In Arabia Saudita i
siti internet Israeliani (.is) sono bloccati, appare la
scritta “blocked site”. Nella maggiorparte dei Paesi
Arabi viene negato l’accesso, se sul passaporto in entrata, è
presente il visto israeliano. Dalla televisione al bar, nelle scuole
ovunque si inveisce contro “gli ebrei”, tanto che a
marzo l’università per la ricerca islamica Al-Azhar era costretta
ad invitare ufficialmente gli studenti a non definire gli ebrei “scimmie
o porci”.
La televisione siriana, vicina agli Ezbollah, trasmette via
satellite, in 26 puntate, la serie televisiva Diaspora, storia del
Sionismo e di come gli ebrei pianifichino la conquista del mondo,
storia che utilizza come fonte, un riconosciuto falso storico: “I
protocolli di Sion”, scritto alla fine del xix secolo da
agenti del servizio segreto dello Zar russo, la Ochrana.
Un anno fa invece la televisione egiziana mostrava durante il
Ramadan una serie televisiva dal titolo “Il cavaliere senza
cavallo”, anche questa basata sulla dignità storica dei
protocolli. In entrambi i casi alle rimostranze ufficiali fù
risposto che in nome della libertà di stampa, non fosse opportuno
fermare le trasmissioni. L’inimicizia nei confronti di israele ha
ovviamente una dimensione politica piuttosto che religiosa, si
rivolge contro l’occupazione, la pressione politica. Eventi come
la costruzione del recinto-muro (a seconda che la fonte sia
araba o israeliana, di fatto si tratta di entrambe le cose) e
dell’omicidio Yassin non fanno altro che gettare benzina sul
fuoco.
Da anni Israele si trova ovunque in prima pagina, questo fatto
preoccupa non poco i cittadini occidentali di religione ebraica,
alcuni si domandano se questa costante presenza bellica non
rinfocoli l’antisemitismo europeo, che negli ultimi due decenni si
era ritenuto definitivamente sconfitto, non è probabilmente un
caso, indipendentemente dall’infelice formulazione delle domande,
che nel recente sondaggio europeo su quali fossero gli Stati più
facilmente soggetti a causare confltti, al primo scomodissimo posto
si sia situato proprio Israele. In ogni caso il fatto di
concentrarsi sui conflitti è prassi mediatica occidentale,
irrefrenabile, non nasconde malgrado ogni accusa, nessun
antisemitismo e soprattutto nessun complotto mondiale e se questo
avviene in maniera ogni tanto sproporzionata rispetto al rilievo di
alcuni argomenti, questo è semplicemtente per l’importanza
geopolitica ed economica della regione in cui avvengono.
D’altra parte, qualunque opinione esista nel conflitto
israelo-palestinese questa è riportata dagli stessi media
israeliani e certo questa libertà di stampa, soprattutto se
comparata con quella degli altri Paesi mediorientali, potrebbe
apparire come una debolezza. Ed è altrettanto vero che questa
appartenenza alla cultura occidentale, fa applicare agli osservatori
parametri più severi rispetto a quelli che si applicano agli altri
Paesi, ma proprio il ruolo svolto dalla pubblica opinione
occidentale e quindi dalla stampa, è stato decisivo nella
risoluzione di tutti i conflitti del novecento, dalle guerre
mondiali al Vietnam, intervenendo spesso a moderare le azioni di
quei governi che concedevano libertà di stampa, contribuendo a
determinarne un’immagine morale che consentisse alle democrazie,
sia vincitrici, che sconfitte di non sprofondare. Parlare di
antisemitismo nei Paesi Arabi è cosa difficile.
Preso alla lettera, il termine significa inimicizia nei confronti
dei Semiti o della razza semita la cui maggioranza è araba .
Diversamente che in Europa la storia viene discussa in maniera
piuttosto leggera, può capitare che ad un Business man tedesco, per
essere messo a proprio agio venga detto: “ Hitler era
assolutamente a posto. Peccato solo che con gli Ebrei abbia smesso
troppo presto.”
Su toni simili si analizza l’11.9.. Il Principe Arabo Nayef
Abdelaziz si domandava pubblicamente: “chi è reponsabile
dell’11.9.? Chi ne ha veramente tratto vantaggio? Credo dietro gli
attentati ci siano loro (I sionisti). Ancora più
preoccupanti le affermazioni di Abdul Wahid Al Humaid, sul giornale
Arab News: “Gli Ebrei attirano le simpatie del mondo intero,
sfruttando l’Olocausto e il nazismo. Gli ebrei sono maestri nella
manipolazione della Finanza e delle Organizzazioni mondiali.”
Secondo il businessman tedesco, chi si dovesse opporre a
queste tesi, potrebbe perdere la commessa, “spesso è educato
tacere”. Ma proprio questa “educazione” è
esattamente la stessa educazione che Business men americani,
francesi, sovietici avevano al crepuscolo della Repubblica di Weimar,
nei confronti della nuova dirigenza nazista in Germania, educazione
che certo ha consentito brillanti affari (ricordiamo il libro di
Black sulle relazioni tra l’IBM e l’olocausto), ma che ha
organicamente contribuito alla creazione del meccanismo tecnologico
per la deportazione e distruzione di massa di milioni di cosiddetti
non ariani.
Per anni, in Europa, l’antisemitismo è stato fenomeno di
nicchia, strettamente legato all’estrema destra, come questa privo
di radici sociali, sembrava una provocazione sociale, campanello di
allarme d’una suburbia arretrata e in cerca di aiuto. Da quando
però è scoppiata la seconda intifada, tre anni fa, soprattutto in
Francia, l’antisemitismo politico sembra riaffacciarsi anche in
Europa e la serietà con cui gli Stati europei guardano il fenomeno
non lascia dubbi. Secondo il politologo francese Dominique Moïsi,
si tratta comunque di individui senza base logistica e non di un
fenomeno sociale od organizzativo, ancora meno, come a volte
traspare nella stampa americana, di Stato, osservando per altro che
sono i mussulmani ad essere infinitamente meno integrati nelle
maglie istituzionali europee e a subire se mai una quotidiana
discriminazione, accentuata per altro dal dopo 11.9..
Durante un recente seminario europeo sull’Antisemitismo a
Brussel, Romano Prodi ha promesso di presentare in autunno un piano
d’azione in cui si obbligheranno i Paesi membri a perseguire e
monitorare ogni fenomeno di antisemitismo. Tuttavia non sembra che
l’Unione Europea sia in grado di combattere le nuove forme che
l’Antisemitismo europeo sta prendendo: Ferma restando l’iniziale
matrice della destra estrema, cui ogni tanto si aggregano gruppi
islamisti o addirittura di sinistra, la nuova frontiera
dell’antisemitismo sembra essere quella che si fregia
dell’etichetta di “antirazzista”. Soprattutto portata
dai gruppi mussulmani nelle comunità cittadine europee,
contrabbanda, nascosto sotto la critica e il rifiuto della politica
israeliana nei territori palestinesi occupati, il rifiuto del
diritto all’esistenza stessa dello Stato d’Israele, denunciando
in blocco come razzista e colonialista tutti gli ebrei, senza alcuna
distinzione tra “israeliano” ed “ebreo” o
tra “governo israeliano” e “opposizione”,
si tratta solo di “sionisti” e in quanto tali razzisti.
Anche un islamista considerato moderato come Azzam Al Tamimi, che
vive in Inghilterra, accetta gli ebrei solo dopo che questi abbiano
accettato l’idea di rinunciare all’esistenza dello Stato
israeliano. Questa argomentazione ovviamente offre ampio appoggio
agli antiimperialisti di destra e di sinistra, coinvolgendo anche
molti gruppi altermondialisti, impossibile individuare fino a che
punto politicamente consapevoli del significato di simili propositi.
Centrale comunque nel dibattito sull’antisemitismo è la domanda:
”Dov’è la frontiera tra antisemitismo e critica legittima
al duro regime imposto da Sharon?”
La filosofa americana di origine ebraica Judith Butler, in una
risposta alle accuse del rettore di Harvard Lawrence Summers,
risponde che se l’accusa di antisemitismo, viene utilizzata per
difendere senza incertezze la politica di occupazione israeliana, è
la proprietà espressiva della parola stessa a perdere ogni valenza,
soprattutto in quei casi, in cui l’utilizzo del termine sarebbe
giustificato. Per parlare obiettivamente di antisemitismo, occorre
un utilizzo responsabile dei fatti, delle terminologie e delle
proporzioni. Negli editoriali, articoli, reportage, ovunque sulla
stampa oggi si mischia e si confonde molto: il conflitto
israelopalestinese, l’intifada, Ariel Sharon, il laicismo, il velo
islamico, l’antisemitismo e l’altermondialismo. La tendenza, per
esempio, a mettere in un unico calderone il colonialismo e la
fondazione dello Stato di Israele, sia pure nata nei paesi arabi, si
appoggia ai sensi di colpa storici europei, attecchendo proprio
nella sinistra e nell’altermondialismo.
Secondo questa corrente di pensiero, le opulente nazioni
occidentali, sarebbero all’origine di ogni malformazione nello
sviluppo delle regioni del terzo mondo, compreso quindi il fanatismo
e il conseguente terrorismo. Se le premesse di questo discorso sono
condivisibili, la conclusione che individua nell’esistenza di
Israele l’estrema forma del colonialismo occidentale, pone Israele
al centro di tutta la conflittualità mondiale del post 11
settembre, senza lasciare alcun margine di contrattazione ad una
soluzione pacifica del conflitto.
Lo Stato ebraico e l’internazionale lobby sionista diventano
quindi gli avamposti di combattimento di una decadenza che distrugge
le società, tesi che infine chiude il cerchio, ricollegandosi
direttamente all’antisemitismo di Goebbels e quindi della
tradizione europea, che individuava negli ebrei la causa della
decadenza del mondo intero. Il problema di tutta la società europea
non è religioso, si tratta di una sbagliata politica
dell’integrazione che non ha mai saputo comunicare o anche
soltanto scindere tra valori accettabili e non accettabili di cui le
minoranze man mano andavano facendosi latrici, per cui oggi il velo
nelle scuole laiche francesi diventa inaccettabile, mentre la
sottomissione della donna, la socialità maschilista delle periferie
islamiche francesi, i matrimoni pianificati dalla famiglia,
rapimenti, percosse, atti vandalici nei confronti dei simboli
occidentali prima, dei beni pubblici poi, di simboli ebraici infine,
essendo molto più difficili da perseguire, rimarranno, con i loro
messaggi politici, nella realtà per lungo tempo.
Integrazione europea dell’altro che comunque è storicamente
ancorata ai valori laici dello Stato eretti a garanzia strutturale
della coesistenza tra gruppi di pensiero o di religione diversi,
ovviamente senza penetrare la sfera privata culturale, fino a quando
non si manifesti in maniera prevaricante. Paradossale punto debole
dell’integrazione europea sembra essere la tolleranza, non tanto
delle religioni in se, quanto delle regole sociali che le diverse
religioni portano. In questo senso la legislazione contro i simboli
religiosi che si è svolta in Francia, sembra essere una tarda e
ancora limitata presa di coscienza dei limiti pratici della
tolleranza laica. E in questo senso la tradizione storica
dell’antisemitismo europeo e la diffidenza nei confronti dei
mussulmani si toccano.
Gli extracomunitari oggi, come gli ebrei nell’ottocento,
vengono recepiti in Europa come un fattore di impedimento all’unità
della nazione, di stravolgimento delle abitudini culturali. Basti a
questo fine citare Jean Giraudoux che nel 1939 scriveva: “Sono
entrati da noi, con un’infiltrazione di cui ho faticato a trovare
il segreto, centinaia di migliaia di ebrei askenazi, provenienti dai
ghetti polacchi (…) e che hanno portato concussione e corruzione,
azione clandestina …” Sembra di leggere un pamphlet
leghista dei nostri tempi.
In questo tipo di discriminazione la dimensione razziale è
irrilevante, la diversità percepita è culturale e comunitaria,
molto simile in questo senso all’anticomunismo americano degli
anni cinquanta. Si percepisce un’ostilità alla propria cultura,
che si ritiene strutturale al gruppo. Ostilità strutturale
ineliminabile che si polarizza da un lato in uno spirito di
appartanenza ad un gruppo sociale di maggioranza (e basta, salta
ogni differenziazione, destra-sinistra-laziale-romanista),
dall’altro nel ricambiare l’ostilità che si interpreta
strutturale, con una sistematica (anche se non strutturata)
demonizzazione di quello che ora si vuole assolutamente identificare
come nemico.
E quì subentra il problema dell’identificazione del nemico e
quindi l’elemento visivo, razziale, che fece sviluppare al nazismo
la famosa stella gialla. Il punto centrale è la razionalizzazione
delle ragioni della diversità, che fa si che due comunità in
principio indifferenti l’una alla presenza dell’altra,
costituiscano una ragione culturale che renda impossibile la
convivenza futura.
Questo processo passa per l’assimilazione del nuovo nemico ad
un nemico conosciuto e riconosciuto da tempo: così alcuni
altermondialisti identificano Israele con l’imperialismo americano
o con il colonialismo europeo, gli Europei assimilano Bush a Hitler,
gli italiani Berlusconi a Mussolini; processi che se nelle
intenzioni di chi li esprime, vorrebbero spiegare la gravità della
situazione, ottengono in realtà anche l’effetto opposto, di
giustificazione della storia e di rendere accettabile il passato.
Così dal “Bush è come Hitler”, al dire che “Hitler
in fondo non era tanto male, con gli ebrei si è fermato troppo
presto”, il passo è estremamente breve. Soprattutto perchè
a compierlo non è la stessa persona politica, da un lato troviamo
l’autorevolezza di un qualche quotidiano (della destra
francese per esempio), dall’altro l’autorevolezza di chi ha
soldi, di chi è cliente. In mezzo, recipiente di entrambi i
discorsi, il nostro business man europeo che oppone “un
educato silenzio”. E i motivi del silenzio non traspaiono
mai, che da una parte ci sia condivisione e dall’altra convenienza
è cosa che non si sa.
Quindi se a questo estremo si sostituisce un’ipotetico cliente
Hitler, che commissiona macchine per schede forate che contino la
popolazione dei Lager, tenendo aggiornata l’anagrafe o che ci sia
il vicino di casa, l’ospite al pranzo pasquale, il ragazzino che
scrive “Juden raus” in metropolitana, “l’educato
silenzio” può (non deve necessariamente) essere lo
stesso, quello della sottovalutazione del fenomeno e della
tolleranza in nome di ottimi e ragionevolissimi motivi: La
concorrenza venderebbe comunque, sono ragazzi, poveretto, ma è
tanto per bene.
Tito Gandini
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