La situazione politica
La
contrapposizione politica ed ideologica tra il Presidente, Emile
Lahoud, e il Primo Ministro Rafiq al- Hariri, continua a tenere
bloccata l’attività politica dell’Amministrazione libanese,
rendendo quasi impossibile il lavoro del Governo da ormai
diciotto mesi. Lo scontro tra i due uomini politici, cominciato
con i difficili rapporti personali da sempre intercorsi fra due
personalità molto diverse (il Primo Ministro è un ricco
imprenditore musulmano, mentre il presidente un militare di
carriera cristiano), è stato alimentato poi dall’ambigua
divisione dei poteri realizzata nel periodo post-bellico – la
quale prevede che alla comunità cristiana venga assegnata la
presidenza della Repubblica, a quella sunnita la carica di Primo
Ministro; entrambe le funzioni, poi, detengono competenze
diverse che finiscono per entrare in contrasto l’una con
l’altra. Tutto ciò ha determinato uno scontro fatto di litigi
in Parlamento, votazioni contrapposte per interferire con le
proposte dell’avversario e la continua ricerca di appoggio
presso l’opinione pubblica.
Lahoud, il
cui mandato dovrebbe esaurirsi a novembre di quest’anno, è
riuscito recentemente ad innalzare il livello della tensione nel
paese con il suo proposito di prolungare il mandato
presidenziale: egli sta cercando il sostegno della Siria per
un’estensione di tre anni della propria presidenza o,
addirittura, per un altro intero nuovo mandato. L’obiettivo
dichiarato sarebbe quello di evitare di coinvolgere il Libano in
una tornata elettorale che potrebbe peggiorarne la situazione.
Lahoud
sarebbe costituzionalmente impossibilitato a ripresentarsi alle
elezioni e dovrebbe essere sostituito da un altro rappresentane
Cristiano Maronita eletto dal Parlamento. Esiste però un
precedente a questa operazione: nel 1995 la Siria forzò il
Governo libanese a realizzare un emendamento della Costituzione
per permettere all’allora Presidente, Elias Hrawi, di rimanere
in carica per altri tre anni in modo da affrontare delle minacce
eccezionali alla stabilità politica dello Stato.
Nonostante
la contrapposizione su specifiche questioni politiche, una parte
dell’opinione pubblica ritiene che l’obiettivo di Lahoud sia
quello di rimuovere Hariri dalla propria carica prima della fine
del mandato presidenziale; in questo modo egli potrebbe forse
persuadere meglio la Siria della bontà del proprio operato,
scaricando le colpe sul Ministro Sunnita e dimostrando a livello
pratico i vantaggi di lavorare con un Primo Ministro
maggiormente flessibile.
Lahoud è
alla ricerca di sostegno popolare per promuovere il proprio
progetto, per questo ha promosso una serie d’impegni
“pubblicitari”, come lotta alla corruzione ed il
miglioramento delle condizioni di vita della popolazione. Egli
si è impegnato particolarmente per migliorare i propri rapporti
con le figure guida della comunità dei Cristiani Maroniti –
il gruppo sul quale, secondo i piani di Damasco, dovrebbe
concentrarsi la sua attività. Ciò si è espresso attraverso
una serie di incontri con la guida spirituale maronita, il
cardinale Nasrallah Sfeir, che si è già da tempo dichiarato
contrario alla modifica della Costituzione che permetta al
Presidente di mantenersi ulteriormente al potere.
Rafiq al
– Hariri appare fortemente intenzionato, nonostante i
propositi di Lahoud, a mantenere la propria posizione. La
speranza di Hariri è che l’anno elettorale 2004 si concluda
secondo i piani costituzionali con la sostituzione del
Presidente; questo dovrebbe permettere al Primo Ministro di
continuare a guidare il programma di riforme che deve essere
ancora portato a termine, nonché di recuperare la posizione di
potere che era stata indebolita da Lahoud.
Il futuro
del Primo Ministro dipenderà dal sostegno di Damasco, che però
non pare essere rivolto in suo favore. Fonti vicine ad Hariri
riferiscono che egli avrebbe perso molte delle dispute venute
alla luce con il Presidente negli ultimi mesi, perché non
sarebbe stato capace di guadagnarsi il supporto siriano. Riprova
di questo fatto sono i risultati degli incontri svoltisi con il
Presidente siriano Assad, in cui è stato stabilito che il
Premier debba collaborare con Lahoud – se non vuole perdere la
propria posizione.
Il ruolo della Siria
Il Governo
di Damasco continua ad avere voce in capitolo sulle questioni
interne libanesi e, secondo molti osservatori, l’attuale crisi
politica verrà risolta all’interno dell’Amministrazione
siriana. Se la situazione a Beirut non è degenerata lo si deve
all’attività di mediatore svolta da Assad che, in effetti, si
adoperato soprattutto per contenere il malcontento del Premier
Hariri.
L’importanza del giudizio siriano è stata confermata dagli
stessi contendenti che, negli ultimi mesi del 2003, hanno
organizzato in modo indipendente numerosi viaggi e discussioni
con Bashar al – Assad.
Nonostante
l’impegno recentemente dimostrato, gli ultimi piani di Damasco
prevedono la diminuzione del coinvolgimento in Libano: a
cominciare dal 2000 il Presidente Assad ha iniziato
l’operazione per il ritiro delle truppe – che sono ancora
presenti nel paese dopo la pacificazione forzata, avvenuta negli
anni ’90, del conflitto civile che sconvolse il Libano – ed
ha cercato di allentare i legami con la vita politica libanese.
La preoccupazione di Damasco è stata dettata anche dalla
decisione dell’Amministrazione americana di imporre delle
sanzioni alla Siria – previste da due leggi, Syria
Accountability Act e Libanese Sovereignty Restoration Act,
emanate nel dicembre del 2003 – per l’appoggio fornito al
terrorismo arabo e per l’occupazione militare del Libano.
Questo potrebbe portare la Siria a rifiutare di prendere una
decisione sullo stallo politico di Beirut, evitando di imporre
quella modifica della Costituzione che permetterebbe a Lahoud di
restare in carica. Probabilmente la soluzione migliore per la
Siria, secondo gli esperti, sarebbe di rispettare la
legislazione vigente per il mandato presidenziale, ed impegnarsi
piuttosto per far emergere un’altra figura filo-siriana.
Lo scontro Lahoud – Hariri prosegue in ambito
economico
La
contrapposizione con il Presidente ha impedito ad Hariri di
portare a termine il proprio programma di riforme economiche; in
particolare, negli ultimi mesi i disaccordi in Parlamento hanno
bloccato l’emanazione della legge che dovrebbe permettere la
cartolarizzazione del credito del monopolio di stato sui
tabacchi (cioè la rivendita sul mercato dei crediti della
società sotto forma di obbligazioni) e l’offerta di appalto
per le licenze della telefonia mobile.
Sulla
riorganizzazione del mercato dei telefoni cellulari si è aperto
un confronto diretto tra i diversi progetti del Presidente e del
Premier. Il tutto è cominciato con l’iniziativa di Hariri di
privatizzare le compagnie telefoniche per venderle ed utilizzare
i proventi così ottenuti per coprire almeno una parte del
debito del Governo – che si aggira intorno ai 32 miliardi di
dollari. Per fare questo Hariri sta cercando di trasferire
completamente la gestione delle due aziende del settore presenti
in Libano ad altre due compagnie private; queste dovrebbero
promuoverne lo sviluppo per i tre anni seguenti, dopodiché le
compagnie verrebbero vendute.
Il Presidente Lahoud e il Ministro per le Telecomunicazioni Jean
– Louis Qordahi vorrebbero creare due corporazioni statali che
organizzino il mercato libanese della telefonia mobile: il loro
obiettivo dovrebbe essere quello di contrastare le aziende
private che stanno attualmente gestendo le reti dei cellulari
per un costo di 7 milioni di dollari al mese e sotto stretto
controllo da parte del Governo. Tali aziende sono di proprietà
di personalità molto vicine al Primo Ministro e questo genera
notevoli preoccupazioni politiche a riguardo delle motivazioni
dell’operato del ministro.
Una delle compagnie, la LibanCell, appartiene a Nizar Dalloul,
un parente di Hariri. L’altra, Cellis, è posseduta per un
terzo dal Gruppo Mikati, il cui presidente è il fratello del
Ministro dei lavori pubblici e dei trasporti Najib Mikati, che a
sua volta è amico di Hariri.
Lahoud ed
i suoi collaboratori, secondo recenti dichiarazioni, ritengono
che l’obiezione di Hariri per l’organizzazione delle
corporazioni statali derivi essenzialmente dalla volontà di
difendere gli interessi particolari suoi e dei propri alleati.
Comunque nessuna decisione definitiva è stata ancora presa in
materia, mentre ancora non si sono delineati dei compratori
sicuri per le compagnie di cellulari, dopo che si sono ritirate
le prime quattro aziende ad aver fatto delle offerte (cioè la
francese Orange, la tedesca Detecon, la greca OTE e la kwaitiana
Mobile Telecommunications Company).
La situazione economica libanese
L’Amministrazione
libanese difetta di un sistema di dati aggiornato sulla
contabilità nazionale, nonostante gli sforzi compiuti per
rafforzare la copertura dell’analisi statistica. Attualmente,
quindi, un’analisi dell’andamento dell’economia nazionale
ha un ampio margine di errore. In assenza di dati ufficiali, le
stime fornite dai dipartimenti di ricerca delle banche
commerciali locali vengono tenuti sotto osservazione da parte di
organismi internazionali.
Secondo il
rapporto economico trimestrale della Banca Audi, l’economia è
cresciuta ad un tasso appena superiore al 2% durante i primi
nove mesi del 2003, ed è stata guidata principalmente da due
fattori: la crescita dei consumi dell’Amministrazione, stimata
intorno al 7%, e quella della domanda estera di beni, con un
aumento delle esportazioni del 35% circa (per un totale di 1,1
miliardi di dollari). Questa prestazione pare confermare un
marcato trend positivo, che ha visto una crescita degli utili
derivanti dalle esportazioni per ogni trimestre dalla fine del
2000.
Questo sviluppo, secondo osservatori locali, è stato dettato
dallo scarso livello della domanda interna; questo ha fatto sì
che i produttori si rivolgessero più aggressivamente verso i
mercati esteri.
Durante il 2003, il commercio estero libanese è stato guidato
dalle esportazioni di gioielli, indirizzate soprattutto verso la
Svizzera. Questo settore dell’export è stato valutato in un
terzo circa delle esportazioni totali dei primi nove mesi
dell’anno, con il mercato svizzero che ha provveduto al 25%
della domanda totale.
Il settore
delle esportazioni, tuttavia, ha rappresentato soltanto il 6/7%
del PIL, mentre è avvenuta una crescita del volume delle
importazioni che ha contribuito a mantenere in passivo la
bilancia commerciale libanese. La spesa per le importazioni è
cresciuta del 6,6%, per un totale di 5,1 miliardi di dollari
(quasi il quintuplo degli utili derivanti dall’export). Tale
aumento è imputabile al rincaro del prezzo del petrolio durante
i primi tre trimestri dell’anno, nonché alla debolezza del
dollaro rispetto all’euro (moneta con cui sono valutate la
maggior parte delle merci importate). L’Unione Europea,
infatti, ha dominato la lista dei fornitori, sotto la guida di
Francia, Germania e, soprattutto, Italia che ha fornito oltre il
9% delle importazioni libanesi.
Il settore
dell’economia libanese che ha realizzato le migliori
prestazioni, comunque, è stato quello del turismo. Secondo le
stime fornite dal Ministero del Turismo, circa 820000 visitatori
hanno raggiunto il Libano nel 2003 – mostrando un tasso di
crescita annuale del 5,5%. La tendenza positiva del settore, però,
non è stata affatto lineare: la percentuale maggiore è stata
infatti registrata durante il terzo trimestre dell’anno,
mentre i primi mesi mostrarono una decisa caduta nel numero di
turisti a causa dell’instabilità della regione (conflitto
iracheno).
Il rafforzamento dell’industria del turismo è sostenuto anche
dai dati dell’Aeroporto Internazionale di Beirut. Il numero
dei passeggeri durante i primi dieci mesi del 2003 è cresciuto
del 6%, e il numero di velivoli che si sono serviti di tale
struttura del 4% (giungendo a 29000 circa).
Conclusioni
Lo stallo
amministrativo che attanaglia il Libano rischia seriamente di
compromettere l’economia del paese, oltre che la pura sfera
politica e dei rapporti internazionali. Nonostante la mancanza
di dati completamente attendibili, la lieve ripresa
dell’economia è innegabile. Considerato poi che uno dei
settori chiave è quello del turismo, e che il 45% dei
visitatori provengono da paesi arabi, sarebbe opportuno che il
Presidente Lahoud lasciasse da parte le velleità da guida
suprema dello Stato e contribuisse, insieme ad Hariri, a far
emergere il Libano dal proprio isolamento.