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Tavola rotonda
La
grande
palude
libanese
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Archivio




















"Le Forze Libanesi"
declina ogni responsabilita'
relativa ai contenuti dei siti segnalati.
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29 Dicembre 2008
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4 Dicembre 2008
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15 Novembre 2008
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27 Ottobre 2008
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Una minaccia non
solo per il Medio Oriente
Gli Hezbollah sono
terroristi
e l'UE deve considerarli come tali
di Jana
Hybaskova 25
Ottobre 2008

Unità armata di bambini Hezbollah
Recentemente il conflitto libanese è
dolorosamente riaffiorato alla memoria degli europei. In una
regione dominata da complessi meccanismi, quale è il Medio
Oriente, potrebbe essere questa l’occasione per riflettere
sul ruolo destabilizzatore della milizia islamica degli
Hezbollah.
Gli Hezbollah sono militarmente presenti da
circa vent’anni ed hanno ricevuto il loro battesimo
ufficiale nel 1985. Tale organizzazione paramilitare e
politica con base in Libano è considerata un’organizzazione
terrorista nei Paesi Bassi, nel Regno Unito, in Australia,
negli Stati Uniti e in Israele. Solo Francia e Germania hanno
adottato delle misure giudiziarie nei loro confronti.
Gli Hezbollah hanno portato a termine
attacchi terroristici contro cittadini europei ed hanno
commesso attentati come quello contro il contingente francese
in Libano (1983), contro l’ambasciata francese in Kuwait
(1983), in un ristorante di Madrid (1985) e tredici attentati
contro centri commerciali ed infrastrutture ferroviarie in
Francia (1986), uccidendo 89 persone e ferendone 250.
Malgrado il ritiro israeliano dal sud del
Libano nel 2000, il 12 luglio 2006 gli Hezbollah lanciavano
un’offensiva contro la zona di confine a nord d’Israele,
bombardando le città frontaliere e seminando morte e
distruzione tra i civili e i militari israeliani.
Contemporaneamente, un’unità speciale degli Hezbollah
riusciva a penetrare la frontiera e a rapire due soldati
feriti portandoli in Libano. Come è noto, i due soldati non
sono sopravvissuti. Le spoglie dei due giovani riservisti,
Ehud Goldwasser e Eldad Regev, sono state recentemente
restituite ai loro familiari in cambio di diversi prigionieri
in vita. Tra i prigionieri rilasciati da Israele, vale la pena
ricordare il sinistro Samir Kuntar, il quale stava scontando
l’ergastolo per aver massacrato a sangue freddo una bambina
di quattro anni dopo aver ucciso suo padre e due poliziotti.
Vale anche la pena ricordare che Kuntar è stato accolto a
Beirut come un eroe tra vergognosi festeggiamenti.
Durante l’estate 2006, in risposta
all’offensiva lanciata dagli Hezbollah, l’esercito
israeliano rispondeva nell’intento di recuperare i due
soldati rapiti, di fermare il lancio di missili sulle città
israeliane, di costringere il governo libanese ad implementare
la risoluzione 1559 delle Nazioni Unite, di riuscire a
disarmare le milizie e a stanziare l’esercito lungo il
proprio confine meridionale.
In effetti, la presenza di milizie armate
come gli Hezbollah, impedisce al governo libanese di
esercitare la propria sovranità sulla totalità del proprio
territorio. Il 2 settembre 2004, il Consiglio di Sicurezza
delle Nazioni Unite adottava la risoluzione 1559, invitando
tutte le forze straniere a ritirarsi dal Libano ed invocando
la dissoluzione e il disarmo di tutte le milizie libanesi e
non.
La prima richiesta è stata adempiuta con il
ritiro dell’esercito siriano dal Libano, ma per quanto
riguarda la seconda richiesta, gli Hezbollah hanno rifiutato
il disarmo. Essi dispongono tuttora di una temibile milizia
privata esterna alle forze armate ufficiali governative.
Al fine di giustificare il rifiuto a deporre
le armi, il movimento integralista fa leva su argomentazioni
facilmente confutabili. Gli Hezbollah sostengono che gli
israeliani non si sarebbero ritirati del tutto dal Libano come
richiesto dalle risoluzioni 425 e 426 del Consiglio di
Sicurezza, adottate nel 1978, rivendicando così il tratto di
territorio corrispondente al villaggio di Sheeba. Nonostante
tale villaggio fosse siriano al momento dell’occupazione da
parte di Israele, a seguito della Guerra dei Sei Giorni, e non
libanese (come ribadito dalle Nazioni Unite), gli Hezbollah
continuano a sostenere il contrario al fine di giustificare,
in forza del loro status di partito politico, un ruolo da
"resistenti all’occupazione israeliana".
In aggiunta, i caschi blu dell’UNIFIL non
sono riusciti ad impedire il ritorno dei combattenti Hezbollah
nella regione frontaliera, né il traffico di armi provenienti
dalla Siria e dall’Iran. Di conseguenza, dalla fine delle
ostilità nel 2006, gli Hezbollah sarebbero riusciti
addirittura a duplicare i loro stock di missili.
In quanto europei, non possiamo fare a meno
di guardare con preoccupazione al rafforzamento di una simile
organizzazione e delle ramificazioni da essa sviluppate
all’interno dell’Unione Europea.
Gli Hezbollah hanno infatti sviluppato una
rete di cellule per la raccolta di fondi e il sostegno in
Europa. Si tratta di cellule operative e pronte a pianificare
attentati nel territorio stesso dell’Unione Europea. I fondi
raccolti consentono infatti agli Hezbollah di destabilizzare
sempre più il Medio Oriente e i caschi blu dell’UNIFIL.
Numerosi europei sono dunque nel mirino.
D’altra parte, gli Hezbollah trasmettono
il proprio canale televisivo Al-Manar in Europa, rendendosi
così responsabili di un nefasto indottrinamento delle comunità
musulmane: essi si servono infatti di tale canale televisivo
per incitare all’odio contro l’Occidente, glorificare i
kamikaze ed utilizzare i versetti del Corano per giustificare
la violenza. Essi esprimono inoltre il proprio sostegno ai
gruppi terroristi iscritti sulla lista delle organizzazioni
terroriste dell’UE, come Hamas.
Alla luce di tali considerazioni, gli
Hezbollah devono essere considerati come una minaccia
esplicita per l’Unione europea ed invito i cittadini europei
a fare pressione sulle loro autorità affinché esse iscrivano
gli Hezbollah sulla lista delle organizzazioni considerate
terroriste dall’UE.
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11
Ottobre 2008
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Resoconto di una pessima presentazione di un ottimo libro sul
Libano di Giampaolo Pelizzaro
Durante la presentazione del mio libro
"Libano - Una polveriera nel Mediterraneo" (Bietti
Media, 2008, pagg. 437), tenutasi al CASD (Centro Alti Studi
Difesa), venerdì 19 settembre, ore 17,30 - Sala
Montezemolo, sono accadute alcune cose degne di essere
raccontate e divulgate.
Al tavolo dei relatori erano presenti:
Francesco Gironda, moderatore (Bietti Media)
generale Piero Laporta, capo di Stato Maggiore del CASD
Franco Mistretta, già ambasciatore italiano a Beirut
Gianni De Michelis, ex ministro degli Esteri
Alfredo Mantica, sottosegretario di Stato agli affari Esteri
Roger B. Chahine, direttore dell'OGMO (Osservatorio
Geopolitico Medio Oriente)
Il sottoscritto
Il primo intervento è stato dell'ambasciatore Mistretta,
consigliere diplomatico del CASD, il quale - da grande
diplomatico ed esperto di questioni mediorirntali e in
particolare di Libano - ha svolto una esposizione lucida,
pacata e assolutamente fondata, nella quale sono emersi molti
elementi e spunti di lavoro che trovano ampia corrispodenza
nel mio volume: in primo luogo, le cause che hanno scatenato
la guerra dell'estate 2006, il ruolo di Hezbollah in questa
provocazione. Mistretta ha poi ricordato come Beirut, per
mesi, è stata teatro di una lunghissima scia di sangue che ha
accompagnato l'ultima fase del mandato presidenziale di Emile
Lahoud.
Mistretta ha spiegato la fase politica libanese, soprattutto a
partire dall'assassinio dell'ex premier Rafik Hariri,
eliminato il 14 febbraio 2005 nel centro di Beirut in un
attentato compiuto con 300 kg di esplosivo ad alto potenziale
(C4) nascosto all'interno di un'autovettura la cui
esplosizione ha provocato una carneficina: nove morti (oltre
ad Hariri) e un centinaio di feriti.
Una macelleria messicana che è andata avanti per mesi, anni:
politici, ex ministri, ufficiale delle forze di polizia,
militari, giornalisti, intellettuali. Un massacro inaudito che
ha rappresentato per il partito della
"normalizzazione" del Libano la vera campagna
elettorale per la successione del presidente filosiriano
Lahoud.
L'eliminazione sistematica degli esponenti della maggioranza
che sosteneva il premier Fouad Siniora è servita proprio a
questo: sgretolare, attraverso un programma scientifico di
eliminazione fisica degli avversari politici, la coalizione
che era nata proprio dopo l'orrore del 14 febbraio e che è
passata alla storia come "rivoluzione dei cedri".
Nell'aprile-maggio 2005 si svolgevano libere elezioni in
Libano (che seguivano di pochi giorni un evento storico: il
ritiro dell'esercito siriano dal Libano dopo un'occupazione
politico-militare che durava dal 1975) e decretavano la
vittoria dell'alleanza denominata del 14 Marzo.
Questa coalizione, profondamente antisiriana e schierata su
posizioni filo-occidentali, finiva nel mirino delle forze
reazionarie e i suoi esponenti nella lista nera degli
obiettivi da eliminare.
Nel suo intervento, l'ex ministro socialista Gianni De
Michelis si scagliava contro la tesi alla base del mio libro
(il Libano non è uno Stato autonomo e indipendente poiché la
sua sovranità è violata e vulnerata da continue e gravissime
ingerenze esterne da parte della Siria e dell'Iran), arrivando
a dire che il mio lavoro sarebbe "sfasato
storicamente" perché - a suo dire - non solo non avrei
tenuto conto dello spartiacque rappresentato dalla caduta del
Muro di Berlino e dal collasso dell'Unione Sovietica, ma
soprattutto perché non sarebbe corretto, nel raccontare la
tragedia libanese, andare indietro nel tempo e rievocare fatti
e avvenimenti pre-Muro di Berlino.
De Michelis, nel fare questo, ha tessuto le lodi dei Paesi
arabi, soprattutto della Siria, alla quale ha rivolto un vero
e proprio tributo in termini di politica estera, arrivando a
dire che oggi la situazione in Libano è nettamente
migliorata, il Paese ha finalmente una sovranità,
riconosciuta e garantita dalla Siria, ma minacciata e violata
invece da Israele. Nel suo elucubrare, De Michelis ha lasciato
intendere - con un abile giro di parole - che i problemi del
Libano di ieri come di oggi sono da ascrivere non tanto alle
ingerenze iraniane (con Hezbollah) o siriane, ma proprio dal
cattivo vicino di casa che è lo Stato di Israele. E quando
Roger B. Chahine è intervenuto ed ha denunciato la gravissima
emergenza rappresentata dall'infiltrazione del radicalismo
islamico e dei salafiti in Libano, fomentata dall'Arabia
Saudita in chiave anti sciita, De Michelis è letteralmente
insorto, affermando che queste sono delle follie e che il
Libano di oggi è ormai un Paese normale, grazie proprio
all'atteggiamento responsabile e corretto della Siria che ha
stabilito rapporti diplomatici con Beirut come primo risultato
della elezione del nuovo presidente della Repubblica nella
persona del generale Michel Sleiman. Non una parola di
condanna, da parte dell'ex ministro socialista, delle
gravissime violazioni da parte di Hezbollah come, ad esempio,
l'aver provocato la guerra dell'estate del 2006, il lancio di
missili sulla Galilea, il rapimento dei due soldati Regev e
Goldwasser, la questione del riarmo delle milizie sciite e il
traffico di armi lungo i confini libanesi-siriani, i programmi
nucleari siriani favoriti dalla Corea del Nord, le ingerenze
di Teheran o gli omicidi politici che hanno accompagnato la
fine del mandato di Lahoud e l'elezione di Sleiman a
presidente del Libano.
Non una parola invece sul golpe che ha portato all'elezione,
al di fuori di ogni scadenza o prassi istituzionale, del
presidente Sleiman, sulla questione che Hezbollah rappresenta
uno Stato nello Stato, con un proprio esercito privato e ben
radicato nel territorio, con proprie banche, uffici e
addirittura una rete telefonica privata al di fuori del
controllo delle legittime autorità libanesi, la cui dirigenza
(nonostante sia rappresentata nel Parlamento libanese) non
smette di inneggiare alla distruzione di Israele e del suo
popolo.
Non solo. De Michelis ha inoltre dichiarato che il mio libro
soffrirebbe di tesi complottistiche, che impedirebbero ad un
lettore di comprendere la verità dei fatti e le vere
dinamiche libanesi. Ha fatto riferimento, in particolare, al
quarto capitolo in cui - in meno di 10 pagine, rispetto alle
437 del libro - parlo anche delle origini di Unifil, nata come
missione dell'Onu nel marzo del 1978 dispiegata a seguito di
un violento attacco contro Israele da parte della guerriglia
palestinese all'epoca con base nel sud del Libano, con una
curiosa coincidenza cronologico-temporale con il sequestro di
Aldo Moro in Italia.
Bene. Tutto il ragionamento di De Michelis è basato su una
serie di dati completamente falsi. Il perno intorno al quale
ruota tutto il libro (e questo dimostra che De Michelis non ha
letto neanche una pagina del mio volume, altrimenti avrebbe
evitato di fare simili e grottesche affermazioni) è proprio
lo spartiacque costituito dal triennio 1989-1991, quando in
Medio Oriente iniziarono a farsi sentire le pesanti ricadute
geopolitiche del crollo della cortina di ferro, della
succesiva fine dell'Urss e della fine della guerra tra Iran e
Iraq. E' tutto scritto nero su bianco: un lungo filo
conduttore che lega tutti i capitoli del volume e che trova
ampio risalto quando ricostruisco il percorso che ha portato
ai famosi (o famigerati) accordi di Taef dell'ottobre 1989 che
hanno di fatto legalizzato l'occupazione militare siriana nel
quadro degli equilibri internazionali, ma soprattutto hanno
subordinato le istituzioni libanesi a quelle di Damasco.
Quelli di Taef furono il frutto di un accordo largo e
condiviso, fra tutti i Paesi arabi, con l'avallo dei
principali attori dell'allora scena politica internazionale.
Nel libro, infatti, parlo di "caos studiato a
tavolino" e basterebbe leggersi le pagine 28 e seguenti
per avere un quadro completo ed esaudiente degli eventi che
hanno fatto del Libano un Paese senza sovranità, o meglio, a
sovranità delegata e limitata. Ma De Michelis era troppo
preoccupato e impegnato a difendere il suo
filoarabismo-a-tutti-i-costi per entrare un po' più nello
specifico del mio lavoro.
L'ex ministro socialista se l'è presa, infatti, con una
formula che peraltro non ho coniato io, ma autorevoli
rappresentanti politico-istituzionali come il presidente
Francesco Cossiga, che è quella della cosiddetta
"dottrina Giovannone" e che - per molti osservatori
- rappresenta una sorta di protocollo operativo di una certa
politica estera italiana, ieri come oggi, espressione più di
una esigenza di alcune lobby o cordate italiane interessate a
fare affari (più che a stabilire rapporti
politico-diplomatici) con i Paesi arabi (vedi il caso della
Libia, partner assai controverso e problematico del quale non
possiamo fare a meno). Questo "filoarabismo peloso"
ha causato nel tempo enormi guai al nostro Paese. Su questo la
mia ricostruzione trova conforto peraltro nelle memoria
dell'ex ministro Paolo Emilio Taviani il quale ascriveva alla
"doppiezza" della nostra politica estera gran parte
dei mali del nostro Paese, comprese le stragi.
La questione libanese, sia ben chiaro, non è riassumibile
nella formula della cosiddetta "dottrina Giovannone",
ma da questa si può partire per comprendere meglio
l'ambiguità di una certa nostra politica (estera) che fa e
non dice, che briga ma non risolve, che promette e non
mantiene, che giudica sulla base di pregidizi ideologici.
Tanti, troppi i luoghi comuni scomodati da De Michelis nella
sua arringa pro Siria, pro Iran, pro Arabia Saudita, pro
Hezbollah. Ma mai una parola di chiarezza sul fatto che gli
sciiti libanesi, così come quelli iraniani, fomentati
da loro esponenti politici e uomini delle istituzioni
irresponsabili, parlano di Israele come di uno Stato da
distruggere, da cancellare dalle cartine geografiche, un
nemico da abbattere, un popolo da annientare. In tutta la sua
prolusione, De Michelis non ha mai affrontato il problema dei
problemi: il fatto che Hezbollah e altre forze politiche
rappresentate nel Parlamento libanese non riconoscono e non
intendono riconoscere lo Stato israeliano e, senza farne
mistero, intossicano l'opinione pubblica non solo libanese con
slogan che inneggiano alla guerra, alla distruzione, all'odio.
Anche Andrea Margelletti, peraltro non invitato fra i
relatori, ha ritenuto opportuno prendere la parola e sparare a
zero contro il governo di Gerusalemme e in particolare i
militari israeliani, accusando le IDF di violare l'integrità
territoriale libanese e la sua sovranità con continui sorvoli
nel Sud del Paese. Ha usato toni gravi e minacciosi,
Margelletti, nel denunciare queste "violazioni", ma
non ha detto una sola parola sulla minaccia rappresentata dal
riarmo di Hezbollah proprio sotto gli occhi dell'Unifil,
schierata a sud del fiume Litani, del traffico di armi dalla
Siria e dall'Iran e così via. A queste scemenze non ho
ritenuto replicare. Ho deciso di tacere, visto che era chiaro
l'intento provocatorio delle sue affermazioni. Voglio
ricordare che ho chiuso il dattiloscritto del libro con una
serie di aggiornamenti il 30 maggio 2008. A quella data, si
sperava ancora nella liberazione dei due soldati israeliani
rapiti da un commando degli Hezbollah in territorio israeliano
il 12 luglio 2006. Questo rapimento insieme al lancio di razzi
sulla Galilea sono il casus belli che ha portato al conflitto
dell'estate del 2006. Una catastrofe che ha trascinato nel
baratro un intero Paese. Sulla sorte di Ehud Goldwasser e
Eldad Regev Hezbollah ha imbastito tutta una cinica campagna
propagandistica e avviato un braccio di ferro con le autorità
di Gerusalemme finalizzato al rilascio di detenuti nelle
carceri israeliane. Lo stesso sceicco Nasrallah, ma questo
Margelletti ha evitato di buon grado di farlo presente nel suo
intervento, ha per mesi strumentalizzato il rapimento dei due
militari delle IDF, utilizzandolo come leva per mettere in
imbarazzo le autorità israeliane, sbeffeggiate più volte
pubblicamente per non essere state neanche in grado - dopo
aver scatenato l'offensiva militare del luglio 2006 nel Libano
del Sud - di ottenere la loro liberazione.
Abbiamo dovuto aspettare il 15 luglio 2008, tre anni dopo, per
avere la conferma di quello che molti di noi sospettavano: e
cioè che i due militari israeliani erano stati uccisi e che
tutte queste abominevoli trattative, peraltro mediate dall'Onu,
sono state portate avanti da Hezbollah strumentalizzando i
cadaveri dei due giovani soldati, mentre la controparte si
diceva d'accordo per il rilascio di cinque terroristi (vivi)
sciiti: cinque macellai che si sono macchiati di crimini
orrendi, che hanno fatto strage di civili innocenti.
Margelletti si vede che non ha letto la cronaca, commovente e
pietosa, di Avvenire del 17 luglio scorso quando, fra l'altro,
il quotidiano cattolico riportava come "secondo le prime
indiscrezioni dopo l'autopsia, sembra che (i due militari)
siano deceduti dopo la cattura. Hezbollah non ha mai
comunicato nulla, lasciando le famiglie nella più profonda
disperazione". Uno schifo. Mentre a Beirut veniva
organizzata una festa in onore dei tagliagole rilasciati dalle
autorità israeliane. Questi i termini del baratto: resti
umani in cambio di cinque assassini liberi e vivi. Le
televisioni israeliane commentavano, giustamente: "Hanno
trasformato la consegna dei cadaveri in uno show".
Chiudo associandomi alle parole del portavoce militare delle
IDF Avi Benyahu: "Povero è un popolo che ha per suoi
eroi simili figure". E su questa frase crollano tutti i
ragionamenti roboanti di alcuni professionisti della politica,
di ieri e di oggi...
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27
Settembre 2008
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14
Settembre 2008
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26
anni
SIAMO
NOI
LA RESISTENZA LIBANESE
LBC
Biography Bachir Gemayel
7°
presidente della Repubblica
Fondatore
del Partito delle Forze Libanesi
Bashir
Gemayel 1947-1982
clicca
qui
Il
14 Settembre è stato indicato come giorno commemorativo
dei
Martiri delle Forze Libanesi.
E’
stato stabilito il giorno in cui il fondatore delle Forze
libanesi, il Presidente Bashir Gemayel,
è
sta
to ucciso.
Il
nostro presidente è morto per avere accarezzato il sogno di
un Libano libero,
un
Libano forte, un Libano sovrano.
E’
morto affinché noi potessimo imparare il significato
dell’eroismo e del patriottismo.
Noi
non abbiamo bisogno di alcuna protezione o supervisione
fraterna.
I
nostri martiri ci proteggono, i nostri martiri hanno
assicurato la nostra sopravvivenza
sacrificando
le loro vite.
clicca
qui
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*-* - *-* - *-* -
C
O M M E N T I
Il
“mio” 14 settembre ha questo significato, significato a
valenza positiva. Voglio rispettare ed ONORARE chi è morto
per salvaguardare il proprio “io”
La
questione medio-orientale è presente nel mio animo da
tantissimi anni, seppur con una certa riservatezza
caratteriale (precisando di non essere Maronita o Ebreo o
Arabo). Nonostante io accetti l’esistenza di un futuro Stato
Palestinese, ammetto senza alcun problema che la mia simpatia
era ed è rivolta alla maggior parte dei Maroniti Libanesi
(FL) e verso alcuni Israeliani. I Maroniti, ai miei occhi,
sono per lo più dei semiti “arabofoni” e
“francofoni”. Io rispetto chi si identifica come
“arabo” ma devo – e voglio – portare uguale rispetto
per la persona medio-orientale che non si definisce tale. Non
definirsi “arabo”, “musulmano”, non è necessariamente
sinonimo di razzismo. Il “mio” 14 settembre ha questo
significato, significato a valenza positiva. Voglio rispettare
ed ONORARE chi è morto per salvaguardare il proprio “io”,
la PROPRIA esistenza nell’area medio-orientale, iniziando
naturalmente dal Libano. Il nazionalismo degli arabi deve
ormai abbandonare l’idea di considerare coattivamente
“arabo” qualsiasi individuo che vive e dimora in
medio-oriente. Chi parla arabo non è necessariamente arabo:
il messicano che parla spagnolo è “spagnolo”? Molti
cristiani medio-orientali hanno una propria specificità
“indigena”, pre-araba. Il 14 settembre, secondo il mio
punto di vista, ricorda al nazionalista arabo il seguente
concetto: “Vivi e Lascia Vivere”.
Se
la libertà è un reato, Dio mio…
Andrea C.
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*-* - *-* - *-* -
C
O M M E N T I
Sacrificare
la vita per una causa, di esistenza, come quella dei cristiani
del Libano, è stato un sacrificio che non possiamo che essere
fieri e onorati di essere membri delle Forze Libanesi.
Fouad
F.
per
commentare inviare e.mail: info@forze-libanesi.com
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8 Agosto 2008
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28 Agosto 2008
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Hezbollah
presence in
Venezuela
feared

Marcelo
Garcia / AFP/Getty Images
Venezuelan
President Hugo Chavez, left, greets his Iranian counterpart,
Mahmoud Ahmadinejad, in
Caracas
, the Venezuelan capital, last year.
The
Lebanese Shiite militia, linked to deadly attacks in
Argentina
in the 1990s, may be taking advantage of Chavez's ties with
its ally
Iran
, terrorism experts say.
By
Chris Kraul and Sebastian Rotella,
Los Angeles
Times Staff Writers – August 27, 2008
BOGOTA
,
COLOMBIA
-- Western anti-terrorism officials are increasingly concerned
that Hezbollah, the Lebanon-based Shiite Muslim militia that
Washington
has labeled a terrorist group, is using
Venezuela
as a base for operations. Linked to deadly attacks on Jewish
targets in Argentina in the early 1990s, Hezbollah may be
taking advantage of Venezuela's ties with Iran, the militia's
longtime sponsor, to move "people and things" into
the Americas, as one Western government terrorism expert put
it.
·
Hezbollah
and allies get key ministries in Lebanon's new Cabinet
·
Hezbollah
wages on-air war against U.S.
·
Babylon
& Beyond blog: Does Ahmadinejad have Khamenei's OK, or not?
As
part of his anti-American foreign policy, Venezuelan President
Hugo Chavez has established warm diplomatic relations with
Iran
and has traveled there several times. The Bush administration,
Israel
and other governments worry that
Venezuela
is emerging as a base for anti-U.S. militant groups and spy
services, including Hezbollah and its Iranian allies. "It's
becoming a strategic partnership between
Iran
and
Venezuela
," said a Western anti-terrorism official who spoke on
condition of anonymity due to the issue's sensitivity. Several
joint Venezuelan-Iranian business operations have been set up
in
Venezuela
, including tractor, cement and auto factories. In addition,
the two countries have formed a $2-billion program to fund
social projects in
Venezuela
and elsewhere in
Latin America
. Those deepening ties worry
U.S.
officials because Iranian spies around the world have been
known to work with Hezbollah operatives, sometimes using
Iranian embassies as cover, Western intelligence experts say.
In June, Assistant Secretary of State Thomas A. Shannon said
Iran
"has a history of terror in this hemisphere, and its
linkages to the bombings in
Buenos Aires
are pretty well established." "One of our broader
concerns is what
Iran
is doing elsewhere in this hemisphere and what it could do if
we were to find ourselves in some kind of confrontation with
Iran
,"
Shannon
said. Fears about the threat from Hezbollah's global networks
intensified after the slaying in February of Imad Mughniyah, a
notorious leader of the militia, in
Damascus
, the Syrian capital. Hezbollah and
Iran
accused
Israel
and promised revenge, putting Western authorities on guard
against attacks on Israeli or Jewish targets around the world.
Although the Bush administration is embroiled in political
conflict with the Chavez government, allegations that
Hezbollah and Iranian spies operate in
Venezuela
date to the 1990s, before Chavez took office. The most
concrete allegations of a Hezbollah presence in
Venezuela
involve money-raising. In June, the U.S. Treasury Department
designated two Venezuelan citizens as Hezbollah supporters and
froze their
U.S.
assets. Treasury officials formally accused Ghazi Nasr al Din,
a Venezuelan diplomat of Lebanese descent, of using posts at
embassies in the
Middle East
to support financing for Hezbollah and "discuss
operational issues with senior officials" of the militia.
Nasr al Din "facilitated the travel" of Hezbollah
members to and from
Venezuela
and to a "training course in
Iran
," according to Treasury officials. The president of a
Shiite Muslim center in
Caracas
, he served as a diplomat in
Damascus
and later in
Beirut
, authorities say. The second Venezuelan targeted by Treasury
is Fawzi Kanan, a Caracas-based travel agent. He is also
alleged to have facilitated travel for Hezbollah members and
to have discussed "possible kidnappings and terrorist
attacks" with senior Hezbollah officials in
Lebanon
. The Treasury allegations did not specify whether the alleged
discussion involved plots for kidnappings in
Venezuela
or elsewhere. In comments to a Venezuelan reporter, Kanan
dismissed the charges as lies. The Venezuelan government has
strenuously denied that it is harboring militants. In March
2007, the intensified ties between
Venezuela
and
Iran
led to the start of weekly IranAir flights from
Tehran
to
Caracas
, the Venezuelan capital, that stop in
Damascus
. The flights were highlighted in the State Department's
annual assessment of global terrorism, which noted in April of
this year that Venezuelan border officials at the
Caracas
airport often neglected to enter the arriving passengers into
their immigration database and did not stamp passports. The
Venezuelans have since tightened up on their procedures,
informed sources say. Despite those improvements, the IranAir
flights also feature in recent intelligence gathered by
Western anti-terrorism officials. Agents of
Iran
's Revolutionary Guard and Hezbollah have allegedly set up a
special force to attempt to kidnap Jewish businesspeople in
Latin America and spirit them away to
Lebanon
, according to the Western anti-terrorism official. Iranian
and Hezbollah operatives traveling in and out of
Venezuela
have recruited Venezuelan informants working at the
Caracas
airport to gather intelligence on Jewish travelers as
potential targets for abduction, the Western anti-terrorism
official said. The allegations were reinforced by a statement
last week by the Israeli government, issuing an alert to
citizens warning that Hezbollah plans to kidnap Israelis
around the world to retaliate for the Mughniyah assassination.
Hezbollah has long operated in the Lebanese communities of
Latin America
. In addition to receiving a multimillion-dollar infusion from
Iran, the militia finances itself by soliciting or extorting
money from the Lebanese Diaspora and through rackets such as
smuggling, fraud and the drug and diamond trade in South
America and elsewhere, Matthew Levitt, a fellow at the
Washington Institute for Near East Policy, told Congress in
2005. Three years ago, police in
Colombia
and
Ecuador
broke up an international cocaine-smuggling ring that
functioned in Latin American countries, including
Venezuela
, and allegedly sent profits to Hezbollah in
Lebanon
. The lawless "tri-border" region connecting
Brazil
,
Paraguay
and
Argentina
has been a center of organized crime activities and finance
linked to Hezbollah, Western anti-terrorism officials say.
Hezbollah operatives based there participated, along with
Iranian spies, in the car bombings in
Buenos Aires
of the Israeli Embassy in 1992 and a Jewish community center
two years later that killed a total of 114 people, an
Argentine indictment charges. In the aftermath of that
indictment, filed in 2006, Hezbollah and its Iranian sponsors,
chiefly the Revolutionary Guard, decided to shift from the
increasingly scrutinized tri-border area to other countries,
including
Venezuela
, Western anti-terrorism officials say. "It preserves the
capability of Hezbollah and the Revolutionary Guard to mount
attacks inside
Latin America
... It is very, very important to
Iran
and Hezbollah right now."
chris.kraul@latimes.com
rotella@latimes.com
Kraul
reported from
Bogota
and Rotella from
Madrid
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27 Agosto 2008
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25 Agosto 2008
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17 Agosto 2008
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28 Luglio 2008
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28 Luglio 2008
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«I figli perduti del Libano»
I detenuti libanesi nelle carceri siriane
saranno ricordati per essere stati dimenticati
di Bernard S.E. Khoury - 22 luglio 2008
«16 Luglio 2008: giorno
di vittoria divina», come due anni fa, è lo slogan
che riempie le strade del Libano «hezbolliano». Samir
Kuntar, condannato all'ergastolo per un attentato compiuto nel
1979 nello Stato ebraico, Khodr Zaidane, Maher Kurani,
Mohammad Sorour e Hussein Suleiman, miliziani di Hezbollah
catturati nel 2006, sono i nomi dei libanesi rilasciati da
Israele in cambio di 8 cadaveri. Nasrallah ha dichiarato: «Risolta
la questione dei detenuti libanesi nelle carceri israeliane,
ora dobbiamo concentrarci sulle persone scomparse in Israele».
Dunque, Hezbollah non si concentrerà sulla questione delle
persone, libanesi, scomparse e detenute nelle carceri siriane,
la cui esistenza è stata più volte confermata. Certo è che
in questo delicato momento, né Hezbollah né tanto meno il
regime siriano hanno intenzione di (ri)aprire questo dossier.
Ma a tal proposito
l'Alleanza del 14 marzo si sta già muovendo: dopo aver
sottoscritto il documento presentato dal partito delle Forze
Libanesi ed averlo inviato, tramite il premier Siniora, alla
Lega Araba, l'Alleanza intende portare questo dossier alle
Nazioni Unite, e farne un punto cardine del prossimo programma
di governo. Già nel novembre 2003 la Commissione per i
diritti umani dell'Onu ha rilasciato un rapporto nel quale
confermava la presenza di libanesi di diverse etnie e fazioni
illegalmente detenuti nelle carceri siriane. Questi arresti
avvenivano in modo totalmente arbitrario, non soltanto per
motivi politici ma anche per semplici dissapori o dissidi con
il locale comandante siriano oppure in seguito a dispute
familiari o politiche.
Secondo le associazioni
per i diritti umani e i familiari dei detenuti sono almeno 620
i libanesi che attualmente si trovano nelle carceri siriane,
molti da oltre 10 anni. Anche l'Italia ha fatto la sua
parte. Il 14 marzo 2007 l'Osservatorio Geopolitico
Mediorientale di Roma aveva organizzato, assieme al dott.
Ghazi Aad, libanese, attivista per i diritti umani e
rappresentante di SOLIDE (Support of Lebanese in Detention and
Exile), una conferenza su questo tema. Di seguito, nel corso
della seduta pubblica del Senato della Repubblica, il 27 Marzo
2007, in merito al decreto-legge 31 gennaio 2007 recante
proroga della partecipazione italiana a missioni umanitarie e
internazionali, la questione fu posta all'ordine del giorno.
l'Assemblea del Senato approvò l'emendamento all'ordine del
giorno del decreto-legge 31 gennaio 2007 - n. 4 - Articolo 1 -
G12 del Sen. Mantica, che impegna il Governo «a verificare la
possibilità di affrontare nelle opportune sedi internazionali
la questione dei cittadini libanesi eventualmente detenuti
illegalmente nelle prigioni siriane (...)».
Oggi, più che mai, gli
attivisti per i diritti umani, le organizzazioni umanitarie,
le Ong ma soprattutto l'Onu e l'Ue, hanno l'impegno e il
diritto morale di chiedere al governo libanese, ma forse in
questo caso al Partito di Dio, di cominciare a interrogarsi
anche sulla sorte di migliaia di cittadini libanesi
ancora rinchiusi illegalmente nella carceri siriane. Il
Partito di Dio, libanese, anziché chiedere anche la
restituzione di migliaia di libanesi all'alleato regime
siriano, sta ora rivolgendosi ai paesi arabi affinché si
impegnino per la liberazione dei detenuti palestinesi,
giordani e arabi nelle carceri del «nemico».
Nasrallah, in occasione
della celebrazione per la liberazione dei detenuti in Israele,
ha spiegato il motivo della guerra di luglio 2006 tra lo Stato
ebraico e Hezbollah, a due anni esatti da quel
conflitto: «La vittoria della Resistenza nella guerra di
luglio e gli attacchi nel cuore del paese sionista sono stati
il primo e fondamentale fattore che ha portato alla
liberazione dei detenuti». Per la liberazione di pochi
detenuti, tra cui un assassino che ha fracassato il cranio di
una bambina di 4 anni, il Partito di Dio, che si dice «libanese»,
ha permesso a Israele di distruggere buona parte del paese. Al
lettore (attento) i commenti.
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11 Luglio 2008
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11 Luglio 2008
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20 Giugno 2008
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20 Giugno 2008
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27 Maggio 2008
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12 Maggio 2008
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12 Maggio 2008
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IL LIBANO IN PERICOLO
circa un anno fa, nel 25 maggio 2007
“Il Libano diventerà come
l’Iraq per colpa di D’Alema”
parola di
Roger Bou Chahine
25-05-2007 : “La missione Unifil voluta da
Massimo D’Alema per il sud del Libano ormai è fallita. E’
stata pura propaganda, non è servita a niente e ormai, con
l’avvento dei gruppi salafiti come Fatah al Islam, ma ce ne
sono almeno altri dieci che l’opinione pubblica neanche sa
esistere, il Libano potrebbe diventare come l’Iraq con i
gruppi terroristici sunniti da una parte e gli hezbollah
sciiti dall’altra a contendersi il potere sulla pelle dei
libanesi a colpi di autobomba e di shaheed, fino all’ultimo
attentato”.
Roger Bou Chahine , attuale direttore
dell’Osservatorio geopolitico mediorientale (Ogmo), è uno
che ama parlare chiaro. Per anni è stato anche il
rappresentante diplomatico in Italia delle Forze libanesi, il
movimento cristiano maronita del Libano che fa capo al leader
Samir Geagea, liberato un anno fà dalle segrete dell’ultimo
carcere di massima sicurezza in Beirut gestito direttamente da
Damasco. In questa intervista Chahine mette bene in chiaro
soprattutto una cosa: “se non fosse stato per i terroristi
palestinesi e i loro campi profughi a metà negli anni ’70,
così come in seguito per gli hezbollah negli anni ’80
e anche oggi, il Libano non sarebbe stato mai un teatro di
guerra con Israele e nemmeno uno stato ostile che non lo
riconosce, visto che già dal 1954 esistevano trattati di
pace, almeno venti anni prima di Camp David”.
Quindi tutti i problemi del Libano nascono
dallo status di extraterritorialità voluto da Arafat per
questi campi profughi e accordato dall’Onu?
“Non ci sono dubbi. Negli anni questa
circostanza ha reso più facile il reclutamento jihadista e
infatti noi negli ultimi scontri con l’esercito libanese
abbiamo contato tra i morti e i feriti tanti cittadini
provenienti dalla Turchia, dalla Siria, dall’Arabia Saudita,
dal Pakistan, dalla Giordania. Nei campi palestinesi si è
formata la nuova internazionale del terrore che è anche un
po’ riduttivo volere tutta etichettare come Al Qaeda”.
Perché? Chi sono? Come dobbiamo chiamarli?
“Parlare genericamente di Al Qaida in
Libano è poco più che uno slogan. In realtà i movimenti
jihadisti si rifanno al salafismo (letteralmente “passatismo”,
il verbo “salafa” in arabo indica genericamente il tempo
che passa e ciò che si rifà a passate tradizioni
religiose, ndr) come quello algerino e hanno trovato nei campi
profughi palestinesi e nell’anarchia che li caratterizza un
fertile terreno per la predicazione dell’odio e il
reclutamento di terroristi suicidi. Ma di gruppi come Fatah al
Islam ce ne sono decine e quasi tutti ancora sconosciuti.”
Chi gestisce questi campi?
“In teoria l’Olp, cioè l’autorità
nazionale palestinese.
Di fatto si autogestiscono e nessuno
può pensare di controllarli e questo sta diventando una
follia che rischia di far diventare il Libano come
l’Iraq.”
Totale?
“In Libano in quei campi agiscono tutti i
membri di tutte le cellule terroristiche che si sono formate
da trenta anni a questa parte in Medio Oriente. Islamici,
marxisti, salafiti, Al Qaeda, anti israeliani vari, hezbollah.
Questo è il risultato di tutti questi anni di buonismo Onu”.
E la missione Unifil è servita a qualcosa?
“A niente, è stata pura propaganda
politica per la maggior gloria del ministro degli esteri
italiano.
Gli hezbollah si sono riarmati come prima e
quando i soldati italiani e francesi vedono strani movimenti
girano la testa e cambiano strada.
E’ più facile che ci sia uno scontro a
fuoco con l’esercito israeliano che con le milizie di
Nasrallah che nessuno mai disarmerà.”
Qualche altro nome di formazioni
terroristiche che fanno base nei campi profughi?
“Sono decine, non ricordo neanche tutti i
nomi.. c’è il Gruppo nazionalista siriano, sunniti radicali
del nord del Libano che finanziano Fatah al Islam, ci sono
quelle formazioni terroristiche che credono al jihad come
Ansar al Islam, c’è il Partito salafita della liberazione
che ha una struttura armata, c’è Bilad al Sham, un gruppo
che prende il nome storico-geografico della regione di Siria e
Palestina dove secondo la tradizione jihadista salafita ci
sarà l’ultima battaglia tra occidente e Islam..”
E gli hezbollah come vedono questi
terroristi sunniti che fanno loro concorrenza?
“Malissimo, li vedono come concorrenti.
E l’amministrazione americana negli ultimi
mesi ha anche commesso l’errore di tollerarli credendo che
avrebbero bilanciato lo strapotere di Nasrallah e
dell’Iran..”
E invece?
“Quello che succederà è una guerra
civile di tipo iracheno tra sciiti e sunniti condotta in
corpore vili, cioè sulla pelle del Libano e dei cittadini
libanesi. Una guerra all’ultimo shaheed, all’ultima
autobomba da fare esplodere in scuole e mercati, una
situazione che può rendere Beirut come Baghdad..”
E che bisognerebbe fare allora per evitare
tutto ciò?
“Oramai la diplomazia ha fallito e
l’esercito libanese non ha la possibilità di reprimere da
solo il terrorismo sunnita e gli hezbollah. Occorrerebbe
intanto cambiare lo status di questi campi profughi
palestinesi ma potrebbe non bastare. Vuoi che ti dica la
verità?
Io cristiano maronita libanese non ho più
speranze e dopo avere visto come si è mossa l’Onu con
questa farsa della missione Unifil ho perduto ogni residua
fiducia che il Libano possa mai uscire dalla sua crisi.”
Dimitri Buffa
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10 Maggio 2008
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IL LIBANO IN PERICOLO
Nel sud del Libano relazioni
pericolose per i soldati italiani

Di Pino Bongiorno
Guarda la GALLERY:
Beirut sprofonda nella guerra civile
La sigla è Sa-18 mini-Sam. È l’ultima generazione di
un sistema missilistico avanzato terra-aria, in grado di
colpire fino a 6,2 chilometri e a un’altezza massima di 5
mila metri. È prodotto dalla società russa Kbm. A
importare ufficialmente i mini-Sam è stata la Siria, con
l’obbligo di non farli avere a “terze parti”. In
realtà, dopo essere stati consegnati a Damasco nel dicembre
2007, sono finiti, già a partire da gennaio, negli arsenali
dell’ala militare di Hezbollah, meglio nota come
“resistenza islamica del Libano”. Trasportati a bordo di
camion, che si sono mossi in convogli scortati, dalla valle
della Bekaa fino ai villaggi del sud, nella zona interdetta
dagli accordi internazionali delle Nazioni Unite, i missili
sono stati nascosti nei bunker costruiti sotto le abitazioni,
pronti a essere usati sia contro gli aerei israeliani che
sorvolano il Libano sia contro gli elicotteri delle forze
armate di Beirut.
I sistemi Sa-18 sono l’esempio più appariscente del riarmo
di Hezbollah in grave violazione della risoluzione dell’Onu
1701, che ha posto fine alla guerra con Israele nell’estate
2006. “Il gruppo terroristico libanese ha raddoppiato il
numero di razzi e missili a sua disposizione” ha accusato il
ministro israeliano dei Trasporti Shaul Mofaz, già capo di
stato maggiore delle forze armate, durante la sua recente
visita a Washington. Incontrando il segretario di Stato
americano, Condoleezza Rice, Mofaz ha sostenuto che
“Hezbollah ha il controllo completo di tutto il sud del
Libano”. E ha attaccato i caschi blu così come
l’esercito di Beirut, con le sue quattro brigate schierate
nella zona cuscinetto tra il fiume Litani e la linea blu del
confine con lo stato ebraico: “La presenza dell’Unifil e
dei soldati libanesi è insignificante e non costituisce un
ostacolo al rafforzamento militare di Hezbollah”.
Dopo settimane di accuse anonime sui quotidiani israeliani, è
la prima volta che un esponente del governo di Gerusalemme
ufficializza il malcontento e le preoccupazioni dei vertici
politici e militari sulla missione di pace guidata dal
generale degli alpini Claudio Graziano e composta da 13.291
soldati di 28 nazioni. Di questi, 2.141 sono italiani a
presidio del settore occidentale delle operazioni, con base a
Tibnin.
Che Hezbollah sia tornato a mostrare la sua faccia spavalda e
feroce lo confermano diversi rappresentanti della maggioranza
politica libanese (sunniti, cristiani e drusi), che non riesce
a eleggere dal 24 novembre il presidente della repubblica per
l’opposizione dei gruppi filosiriani.
Il ministro delle Telecomunicazioni Marwan Hamadeh ha rivelato
che “Hezbollah ha ultimato la costruzione di una rete
privata di comunicazioni da Beirut fino al confine
israeliano”. “Sì, è vero” ha ammesso il
parlamentare di Hezbollah, Hassan Fadlallah. “Questa rete
telefonica fa parte del nostro arsenale e non permetteremo a
nessuno di toccarla”.
Il leader druso Walid Jumblatt è andato oltre: “Siamo
arrivati al punto che i miliziani libanesi controllano con
telecamere segrete, poste nell’aeroporto di Beirut, il
traffico dei jet privati dei nostri politici, probabilmente
per assassinarli. Il capo della maggioranza, Saad Hariri, e io
stesso siamo i bersagli prescelti”.
Di fronte a tante accuse, molto spesso provate, la domanda è:
ha ancora senso la missione Unifil 2, così come è
concepita? Non servirebbe forse rafforzarla e renderla più
incisiva? Il nuovo governo di Silvio Berlusconi ha già fatto
sapere di voler ridiscutere le regole d’ingaggio disposte
dal Palazzo di vetro. La questione sarà sollevata nelle
prossime settimane al Consiglio di sicurezza, anche se è
prevedibile l’opposizione di Russia e Cina a un mandato più
forte in funzione anti Hezbollah, magari con la scusa che pure
Israele viola le risoluzioni continuando, anzi intensificando
progressivamente, i sorvoli aerei sul sud del Libano.

Un fatto però è certo: in queste
condizioni l’Unifil 2 sembra non funzionare. Dovrebbe
“liberare” l’area fra il Litani e la linea blu “da
personale armato, assetti e armamenti che non siano quelli del
governo libanese e dell’Unifil”, come detta la risoluzione
1701. Invece così non è.
La prova? Quel che è successo nella notte fra il 30 e il 31
marzo, quando una pattuglia del contingente italiano ha
fermato un camion pieno dei mini-Sam nei pressi di Jbal Al
Botm, nella parte meridionale del distretto di Tiro, senza
però riuscire a sequestrarlo per il tempestivo
intervento di due gruppi di guerriglieri di Hezbollah, che
scortavano il convoglio.
L’incidente è stato fugacemente denunciato nel settimo
rapporto del segretario dell’Onu Ban Ki-moon, che ha messo
sul banco degli imputati Siria e Iran per “il sostegno
fornito a Hezbollah”. In tal modo, ha aggiunto il
diplomatico sudcoreano, l’organizzazione continua a
mantenere “una capacità paramilitare in grado di sfidare il
monopolio del governo libanese sull’uso legittimo della
forza”. In realtà, come Panorama è in grado di rivelare,
quell’incontro ravvicinato fra una pattuglia italiana e i
miliziani sciiti non è stato l’unico da gennaio a oggi.
In un rapporto al ministro della Difesa uscente, Arturo Parisi,
lo stesso generale Graziano, pur non parlando mai di Hezbollah,
ma più genericamente di “uomini armati”, ha svelato che
ci sono stati altri due incidenti, senza però entrare
nel merito. E il generale della Brigata Ariete, Paolo
Ruggiero, il quale ha appena ultimato il periodo di comando a
Tibnin, ha raccontato che, se da un lato i soldati italiani
sono riusciti a scovare 248 bunker e vari depositi di armi,
dall’altro “tutte le nostre attività sono costantemente
monitorate dai servizi di vedetta, a piedi o in motorino”.
Segnale chiaro che Hezbollah si prepara davvero alla prossima
guerra con Israele, a dispetto della presenza dei caschi blu e
dei soldati regolari libanesi.
“La missione Unifil 2 è strategica per il nostro Paese”
ribadisce Andrea Margelletti, presidente del Centro di studi
internazionali, di ritorno dal Libano. “Non solo perché
abbiamo un ruolo leader nel Mediterraneo, ma anche perché
abbiamo una notevole capacità di manovra politica, cosa che
non succede, per esempio, in Afghanistan”. Anche Parisi
difende con vigore l’iniziativa assunta dal governo Prodi
nel 2006. Ma, in un’intervista a Panorama, precisa: “Se il
nuovo governo intende chiedere la modifica del mandato, è
meglio che abbandoni il discorso ozioso sulle regole
d’ingaggio e ci dica cosa intende fare. Penso che la linea
seguita finora sia adeguata. Ma non è detto che non possano
esserci idee migliori. Se le proposte terranno insieme
l’interesse della pace, quello nazionale e la sicurezza dei
nostri militari nel perseguimento della missione, le
valuteremo senza pregiudizi”.
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09 Maggio 2008
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08 Maggio 2008
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02 Maggio 2008
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30 Aprile 2008
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di Stefano
Magni - 30 aprile 2008 - Edizione 83
Roger Bou Chahine (Ogmo):
“sul
Libano D'Alema sbaglia. speriamo in Frattini”
Unifil rispetta il
mandato. Ed è questo il problema
Unifil sta favorendo Hezbollah? No, la
missione Onu fa bene il suo lavoro, anche cooperando con
l’esercito libanese e con la stessa Forza di Difesa
Israeliana. Così risponde il ministro degli Esteri
uscente Massimo D’Alema, dopo la prima replica della
portavoce di Ban Ki-moon, alle accuse del quotidiano
israeliano Haaretz del 28 aprile, secondo cui la forza
multinazionale, presente nel Sud del Libano e comandata dal
generale Claudio Graziano, starebbe coprendo il riarmo di
Hezbollah, nascondendo informazioni al Consiglio di
Sicurezza. Secondo D’Alema, infatti, la missione Unifil
sta operando nel pieno apprezzamento di tutte le parti
coinvolte e in conformità con le disposizioni della
Risoluzione 1701 dell’Onu. “Se leggiamo quel che
sostengono D’Alema e il generale Graziano, forse possiamo
dar loro ragione: agiscono in conformità al loro mandato”
- commenta Roger Bou Chahine, libanese, direttore
dell’Osservatorio Geopolitico sul Medio Oriente (Ogmo) -
“Il problema è a monte: è sbagliato il mandato. La
Risoluzione 1701 segna lo stravolgimento delle precedenti
posizioni dell’Onu che chiedevano, prima di tutto, il
disarmo delle milizie sciite. E non dobbiamo mai dimenticare
che l’artefice della nuova politica in Libano è D’Alema:
chiedere a Hezbollah di non entrare nel territorio a Sud del
Litani e contemporaneamente stringere accordi sul terreno
con coloro che dovrebbero essere controllati e disarmati.
E così oggi il Libano si trova schiacciato in mezzo
alla prepotenza delle milizie sciite da una parte e
dell’inerzia dell’Onu dall’altra”. E’ l’esercito
libanese che dovrebbe disarmare gli irregolari, ma, secondo
Bou Chahine, non ne ha la possibilità: “Non lo si può
pretendere, dal momento che l’esercito, il presidente, il
governo e il parlamento del Libano, non hanno la forza di
prendere iniziative del genere. Come si fa a pretendere che
i regolari libanesi si scontrino con le milizie
filo-iraniane, quando la metà di essi sono sciiti loro
simpatizzanti? Per l’Onu è facile dire ‘questo non è
il mio compito’, ma allora a cosa serve? L’Onu non ci ha
protetto: intervenendo dopo la guerra, ha lasciato il Paese
nel caos. Dopo la guerra sono state uccise decine di
persone, il meglio della classe politica libanese”.
Tuttavia, D’Alema a difesa della missione, ritiene che
dall’agosto del 2006 non si spara più un colpo, a
testimonianza dell’efficacia dell’azione. “Hezbollah
non ha più sparato un colpo perché, dopo la guerra, le sue
milizie erano distrutte, come il resto del Paese” -
ribatte Bou Chahine - “Al suo leader Nasrallah non
conveniva altro: un intervento dell’Onu che si ponesse
come forza di interposizione e gli lasciasse il tempo di
riarmarsi.
Ora il Partito di Dio ha addirittura creato un suo sistema
telefonico, ha ricostituito il suo Stato parallelo, con un
suo apparato di sicurezza: tre giorni fa è stato fermato un
membro del Partito Socialista francese che era in visita a
Beirut ed è stato interrogato da Hezbollah, non dai servizi
segreti libanesi”. Con il nuovo governo sarebbe possibile
cambiare linea? “Sì, se fosse ministro degli Esteri
Franco Frattini. Pochi sono stati gli uomini e le donne che
si sono esposti in prima linea per promuovere i migliori
provvedimenti contro gli jihadisti. Frattini è uno di
questi: in Europa ha proposto regole molto valide per
contrastarli. E, contrariamente a D’Alema, conosce bene
quel mondo”.
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19 Aprile 2008
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Modificare
le regole d'ingaggio in Libano
di Stefano
Magni - 19 aprile 2008
La
maledizione ricade su colui che vuol cambiare le regole di
ingaggio del nostro contingente in Libano. Sembra
che la missione Unifil 2 nel Libano del Sud (avviata come
garanzia della cessazione dello scontro tra Israele e
Hezbollah nell'estate del 2006 come applicazione della
risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza dell'Onu) sia
frutto della volontà divina e indiscutibile. I telegiornali
ne parlano pochissimo, i suoi esiti sono inconoscibili, le
critiche non sono ammesse. A volere la missione è stato
soprattutto Massimo D'Alema.
Il primo
ad essere «maledetto», perché ha osato mettere in
discussione l'utilità della missione, è stato l'ex ministro
della Difesa Antonio Martino, lo scorso marzo: meno
uomini in Libano, dove sono pressoché inutili e più uomini
in Afghanistan, dove sono necessari per combattere una vera
guerra a bassa intensità contro i talebani. Questa
dichiarazione non voleva tanto esprimere l'intenzione di
lasciare il Libano, quanto quella di fare luce sulle regole di
ingaggio del nostro contingente: abbiamo due battaglioni di
pronto impiego che non solo non possono sparare un colpo, ma
neppure allestire check point di
controllo, se non ci viene richiesto dalle autorità di
Beirut. Da un punto di vista militare, si tratta di un enorme
spreco di energie, per cui sarebbe già meglio il ritiro. In
quell'occasione Romano Prodi, allora ancora premier,
aveva commentato con sdegno: «Le affermazioni dell'ex
ministro della Difesa sono gravissime, incomprensibili e
drammatiche come messaggio politico».
Adesso
è il turno di Silvio Berlusconi, che il 16 aprile
scorso, a tre giorni dalla vittoria delle elezioni, ha
confermato che «esamineremo le attuali regole di ingaggio»
dei militari impegnati nel paese mediorientale malgrado
attualmente non possano svolgere adeguatamente la loro
funzione di «bastione tra le fazioni contrapposte». Dovrebbe
essere un discorso gradito soprattutto alle autorità
libanesi, che hanno tutto l'interesse ad avere una forza
multinazionale dispiegata sul territorio, in grado di
mantenere l'ordine e disarmare Hezbollah, oltre che interporsi
tra Israele e Libano. Eppure le proteste, questa volta,
arrivano proprio da Beirut. Non solo l'opposizione guidata da
Hezbollah non è d'accordo (come è ovvio), ma anche la
maggioranza vittima di Hezbollah preferisce l'attuale «quieto
vivere» ad un'azione efficace della forza multinazionale. «Abbiamo
apprezzato molto il ruolo svolto sino ad oggi dall'Italia in
Libano e ci auguriamo che resti immutato», ha dichiarato ieri
Nassib Lahoud, politico cristiano e antisiriano. Non si sa in
base a quali considerazioni si possa dire soddisfatto.
La
missione Unifil 2, infatti, non ha impedito a Hezbollah di
riarmarsi come e più di prima dell'arrivo delle nuove forze
Onu. Sotto il naso dei Caschi Blu, impossibilitati
a intervenire, dalla Siria sono giunti in Libano ben 30.000
razzi, nuove armi a lunga gittata in grado di colpire l'intero
territorio israeliano e nuove reclute. Hezbollah è
addirittura in grado di inviare contingenti all'estero: lo
testimonia la stessa relazione del generale David Petraeus di
fronte al Congresso statunitense, quando ha affermato, con
prove alla mano, che le milizie di Al Sadr, responsabili
dell'insurrezione in Iraq del marzo scorso, erano assistite
anche da miliziani libanesi del Partito di Dio. I risultati,
insomma, sono sotto gli occhi di tutti: quando gli israeliani
interruppero le loro operazioni militari il 14 agosto del
2006, Hezbollah era una forza militare ridotta ai minimi
termini, pronta ad essere disarmata dal governo libanese e dal
contingente internazionale. Ora è rinnovata, più forte
ancora rispetto al 2006 e in grado di sferrare un nuovo
attacco contro Israele.
Anche le
ripercussioni politiche interne al Libano sono sotto gli occhi
di tutti. Il riarmo di Hezbollah ha aumentato la
forza di intimidazione delle fazioni politiche sciite e
filo-siriane che ora, pur essendo in minoranza, tengono in
scacco il paese dei cedri. I continui omicidi di esponenti
della maggioranza sunnita e cristiana, le varie prove generali
di guerra civile eseguite da Hezbollah con i blocchi delle
arterie stradali, dei porti e degli aeroporti, effettuate dopo
ogni disordine, fanno sì che la maggioranza sia intimidita e
che non si riesca a raggiungere un compromesso per l'elezione
parlamentare di un nuovo presidente della Repubblica. E' dal
23 novembre del 2007 che il Libano è privo di un capo di
Stato.
La
maggioranza libanese vuole che questa situazione di stallo
resti immutata? Non desiderando un ruolo più attivo dei
contingenti internazionali, vuole continuare ad essere
intimidita e paralizzata da Hezbollah? E' probabile
che la paura di una guerra civile (che scoppierebbe
inevitabilmente, nel caso in cui le autorità libanesi
dovessero decidere di agire militarmente contro le milizie
sciite) prevalga su qualsiasi altro sentimento. Ma il rischio
di scoppio di una guerra civile c'è comunque, anche adesso,
indipendentemente dalla presenza o meno dei contingenti
internazionali. Un piccolo conflitto interno è già scoppiato
nell'estate del 2007: nessuno ricorda la guerriglia
metropolitana alla periferia di Tripoli, tra la fazione
islamista di Fatah al Islam (collegata ad Al Qaeda) e
l'esercito regolare? Quello era già un conflitto, durato tre
mesi e conclusosi con centinaia di morti e decine di migliaia
di sfollati. In quell'occasione Unifil, con le sue regole di
ingaggio, non ha potuto impedire che armi siriane e iraniane
finissero nelle mani dei guerriglieri islamisti. Ora i rischi
sono ancora più alti, perché Hezbollah vuole vendicarsi
dell'uccisione del suo leader a
Damasco, Imad Mughniyeh, il 12 febbraio scorso: da allora il leader
militare del Partito di Dio, Hassan Nasrallah, ha ripetuto più
volte che è pronto a una nuova guerra contro Israele. La
Siria sta soffiando sul fuoco: il 17 aprile scorso,
intervistato dal quotidiano libanese Al Akhbar,
il dittatore di Damasco Bashar al Assad ha dichiarato che
anche la Siria è pronta e ha precisato che un conflitto
potrebbe scoppiare se Israele dovesse attaccare il Libano o
gli Stati Uniti dovessero provocare una guerra contro l'Iran.
E' un chiaro messaggio lanciato a Hezbollah, per far capire
loro che la Siria è pronta a combattere al loro fianco.
Sul
fronte interno del Libano, inoltre: «Tutte le
fazioni si stanno armando nel nome della legittima difesa -
dichiara un professore libanese, Fady Fadel, intervistato dal
quotidiano Le Figaro -. Il monopolio
della forza sta sfuggendo dalle mani dello Stato. E' un gioco
molto pericoloso». Nella stessa inchiesta giornalistica
francese, il capo di un'agenzia di protezione legata alla
maggioranza sunnita dichiarava candidamente: «So molto bene
che molti possiedono un'arma privata. E che in caso di nuovi
scontri sarà molto difficile trattenerli». E un ufficiale
dell'esercito ammetteva che: «Le armi arrivano dalla
frontiera siriana, dal mare e per via aerea». Segno che la
domanda è in crescita, tanto è vero che il loro prezzo si è
triplicato in pochi mesi. Si capisce, dunque, perché anche la
maggioranza libanese non abbia interesse a un intervento
internazionale più attivo: anch'essi hanno milizie che si
stanno armando e non vogliono che qualche esercito straniero
li disturbi nei loro preparativi. Ma dal nostro punto di
vista, in queste condizioni e con le attuali regole di
ingaggio, come possiamo proteggere i nostri Caschi Blu? Non
sarebbe opportuno cambiare le regole di ingaggio e disarmare
le milizie prima che la situazione degeneri? Dobbiamo
attendere passivamente che scoppi una guerra, per poi trovarci
in mezzo al fuoco incrociato degli schieramenti contrapposti?
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16 Aprile 2008
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16 Aprile 2008
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