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LA SIRIA NON È PIÙ «IL
PROSSIMO NEMICO
Le strane bombe di Damasco
sono un toccasana per Assad
La paura della
destabilizzazione riduce l’ostilità di Washington
Che succede in Siria ? L'attentato che due giorni fa
ha colpito il quartiere diplomatico di Damasco resta assai misterioso. Non
si conosce ancora l'identità politica degli attentatori. Ma per le
modalità in cui è avvenuto e per l'immediata divulgazione della notizia
- fatto assai strano in un paese che ha l'ossessione per l'opacità -
l'attacco di non meglio precisati “terroristi” solleva numerosi
interrogativi.
Da almeno vent'anni la Siria non era oggetto di attentati. Il regime di
Assad padre ha trasformato il paese un una sorta di stato di polizia
allargato. La rete degli informatori è capillare. Più che verso i nemici
esterni è rivolta verso i nemici interni, quei gruppi fondamentalisti
islamici che Hafez Assad stroncò imponendo, nel 1982, le cosiddette
“regole di Hama”. Nella città siriana, punto di forza dei movimenti
islamisti e in particolare dei Fratelli Musulmani, i cannoni delle brigate
corazzate aprirono il fuoco radendo al suolo l'abitato e lasciando sul
terreno più di ventimila vittime. Da allora, e dopo l'esilio forzato di
molti islamisti siriani, nessuna “minaccia verde” sembrava più
gravare sul regime. L'atteggiamento dei siriani verso i fondamentalisti
islamici è però sempre stato ambiguo: dura repressione di quello interno
e protezione di quello esterno, in particolare quello dell'Hezbollah
libanese e quello palestinese di Hamas e Jihad islamica. Il tutto in
funziona antisraeliana. Per Damasco, che ha ancora aperto il contenzioso
del Golan con Gerusalemme, la protezione di formazioni islamiste
anti-israeliane rappresenta la continuazione della guerra con altri mezzi
contro il potente vicino. Tra le tante contraddizioni siriane vi è quella
per cui Khaled Meshal, nuovo capo di Hamas, vive da tempo a Damasco,
proprio nel quartiere attaccato dai terroristi. E Hamas è formazione di
filiazione dei Fratelli Musulmani, gruppo che in casa propria Assad non ha
esitato a sterminare.
L'attentato resta dunque gravido di incognite. Quello che è interessante
analizzare è però l'uso politico che sembra farne il regime. E le sue
contaminazioni “irachene”. Sino a un anno fa la Siria era the next, il
bersaglio futuro dei neocon americani, che non nascondevano la necessità
di sostituire quello che definivano il «regime fascista di Damasco».
Erano i tempi in cui Richard Perle invitava il Congresso a varare una «legge
sulla liberazione della Siria» analoga a quella già adottata per l'Iraq
nel 1998. La campagna di Mesopotamia ha poi indotto i neocon a più miti
consigli. Anche perché la Siria, guidata dal giovane Bashar Assad, ha
cercato di enfatizzare il suo ruolo di fattore stabilizzatore della
regione e di avamposto della lotta al terrorismo. Il tutto mescolando
l'apertura verso l'Occidente e quella dei confini verso l'Iraq,
consentendo così il transito di tutti quelli che andavano a combattere in
riva al Tigri. Del resto un'America trionfante avrebbe impedito a Damasco
di assumere un ruolo nella regione. Cosa che le difficoltà militari dei
marines avrebbe invece esaltato, permettendo ai siriani di mostrare a
Washington la loro fattiva “non ostilità”.
In questo sottile gioco d'equilibrismo, Damasco ha pubblicamente
manifestato la sua ostilità verso al Qaeda e ha fatto circolare
informazioni, anche a servizi segreti occidentali, che hanno permesso di
contrastare il terrorismo di matrice islamista. Le minacce americane si
sono così attenuate. Sino a quando il servizio antiterrorismo del
Dipartimento di stato ha informato il Congresso che i progressi d Damasco
in materia di contrasto al terrorismo non erano ancora del tutto
soddisfacenti. Troppi combattenti stranieri entravano in Iraq dalle
frontiere siriane.
Accuse alla Siria vengono anche dalla Giordania. Amman sospetta che gli
attentati che al Qaeda ha fatto o voleva fare in Giordania per
destabilizzare il regno hashemita non potessero essere ignorati a Damasco.
Israele, poi, rincara la dose sulla questione dell'ospitalità concessa a
Hamas e Jihad. Così gli americani sono tornati più guardinghi. E si
mostrano ancora indecisi sul che fare con la Siria, il cui gruppo
dirigente è diviso tra i sostenitori “aperturisti” del giovane Bashar
e i “continuisti” panarabismi e nazionalisti, che si ispirano alla
linea del padre dell'attuale leader. Ma la questione siriana resta un nodo
quasi impossibile da sciogliere. Come quello di Saddam, quello siriano è
un regime nazionalista di matrice baath che, al di là delle connotazioni
ideologiche, funziona fondendo tre diverse tradizioni: tribalismo clanico
o religioso, autoritarismo, nazionalismo. I legami clanici degli Assad
coincidono con quelli religiosi: i membri dei clan al potere appartengono
alla setta alawita, tradizionalmente ostile ai maggioritari sunniti. Se il
clan Assad o il Baath siriano cadessero, riesploderebbe il particolarismo
etnico, tribale e religioso. E le sole forze organizzate pronte a colmare
il vuoto di potere sono quelle islamiste sunnite che, in esilio e in
patria, hanno continuato a mantenere attiva l'organizzazione clandestina.
In caso di crollo del regime tornerebbero prepotentemente alla ribalta.
Ora uno strano attacco terroristico mostra al mondo, e agli Usa in
particolare, cosa succederebbe se anche la Siria divenisse preda di gruppi
islamisti. La destabilizzazione della regione sarebbe assicurata e la
polveriera irachena diventerebbe ancora più esplosiva. Così, più o meno
nascostamente, nelle cancellerie occidentali si augura “lunga vita” al
giovane Assad e al suo regime.
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