Nella scorsa settimana, scarsa rilevanza è stata
attribuita dai mass-media nazionali alla notizia di sommosse
popolari della minoranza curda in Siria (circa 1,5 milioni di
persone su un totale di 17 milioni di abitanti). Infatti, durante
un incontro di calcio tra una squadra araba e una curda, sono
stati urlati dalle opposte tifoserie alcuni slogan politici
("Lunga vita a Saddam Hussein", "Lunga vita a
Barazani") che hanno surriscaldato gli animi. Il risultato è
stato una settimana di scontri e diffuse proteste di piazza,
repressi dall'intervento di Esercito e polizia siriani e costati
alcune decine di morti alle parti in lotta.
Il duro intervento repressivo, con tanto di
carri armati, è stato condotto personalmente dal ministro della
Difesa Mustafa Tlas assistito dal colonnello Maher Assad, fratello
del presidente Bashar. Colpi d'arma da fuoco sono stati esplosi da
entrambi gli schieramenti e in alcuni villaggi è stato imposto il
coprifuoco dopo la devastazione di uffici pubblici. La durata
delle violenze, la partecipazione in prima persona dell'èlite
della dirigenza siriana e il numero delle vittime sono tutti
indicatori della gravità della situazione. Addirittura, secondo
una fonte giornalistica, unità militari turche sarebbero
intervenute oltre confine per dar man forte ai siriani ed evitare
la propagazione dei disordini all'interno dei propri confini.
I più maligni tra gli esperti di questioni
internazionali, che non vogliono credere alla spontaneità della
protesta popolare, potrebbero intravedere lo zampino interessato
statunitense dietro ai disordini curdi. Ormai, sono diversi anni
che vi è uno stretto legame operativo tra apparati di sicurezza
statunitensi e alcune organizzazioni curde (senza dimenticare lo
storico rapporto di collegamento tra queste ultime e il Mossad
israeliano, secondo l'antica massima "Il nemico del mio
nemico è mio amico").
La Siria appare essere sempre più al centro del
mirino americano: la decisione politica siriana di non ostacolare
il passaggio di armi e volontari estremisti arabi verso l'Iraq
viene percepita come una sfida diretta da Washington. Già durante
le fasi calde del conflitto iracheno vi erano stati scontri tra
militari americani e siriani lungo il confine, oltre al
bombardamento di almeno un camion carico di volontari siriani.
Adesso pare che reparti scelti statunitensi e
britannici abbiano allestito una sorta di free fire zone notturna
lungo il poroso confine siro-iracheno per limitare in maniera
drastica il transito clandestino. Inoltre, secondo alcune fonti
giornalistiche, la Siria avrebbe aiutato a fuggire parte della
dirigenza baathista irachena e anche accettato di sotterrare sul
proprio territorio armamenti tossici provenienti dall'arsenale di
Saddam Hussein.
Per tutti questi motivi - e per altri ancora -
nelle scorse settimane il Dipartimento di Stato USA ha ventilato
la concreta possibilità di sanzioni economiche nei confronti di
Damasco. Perciò, nel caso in cui l'amministrazione americana
decidesse di procedere con un'operazione Syrian Freedom, non
scarseggerebbero certo le giustificazioni da somministrare
all'opinione pubblica interna e internazionale: possesso di armi
di distruzione di massa, aiuto alla resistenza irachena, regime
dittatoriale, repressione minoranze e così via.
Per tentare di ammorbidire la politica
statunitense verso il proprio paese, Assad - si dice - avrebbe
recentemente offerto di avviare il disimpegno militare dal Libano,
dove dal 1976 staziona un forte contingente di truppe di Damasco.
L'eventuale ritiro siriano dal Libano indebolirebbe gli islamisti
dell'organizzazione guerrigliera Hezbollah, che sarebbero esposti
a probabili tentativi del governo centrale libanese di estendere
la propria sovranità anche ai territori de facto indipendenti del
meridione. La conseguente alterazione del delicato equilibrio dei
poteri libanese potrebbe portare all'innesco di una nuova spirale
di violenza generalizzata: la guerra civile è ancora un ricordo
fresco.
