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Tutti diciamo a noi stessi  "è doveroso difendere la nostra presenza e il nostro diritto di esistere". Ma sono pochi quelli che sanno difendere la libertà dei cristiani.  Dr. Samir Geagea
L'identificazione del nemico: antisemitismo di ritorno?
di  Tito Gandini
16 Apr 2004
In Arabia Saudita i siti internet Israeliani (.is) sono bloccati, appare la scritta “blocked site”. Nella maggiorparte dei Paesi Arabi viene negato l’accesso, se sul passaporto in entrata, è presente il visto israeliano. Dalla televisione al bar, nelle scuole ovunque si inveisce contro “gli ebrei”, tanto che a marzo l’università per la ricerca islamica Al-Azhar era costretta ad invitare ufficialmente gli studenti a non definire gli ebrei “scimmie o porci”.

La televisione siriana, vicina agli Ezbollah, trasmette via satellite, in 26 puntate, la serie televisiva Diaspora, storia del Sionismo e di come gli ebrei pianifichino la conquista del mondo, storia che utilizza come fonte, un riconosciuto falso storico: “I protocolli di Sion”, scritto alla fine del xix secolo da agenti del servizio segreto dello Zar russo, la Ochrana.

Un anno fa invece la televisione egiziana mostrava durante il Ramadan una serie televisiva dal titolo “Il cavaliere senza cavallo”, anche questa basata sulla dignità storica dei protocolli. In entrambi i casi alle rimostranze ufficiali fù risposto che in nome della libertà di stampa, non fosse opportuno fermare le trasmissioni. L’inimicizia nei confronti di israele ha ovviamente una dimensione politica piuttosto che religiosa, si rivolge contro l’occupazione, la pressione politica. Eventi come la costruzione del recinto-muro (a seconda che la fonte sia araba o israeliana, di fatto si tratta di entrambe le cose) e dell’omicidio Yassin non fanno altro che gettare benzina sul fuoco.

Da anni Israele si trova ovunque in prima pagina, questo fatto preoccupa non poco i cittadini occidentali di religione ebraica, alcuni si domandano se questa costante presenza bellica non rinfocoli l’antisemitismo europeo, che negli ultimi due decenni si era ritenuto definitivamente sconfitto, non è probabilmente un caso, indipendentemente dall’infelice formulazione delle domande, che nel recente sondaggio europeo su quali fossero gli Stati più facilmente soggetti a causare confltti, al primo scomodissimo posto si sia situato proprio Israele. In ogni caso il fatto di concentrarsi sui conflitti è prassi mediatica occidentale, irrefrenabile, non nasconde malgrado ogni accusa, nessun antisemitismo e soprattutto nessun complotto mondiale e se questo avviene in maniera ogni tanto sproporzionata rispetto al rilievo di alcuni argomenti, questo è semplicemtente per l’importanza geopolitica ed economica della regione in cui avvengono.

D’altra parte, qualunque opinione esista nel conflitto israelo-palestinese questa è riportata dagli stessi media israeliani e certo questa libertà di stampa, soprattutto se comparata con quella degli altri Paesi mediorientali, potrebbe apparire come una debolezza. Ed è altrettanto vero che questa appartenenza alla cultura occidentale, fa applicare agli osservatori parametri più severi rispetto a quelli che si applicano agli altri Paesi, ma proprio il ruolo svolto dalla pubblica opinione occidentale e quindi dalla stampa, è stato decisivo nella risoluzione di tutti i conflitti del novecento, dalle guerre mondiali al Vietnam, intervenendo spesso a moderare le azioni di quei governi che concedevano libertà di stampa, contribuendo a determinarne un’immagine morale che consentisse alle democrazie, sia vincitrici, che sconfitte di non sprofondare. Parlare di antisemitismo nei Paesi Arabi è cosa difficile.

Preso alla lettera, il termine significa inimicizia nei confronti dei Semiti o della razza semita la cui maggioranza è araba . Diversamente che in Europa la storia viene discussa in maniera piuttosto leggera, può capitare che ad un Business man tedesco, per essere messo a proprio agio venga detto: “ Hitler era assolutamente a posto. Peccato solo che con gli Ebrei abbia smesso troppo presto.”

Su toni simili si analizza l’11.9.. Il Principe Arabo Nayef Abdelaziz si domandava pubblicamente: “chi è reponsabile dell’11.9.? Chi ne ha veramente tratto vantaggio? Credo dietro gli attentati ci siano loro (I sionisti). Ancora più preoccupanti le affermazioni di Abdul Wahid Al Humaid, sul giornale Arab News: “Gli Ebrei attirano le simpatie del mondo intero, sfruttando l’Olocausto e il nazismo. Gli ebrei sono maestri nella manipolazione della Finanza e delle Organizzazioni mondiali.” Secondo il businessman tedesco, chi si dovesse opporre a queste tesi, potrebbe perdere la commessa, “spesso è educato tacere”. Ma proprio questa “educazione” è esattamente la stessa educazione che Business men americani, francesi, sovietici avevano al crepuscolo della Repubblica di Weimar, nei confronti della nuova dirigenza nazista in Germania, educazione che certo ha consentito brillanti affari (ricordiamo il libro di Black sulle relazioni tra l’IBM e l’olocausto), ma che ha organicamente contribuito alla creazione del meccanismo tecnologico per la deportazione e distruzione di massa di milioni di cosiddetti non ariani.

Per anni, in Europa, l’antisemitismo è stato fenomeno di nicchia, strettamente legato all’estrema destra, come questa privo di radici sociali, sembrava una provocazione sociale, campanello di allarme d’una suburbia arretrata e in cerca di aiuto. Da quando però è scoppiata la seconda intifada, tre anni fa, soprattutto in Francia, l’antisemitismo politico sembra riaffacciarsi anche in Europa e la serietà con cui gli Stati europei guardano il fenomeno non lascia dubbi. Secondo il politologo francese Dominique Moïsi, si tratta comunque di individui senza base logistica e non di un fenomeno sociale od organizzativo, ancora meno, come a volte traspare nella stampa americana, di Stato, osservando per altro che sono i mussulmani ad essere infinitamente meno integrati nelle maglie istituzionali europee e a subire se mai una quotidiana discriminazione, accentuata per altro dal dopo 11.9..

Durante un recente seminario europeo sull’Antisemitismo a Brussel, Romano Prodi ha promesso di presentare in autunno un piano d’azione in cui si obbligheranno i Paesi membri a perseguire e monitorare ogni fenomeno di antisemitismo. Tuttavia non sembra che l’Unione Europea sia in grado di combattere le nuove forme che l’Antisemitismo europeo sta prendendo: Ferma restando l’iniziale matrice della destra estrema, cui ogni tanto si aggregano gruppi islamisti o addirittura di sinistra, la nuova frontiera dell’antisemitismo sembra essere quella che si fregia dell’etichetta di “antirazzista”. Soprattutto portata dai gruppi mussulmani nelle comunità cittadine europee, contrabbanda, nascosto sotto la critica e il rifiuto della politica israeliana nei territori palestinesi occupati, il rifiuto del diritto all’esistenza stessa dello Stato d’Israele, denunciando in blocco come razzista e colonialista tutti gli ebrei, senza alcuna distinzione tra “israeliano” ed “ebreo” o tra “governo israeliano” e “opposizione”, si tratta solo di “sionisti” e in quanto tali razzisti.

Anche un islamista considerato moderato come Azzam Al Tamimi, che vive in Inghilterra, accetta gli ebrei solo dopo che questi abbiano accettato l’idea di rinunciare all’esistenza dello Stato israeliano. Questa argomentazione ovviamente offre ampio appoggio agli antiimperialisti di destra e di sinistra, coinvolgendo anche molti gruppi altermondialisti, impossibile individuare fino a che punto politicamente consapevoli del significato di simili propositi. Centrale comunque nel dibattito sull’antisemitismo è la domanda: ”Dov’è la frontiera tra antisemitismo e critica legittima al duro regime imposto da Sharon?”

La filosofa americana di origine ebraica Judith Butler, in una risposta alle accuse del rettore di Harvard Lawrence Summers, risponde che se l’accusa di antisemitismo, viene utilizzata per difendere senza incertezze la politica di occupazione israeliana, è la proprietà espressiva della parola stessa a perdere ogni valenza, soprattutto in quei casi, in cui l’utilizzo del termine sarebbe giustificato. Per parlare obiettivamente di antisemitismo, occorre un utilizzo responsabile dei fatti, delle terminologie e delle proporzioni. Negli editoriali, articoli, reportage, ovunque sulla stampa oggi si mischia e si confonde molto: il conflitto israelopalestinese, l’intifada, Ariel Sharon, il laicismo, il velo islamico, l’antisemitismo e l’altermondialismo. La tendenza, per esempio, a mettere in un unico calderone il colonialismo e la fondazione dello Stato di Israele, sia pure nata nei paesi arabi, si appoggia ai sensi di colpa storici europei, attecchendo proprio nella sinistra e nell’altermondialismo.

Secondo questa corrente di pensiero, le opulente nazioni occidentali, sarebbero all’origine di ogni malformazione nello sviluppo delle regioni del terzo mondo, compreso quindi il fanatismo e il conseguente terrorismo. Se le premesse di questo discorso sono condivisibili, la conclusione che individua nell’esistenza di Israele l’estrema forma del colonialismo occidentale, pone Israele al centro di tutta la conflittualità mondiale del post 11 settembre, senza lasciare alcun margine di contrattazione ad una soluzione pacifica del conflitto.

Lo Stato ebraico e l’internazionale lobby sionista diventano quindi gli avamposti di combattimento di una decadenza che distrugge le società, tesi che infine chiude il cerchio, ricollegandosi direttamente all’antisemitismo di Goebbels e quindi della tradizione europea, che individuava negli ebrei la causa della decadenza del mondo intero. Il problema di tutta la società europea non è religioso, si tratta di una sbagliata politica dell’integrazione che non ha mai saputo comunicare o anche soltanto scindere tra valori accettabili e non accettabili di cui le minoranze man mano andavano facendosi latrici, per cui oggi il velo nelle scuole laiche francesi diventa inaccettabile, mentre la sottomissione della donna, la socialità maschilista delle periferie islamiche francesi, i matrimoni pianificati dalla famiglia, rapimenti, percosse, atti vandalici nei confronti dei simboli occidentali prima, dei beni pubblici poi, di simboli ebraici infine, essendo molto più difficili da perseguire, rimarranno, con i loro messaggi politici, nella realtà per lungo tempo.

Integrazione europea dell’altro che comunque è storicamente ancorata ai valori laici dello Stato eretti a garanzia strutturale della coesistenza tra gruppi di pensiero o di religione diversi, ovviamente senza penetrare la sfera privata culturale, fino a quando non si manifesti in maniera prevaricante. Paradossale punto debole dell’integrazione europea sembra essere la tolleranza, non tanto delle religioni in se, quanto delle regole sociali che le diverse religioni portano. In questo senso la legislazione contro i simboli religiosi che si è svolta in Francia, sembra essere una tarda e ancora limitata presa di coscienza dei limiti pratici della tolleranza laica. E in questo senso la tradizione storica dell’antisemitismo europeo e la diffidenza nei confronti dei mussulmani si toccano.

Gli extracomunitari oggi, come gli ebrei nell’ottocento, vengono recepiti in Europa come un fattore di impedimento all’unità della nazione, di stravolgimento delle abitudini culturali. Basti a questo fine citare Jean Giraudoux che nel 1939 scriveva: “Sono entrati da noi, con un’infiltrazione di cui ho faticato a trovare il segreto, centinaia di migliaia di ebrei askenazi, provenienti dai ghetti polacchi (…) e che hanno portato concussione e corruzione, azione clandestina …” Sembra di leggere un pamphlet leghista dei nostri tempi.

In questo tipo di discriminazione la dimensione razziale è irrilevante, la diversità percepita è culturale e comunitaria, molto simile in questo senso all’anticomunismo americano degli anni cinquanta. Si percepisce un’ostilità alla propria cultura, che si ritiene strutturale al gruppo. Ostilità strutturale ineliminabile che si polarizza da un lato in uno spirito di appartanenza ad un gruppo sociale di maggioranza (e basta, salta ogni differenziazione, destra-sinistra-laziale-romanista), dall’altro nel ricambiare l’ostilità che si interpreta strutturale, con una sistematica (anche se non strutturata) demonizzazione di quello che ora si vuole assolutamente identificare come nemico.

E quì subentra il problema dell’identificazione del nemico e quindi l’elemento visivo, razziale, che fece sviluppare al nazismo la famosa stella gialla. Il punto centrale è la razionalizzazione delle ragioni della diversità, che fa si che due comunità in principio indifferenti l’una alla presenza dell’altra, costituiscano una ragione culturale che renda impossibile la convivenza futura.

Questo processo passa per l’assimilazione del nuovo nemico ad un nemico conosciuto e riconosciuto da tempo: così alcuni altermondialisti identificano Israele con l’imperialismo americano o con il colonialismo europeo, gli Europei assimilano Bush a Hitler, gli italiani Berlusconi a Mussolini; processi che se nelle intenzioni di chi li esprime, vorrebbero spiegare la gravità della situazione, ottengono in realtà anche l’effetto opposto, di giustificazione della storia e di rendere accettabile il passato.

Così dal “Bush è come Hitler”, al dire che “Hitler in fondo non era tanto male, con gli ebrei si è fermato troppo presto”, il passo è estremamente breve. Soprattutto perchè a compierlo non è la stessa persona politica, da un lato troviamo l’autorevolezza di un qualche quotidiano (della destra francese per esempio), dall’altro l’autorevolezza di chi ha soldi, di chi è cliente. In mezzo, recipiente di entrambi i discorsi, il nostro business man europeo che oppone “un educato silenzio”. E i motivi del silenzio non traspaiono mai, che da una parte ci sia condivisione e dall’altra convenienza è cosa che non si sa.

Quindi se a questo estremo si sostituisce un’ipotetico cliente Hitler, che commissiona macchine per schede forate che contino la popolazione dei Lager, tenendo aggiornata l’anagrafe o che ci sia il vicino di casa, l’ospite al pranzo pasquale, il ragazzino che scrive “Juden raus” in metropolitana, “l’educato silenzio” può (non deve necessariamente) essere lo stesso, quello della sottovalutazione del fenomeno e della tolleranza in nome di ottimi e ragionevolissimi motivi: La concorrenza venderebbe comunque, sono ragazzi, poveretto, ma è tanto per bene.

Tito Gandini


 

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