Tutti diciamo a noi stessi  "è doveroso difendere la nostra presenza e il nostro diritto di esistere". Ma sono pochi quelli che sanno difendere la libertà dei cristiani.  Dr. Samir Geagea
7 Agosto 2004
LIBANO

Vescovi maroniti: i libanesi senza potere per scegliere il loro presidente

La classe politica succube della Siria e dimentica dei problemi della popolazione. Solidarietà per la Chiesa in Iraq.

Beirut (AsiaNews) – “Il popolo libanese, segnato da anni da problemi sociali e di vita, non avrà voce in capitolo nell’elezione del proprio presidente”: è quanto affermato dal consiglio dei vescovi maroniti in un documento ufficiale pubblicato giovedì dal quotidiano nazionale An Nahar.

Il consiglio, presieduto dal patriarca Nasrallah Sfeir, si è riunito lo scorso mercoledì. Nella nota si condanna il fatto che “le imminenti elezioni presidenziali sembrano riguardare esclusivamente la classe politica del paese, mentre la maggioranza del popolo libanese è oppresso dal peso schiacciante dei problemi socio-economici fra l’indifferenza generale delle istituzioni”.

In effetti tutta la classe politica libanese continua a discutere se rinnovare il mandato all’attuale presidente Emile Lahud o se scegliere qualcun altro. Il nuovo candidato però dovrà aver il beneplacito della Siria, che continua ad occupare militarmente il suolo libanese e a controllare la politica di Beirut.

I vescovi riuniti a Diman, nel nord del Libano, hanno sottolineato l’abisso che separa la classe politica dalla popolazione: “La situazione di crisi è evidente e concerne la scarsità di posti di lavoro, un peso fiscale eccessivo, una crescente corruzione nelle istituzioni pubbliche come nelle ditte di telefonia mobile e di elettricità, lo spreco dei fondi pubblici e il caos nei dipartimenti di governo. Altro elemento di malcontento è il debito pubblico, per il quale non si intravedono all’orizzonte soluzioni”. Il consiglio dei vescovi aggiunge che “è ormai divenuta una prassi comune che il popolo libanese non abbia voce in capitolo nelle elezioni presidenziali e la maggior parte pensa che sia normale; questo è un ulteriore segno dell’assenza di orgoglio nazionale e di una vicinanza al proprio paese, oltre che della poca considerazione della volontà popolare”.

Nella nota si condanna anche l’attacco alle 5 chiese perpetrato la scorsa domenica in Iraq, che ha causato la morte di 11 fedeli e il ferimento di altri 50. “quanto successo in Iraq – dicono i vescovi -  ribadisce che c’è una ferma determinazione a colpire il paese e i suoi abitanti. Esprimiamo il nostro rammarico per i crimini e i massacri che si stanno susseguendo in un paese fratello e preghiamo Dio affinché ponga fine a questa tragedia immane, per il bene del suo popolo”. (DS)


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