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Sunniti e sciiti:
alleanza tattica

MASANIELLO - Moqtada Sadr, il capopolo sciita,
godrebbe di un seguito non superiore al 20-25% della
popolazione sciita secondo gli analisti del
Pentagono |
A cosa puntano i
miliziani di Al Sadr? E i religiosi sunniti? E' possibile
che, intorno al 30 giugno, si scateni un'insurrezione
coordinata di tutti i gruppi anti-americani operanti in
Iraq? Qualche risposta per capire gli obiettivi dei
guerriglieri che stanno attaccando i nostri soldati a
Nassiriya
Le truppe di Muqtada Al Sadr non sono più quello che
sembravano soltanto qualche settimana fa: una scalcagnata
banda di irregolari per sottomettere la quale poteva bastare
la forza d'urto dei contingenti militari alleati o dei
nostri carabinieri. Sono un esercito in piena regola, a cui
hanno aderito negli ultimi giorni migliaia di ex
addestratissimi poliziotti iracheni, armati fino ai denti.
Sono un esercito di popolo, radicato nella società sciita,
diretto non da parvenù della guerriglia, né da
improvvisati Masanielli e arruffapopoli, bensì da storici
capi della resistenza anti-Saddam che si intendono di
tecniche mordi e fuggi e che stanno dimostrando, come a
Nassiriya o a Kerbala, una profonda conoscenza del
territorio, una grande capacità di movimento e una
sofisticata intelligenza politica.
OBIETTIVI POLITICO-MILITARI
L'obiettivo militare immediato delle truppe di Sadr è
tenere in scacco le forze alleate, assediarle, costringerle
a colpire senza pietà i luoghi santi sciiti di Kerbala e
Najaf o gli ospedali di Nassiriya, che furbescamente
scelgono come loro quartier generale. Il tutto per
convincere la popolazione sciita a schierarsi, ad
abbandonare l'ayatollah moderato Ali Sistani, il
leader spirituale di Najaf.
Ma l'obiettivo di
lungo periodo è assai più ambizioso: cacciare gli
americani per potersi poi fregiare del merito di aver
espulso gli invasori dal sacro suolo dell'Islam. E' un
obiettivo politico lucidamente perseguito, dietro al quale
si muovono certo spezzoni dei servizi segreti iraniani e
uomini di primo piano degli Hezbollah libanesi.
EX PERSEGUITATI ANTI-SADDAM
Sarebbe però miope non vedere come la guerriglia di Sadr -
la più organizzata di tutto il sud dell'Iraq - è figlia
soprattutto della resistenza anti-Saddam, è guidata da ex
perseguitati del regime, è sì ispirata alla teocrazia
iraniana, ma nasce dentro il destino tragico degli sciiti
iracheni, costretti - sin dai tempi del colonialismo inglese
- a vivere sotto il tallone di uno stato minoritario
filo-sunnita. Il quadro è questo: Muqtada Al Sadr
non ha nulla a che sparire idelogicamente con i vecchi
arnesi del regime di Saddam. Il suo obiettivo strategico
oggi è di tipo khomeinista: uno stato teocratico sciita nel
cuore del Medio Oriente. Ma in passato è stato, come suo
padre, come suo zio, un perseguitato del passato regime di
Saddam.
E poco dopo la fine della guerra, propose persino a Paul
Bremer di affiancare con le sue milizie religiose
l'esercito regolare iracheno di futura costituzione: la
risposta negativa del governatore americano indusse lui e i
suoi uomini a passare da un appoggio critico a una guerra
dichiarata. Una guerra dichiarata che oggi - con l'accordo
col clero sunnita del centro-Iraq - conosce una tragica e
imprevedibile accelerazione.
SCIITI E SUNNITI UNITI NELLA LOTTA
Se l'esercito del Mahdi si appresta infatti a scatenare
un'offensiva militare in grande stile nel sud dell'Iraq, sul
modello insurrezionale di tutte le guerre di resistenza, i
clericali sunniti hanno subito manifestato il loro sostegno
ai capi religiosi sciiti in lotta a Kerbala, Najaf,
Nassiriya. Una corrispondenza d'interessi tra sunniti
filo-Saddam e sciiti radicali che non annulla gli odi del
passato ma li mette tra parentesi in vista dell'obiettivo
principe: cacciare gli invasori, farsi trovare pronti - con
le carte in regola, con l'aurea cioé di eroi della
resistenza antiamericana - nel momento in cui dovesse aprire
la battaglia per la conquista del potere a Baghdad.
L'incontro avvenuto la settimana scorsa tra alcuni dei più
importanti dignitari religiosi delle due confessioni
islamiche ha infatto avuto questo significato preciso:
costruire un'alleanza tattica anti-americana prima
della consegna del potere. Un'alleanza tattica innaturale,
certo, che si sfalderà se gli anglo-americani dovessero
andarsene. Ma che, oggi, in queste settimane, sta reggendo
all'urto delle secolari inimicizie. Durante l'assedio di
Falluja, sono stati centinaia i guerriglieri sciiti che sono
corsi in aiuto della cittadina sunnita del centro dell'Iraq.
E oggi, non è un caso che nel sud dell'Iraq stiano
accorrendo centinaia di guerriglieri islamici di ispirazione
sunnita, iracheni ma non solo. L'effetto dell'«occupazione»
è stato anche questo: raccogliere sotto un'unica
bandiare le due fazioni storicamente in lotta dell'Islam.
30 GIUGNO DATA FATIDICA
Il 30 giugno potrebbe dare il via a una sanguinosa resa dei
conti tra iracheni. Lo scrivono un po' tutti in queste ore,
dai giornali anglosasosi fino a quelli arabi-moderati. Ne
sono consapevoli i governi impegnati in Iraq per i quali lo
spettro di un eventuale ritiro occidentale è quello
dell'esplosione di una guerra civile in un Paese chiave del
Medio Oriente: una guerra civile in cui tutti gli stati
circostanti - dalla Siria, all'Iran, alla Turchia, alla
Giordania - giocherebbe la loro partita, con effetti
imponderabili.
Una guerra civile che appare però oggi ugualmente
inevitabile se gli americani, accanto all'iniziativa
militare, non riusciranno ad avviare seri negoziati
politici. Con tutti gli attori dell'Iraq di oggi e non solo
con quelli che già sostengono il governo provvisorio. Perché
se non puoi annientare il nemico, cooptalo, compralo,
convincilo con l'unica arma che hai a disposizione: i soldi.
Ma non farti trascinare in un altro Vietnam. |