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Come vivono oggi i cristiani del Libano?
Ogni viaggio per Beirut dal 1989 ad oggi mi lascia un segno
di amarezza, una ferita di un paese che sta all’orlo del fallimento
sociale, economico e istituzionale.
Un paese occupato da più di 20.000 soldati Siriani con la
presenza di circa mezzo milioni di palestinesi armati e di Hesbollah*, illegalmente sostenuto dalle istituzioni e dalla
Siria, che controlla il confine con Israele.
La
situazione è tale che i cristiani nella loro minoranza vivono uno
sradicamento generale, che porta all’impoverimento o all’emigrazione.
Cristiani e musulmani soffrono le conseguenze della crisi economica e
politica in seguito alla guerra, all’occupazione del Libano e alla
rafforzata presenza di forze armate non libanesi. I cristiani si sentono
politicamente al margine, trovano resistenza alla loro speranza di un
sistema politico e sociale corrotto, per non parlare delle libertà
democratiche. Si teme che il Libano perda la sua identità e un’ondata
d’islamismo che minaccia la vita in comune di cristiani e musulmani,
anche se in passato costituiva il modello di una società pluralistica. I
cristiani si interrogano impensieriti sul destino dello Stato libanese nel
contesto delle nazioni e si chiedono quando si fermerà la violazione
dell’integrità nazionale, della sovranità e dell’indipendenza.
Conseguenza di questo stato sono corruzione, violazione dei diritti umani
e neutralizzazione degli organi costituzionali.
Con
il fenomeno dell’emigrazione, in gran parte cristiana, infatti, almeno a
partire dal 1978, è diminuito sensibilmente il numero delle scuole, degli
studenti medi e universitari cristiani ma anche delle competenze, dei
capitali e della forza lavoro giovanile. Contestualmente, si affermano
istituzioni educative e sociali islamiche, che occupano il posto di quelle
cristiane, chiuse anche a causa dei trasferimenti coatti all’interno dei
confini libanesi, che hanno interessato, dal 1975 al 1986, un numero
stimato in 670.000 cristiani e solo 157.500 musulmani.
La guerra che ha insanguinato il Libano ha, in effetti,
messo in crisi il modello di convivenza interreligiosa sul quale il Libano
aveva prosperato. Dopo la creazione dello Stato nel 1920, fu soprattutto
il cosiddetto "Patto Nazionale" stipulato nel 1943 dalle
principali comunità religiose libanesi, a permettere alle comunità
cristiano maronita e islamica di vivere insieme pacificamente per molti
anni. Il Patto nazionale prevedeva una ripartizione dei poteri politici e
pubblici proporzionale all’importanza delle comunità: si tratta di un
sistema di garanzie reciproche volto a impedire il predominio di una
comunità sull’altra. Sebbene il Patto sia ancora in vigore,
l’occupazione militare siriana e l’esodo di moltissimi cristiani dalle
loro terre ha portato a una situazione preoccupante. La situazione per i
cristiani del Libano è andata via via peggiorando, soprattutto per
l’abbandono da parte dell’Occidente. Più dei tre quarti delle vittime
dalla guerra sono cristiani. Tra loro bisogna contare non solo le vittime
dei bombardamenti, degli attentati terroristici, ma anche quelli che sono
stati consapevolmente uccisi per la loro fede cristiana. Tra questi caduti
si contano diversi sacerdoti, più di trenta religiosi e religiose, laici
e ragazzi.
Con
l’elezione alle porte, pur sempre guidata dalla Siria, i cristiani
sperano che il Paese si rinnovi, con una andata di uomini più orgogliosi,
che sanno il motivo vero che li ha spinto a diventare un uomo politico,
l’indipendenza, la fedeltà allo stato e l’onesta.
Beirut,
Gennaio 2004
* Hezbollah vuol dire “Partito
di Dio”. Si tratta di una milizia fondamentalista sciita fondata nel
1982 in Libano e direttamente ispirata all'Iran di Khomeini.
Conta su circa
4.000 membri e agisce nel Libano meridionale. L'Hezbollah promuove la
creazione di uno stato teocratico libanese sul modello iraniano. L'Iran,
oltre ad aiuti alla popolazione sciita libanese, fornisce all'Hezbollah
finanziamenti e armi. Ma un appoggio importante arriva loro anche dalla
Siria, che finanzia, protegge e accoglie nel suo territorio militanti del
partito.
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