso attentati come quello contro il contingente francese in Libano (1983), contro l’ambasciata francese in Kuwait (1983), in un ristorante di Madrid (1985) e tredici attentati contro centri commerciali ed infrastrutture ferroviarie in Francia (1986), uccidendo 89 persone e ferendone 250.

Malgrado il ritiro israeliano dal sud del Libano nel 2000, il 12 luglio 2006 gli Hezbollah lanciavano un’offensiva contro la zona di confine a nord d’Israele, bombardando le città frontaliere e seminando morte e distruzione tra i civili e i militari israeliani. Contemporaneamente, un’unità speciale degli Hezbollah riusciva a penetrare la frontiera e a rapire due soldati feriti portandoli in Libano. Come è noto, i due soldati non sono sopravvissuti. Le spoglie dei due giovani riservisti, Ehud Goldwasser e Eldad Regev, sono state recentemente restituite ai loro familiari in cambio di diversi prigionieri in vita. Tra i prigionieri rilasciati da Israele, vale la pena ricordare il sinistro Samir Kuntar, il quale stava scontando l’ergastolo per aver massacrato a sangue freddo una bambina di quattro anni dopo aver ucciso suo padre e due poliziotti. Vale anche la pena ricordare che Kuntar è stato accolto a Beirut come un eroe tra vergognosi festeggiamenti.

Durante l’estate 2006, in risposta all’offensiva lanciata dagli Hezbollah, l’esercito israeliano rispondeva nell’intento di recuperare i due soldati rapiti, di fermare il lancio di missili sulle città israeliane, di costringere il governo libanese ad implementare la risoluzione 1559 delle Nazioni Unite, di riuscire a disarmare le milizie e a stanziare l’esercito lungo il proprio confine meridionale.

In effetti, la presenza di milizie armate come gli Hezbollah, impedisce al governo libanese di esercitare la propria sovranità sulla totalità del proprio territorio. Il 2 settembre 2004, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite adottava la risoluzione 1559, invitando tutte le forze straniere a ritirarsi dal Libano ed invocando la dissoluzione e il disarmo di tutte le milizie libanesi e non.

La prima richiesta è stata adempiuta con il ritiro dell’esercito siriano dal Libano, ma per quanto riguarda la seconda richiesta, gli Hezbollah hanno rifiutato il disarmo. Essi dispongono tuttora di una temibile milizia privata esterna alle forze armate ufficiali governative.

Al fine di giustificare il rifiuto a deporre le armi, il movimento integralista fa leva su argomentazioni facilmente confutabili. Gli Hezbollah sostengono che gli israeliani non si sarebbero ritirati del tutto dal Libano come richiesto dalle risoluzioni 425 e 426 del Consiglio di Sicurezza, adottate nel 1978, rivendicando così il tratto di territorio corrispondente al villaggio di Sheeba. Nonostante tale villaggio fosse siriano al momento dell’occupazione da parte di Israele, a seguito della Guerra dei Sei Giorni, e non libanese (come ribadito dalle Nazioni Unite), gli Hezbollah continuano a sostenere il contrario al fine di giustificare, in forza del loro status di partito politico, un ruolo da "resistenti all’occupazione israeliana".

In aggiunta, i caschi blu dell’UNIFIL non sono riusciti ad impedire il ritorno dei combattenti Hezbollah nella regione frontaliera, né il traffico di armi provenienti dalla Siria e dall’Iran. Di conseguenza, dalla fine delle ostilità nel 2006, gli Hezbollah sarebbero riusciti addirittura a duplicare i loro stock di missili.

In quanto europei, non possiamo fare a meno di guardare con preoccupazione al rafforzamento di una simile organizzazione e delle ramificazioni da essa sviluppate all’interno dell’Unione Europea.

Gli Hezbollah hanno infatti sviluppato una rete di cellule per la raccolta di fondi e il sostegno in Europa. Si tratta di cellule operative e pronte a pianificare attentati nel territorio stesso dell’Unione Europea. I fondi raccolti consentono infatti agli Hezbollah di destabilizzare sempre più il Medio Oriente e i caschi blu dell’UNIFIL. Numerosi europei sono dunque nel mirino.

D’altra parte, gli Hezbollah trasmettono il proprio canale televisivo Al-Manar in Europa, rendendosi così responsabili di un nefasto indottrinamento delle comunità musulmane: essi si servono infatti di tale canale televisivo per incitare all’odio contro l’Occidente, glorificare i kamikaze ed utilizzare i versetti del Corano per giustificare la violenza. Essi esprimono inoltre il proprio sostegno ai gruppi terroristi iscritti sulla lista delle organizzazioni terroriste dell’UE, come Hamas.

Alla luce di tali considerazioni, gli Hezbollah devono essere considerati come una minaccia esplicita per l’Unione europea ed invito i cittadini europei a fare pressione sulle loro autorità affinché esse iscrivano gli Hezbollah sulla lista delle organizzazioni considerate terroriste dall’UE.

Jana Hybaskova è deputata della Repubblica Ceca al Parlamento Europeo.

11 Ottobre 2008

 

Fai notizia Resoconto di una pessima presentazione di un ottimo libro sul Libano di Giampaolo Pelizzaro

Durante la presentazione del mio libro "Libano - Una polveriera nel Mediterraneo" (Bietti Media, 2008, pagg. 437), tenutasi al CASD (Centro Alti Studi Difesa), venerdì 19 settembre, ore 17,30 - Sala Montezemolo, sono accadute alcune cose degne di essere raccontate e divulgate.
 
Al tavolo dei relatori erano presenti:
 
Francesco Gironda, moderatore (Bietti Media)
generale Piero Laporta, capo di Stato Maggiore del CASD
Franco Mistretta, già ambasciatore italiano a Beirut
Gianni De Michelis, ex ministro degli Esteri
Alfredo Mantica, sottosegretario di Stato agli affari Esteri
Roger B. Chahine, direttore dell'OGMO (Osservatorio Geopolitico Medio Oriente)
Il sottoscritto
 
Il primo intervento è stato dell'ambasciatore Mistretta, consigliere diplomatico del CASD, il quale - da grande diplomatico ed esperto di questioni mediorirntali e in particolare di Libano - ha svolto una esposizione lucida, pacata e assolutamente fondata, nella quale sono emersi molti elementi e spunti di lavoro che trovano ampia corrispodenza nel mio volume: in primo luogo, le cause che hanno scatenato la guerra dell'estate 2006, il ruolo di Hezbollah in questa provocazione. Mistretta ha poi ricordato come Beirut, per mesi, è stata teatro di una lunghissima scia di sangue che ha accompagnato l'ultima fase del mandato presidenziale di Emile Lahoud.
Mistretta ha spiegato la fase politica libanese, soprattutto a partire dall'assassinio dell'ex premier Rafik Hariri, eliminato il 14 febbraio 2005 nel centro di Beirut in un attentato compiuto con 300 kg di esplosivo ad alto potenziale (C4) nascosto all'interno di un'autovettura la cui esplosizione ha provocato una carneficina: nove morti (oltre ad Hariri) e un centinaio di feriti.
Una macelleria messicana che è andata avanti per mesi, anni: politici, ex ministri, ufficiale delle forze di polizia, militari, giornalisti, intellettuali. Un massacro inaudito che ha rappresentato per il partito della "normalizzazione" del Libano la vera campagna elettorale per la successione del presidente filosiriano Lahoud.
 
L'eliminazione sistematica degli esponenti della maggioranza che sosteneva il premier Fouad Siniora è servita proprio a questo: sgretolare, attraverso un programma scientifico di eliminazione fisica degli avversari politici, la coalizione che era nata proprio dopo l'orrore del 14 febbraio e che è passata alla storia come "rivoluzione dei cedri". Nell'aprile-maggio 2005 si svolgevano libere elezioni in Libano (che seguivano di pochi giorni un evento storico: il ritiro dell'esercito siriano dal Libano dopo un'occupazione politico-militare che durava dal 1975) e decretavano la vittoria dell'alleanza denominata del 14 Marzo.
 
Questa coalizione, profondamente antisiriana e schierata su posizioni filo-occidentali, finiva nel mirino delle forze reazionarie e i suoi esponenti nella lista nera degli obiettivi da eliminare.
 
Nel suo intervento, l'ex ministro socialista Gianni De Michelis si scagliava contro la tesi alla base del mio libro (il Libano non è uno Stato autonomo e indipendente poiché la sua sovranità è violata e vulnerata da continue e gravissime ingerenze esterne da parte della Siria e dell'Iran), arrivando a dire che il mio lavoro sarebbe "sfasato storicamente" perché - a suo dire - non solo non avrei tenuto conto dello spartiacque rappresentato dalla caduta del Muro di Berlino e dal collasso dell'Unione Sovietica, ma soprattutto perché non sarebbe corretto, nel raccontare la tragedia libanese, andare indietro nel tempo e rievocare fatti e avvenimenti pre-Muro di Berlino.
 
De Michelis, nel fare questo, ha tessuto le lodi dei Paesi arabi, soprattutto della Siria, alla quale ha rivolto un vero e proprio tributo in termini di politica estera, arrivando a dire che oggi la situazione in Libano è nettamente migliorata, il Paese ha finalmente una sovranità, riconosciuta e garantita dalla Siria, ma minacciata e violata invece da Israele. Nel suo elucubrare, De Michelis ha lasciato intendere - con un abile giro di parole - che i problemi del Libano di ieri come di oggi sono da ascrivere non tanto alle ingerenze iraniane (con Hezbollah) o siriane, ma proprio dal cattivo vicino di casa che è lo Stato di Israele. E quando Roger B. Chahine è intervenuto ed ha denunciato la gravissima emergenza rappresentata dall'infiltrazione del radicalismo islamico e dei salafiti in Libano, fomentata dall'Arabia Saudita in chiave anti sciita, De Michelis è letteralmente insorto, affermando che queste sono delle follie e che il Libano di oggi è ormai un Paese normale, grazie proprio all'atteggiamento responsabile e corretto della Siria che ha stabilito rapporti diplomatici con Beirut come primo risultato della elezione del nuovo presidente della Repubblica nella persona del generale Michel Sleiman. Non una parola di condanna, da parte dell'ex ministro socialista, delle gravissime violazioni da parte di Hezbollah come, ad esempio, l'aver provocato la guerra dell'estate del 2006, il lancio di missili sulla Galilea, il rapimento dei due soldati Regev e Goldwasser, la questione del riarmo delle milizie sciite e il traffico di armi lungo i confini libanesi-siriani, i programmi nucleari siriani favoriti dalla Corea del Nord, le ingerenze di Teheran o gli omicidi politici che hanno accompagnato la fine del mandato di Lahoud e l'elezione di Sleiman a presidente del Libano.
Non una parola invece sul golpe che ha portato all'elezione, al di fuori di ogni scadenza o prassi istituzionale, del presidente Sleiman, sulla questione che Hezbollah rappresenta uno Stato nello Stato, con un proprio esercito privato e ben radicato nel territorio, con proprie banche, uffici e addirittura una rete telefonica privata al di fuori del controllo delle legittime autorità libanesi, la cui dirigenza (nonostante sia rappresentata nel Parlamento libanese) non smette di inneggiare alla distruzione di Israele e del suo popolo.
 
Non solo. De Michelis ha inoltre dichiarato che il mio libro soffrirebbe di tesi complottistiche, che impedirebbero ad un lettore di comprendere la verità dei fatti e le vere dinamiche libanesi. Ha fatto riferimento, in particolare, al quarto capitolo in cui - in meno di 10 pagine, rispetto alle 437 del libro - parlo anche delle origini di Unifil, nata come missione dell'Onu nel marzo del 1978 dispiegata a seguito di un violento attacco contro Israele da parte della guerriglia palestinese all'epoca con base nel sud del Libano, con una curiosa coincidenza cronologico-temporale con il sequestro di Aldo Moro in Italia.
 
Bene. Tutto il ragionamento di De Michelis è basato su una serie di dati completamente falsi. Il perno intorno al quale ruota tutto il libro (e questo dimostra che De Michelis non ha letto neanche una pagina del mio volume, altrimenti avrebbe evitato di fare simili e grottesche affermazioni) è proprio lo spartiacque costituito dal triennio 1989-1991, quando in Medio Oriente iniziarono a farsi sentire le pesanti ricadute geopolitiche del crollo della cortina di ferro, della succesiva fine dell'Urss e della fine della guerra tra Iran e Iraq. E' tutto scritto nero su bianco: un lungo filo conduttore che lega tutti i capitoli del volume e che trova ampio risalto quando ricostruisco il percorso che ha portato ai famosi (o famigerati) accordi di Taef dell'ottobre 1989 che hanno di fatto legalizzato l'occupazione militare siriana nel quadro degli equilibri internazionali, ma soprattutto hanno subordinato le istituzioni libanesi a quelle di Damasco. Quelli di Taef furono il frutto di un accordo largo e condiviso, fra tutti i Paesi arabi, con l'avallo dei principali attori dell'allora scena politica internazionale. Nel libro, infatti, parlo di "caos studiato a tavolino" e basterebbe leggersi le pagine 28 e seguenti per avere un quadro completo ed esaudiente degli eventi che hanno fatto del Libano un Paese senza sovranità, o meglio, a sovranità delegata e limitata. Ma De Michelis era troppo preoccupato e impegnato a difendere il suo filoarabismo-a-tutti-i-costi per entrare un po' più nello specifico del mio lavoro.
 
L'ex ministro socialista se l'è presa, infatti, con una formula che peraltro non ho coniato io, ma autorevoli rappresentanti politico-istituzionali come il presidente Francesco Cossiga, che è quella della cosiddetta "dottrina Giovannone" e che - per molti osservatori - rappresenta una sorta di protocollo operativo di una certa politica estera italiana, ieri come oggi, espressione più di una esigenza di alcune lobby o cordate italiane interessate a fare affari (più che a stabilire rapporti politico-diplomatici) con i Paesi arabi (vedi il caso della Libia, partner assai controverso e problematico del quale non possiamo fare a meno). Questo "filoarabismo peloso" ha causato nel tempo enormi guai al nostro Paese. Su questo la mia ricostruzione trova conforto peraltro nelle memoria dell'ex ministro Paolo Emilio Taviani il quale ascriveva alla "doppiezza" della nostra politica estera gran parte dei mali del nostro Paese, comprese le stragi.
 
La questione libanese, sia ben chiaro, non è riassumibile nella formula della cosiddetta "dottrina Giovannone", ma da questa si può partire per comprendere meglio l'ambiguità di una certa nostra politica (estera) che fa e non dice, che briga ma non risolve, che promette e non mantiene, che giudica sulla base di pregidizi ideologici. Tanti, troppi i luoghi comuni scomodati da De Michelis nella sua arringa pro Siria, pro Iran, pro Arabia Saudita, pro Hezbollah. Ma mai una parola di chiarezza sul fatto che gli sciiti libanesi, così come quelli iraniani, fomentati da loro esponenti politici e uomini delle istituzioni irresponsabili, parlano di Israele come di uno Stato da distruggere, da cancellare dalle cartine geografiche, un nemico da abbattere, un popolo da annientare. In tutta la sua prolusione, De Michelis non ha mai affrontato il problema dei problemi: il fatto che Hezbollah e altre forze politiche rappresentate nel Parlamento libanese non riconoscono e non intendono riconoscere lo Stato israeliano e, senza farne mistero, intossicano l'opinione pubblica non solo libanese con slogan che inneggiano alla guerra, alla distruzione, all'odio.
 
Anche Andrea Margelletti, peraltro non invitato fra i relatori, ha ritenuto opportuno prendere la parola e sparare a zero contro il governo di Gerusalemme e in particolare i militari israeliani, accusando le IDF di violare l'integrità territoriale libanese e la sua sovranità con continui sorvoli nel Sud del Paese. Ha usato toni gravi e minacciosi, Margelletti, nel denunciare queste "violazioni", ma non ha detto una sola parola sulla minaccia rappresentata dal riarmo di Hezbollah proprio sotto gli occhi dell'Unifil, schierata a sud del fiume Litani, del traffico di armi dalla Siria e dall'Iran e così via. A queste scemenze non ho ritenuto replicare. Ho deciso di tacere, visto che era chiaro l'intento provocatorio delle sue affermazioni. Voglio ricordare che ho chiuso il dattiloscritto del libro con una serie di aggiornamenti il 30 maggio 2008. A quella data, si sperava ancora nella liberazione dei due soldati israeliani rapiti da un commando degli Hezbollah in territorio israeliano il 12 luglio 2006. Questo rapimento insieme al lancio di razzi sulla Galilea sono il casus belli che ha portato al conflitto dell'estate del 2006. Una catastrofe che ha trascinato nel baratro un intero Paese. Sulla sorte di Ehud Goldwasser e Eldad Regev Hezbollah ha imbastito tutta una cinica campagna propagandistica e avviato un braccio di ferro con le autorità di Gerusalemme finalizzato al rilascio di detenuti nelle carceri israeliane. Lo stesso sceicco Nasrallah, ma questo Margelletti ha evitato di buon grado di farlo presente nel suo intervento, ha per mesi strumentalizzato il rapimento dei due militari delle IDF, utilizzandolo come leva per mettere in imbarazzo le autorità israeliane, sbeffeggiate più volte pubblicamente per non essere state neanche in grado - dopo aver scatenato l'offensiva militare del luglio 2006 nel Libano del Sud - di ottenere la loro liberazione.
 
Abbiamo dovuto aspettare il 15 luglio 2008, tre anni dopo, per avere la conferma di quello che molti di noi sospettavano: e cioè che i due militari israeliani erano stati uccisi e che tutte queste abominevoli trattative, peraltro mediate dall'Onu, sono state portate avanti da Hezbollah strumentalizzando i cadaveri dei due giovani soldati, mentre la controparte si diceva d'accordo per il rilascio di cinque terroristi (vivi) sciiti: cinque macellai che si sono macchiati di crimini orrendi, che hanno fatto strage di civili innocenti. Margelletti si vede che non ha letto la cronaca, commovente e pietosa, di Avvenire del 17 luglio scorso quando, fra l'altro, il quotidiano cattolico riportava come "secondo le prime indiscrezioni dopo l'autopsia, sembra che (i due militari) siano deceduti dopo la cattura. Hezbollah non ha mai comunicato nulla, lasciando le famiglie nella più profonda disperazione". Uno schifo. Mentre a Beirut veniva organizzata una festa in onore dei tagliagole rilasciati dalle autorità israeliane. Questi i termini del baratto: resti umani in cambio di cinque assassini liberi e vivi. Le televisioni israeliane commentavano, giustamente: "Hanno trasformato la consegna dei cadaveri in uno show".
Chiudo associandomi alle parole del portavoce militare delle IDF Avi Benyahu: "Povero è un popolo che ha per suoi eroi simili figure". E su questa frase crollano tutti i ragionamenti roboanti di alcuni professionisti della politica, di ieri e di oggi...

27 Settembre 2008

 

Nessuna rivendicazione,

il "MOSTRO" che si ribella contro il padrone.

l'attentato di matrice islamica colpice il regime.

 

DAMASCO (Reuters) - Un'autobomba è esplosa a Damasco oggi, uccidendo 17 civili e ferendone 14. Lo ha riferito la tv di stato siriana.

L'auto era imbottita di 220 chili di esplosivo.

"Le indagini dell'unità anti-terrorismo sono in corso per identificare gli attentatori", ha detto la tv, citando fonti ufficiali.

Le forze di sicurezza hanno isolato l'area. Testimoni hanno detto che l'edificio principale della base della sicurezza ha riportato lievi danni.

L'agenzia stampa siriana Sana ha riferito che l'esplosione è avvenuta lungo la strada meridionale Mahlaq, in un'area affollata.

Testimoni hanno detto che le finestre di edifici a circa 100 metri di distanza sono andate in frantumi e che i resti dell'automobile sono ovunque sulla strada.

Si tratta della prima esplosione a Damasco dall'uccisione con un'autobomba di Imad Moughniyah, un comandante militare del gruppo islamico Hezbollah, lo scorso febbraio.

Il mese scorso, un alto funzionario della sicurezza è stato ucciso in una località balneare vicino alla città di Tartous in circostanze misteriose.

14 Settembre 2008

26 anni

SIAMO NOI  LA RESISTENZA LIBANESE

LBC Biography Bachir Gemayel

7° presidente della Repubblica

Fondatore del Partito delle Forze Libanesi

Bashir Gemayel 1947-1982 clicca qui

 

Il 14 Settembre è stato indicato come giorno commemorativo 

dei Martiri delle Forze Libanesi.

E’ stato stabilito il giorno in cui il fondatore delle Forze libanesi, il Presidente Bashir Gemayel, 

è sta to ucciso.

Il nostro presidente è morto per avere accarezzato il sogno di un Libano libero

un Libano forte, un Libano sovrano.

E’ morto affinché noi potessimo imparare il significato dell’eroismo e del patriottismo. 

Noi non abbiamo bisogno di alcuna protezione o supervisione fraterna.

I nostri martiri ci proteggono, i nostri martiri hanno assicurato la nostra sopravvivenza 

sacrificando le loro vite. clicca qui

 

 - *-* - *-* - *-* -

 

C O M M E N T I

 

Il “mio” 14 settembre ha questo significato, significato a valenza positiva. Voglio rispettare ed ONORARE chi è morto per salvaguardare il proprio “io”

La questione medio-orientale è presente nel mio animo da tantissimi anni, seppur con una certa riservatezza caratteriale (precisando di non essere Maronita o Ebreo o Arabo). Nonostante io accetti l’esistenza di un futuro Stato Palestinese, ammetto senza alcun problema che la mia simpatia era ed è rivolta alla maggior parte dei Maroniti Libanesi (FL) e verso alcuni Israeliani. I Maroniti, ai miei occhi, sono per lo più dei semiti “arabofoni” e “francofoni”. Io rispetto chi si identifica come “arabo” ma devo – e voglio – portare uguale rispetto per la persona medio-orientale che non si definisce tale. Non definirsi “arabo”, “musulmano”, non è necessariamente sinonimo di razzismo. Il “mio” 14 settembre ha questo significato, significato a valenza positiva. Voglio rispettare ed ONORARE chi è morto per salvaguardare il proprio “io”, la PROPRIA esistenza nell’area medio-orientale, iniziando naturalmente dal Libano. Il nazionalismo degli arabi deve ormai abbandonare l’idea di considerare coattivamente “arabo” qualsiasi individuo che vive e dimora in medio-oriente. Chi parla arabo non è necessariamente arabo: il messicano che parla spagnolo è “spagnolo”? Molti cristiani medio-orientali hanno una propria specificità “indigena”, pre-araba. Il 14 settembre, secondo il mio punto di vista, ricorda al nazionalista arabo il seguente concetto: “Vivi e Lascia Vivere”. 

Se la libertà è un reato, Dio mio…       Andrea C.  

 

 - *-* - *-* - *-* -

 

C O M M E N T I

 

Sacrificare la vita per una causa, di esistenza, come quella dei cristiani del Libano, è stato un sacrificio che non possiamo che essere fieri e onorati di essere membri delle Forze Libanesi.         Fouad F. 

per commentare inviare e.mail: info@forze-libanesi.com

8 Agosto 2008


Appello dei vescovi maroniti alla “riconciliazione generale” 

ed al dialogo

In un articolato documento i presuli esaminano la situazione del Paese che definiscono“tutto, meno che rassicurante” a causa di insicurezza, corruzione e divisioni politiche “radicali”. Anche il presidente Suleiman un invito al dialogo ed alla riconciliazione.

Beirut (AsiaNews) - Insicurezza, corruzione e divisioni politiche “radicali” sono i fattori che rendono la situazione libanese “tutto, meno che rassicurante” e che rendono impellente la necessità di una “riconciliazione generale”. E’ l’appello di quest’anno dei vescovi maroniti, che lo hanno lanciato ieri sera al termine della loro riunione mensile, quasi contemporaneamente ad un’analoga esortazione rivolta ai libanesi dal presidente della Repubblica.
 
Nel loro articolato documento, i vescovi analizzano la situazione ed i fattori che la rendono instabile e pericolosa, esortano ad unirsi intorno alla patria e chiedono al presidente della Repubblica, Michel Suleiman, di promuovere un dialogo nazionale. In favore del quale, sempre ieri, ha parlato lo stesso Suleiman, affermando che “non c’è dialogo senza riconciliazione e non c’è riconciliazione senza dialogo”. “L’unità nazionale è la base”, ha aggiunto, anche qui in sintonia con le affermazioni dei presuli. “Bisogna sbrigarsi – scrivono infatti – ad operare in vista di una riconciliazione generale, mettendo fine ai dissensi e riunendo tutti attorno all’amore per il Libano”.
 
“La fedeltà alla patria – scrivono in un altro passaggio del documento – è una delle condizioni della vera cittadinanza. Quando un individuo vive sulla terra patria, gode delle sue risorse e serve gli interessi di altro patrie e i propri a spese di quelli del suo Paese, questo si chiama alto tradimento. Il buon cittadino è quello che è pronto a sacrificarsi al servizio della sua patria, anche a spese della sua tranquillità, dei suoi beni e del suo avvenire”.
 
Nella loro analisi della situazione del Paese, i vescovi maroniti “ringraziano il Cielo di aver permesso che il Parlamento eleggesse un presidente della Repubblica”. Da ciò, e grazie anche all’impegno del Parlamento e delle parti politiche “nelle istituzioni costituzionali ha cominciato a riprendere la vita normale”. Ora bisogna procedere “rapidamente” alle nomine nei posti amministrativi vacanti, mettendo fine al “tira-e-molla senza fine” tra i partiti e scegliendo persone “competenti, oneste e provate”.
 
Particolare importanza i vescovi danno poi alla elaborazione della nuova legge elettorale “giusta ed equa”, da promulgare “il più presto possibile”. “Auspichiamo anche che le elezioni si svolgano in un clima propizio, lontano da problemi e turbamenti per la sicurezza e che sia permesso al popolo libanese di scegliere chi vuole che lo rappresenti, libero da ogni pressione o istigazione”.

28 Agosto 2008


Hezbollah presence in Venezuela feared

Marcelo Garcia / AFP/Getty Images

Venezuelan President Hugo Chavez, left, greets his Iranian counterpart, Mahmoud Ahmadinejad, in Caracas , the Venezuelan capital, last year.

The Lebanese Shiite militia, linked to deadly attacks in Argentina in the 1990s, may be taking advantage of Chavez's ties with its ally Iran , terrorism experts say.

By Chris Kraul and Sebastian Rotella, Los Angeles Times Staff Writers – August 27, 2008

BOGOTA , COLOMBIA -- Western anti-terrorism officials are increasingly concerned that Hezbollah, the Lebanon-based Shiite Muslim militia that Washington has labeled a terrorist group, is using Venezuela as a base for operations. Linked to deadly attacks on Jewish targets in Argentina in the early 1990s, Hezbollah may be taking advantage of Venezuela's ties with Iran, the militia's longtime sponsor, to move "people and things" into the Americas, as one Western government terrorism expert put it.

 

·     Hezbollah and allies get key ministries in Lebanon's new Cabinet

·     Hezbollah wages on-air war against U.S.

·     Babylon & Beyond blog: Does Ahmadinejad have Khamenei's OK, or not?

As part of his anti-American foreign policy, Venezuelan President Hugo Chavez has established warm diplomatic relations with Iran and has traveled there several times. The Bush administration, Israel and other governments worry that Venezuela is emerging as a base for anti-U.S. militant groups and spy services, including Hezbollah and its Iranian allies. "It's becoming a strategic partnership between Iran and Venezuela ," said a Western anti-terrorism official who spoke on condition of anonymity due to the issue's sensitivity. Several joint Venezuelan-Iranian business operations have been set up in Venezuela , including tractor, cement and auto factories. In addition, the two countries have formed a $2-billion program to fund social projects in Venezuela and elsewhere in Latin America . Those deepening ties worry U.S. officials because Iranian spies around the world have been known to work with Hezbollah operatives, sometimes using Iranian embassies as cover, Western intelligence experts say. In June, Assistant Secretary of State Thomas A. Shannon said Iran "has a history of terror in this hemisphere, and its linkages to the bombings in Buenos Aires are pretty well established." "One of our broader concerns is what Iran is doing elsewhere in this hemisphere and what it could do if we were to find ourselves in some kind of confrontation with Iran ," Shannon said. Fears about the threat from Hezbollah's global networks intensified after the slaying in February of Imad Mughniyah, a notorious leader of the militia, in Damascus , the Syrian capital. Hezbollah and Iran accused Israel and promised revenge, putting Western authorities on guard against attacks on Israeli or Jewish targets around the world. Although the Bush administration is embroiled in political conflict with the Chavez government, allegations that Hezbollah and Iranian spies operate in Venezuela date to the 1990s, before Chavez took office. The most concrete allegations of a Hezbollah presence in Venezuela involve money-raising. In June, the U.S. Treasury Department designated two Venezuelan citizens as Hezbollah supporters and froze their U.S. assets. Treasury officials formally accused Ghazi Nasr al Din, a Venezuelan diplomat of Lebanese descent, of using posts at embassies in the Middle East to support financing for Hezbollah and "discuss operational issues with senior officials" of the militia. Nasr al Din "facilitated the travel" of Hezbollah members to and from Venezuela and to a "training course in Iran ," according to Treasury officials. The president of a Shiite Muslim center in Caracas , he served as a diplomat in Damascus and later in Beirut , authorities say. The second Venezuelan targeted by Treasury is Fawzi Kanan, a Caracas-based travel agent. He is also alleged to have facilitated travel for Hezbollah members and to have discussed "possible kidnappings and terrorist attacks" with senior Hezbollah officials in Lebanon . The Treasury allegations did not specify whether the alleged discussion involved plots for kidnappings in Venezuela or elsewhere. In comments to a Venezuelan reporter, Kanan dismissed the charges as lies. The Venezuelan government has strenuously denied that it is harboring militants. In March 2007, the intensified ties between Venezuela and Iran led to the start of weekly IranAir flights from Tehran to Caracas , the Venezuelan capital, that stop in Damascus . The flights were highlighted in the State Department's annual assessment of global terrorism, which noted in April of this year that Venezuelan border officials at the Caracas airport often neglected to enter the arriving passengers into their immigration database and did not stamp passports. The Venezuelans have since tightened up on their procedures, informed sources say. Despite those improvements, the IranAir flights also feature in recent intelligence gathered by Western anti-terrorism officials. Agents of Iran 's Revolutionary Guard and Hezbollah have allegedly set up a special force to attempt to kidnap Jewish businesspeople in Latin America and spirit them away to Lebanon , according to the Western anti-terrorism official. Iranian and Hezbollah operatives traveling in and out of Venezuela have recruited Venezuelan informants working at the Caracas airport to gather intelligence on Jewish travelers as potential targets for abduction, the Western anti-terrorism official said. The allegations were reinforced by a statement last week by the Israeli government, issuing an alert to citizens warning that Hezbollah plans to kidnap Israelis around the world to retaliate for the Mughniyah assassination. Hezbollah has long operated in the Lebanese communities of Latin America . In addition to receiving a multimillion-dollar infusion from Iran, the militia finances itself by soliciting or extorting money from the Lebanese Diaspora and through rackets such as smuggling, fraud and the drug and diamond trade in South America and elsewhere, Matthew Levitt, a fellow at the Washington Institute for Near East Policy, told Congress in 2005. Three years ago, police in Colombia and Ecuador broke up an international cocaine-smuggling ring that functioned in Latin American countries, including Venezuela , and allegedly sent profits to Hezbollah in Lebanon . The lawless "tri-border" region connecting Brazil , Paraguay and Argentina has been a center of organized crime activities and finance linked to Hezbollah, Western anti-terrorism officials say. Hezbollah operatives based there participated, along with Iranian spies, in the car bombings in Buenos Aires of the Israeli Embassy in 1992 and a Jewish community center two years later that killed a total of 114 people, an Argentine indictment charges. In the aftermath of that indictment, filed in 2006, Hezbollah and its Iranian sponsors, chiefly the Revolutionary Guard, decided to shift from the increasingly scrutinized tri-border area to other countries, including Venezuela , Western anti-terrorism officials say. "It preserves the capability of Hezbollah and the Revolutionary Guard to mount attacks inside Latin America ... It is very, very important to Iran and Hezbollah right now."

chris.kraul@latimes.com

rotella@latimes.com

Kraul reported from Bogota and Rotella from Madrid .

27 Agosto 2008

CORRIERE.IT

http://www.corriere.it/solferino/severgnini/08-08-27/08.spm

Libano e la lotta per la sopravvivenza

Sono un cittadino italiano che ha vissuto per diversi anni a Beirut
e che ritiene perciò di conoscere abbastanza bene la realtà del Medio Oriente. Sono già diversi anni che rivolgo all'Italia e all'Occidente in generale gli stessi rimproveri ma con risultati pari a zero. Come si spiega tutto ciò? E' semplice: l'Occidente spensierato, viziato e distante dalle tragedie mediorientali non sa più che cosa significa lottare quotidianamente per la propria sopravvivenza. Non conosce quella realtà ma pretende di giudicarla. Quanti in Italia sono consapevoli, ad esempio, delle immani tragedie causate dai palestinesi armati e dai loro complici durante i 16 anni di guerra civile nel Libano? Si è mai chiesto qualcuno che cosa c'entrasse tutto questo con il conflitto arabo-israeliano? Si sono mai chiesti i miei connazionali che colpa avessero i libanesi (cristiani o musulmani che fossero) per subire in casa loro le violenze di Yasser Arafat e di tutte le organizzazioni terroristiche palestinesi? Credo che pochi abbiano mai fatto queste banali riflessioni. Pertanto non bisogna stupirsi se si continua a non vedere e a non capire. E' molto più facile dare addosso a uno Stato democratico (Israele) che tutela la libertà di stampa e i diritti della controparte e trovare sempre e comunque il modo di giustificare le malefatte del despota di turno che si chiami Assad, Gheddafi o Ahmadinejad. La verità amara è che con il petrolio a 150 dollari al barile questi signori sono in grado di comprarsi il consenso deglil organi d'informazionee dei partiti politici di qualsiasi colore.

In bocca al lupo.

Stefano Notarbartolo

25 Agosto 2008

Strage Bologna/ Ebrei romani a Cossiga: Spieghi ruolo palestinesi

A attentato sinagoga Roma assenti forze ordine: scambio politico?

Roma, 25 ago. (Apcom) - Le recenti rivelazioni di Cossiga sulla strage di Bologna piombano all'improvviso sull'estate degli ebrei romani. Niente terrorismo nero, nulla a che fare con neofascisti o Nar. L'esplosione che, il 2 agosto del 1980, fece 85 morti "è un incidente accaduto agli amici della 'resistenza palestinese'", ha detto il presidente emerito della Repubblica, "autorizzata dal 'lodo Moro' a fare in Italia quel che voleva purché non contro il nostro Paese, si fecero saltare colpevolmente una o due valigie di esplosivo". Si sono così materializzati i sospetti di una comunità, quella degli ebrei romani, convinta che in quegli anni si respirasse, nei vari palazzi della politica italiana, un'aria ostile a Israele e - di riflesso - all'ebraismo nostrano. E il presidente della comunità ebraica capitolina, Riccardo Pacifici, ora chiede chiarezza e solleva un dubbio: che nell'attentato del 9 ottobre del 1982 - un bambino morto e 37 persone uccise per le granate che lanciò un gruppo di terroristi dell'Olp contro i fedeli che uscivano dalla Sinagoga del lungotevere de' Cenci - la responsabilità non fosse solo degli attentatori. Le forze dell'ordine quel giorno non c'erano. "Gli ebrei romani e italiani sono stati oggetto di scambio e di sacrificio per qualche sporco gioco politico di allora?", domanda Pacifici.

"Per qualcuno le dichiarazioni di Cossiga sono state sorprendenti, non per noi", afferma il presidente degli ebrei romani raggiunto telefonicamente in Israele, dove si trova in vacanza. "In quel tragico periodo del terrore a insanguinare l'Italia e l'Europa non erano solo le infami azioni delle Brigate rosse e dello stragismo di estrema destra, ma anche del terrorismo mediorientale, che guarda caso proprio con le Br, in quegli anni, aveva intensi rapporti. Motivo per il quale - ricorda Pacifici - il giudice Carlo Mastelloni di Venezia spiccò un mandato di cattura internazionale negli anni Ottanta nei confronti dell'allora leader dell'Olp Yasser Arafat per le forniture di armi dell'Olp alle Brigate rosse e per l'addestramento che veniva fornito ai militanti di questa organizzazione nei campi palestinesi nel sud del Libano".

"Ogni qual volta il signor Arafat veniva in Italia, e nonostante questo mandato di cattura internazionale, veniva accolto con tutti gli onori che vengono tributati solo ai Capi di Stato", prosegue Pacifici sull'onda dei ricordi. "A settembre del 1982, durante la presidenza del Consiglio dell'indimentcabile amico della nostra comunità, Giovanni Spadolini, che si rifiutò di incontrarlo, Arafat venne ricevuto perfino dall'allora Pontefice. Ricordo le polemiche con le forza di polizia italiane all'ngresso del Parlamento: tentarono di impedire l'ingresso ad Arafat perché munito di armi nella fondina. E' vietato a chiunque. Qualcuno deve ancora rispondere come mai alla fine Arafat entrò con la pistola in tasca". A riprova dell'esistenza di un clima incandescente tra comunità ebraica e istituzioni, Pacifici ricorda anche la polemica con i mass media sulla strage di Sabra e Chatila e il 'braccio di ferro' tra l'allora rabbino capo di Roma, Elio Toaff, e l'allora presidente della Repubblica, Sandro Pertini, sulla presenza al funerale del bambino ucciso nell'attentato della sinagoga, Stefano Gaj Tachè.

E proprio sull'attentato al Tempio maggiore di Roma si concentra l'attenzione e la denuncia di Pacifici. Nove ottobre del 1982. "Proprio quel giorno - afferma il presidente degli ebrei romani - mancò la presenza delle forze dell'ordine fuori dalla sinagoga. Nei giorni precedenti c'era", ricorda Pacifici. "Su questo forse sarebbbe utile, alla luce delle dichiarazioni di Cossiga, sapere se sia partita da qualcuno l'idea di lasciare vuota la guardiania della sinagoga - scandisce il presidente degli ebrei romani - e se gli ebrei romani e italiani siano stati oggetto di scambio e di sacrificio per qualche sporco gioco politico di allora".

"Facciamo appello a Cossiga perché chiarisca questo particolare", dice Pacifici, che tiene a precisare come "dal giorno dopo l'attentato le forze di sicurezza hanno ininterrottamente prestato servizio in tutte le isituzioni ebraiche". Il presidente dei circa 15mila ebrei romani si rivolge anche al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. "Facciamo un appello a Napolitano affinché, nella sua lodevole iniziativa di rievocare il periodo delle stragi degli anni Settanta e Ottanta nel nostro paese, valuti l'opportunità di inserire in questo percorso di memoria condivisa anche quello del terrorismo palestinese. Che non colpì solo la comunità ebraica e gli ebrei", precisa Pacifici, "ma colpì, nel 1985, il cuore di Roma a via Veneto (l'attentato contro il Cafè de Paris, quaranta feriti per una bomba poi rivendicata dall'Organizzazione Rivoluzionaria dei Socialisti Musulmani, ndr.)e all'aeroporto di Fiumcino" (tredici persone uccise da un commando palestinese che aprì il fuoco sui passeggeri in coda per il check-in presso gli sportelli della compagnia aerea israeliana El Al, ndr.).

17 Agosto 2008

AGI

LIBANO: INTERROGAZIONE MALAN (PDL) SU GENERALE GRAZIANO

(AGI) - Roma, 17 ago. - Lucio Malan (Pdl), segretario di presidenza del Senato, ha annunciato un’interrogazione per le dichiarazioni rilasciate dal generale Claudio Graziano, comandante della forze di pace Onu in Libano. “Domani presentero’ un’interrogazione sulle sconcertanti parole del generale Graziano, comandante della missione Unifil in Libano. Il generale, riferisce il quotidiano israeliano Haaretz, ha lodato le milizie Hezbollah e accusato Israele di violare la risoluzione Onu 1701 e per questo l’ambasciatore del governo di Gerusalemme ha chiesto chiarimenti ufficiali. Credo che chiarimenti siano anche dovuti all’Italia, il cui Parlamento non ha mai inteso che la missione in Libano avesse un carattere di sostegno unilaterale a una delle parti”, si legge in una nota del senatore. (AGI)

Ecco le dichiarazioni del Generale Graziano

 

Libano, il generale Claudio Graziano
critica Israele ed elogia Hezbollah

NEW YORK, 16 AGOSTO - Il generale italiano Claudio Graziano, comandante dei caschi blu nel sud del Libano, ha accusato Israele di aver violato unilateralmente la risoluzione Onu 1701 che due anni fa ha posto fine alla guerra di 33 giorni tra l'esercito israeliano e le milizie di Hezbollah. Lo riporta il sito web del quotidiano israeliano Haaretz.

Nel corso di una conferenza stampa al Palazzo di Vetro di New York, il comandante della missione Unifil ha detto che le continue incursioni dei jet israeliani nello spazio aereo libanese e il rifiuto da parte del governo israeliano di consegnare le mappe dei luoghi dove furono sganciate le bombe a grappolo durante il conflitto costituiscono una "violazione permanente" della risoluzione 1701.

Graziano ha quindi riferito che Hezbollah riconosce la risoluzione 1701 e che tra le milizie sciite e i caschi blu dell'Unifil c'è un eccellente rapporto di collaborazione. Ieri l'ambasciatore israeliano al Palazzo di Vetro, Dan Carmon, ha incontrato il generale italiano per avere chiarimenti riguardo alle sue dichiarazioni, riporta ancora "Haaretz".

28 Luglio 2008

 

Siria, assassinato il braccio destro del presidente

Era l'ufficiale di collegamento con Hezbollah e il capo della sicurezza

E' mistero sulla morte del generale siriano Mohammed Suleiman, consigliere del presidente Bashar el Assad e ufficiale di collegamento con le milizie sciite libanesi Hezbollah, ucciso venerdì nella città portuale di Tartus da un cecchino. Il giornale libanese antisiriano al-Mustaqbal afferma che Suleiman era il capo della sicurezza del palazzo presidenizale di Damasco e il «braccio destro» di Assad.  Di certo il suo assassinio di Suleiman arriva a sei mesi dalla morte misteriosa nella capitale siriana di Imad Mughnieh, comandante in capo dell’ala militare di Hezbollah, ucciso da un’autobomba, con cui Sulemain aveva uno stretto rapporto di collaborazione. Le milizie sciite accusarono Israele dell’eliminazione di Mughnieh.

Il massimo riserbo sull'argomento regna in Siria dove diversi sospetti sono stati arrestati subito dopo l'omicidio ma dove nessun commento ufficiale è stato rilasciato a proposito dell’assassinio dell’uomo spesso descritto come «l’ombra» di Assad e al cui funerale hanno partecipato numerosi  alti funzionari.

Fonti siriane riferiscono che il generale era attualmente impegnato nel rafforzare le capacità  dell’esercito di Damasco.  La sua morte, secondo il Guardian, apre inquietanti scenari sulla crisi del regime di Damasco e sui suoi rapporti con Iran e Israele

28 Luglio 2008

RAGIONPOLITICA.it - Dipartimento Formazione Forza Italia

«I figli perduti del Libano»

I detenuti libanesi nelle carceri siriane saranno ricordati per essere stati dimenticati

di Bernard S.E. Khoury - 22 luglio 2008

«16 Luglio 2008: giorno di vittoria divina», come due anni fa, è lo slogan che riempie le strade del Libano «hezbolliano». Samir Kuntar, condannato all'ergastolo per un attentato compiuto nel 1979 nello Stato ebraico, Khodr Zaidane, Maher Kurani, Mohammad Sorour e Hussein Suleiman, miliziani di Hezbollah catturati nel 2006, sono i nomi dei libanesi rilasciati da Israele in cambio di 8 cadaveri. Nasrallah ha dichiarato: «Risolta la questione dei detenuti libanesi nelle carceri israeliane, ora dobbiamo concentrarci sulle persone scomparse in Israele». Dunque, Hezbollah non si concentrerà sulla questione delle persone, libanesi, scomparse e detenute nelle carceri siriane, la cui esistenza è stata più volte confermata. Certo è che in questo delicato momento, né Hezbollah né tanto meno il regime siriano hanno intenzione di (ri)aprire questo dossier.

Ma a tal proposito l'Alleanza del 14 marzo si sta già muovendo: dopo aver sottoscritto il documento presentato dal partito delle Forze Libanesi ed averlo inviato, tramite il premier Siniora, alla Lega Araba, l'Alleanza intende portare questo dossier alle Nazioni Unite, e farne un punto cardine del prossimo programma di governo. Già nel novembre 2003 la Commissione per i diritti umani dell'Onu ha rilasciato un rapporto nel quale confermava la presenza di libanesi di diverse etnie e fazioni illegalmente detenuti nelle carceri siriane. Questi arresti avvenivano in modo totalmente arbitrario, non soltanto per motivi politici ma anche per semplici dissapori o dissidi con il locale comandante siriano oppure in seguito a dispute familiari o politiche.

Secondo le associazioni per i diritti umani e i familiari dei detenuti sono almeno 620 i libanesi che attualmente si trovano nelle carceri siriane, molti da oltre 10 anni. Anche l'Italia ha fatto la sua parte. Il 14 marzo 2007 l'Osservatorio Geopolitico Mediorientale di Roma aveva organizzato, assieme al dott. Ghazi Aad, libanese, attivista per i diritti umani e rappresentante di SOLIDE (Support of Lebanese in Detention and Exile), una conferenza su questo tema. Di seguito, nel corso della seduta pubblica del Senato della Repubblica, il 27 Marzo 2007, in merito al decreto-legge 31 gennaio 2007 recante proroga della partecipazione italiana a missioni umanitarie e internazionali, la questione fu posta all'ordine del giorno. l'Assemblea del Senato approvò l'emendamento all'ordine del giorno del decreto-legge 31 gennaio 2007 - n. 4 - Articolo 1 - G12 del Sen. Mantica, che impegna il Governo «a verificare la possibilità di affrontare nelle opportune sedi internazionali la questione dei cittadini libanesi eventualmente detenuti illegalmente nelle prigioni siriane (...)».

Oggi, più che mai, gli attivisti per i diritti umani, le organizzazioni umanitarie, le Ong ma soprattutto l'Onu e l'Ue, hanno l'impegno e il diritto morale di chiedere al governo libanese, ma forse in questo caso al Partito di Dio, di cominciare a interrogarsi anche sulla sorte di migliaia di cittadini libanesi ancora rinchiusi illegalmente nella carceri siriane. Il Partito di Dio, libanese, anziché chiedere anche la restituzione di migliaia di libanesi all'alleato regime siriano, sta ora rivolgendosi ai paesi arabi affinché si impegnino per la liberazione dei detenuti palestinesi, giordani e arabi nelle carceri del «nemico».

Nasrallah, in occasione della celebrazione per la liberazione dei detenuti in Israele, ha spiegato il motivo della guerra di luglio 2006 tra lo Stato ebraico e Hezbollah, a due anni esatti da quel conflitto: «La vittoria della Resistenza nella guerra di luglio e gli attacchi nel cuore del paese sionista sono stati il primo e fondamentale fattore che ha portato alla liberazione dei detenuti». Per la liberazione di pochi detenuti, tra cui un assassino che ha fracassato il cranio di una bambina di 4 anni, il Partito di Dio, che si dice «libanese», ha permesso a Israele di distruggere buona parte del paese. Al lettore (attento) i commenti.

11 Luglio 2008

VERSILIA 2008 

(16-17-18 Luglio)
"Dedalo e la sfida al domani"
www.azioneuniversitaria.org


Viareggio - 17 Luglio Ore 11:30

Commissione "Il Personaggio"

BASHIR GEMAYEL E IL LIBANO UNITO

parteciperà 

ROGER BOU CHAHINE 

(Direttore Osservatorio Politico Medio Orientale)

11 Luglio 2008

LIBANO: ESERCITO OCCUPA FATTORIA SHEBAA EVACUATA DA ISRAELE NEL 2000

(ASCA-AFP) - Shebaa, 11 lug - L'esercito libanese ha occupato la fattoria di Bastara, l'unica delle fattorie 'Shebaa' evacuata dall'esercito israeliano dopo il ritiro dalla regione meridionale del Libano nel 2000.

Per la prima volta veicoli e bulldozer militari libanesi sono stati visti entrare nella fattoria che si trova a 300 metri dalle altre occupate da Israele per piu' di 40 anni.

Inoltre e' stata ricostruita una strada per collegare questa nuova postazione agli altri siti militari dell'esercito di Beirut nel sud-est del Paese.

Le fattorie 'Shebaa', che si trovano in una piccola area montagnosa ricca di acqua (25 chilometri quadrati), si trovano al confine con Libano e Siria. Israele si insedio' nella zona nel 1967 e annesse le Fattorie ai propri territori dopo aver occupato le alture del Golan.

Lo status per la sovranita' e' ancora fonte di tensioni: il Libano continua a revendicarle mentre Israele sostiene che fanno parte della Siria. Ora il premier libanese Fuad Siniora ha proposto di affidarne l'amministrazione e il controllo alle Nazioni Unite in attesa di risolvere la disputa.

20 Giugno 2008

TERRORISMO/ CANADA,HEZBOLLAH POTREBBE ATTACCARE OBIETTIVI EBRAICI

Lo riferiscono fonti di intelligence americane e canadesi

Roma, 20 giu. (Apcom) - I servizi di intelligence canadesi e americani hanno avvertito che ci sono segnali crescenti che l'Hezbollah libanese stia organizzando un attacco contro obiettivi ebraici in Canada, per vendicare l'assassinio dell'ex comandante del gruppo Imad Mughniyeh, avvenuto quattro mesi fa. Lo riportano i media israeliani, che rilanciano una notizia diffusa da Abc News.

Fonti di intelligence hanno riferito ad Abc News che in Canada ci sono cellule dormienti di Hezbollah, e che altri uomini del gruppo sono partiti dal Libano diretti in Nord America, Europa e Africa.

Secondo le fonti, non ci sono prove di un attacco imminente, ma i miliziani sciiti avrebbero preso di mira diverse sinagoghe a Toronto e l'ambasciata israeliana a Ottawa. Anche obiettivi in America Latina potrebbero essere colpiti.

20 Giugno 2008

Il Papa denuncia l'esodo cristiano da Terra Santa, Libano e Iraq

Provocato dai conflitti in Medio Oriente

CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 19 giugno 2008 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha denunciato l'esodo dei cristiani in Terra Santa, Libano e Iraq a causa della situazione di instabilità e violenza che si vive in questi Paesi.

Allo stesso tempo, ha chiesto il rispetto della libertà religiosa ricevendo questo giovedì in Vaticano i partecipanti all’Assemblea della Riunione delle Opere per l’Aiuto alle Chiese Orientali (ROACO).

Il Papa ha rivolto un “appello ai responsabili delle Nazioni perché siano offerte al Medio Oriente, e in particolare alla Terra di Gesù, al Libano e all’Iraq la sospirata pace e la stabilità sociale nel rispetto dei diritti fondamentali della persona, compresa una reale libertà religiosa”.

“E’ la pace, del resto, l’unica via per affrontare anche il grave problema dei profughi e dei rifugiati, e per fermare l’emigrazione, specialmente cristiana, che ferisce pesantemente le Chiese Orientali”, ha affermato il Pontefice, affidando i suoi auspici al beato Giovanni XXIII, “amico sincero dell’Oriente e Papa della Pacem in terris”, e invocando “la celeste intercessione della Regina della Pace”.

Nel corso dell'udienza, il Pontefice ha anche confessato la sua soddisfazione per la ripresa del dialogo politico e sociale in Libano e ha chiesto una convivenza pacifica e costruttiva.

“Con gratitudine e sollievo abbiamo seguito i recenti sviluppi nel Libano, che ha ritrovato la via del dialogo e della reciproca comprensione”, ha riconosciuto parlando in francese.

Il ristabilimento del dialogo ha permesso che, dopo 19 tentativi falliti, il Parlamento del Paese eleggesse il 25 maggio il Presidente del Paese, ponendo fine a una crisi politica di 18 mesi che era sul punto di sfociare in una nuova guerra civile. L'incarico è occupato da colui che fino a poco fa era a capo dell'Esercito, Michel Suleiman.

“Esprimo nuovamente l'augurio che il Libano sappia rispondere con coraggio alla sua vocazione di essere per il Medio Oriente e per tutto il mondo un segno dell'effettiva possibilità di una convivenza pacifica e costruttiva tra gli uomini”, ha affermato.

Benedetto XVI ha ricordato che domenica prossima i cristiani libanese avranno la gioia di assistere a Beirut alla beatificazione del venerabile padre Jacques Ghazir Haddad (1875-1954).

“Toccato dalla Croce di Gesù, questo sacerdote cappuccino si è avvicinato ai malati e ai poveri, e ha chiamato un gran numero di giovani donne a servirli”, ha ricordato il Papa.

“La sua testimonianza tocchi oggi il cuore dei giovani cristiani libanesi perché imparino a loro volta la dolcezza di una vita evangelica al servizio dei poveri e dei piccoli, essendo fedeli testimoni della fede cattolica nel mondo arabo”.

16 Giugno 2008

LIBANO/ HAYAT: FATTORIE SHEBAA OCCUPATE PASSERANNO A UNIFIL

Bush avrebbe parlato anche con Roma per convincere Israele

Roma, 16 giu. (Apcom) - Con una "clamorosa inversione di rotta" nella politica per il Medio Oriente dell'amministrazione Usa, Washington avrebbe maturato la convinzione di fare pressioni su Gerusalemme affinché si ritiri dalle Fattorie di Shebaa occupate da Israele, nel sud del Libano. Lo rivela oggi il quotidiano panarabo al Hayat che cita fonti ufficiali libanesi di alto profilo. Le stesse fonti riferiscono che il "primo passo" sarebbe quello di affidare alla missione Unifil dell'Onu il controllo dell'area agricola, "in attesa di restituirla alla sovranità libanese subito dopo che i confini tra Libano e Siria saranno disegnati".

Il foglio arabo edito a Londra, riferisce della "soddisfazione" delle fonti ufficiali libanesi per il "cambiamento di rotta di Washington" che avrebbe "sposato la visione europea e araba" circa la liberazione dell'area contesa. Le stesse fonti assicurano che il presidente Usa, George W. Bush, avrebbe parlato del suo progetto anche con Roma, durante la sua visita in Italia della settimana scorsa. "La questione - scrive il giornale - è stata uno dei punti principali dei colloqui di Bush in Italia, Francia, Germania e Gran Bretagna".

Le 14 Fattorie di Shebaa sono ubicate in un'area agricola che si trova a sud di Shebaa, villaggio libanese sulle pendici occidentali del monte Hermon, punto d'incontro tra i Paesi di Siria, Libano e Israele. L'intera area è lunga circa 14 km e larga 2, ad un'altitudine tra i 400 e i 2.000 metri. La regione è rimasta sotto controllo israeliano anche dopo il ritiro, effettuato nel 2000, delle forze armate israeliane dal Libano meridionale. Attualmente viene amministrata come parte delle Alture del Golan. I capi dell'Hezbollah e il governo libanese considerano l'area come parte del Libano. Israele ritiene invece l'area come parte delle Alture. La Siria considera la zona parte integrante del proprioterritorio nazionale, in contraddizione ai termini dell'armistizio del 1949.

 27 Maggio 2008

Hezbollah in West Africa 

(Photos reveal long-arm of Hezbollah)

 

W. Thomas Smith Jr. 23 May 2008

[This article was originally published in World Defense Review]

As others and I have reported with increasing frequency over the past few months, terrorist groups like Al Qaeda and Hezbollah are increasingly developing forward operating bases in many of Africa’s “ungoverned” – or poorly governed – regions. more

 

more

 12 Maggio 2008

IL LIBANO IN PERICOLO

LASTAMPA.it - Home

Guerra per procura in Libano 

Dietro gli scontri tra le milizie a Beirut c'è il braccio di ferro tra Washington e Teheran

di Maurizio Molinari

È stata una telecamera digitale all’aeroporto di Beirut a scatenare in Libano una guerra per procura fra Iran e Stati Uniti. A installare la telecamera, circa due anni fa, sono stati gli Hezbollah collegandola ad un circuito a fibre ottiche che attraversa il Libano, dal Sud fino a Beirut, estendendosi per centinaia di km e costituendo un sistema di comunicazioni e controllo alternativo a quello del premier di Fouad Siniora.

Il governo libanese conosceva da tempo l’esistenza tanto della telecamera che del circuito e fibre ottiche ma recenti controlli hanno portato ad appurare che la rete circonda molti del ministeri, incluso quello delle comunicazioni, con un sistema di sorveglianza fra i più tecnologicamente avanzati. E’ grazie a questa rete a fibre ottiche che Hezbollah riuscì durante la guerra del 2006 a continuare a trasmettere tranquillamente i messaggi tv del leader Nasrallah, come anche gli ordini alle milizie, a dispetto dei martellanti attacchi aerei israeliani su numerosi radar e centri di trasmissione. Il 7 maggio la situazione è cambiata quando il governo libanese ha dichiarato «illegale» la rete di comunicazione degli Hezbollah alla luce del fatto che consente a Hassan Nasrallah di vedere ed ascoltare tutto quanto di importante avviene nello Stato, a cominciare da chi arriva e chi parte dallo scalo internazionale. Da qui la decisione di rimuovere la telecamera dell’aeroporto e anche il generale delle forze armate libanesi Wafiq Choucair, simpatizzante degli Hezbollah, che ne aveva la responsabilità.

Secondo una tesi molto accreditata a Londra, Parigi e Berlino proprio questo network segreto avrebbe consentito di eliminare numerosi avversari politici di Damasco, incluso l’ex premier Hariri. Colpendo il circuito a fibre ottiche Siniora ha dimostrato dunque di voler smantellare il sistema di comunicazioni grazie al quale gli Hezbollah si coordinano, ogni giorno, con Damasco e Teheran. E’ stato un passo apparentemente minore ma in realtà di importanza strategica, che ha confermato la convergenza di intenti fra Beirut e Washington, entrambe intenzionate a tagliare il cordone che consente all’Iran di guidare a distanza le mosse della più efficiente organizzazione di guerriglia dell’intero Medio Oriente. L’oscuramento della telecamera è stato considerato una «dichiarazione di guerra» da Nasrallah proprio perché punta a tagliare i suoi legami hi-tech con le retrovie siriane e iraniane. Da qui la decisione di mandare i propri uomini nelle strade della capitale per ammonire Siniora che alla guerra nel sottosuolo e nell’etere del Libano segue quella condotta con blindati e mitra alla luce del Sole. Washington è convinta che la brusca reazione di Nasrallah sia stata voluta da Teheran, che difendendo il network creato anche grazie ai suoi tecnici sta proteggendo l’esistenza del proprio mini-Stato in Libano.

Se finora la crisi libanese era legata alla difficoltà di eleggere il nuovo presidente, per via dei contrasti fra partiti anti-siriani e pro-siriani, gli scontri di Beirut l’hanno così trasformata in uno scontro indiretto fra Teheran e Washington. Questa guerra per procura fra Washington e Teheran (sostenuta da Damasco) ripete lo scenario di Gaza, dove il colpo di Stato di Hamas contro Abu Mazen è sostenuto da Iran e Siria mentre gli Stati Uniti tentano di aiutare il governo di Ramallah a ripristinare la legalità. Leggendo tali crisi gemelle assieme al recente raddoppio delle squadra navale americana nel Golfo Persico oltre lo Stretto di Hormuz ci si trova di fronte ad un mosaico di fibrillazioni frutto di un braccio di ferro, non solo nucleare, fra Mamud Ahmadinejad e George W. Bush che sembra destinato a segnare gli ultimi mesi dell’attuale amministrazione americana.

 12 Maggio 2008

IL LIBANO IN PERICOLO

circa un anno fa, nel 25 maggio 2007  

“Il Libano diventerà come l’Iraq per colpa di D’Alema” 

parola di Roger Bou Chahine

25-05-2007 : “La missione Unifil voluta da Massimo D’Alema per il sud del Libano ormai è fallita. E’ stata pura propaganda, non è servita a niente e ormai, con l’avvento dei gruppi salafiti come Fatah al Islam, ma ce ne sono almeno altri dieci che l’opinione pubblica neanche sa esistere, il Libano potrebbe diventare come l’Iraq con i gruppi terroristici sunniti da una parte e gli hezbollah sciiti dall’altra a contendersi il potere sulla pelle dei libanesi a colpi di autobomba e di shaheed, fino all’ultimo attentato”.

Roger Bou Chahine , attuale direttore dell’Osservatorio geopolitico mediorientale (Ogmo), è uno che ama parlare chiaro. Per anni è stato anche il rappresentante diplomatico in Italia delle Forze libanesi, il movimento cristiano maronita del Libano che fa capo al leader Samir Geagea, liberato un anno fà dalle segrete dell’ultimo carcere di massima sicurezza in Beirut gestito direttamente da Damasco. In questa intervista Chahine mette bene in chiaro soprattutto una cosa: “se non fosse stato per i terroristi palestinesi e i loro campi profughi a metà negli anni ’70, così come in seguito per gli hezbollah negli anni ’80 e anche oggi, il Libano non sarebbe stato mai un teatro di guerra con Israele e nemmeno uno stato ostile che non lo riconosce, visto che già dal 1954 esistevano trattati di pace, almeno venti anni prima di Camp David”.

Quindi tutti i problemi del Libano nascono dallo status di extraterritorialità voluto da Arafat per questi campi profughi e accordato dall’Onu?

“Non ci sono dubbi. Negli anni questa circostanza ha reso più facile il reclutamento jihadista e infatti noi negli ultimi scontri con l’esercito libanese abbiamo contato tra i morti e i feriti tanti cittadini provenienti dalla Turchia, dalla Siria, dall’Arabia Saudita, dal Pakistan, dalla Giordania. Nei campi palestinesi si è formata la nuova internazionale del terrore che è anche un po’ riduttivo volere tutta etichettare come Al Qaeda”.

Perché? Chi sono? Come dobbiamo chiamarli?

“Parlare genericamente di Al Qaida in Libano è poco più che uno slogan. In realtà i movimenti jihadisti si rifanno al salafismo (letteralmente “passatismo”, il verbo “salafa” in arabo indica genericamente il tempo che passa e ciò che si rifà a passate tradizioni religiose, ndr) come quello algerino e hanno trovato nei campi profughi palestinesi e nell’anarchia che li caratterizza un fertile terreno per la predicazione dell’odio e il reclutamento di terroristi suicidi. Ma di gruppi come Fatah al Islam ce ne sono decine e quasi tutti ancora sconosciuti.”

Chi gestisce questi campi?

“In teoria l’Olp, cioè l’autorità nazionale palestinese.

Di fatto si autogestiscono e nessuno può pensare di controllarli e questo sta diventando una follia che rischia di far diventare il Libano come l’Iraq.”

Totale?

“In Libano in quei campi agiscono tutti i membri di tutte le cellule terroristiche che si sono formate da trenta anni a questa parte in Medio Oriente. Islamici, marxisti, salafiti, Al Qaeda, anti israeliani vari, hezbollah. Questo è il risultato di tutti questi anni di buonismo Onu”.

E la missione Unifil è servita a qualcosa?

“A niente, è stata pura propaganda politica per la maggior gloria del ministro degli esteri italiano.

Gli hezbollah si sono riarmati come prima e quando i soldati italiani e francesi vedono strani movimenti girano la testa e cambiano strada.

E’ più facile che ci sia uno scontro a fuoco con l’esercito israeliano che con le milizie di Nasrallah che nessuno mai disarmerà.”

Qualche altro nome di formazioni terroristiche che fanno base nei campi profughi?

“Sono decine, non ricordo neanche tutti i nomi.. c’è il Gruppo nazionalista siriano, sunniti radicali del nord del Libano che finanziano Fatah al Islam, ci sono quelle formazioni terroristiche che credono al jihad come Ansar al Islam, c’è il Partito salafita della liberazione che ha una struttura armata, c’è Bilad al Sham, un gruppo che prende il nome storico-geografico della regione di Siria e Palestina dove secondo la tradizione jihadista salafita ci sarà l’ultima battaglia tra occidente e Islam..”

E gli hezbollah come vedono questi terroristi sunniti che fanno loro concorrenza?

“Malissimo, li vedono come concorrenti.

E l’amministrazione americana negli ultimi mesi ha anche commesso l’errore di tollerarli credendo che avrebbero bilanciato lo strapotere di Nasrallah e dell’Iran..”

E invece?

“Quello che succederà è una guerra civile di tipo iracheno tra sciiti e sunniti condotta in corpore vili, cioè sulla pelle del Libano e dei cittadini libanesi. Una guerra all’ultimo shaheed, all’ultima autobomba da fare esplodere in scuole e mercati, una situazione che può rendere Beirut come Baghdad..”

E che bisognerebbe fare allora per evitare tutto ciò?

“Oramai la diplomazia ha fallito e l’esercito libanese non ha la possibilità di reprimere da solo il terrorismo sunnita e gli hezbollah. Occorrerebbe intanto cambiare lo status di questi campi profughi palestinesi ma potrebbe non bastare. Vuoi che ti dica la verità?

Io cristiano maronita libanese non ho più speranze e dopo avere visto come si è mossa l’Onu con questa farsa della missione Unifil ho perduto ogni residua fiducia che il Libano possa mai uscire dalla sua crisi.”

Dimitri Buffa

 10 Maggio 2008

IL LIBANO IN PERICOLO

 

Nel sud del Libano relazioni pericolose per i soldati italiani   

Click to view full size image

Di Pino Bongiorno

Guarda la GALLERY: Beirut sprofonda nella guerra civile
La sigla è Sa-18 mini-Sam. È l’ultima generazione di un sistema missilistico avanzato terra-aria, in grado di colpire fino a 6,2 chilometri e a un’altezza massima di 5 mila metri. È prodotto dalla società russa Kbm. A importare ufficialmente i mini-Sam è stata la Siria, con l’obbligo di non farli avere a “terze parti”. In realtà, dopo essere stati consegnati a Damasco nel dicembre 2007, sono finiti, già a partire da gennaio, negli arsenali dell’ala militare di Hezbollah, meglio nota come “resistenza islamica del Libano”. Trasportati a bordo di camion, che si sono mossi in convogli scortati, dalla valle della Bekaa fino ai villaggi del sud, nella zona interdetta dagli accordi internazionali delle Nazioni Unite, i missili sono stati nascosti nei bunker costruiti sotto le abitazioni, pronti a essere usati sia contro gli aerei israeliani che sorvolano il Libano sia contro gli elicotteri delle forze armate di Beirut.
I sistemi Sa-18 sono l’esempio più appariscente del riarmo di Hezbollah in grave violazione della risoluzione dell’Onu 1701, che ha posto fine alla guerra con Israele nell’estate 2006. “Il gruppo terroristico libanese ha raddoppiato il numero di razzi e missili a sua disposizione” ha accusato il ministro israeliano dei Trasporti Shaul Mofaz, già capo di stato maggiore delle forze armate, durante la sua recente visita a Washington. Incontrando il segretario di Stato americano, Condoleezza Rice, Mofaz ha sostenuto che “Hezbollah ha il controllo completo di tutto il sud del Libano”. E ha attaccato i caschi blu così come l’esercito di Beirut, con le sue quattro brigate schierate nella zona cuscinetto tra il fiume Litani e la linea blu del confine con lo stato ebraico: “La presenza dell’Unifil e dei soldati libanesi è insignificante e non costituisce un ostacolo al rafforzamento militare di Hezbollah”.
Dopo settimane di accuse anonime sui quotidiani israeliani, è la prima volta che un esponente del governo di Gerusalemme ufficializza il malcontento e le preoccupazioni dei vertici politici e militari sulla missione di pace guidata dal generale degli alpini Claudio Graziano e composta da 13.291 soldati di 28 nazioni. Di questi, 2.141 sono italiani a presidio del settore occidentale delle operazioni, con base a Tibnin.
Che Hezbollah sia tornato a mostrare la sua faccia spavalda e feroce lo confermano diversi rappresentanti della maggioranza politica libanese (sunniti, cristiani e drusi), che non riesce a eleggere dal 24 novembre il presidente della repubblica per l’opposizione dei gruppi filosiriani.
Il ministro delle Telecomunicazioni Marwan Hamadeh ha rivelato che “Hezbollah ha ultimato la costruzione di una rete privata di comunicazioni da Beirut fino al confine israeliano”. “Sì, è vero” ha ammesso il parlamentare di Hezbollah, Hassan Fadlallah. “Questa rete telefonica fa parte del nostro arsenale e non permetteremo a nessuno di toccarla”.
Il leader druso Walid Jumblatt è andato oltre: “Siamo arrivati al punto che i miliziani libanesi controllano con telecamere segrete, poste nell’aeroporto di Beirut, il traffico dei jet privati dei nostri politici, probabilmente per assassinarli. Il capo della maggioranza, Saad Hariri, e io stesso siamo i bersagli prescelti”.
Di fronte a tante accuse, molto spesso provate, la domanda è: ha ancora senso la missione Unifil 2, così come è concepita? Non servirebbe forse rafforzarla e renderla più incisiva? Il nuovo governo di Silvio Berlusconi ha già fatto sapere di voler ridiscutere le regole d’ingaggio disposte dal Palazzo di vetro. La questione sarà sollevata nelle prossime settimane al Consiglio di sicurezza, anche se è prevedibile l’opposizione di Russia e Cina a un mandato più forte in funzione anti Hezbollah, magari con la scusa che pure Israele viola le risoluzioni continuando, anzi intensificando progressivamente, i sorvoli aerei sul sud del Libano.

Manifestazione di giovanissimi militanti di Hezbollah, con fucili di plastica.

Un fatto però è certo: in queste condizioni l’Unifil 2 sembra non funzionare. Dovrebbe “liberare” l’area fra il Litani e la linea blu “da personale armato, assetti e armamenti che non siano quelli del governo libanese e dell’Unifil”, come detta la risoluzione 1701. Invece così non è.
La prova? Quel che è successo nella notte fra il 30 e il 31 marzo, quando una pattuglia del contingente italiano ha fermato un camion pieno dei mini-Sam nei pressi di Jbal Al Botm, nella parte meridionale del distretto di Tiro, senza però riuscire a sequestrarlo per il tempestivo intervento di due gruppi di guerriglieri di Hezbollah, che scortavano il convoglio.
L’incidente è stato fugacemente denunciato nel settimo rapporto del segretario dell’Onu Ban Ki-moon, che ha messo sul banco degli imputati Siria e Iran per “il sostegno fornito a Hezbollah”. In tal modo, ha aggiunto il diplomatico sudcoreano, l’organizzazione continua a mantenere “una capacità paramilitare in grado di sfidare il monopolio del governo libanese sull’uso legittimo della forza”. In realtà, come Panorama è in grado di rivelare, quell’incontro ravvicinato fra una pattuglia italiana e i miliziani sciiti non è stato l’unico da gennaio a oggi.
In un rapporto al ministro della Difesa uscente, Arturo Parisi, lo stesso generale Graziano, pur non parlando mai di Hezbollah, ma più genericamente di “uomini armati”, ha svelato che ci sono stati altri due incidenti, senza però entrare nel merito. E il generale della Brigata Ariete, Paolo Ruggiero, il quale ha appena ultimato il periodo di comando a Tibnin, ha raccontato che, se da un lato i soldati italiani sono riusciti a scovare 248 bunker e vari depositi di armi, dall’altro “tutte le nostre attività sono costantemente monitorate dai servizi di vedetta, a piedi o in motorino”. Segnale chiaro che Hezbollah si prepara davvero alla prossima guerra con Israele, a dispetto della presenza dei caschi blu e dei soldati regolari libanesi.
“La missione Unifil 2 è strategica per il nostro Paese” ribadisce Andrea Margelletti, presidente del Centro di studi internazionali, di ritorno dal Libano. “Non solo perché abbiamo un ruolo leader nel Mediterraneo, ma anche perché abbiamo una notevole capacità di manovra politica, cosa che non succede, per esempio, in Afghanistan”. Anche Parisi difende con vigore l’iniziativa assunta dal governo Prodi nel 2006. Ma, in un’intervista a Panorama, precisa: “Se il nuovo governo intende chiedere la modifica del mandato, è meglio che abbandoni il discorso ozioso sulle regole d’ingaggio e ci dica cosa intende fare. Penso che la linea seguita finora sia adeguata. Ma non è detto che non possano esserci idee migliori. Se le proposte terranno insieme l’interesse della pace, quello nazionale e la sicurezza dei nostri militari nel perseguimento della missione, le valuteremo senza pregiudizi”.

 09 Maggio 2008

IL LIBANO IN PERICOLO

   lebanon_clashes3.jpg

BEIRUT (Reuters) - I militanti armati di Hezbollah hanno preso il controllo di vaste zone di Beirut nel terzo giorno di combattimenti fra il gruppo filo iraniano e i combattenti fedeli alla coalizione di governo sostenuta dagli Stati Uniti.

Fonti della sicurezza hanno riferito che sono state uccise almeno 10 persone e 20 sono rimaste ferite. In città si sentono i boati delle granate e colpi d'arma da fuoco nel peggiore scontro interno dai tempi della guerra civile 1975-1990.

Uomini armati fedeli a Hezbollah hanno oscurato la televisione filo governativa Future News, secondo quel che ha riferito un alto funzionario della stazione tv di Beirut. Il proprietario di Future News è Saad al-Hariri, un politico sunnita e leader della coalizione di governo.

 08 Maggio 2008

IL LIBANO IN PERICOLO

lebanon_demos3.jpg lebanon_clashes.jpg lebanon_demos2.jpg

BEIRUT (Reuters) - Il movimento sciita Hezbollah di opposizione al governo, e appoggiato da Iran e Siria, continua oggi la sua protesta nell'aeroporto internazionale di Beirut, alimentando le tensioni con il governo del Libano, appoggiato dagli Stati Uniti, nel secondo giorno di una campagna che ha provocato scontri a fuoco nella capitale.

I sostenitori di Hezbollah e i loro alleati hanno eretto delle barricate lungo le strade che conducono all'aeroporto -- unico collegamento aereo tra il Libano e il resto del mondo -- e sulle principali vie di Beirut.

Le proteste rendono ancora più tesa la situazione libanese in quella che è la più grave crisi politica dalla fine della guerra civile (durata dal 1975 al 1990).

Una fonte dell'opposizione, che ha chiesto di restare anonima, ha detto che le proteste andranno avanti finché il governo non ritirerà le proprie decisioni su atti che colpiscono Hezbollah, tra cui le azioni atte a smantellare la rete di telecomunicazioni del movimento. Alcune fonti del governo hanno escluso decisioni di questo tipo.

Hezbollah guida dal novembre 2006 l'opposizione al governo anti-siriano del primo ministro Fouad Siniora. Il paese è da 5 mesi senza presidente della repubblica, dopo una serie di votazioni senza esito in Parlamento, e il prossimo scrutinio è stato fissato per il 13 maggio.

 

 02 Maggio 2008

IL LIBANO IN PERICOLO

Intervista sui maroniti a monsignor Hanna Alwan e sulla situazione geopolitica a Roger Bou Chahine

di Giuseppe Rusconi

 30 Aprile 2008

di Stefano Magni - 30 aprile 2008 - Edizione 83

Roger Bou Chahine (Ogmo): 

“sul Libano D'Alema sbaglia. speriamo in Frattini”

Unifil rispetta il mandato. Ed è questo il problema

Unifil sta favorendo Hezbollah? No, la missione Onu fa bene il suo lavoro, anche cooperando con l’esercito libanese e con la stessa Forza di Difesa Israeliana. Così risponde il ministro degli Esteri uscente Massimo D’Alema, dopo la prima replica della portavoce di Ban Ki-moon, alle accuse del quotidiano israeliano Haaretz del 28 aprile, secondo cui la forza multinazionale, presente nel Sud del Libano e comandata dal generale Claudio Graziano, starebbe coprendo il riarmo di Hezbollah, nascondendo informazioni al Consiglio di Sicurezza. Secondo D’Alema, infatti, la missione Unifil sta operando nel pieno apprezzamento di tutte le parti coinvolte e in conformità con le disposizioni della Risoluzione 1701 dell’Onu. “Se leggiamo quel che sostengono D’Alema e il generale Graziano, forse possiamo dar loro ragione: agiscono in conformità al loro mandato” - commenta Roger Bou Chahine, libanese, direttore dell’Osservatorio Geopolitico sul Medio Oriente (Ogmo) - “Il problema è a monte: è sbagliato il mandato. La Risoluzione 1701 segna lo stravolgimento delle precedenti posizioni dell’Onu che chiedevano, prima di tutto, il disarmo delle milizie sciite. E non dobbiamo mai dimenticare che l’artefice della nuova politica in Libano è D’Alema: chiedere a Hezbollah di non entrare nel territorio a Sud del Litani e contemporaneamente stringere accordi sul terreno con coloro che dovrebbero essere controllati e disarmati.

E così oggi il Libano si trova schiacciato in mezzo alla prepotenza delle milizie sciite da una parte e dell’inerzia dell’Onu dall’altra”. E’ l’esercito libanese che dovrebbe disarmare gli irregolari, ma, secondo Bou Chahine, non ne ha la possibilità: “Non lo si può pretendere, dal momento che l’esercito, il presidente, il governo e il parlamento del Libano, non hanno la forza di prendere iniziative del genere. Come si fa a pretendere che i regolari libanesi si scontrino con le milizie filo-iraniane, quando la metà di essi sono sciiti loro simpatizzanti? Per l’Onu è facile dire ‘questo non è il mio compito’, ma allora a cosa serve? L’Onu non ci ha protetto: intervenendo dopo la guerra, ha lasciato il Paese nel caos. Dopo la guerra sono state uccise decine di persone, il meglio della classe politica libanese”. Tuttavia, D’Alema a difesa della missione, ritiene che dall’agosto del 2006 non si spara più un colpo, a testimonianza dell’efficacia dell’azione. “Hezbollah non ha più sparato un colpo perché, dopo la guerra, le sue milizie erano distrutte, come il resto del Paese” - ribatte Bou Chahine - “Al suo leader Nasrallah non conveniva altro: un intervento dell’Onu che si ponesse come forza di interposizione e gli lasciasse il tempo di riarmarsi.

Ora il Partito di Dio ha addirittura creato un suo sistema telefonico, ha ricostituito il suo Stato parallelo, con un suo apparato di sicurezza: tre giorni fa è stato fermato un membro del Partito Socialista francese che era in visita a Beirut ed è stato interrogato da Hezbollah, non dai servizi segreti libanesi”. Con il nuovo governo sarebbe possibile cambiare linea? “Sì, se fosse ministro degli Esteri Franco Frattini. Pochi sono stati gli uomini e le donne che si sono esposti in prima linea per promuovere i migliori provvedimenti contro gli jihadisti. Frattini è uno di questi: in Europa ha proposto regole molto valide per contrastarli. E, contrariamente a D’Alema, conosce bene quel mondo”.

 19 Aprile 2008

RAGIONPOLITICA.it - Dipartimento Formazione Forza Italia

Modificare le regole d'ingaggio in Libano

di Stefano Magni - 19 aprile 2008

La maledizione ricade su colui che vuol cambiare le regole di ingaggio del nostro contingente in Libano. Sembra che la missione Unifil 2 nel Libano del Sud (avviata come garanzia della cessazione dello scontro tra Israele e Hezbollah nell'estate del 2006 come applicazione della risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza dell'Onu) sia frutto della volontà divina e indiscutibile. I telegiornali ne parlano pochissimo, i suoi esiti sono inconoscibili, le critiche non sono ammesse. A volere la missione è stato soprattutto Massimo D'Alema.

Il primo ad essere «maledetto», perché ha osato mettere in discussione l'utilità della missione, è stato l'ex ministro della Difesa Antonio Martino, lo scorso marzo: meno uomini in Libano, dove sono pressoché inutili e più uomini in Afghanistan, dove sono necessari per combattere una vera guerra a bassa intensità contro i talebani. Questa dichiarazione non voleva tanto esprimere l'intenzione di lasciare il Libano, quanto quella di fare luce sulle regole di ingaggio del nostro contingente: abbiamo due battaglioni di pronto impiego che non solo non possono sparare un colpo, ma neppure allestire check point di controllo, se non ci viene richiesto dalle autorità di Beirut. Da un punto di vista militare, si tratta di un enorme spreco di energie, per cui sarebbe già meglio il ritiro. In quell'occasione Romano Prodi, allora ancora premier, aveva commentato con sdegno: «Le affermazioni dell'ex ministro della Difesa sono gravissime, incomprensibili e drammatiche come messaggio politico».

Adesso è il turno di Silvio Berlusconi, che il 16 aprile scorso, a tre giorni dalla vittoria delle elezioni, ha confermato che «esamineremo le attuali regole di ingaggio» dei militari impegnati nel paese mediorientale malgrado attualmente non possano svolgere adeguatamente la loro funzione di «bastione tra le fazioni contrapposte». Dovrebbe essere un discorso gradito soprattutto alle autorità libanesi, che hanno tutto l'interesse ad avere una forza multinazionale dispiegata sul territorio, in grado di mantenere l'ordine e disarmare Hezbollah, oltre che interporsi tra Israele e Libano. Eppure le proteste, questa volta, arrivano proprio da Beirut. Non solo l'opposizione guidata da Hezbollah non è d'accordo (come è ovvio), ma anche la maggioranza vittima di Hezbollah preferisce l'attuale «quieto vivere» ad un'azione efficace della forza multinazionale. «Abbiamo apprezzato molto il ruolo svolto sino ad oggi dall'Italia in Libano e ci auguriamo che resti immutato», ha dichiarato ieri Nassib Lahoud, politico cristiano e antisiriano. Non si sa in base a quali considerazioni si possa dire soddisfatto.

La missione Unifil 2, infatti, non ha impedito a Hezbollah di riarmarsi come e più di prima dell'arrivo delle nuove forze Onu. Sotto il naso dei Caschi Blu, impossibilitati a intervenire, dalla Siria sono giunti in Libano ben 30.000 razzi, nuove armi a lunga gittata in grado di colpire l'intero territorio israeliano e nuove reclute. Hezbollah è addirittura in grado di inviare contingenti all'estero: lo testimonia la stessa relazione del generale David Petraeus di fronte al Congresso statunitense, quando ha affermato, con prove alla mano, che le milizie di Al Sadr, responsabili dell'insurrezione in Iraq del marzo scorso, erano assistite anche da miliziani libanesi del Partito di Dio. I risultati, insomma, sono sotto gli occhi di tutti: quando gli israeliani interruppero le loro operazioni militari il 14 agosto del 2006, Hezbollah era una forza militare ridotta ai minimi termini, pronta ad essere disarmata dal governo libanese e dal contingente internazionale. Ora è rinnovata, più forte ancora rispetto al 2006 e in grado di sferrare un nuovo attacco contro Israele.

Anche le ripercussioni politiche interne al Libano sono sotto gli occhi di tutti. Il riarmo di Hezbollah ha aumentato la forza di intimidazione delle fazioni politiche sciite e filo-siriane che ora, pur essendo in minoranza, tengono in scacco il paese dei cedri. I continui omicidi di esponenti della maggioranza sunnita e cristiana, le varie prove generali di guerra civile eseguite da Hezbollah con i blocchi delle arterie stradali, dei porti e degli aeroporti, effettuate dopo ogni disordine, fanno sì che la maggioranza sia intimidita e che non si riesca a raggiungere un compromesso per l'elezione parlamentare di un nuovo presidente della Repubblica. E' dal 23 novembre del 2007 che il Libano è privo di un capo di Stato.

La maggioranza libanese vuole che questa situazione di stallo resti immutata? Non desiderando un ruolo più attivo dei contingenti internazionali, vuole continuare ad essere intimidita e paralizzata da Hezbollah? E' probabile che la paura di una guerra civile (che scoppierebbe inevitabilmente, nel caso in cui le autorità libanesi dovessero decidere di agire militarmente contro le milizie sciite) prevalga su qualsiasi altro sentimento. Ma il rischio di scoppio di una guerra civile c'è comunque, anche adesso, indipendentemente dalla presenza o meno dei contingenti internazionali. Un piccolo conflitto interno è già scoppiato nell'estate del 2007: nessuno ricorda la guerriglia metropolitana alla periferia di Tripoli, tra la fazione islamista di Fatah al Islam (collegata ad Al Qaeda) e l'esercito regolare? Quello era già un conflitto, durato tre mesi e conclusosi con centinaia di morti e decine di migliaia di sfollati. In quell'occasione Unifil, con le sue regole di ingaggio, non ha potuto impedire che armi siriane e iraniane finissero nelle mani dei guerriglieri islamisti. Ora i rischi sono ancora più alti, perché Hezbollah vuole vendicarsi dell'uccisione del suo leader a Damasco, Imad Mughniyeh, il 12 febbraio scorso: da allora il leader militare del Partito di Dio, Hassan Nasrallah, ha ripetuto più volte che è pronto a una nuova guerra contro Israele. La Siria sta soffiando sul fuoco: il 17 aprile scorso, intervistato dal quotidiano libanese Al Akhbar, il dittatore di Damasco Bashar al Assad ha dichiarato che anche la Siria è pronta e ha precisato che un conflitto potrebbe scoppiare se Israele dovesse attaccare il Libano o gli Stati Uniti dovessero provocare una guerra contro l'Iran. E' un chiaro messaggio lanciato a Hezbollah, per far capire loro che la Siria è pronta a combattere al loro fianco.

Sul fronte interno del Libano, inoltre: «Tutte le fazioni si stanno armando nel nome della legittima difesa - dichiara un professore libanese, Fady Fadel, intervistato dal quotidiano Le Figaro -. Il monopolio della forza sta sfuggendo dalle mani dello Stato. E' un gioco molto pericoloso». Nella stessa inchiesta giornalistica francese, il capo di un'agenzia di protezione legata alla maggioranza sunnita dichiarava candidamente: «So molto bene che molti possiedono un'arma privata. E che in caso di nuovi scontri sarà molto difficile trattenerli». E un ufficiale dell'esercito ammetteva che: «Le armi arrivano dalla frontiera siriana, dal mare e per via aerea». Segno che la domanda è in crescita, tanto è vero che il loro prezzo si è triplicato in pochi mesi. Si capisce, dunque, perché anche la maggioranza libanese non abbia interesse a un intervento internazionale più attivo: anch'essi hanno milizie che si stanno armando e non vogliono che qualche esercito straniero li disturbi nei loro preparativi. Ma dal nostro punto di vista, in queste condizioni e con le attuali regole di ingaggio, come possiamo proteggere i nostri Caschi Blu? Non sarebbe opportuno cambiare le regole di ingaggio e disarmare le milizie prima che la situazione degeneri? Dobbiamo attendere passivamente che scoppi una guerra, per poi trovarci in mezzo al fuoco incrociato degli schieramenti contrapposti?

16 Aprile 2008

Libano, italiani a un passo dallo scontro con Hezbollah

caschi blu italiani impegnati in Libano intercettano un camion zeppo di armi, ma i miliziani di Hezbollah reagiscono. I nostri soldati applicano le blande regole d’ingaggio imposte dall’Onu ed il prezioso carico, con gli uomini armati che lo scortavano, si dilegua. È la prima volta che capita a sud del fiume Litani, nella zona presidiata dalle nostre truppe, a ridosso del confine con Israele. La notizia è saltata fuori ieri, sul sito del giornale israeliano Haaretz, anche se il fattaccio è accaduto nella notte fra il 30 ed il 31 marzo. Nel semestrale rapporto al Consiglio di sicurezza sull’andamento della missione in Libano, l’episodio viene bollato come «una seria violazione della risoluzione Onu (sull’intervento internazionale nel Paese dei cedri, nda) che solleva preoccupazioni».
Secondo fonti israeliane i caschi blu hanno fermato il camion, carico di armi e munizioni. Miliziani di Hezbollah, il partito armato degli sciiti libanesi, sono intervenuti pronti a dare battaglia. I soldati italiani, che si sono visti puntare contro le armi, sarebbero rientrati nei loro mezzi e addirittura alla base. Il generale Claudio Graziano, comandate della missione Unifil (12.300 uomini compresi 2.500 soldati italiani) ha confermato l’incidente. Secondo il generale degli alpini una pattuglia di militari italiani ha avuto «un contatto» con «elementi armati» non meglio identificati.
Jasmina Bouziane, portavoce dell’Onu, rivela altri dettagli al Giornale. «I caschi blu hanno seguito un automezzo sospetto, quando sono intervenute due macchine con cinque uomini armati a bordo». Il generale Graziano aggiunge che «la pattuglia ha preso posizione secondo le regole di ingaggio e gli elementi armati hanno così avuto il tempo di dileguarsi». Purtroppo si è dileguato anche il carico d’armi di Hezbollah, dimostrando quanto siano carenti le regole d’ingaggio della missione Unifil. Lo ha denunciato pochi giorni fa il premier in pectore Silvio Berlusconi. Il ministro della Difesa uscente, Arturo Parisi, che ieri era proprio nella base di Tibnin a salutare i soldati italiani, aveva risposto che spetta all’Onu cambiare le regole d’ingaggio.

 16 Aprile 2008

LIBANO; CONSIGLIO SICUREZZA ONU INVITA AL DISARMO DI HEZBOLLAH

New York, 16 apr. (Ap) - Il Consiglio di sicurezza dell'Onu ha fatto appello al disarmo di Hezbollah e delle altre milizie del Libano e per un miglior progresso verso un permanente cessate-il-fuoco e una soluzione a lungo termine del conflitto tra Libano e Israele.

Una documento approvato da tutti i quindici membri del Consgilio reitera il suo impegno "alla completa applicazione di tutti i punti della Risoluzione 1701" che ha messo fine a 34 giorni di guerra tra Israele e Hezbollah nell'agosto del 2006.

© 1996-2008 FORZE LIBANESI, Tutti i diritti riservati