Tutti diciamo a noi stessi  "è doveroso difendere la nostra presenza e il nostro diritto di esistere". Ma sono pochi quelli che sanno difendere la libertà dei cristiani.  Dr. Samir Geagea

Washington accusa il governo di Damasco di ostacolare le azioni militari americane per il ripristino della normalità in Iraq e nell’intera regione mediorientale. Gli Stati Uniti puniscono il paese con pesanti sanzioni economiche. Tensioni anche con l’Europa per la mancata sottoscrizione della Siria ad alcuni accordi sulla non proliferazione di armi di distruzione di massa.
(Cterina Cocco)

Equilibri.net (23 agosto 2004)

 

Le accuse dagli USA

La guerra in Iraq e la politica estera statunitense in Medio Oriente sta influenzando molto la scena politica siriana e i rapporti con gli stati vicini. Anche se al momento non è un’ aperta rottura, sono molte le cause di tensioni tra Stati Uniti e Siria e riguardano il comportamento ambiguo e pericoloso che, secondo la Casa Bianca, sta assumendo il paese mediorientale. Washington ha accusato il governo di Damasco di ostacolare l’intervento militare americano in Iraq e di rendere difficile il ripristino dell’equilibrio nelle regione interessata, non curandosi di stanziare controlli militari sui loro confini allo scopo di ostacolare il passaggio di alcuni gruppi terroristici e di singoli volontari che andrebbero a rinforzare le fila della guerriglia.
Il presidente Bush accusa la Siria di non aver cessato l’occupazione di alcuni territori del Libano, provocando violazioni di diritti umani e un progressivo inasprimento dei rapporti diplomatici con Israele. Rimostranze provengono anche dalle associazioni per i diritti umani che accusano il governo siriano di aver incrementato azioni di repressione sui Curdi siriani i quali cercano di ottenere gli stessi diritti raggiunti dai connazionali dell’ Iraq dopo la fine del regime di Saddam Hussein.

Il presidente siriano Bashar al-Assad nega le accuse e promette una serie di riforme ma sostiene che il suo paese si sta impegnando molto per acquistare la fiducia e l’amicizia dei due più importanti paesi islamici amici dell’occidente, l’Arabia Saudita e l’Egitto. Il governo di Damasco si dice ben disposto ad accontentare, a piccoli passi, gli Stati Uniti, ma la Casa Bianca definisce ambiguo se non minaccioso l’atteggiamento della Siria.

L’accusa più grave che Washington ha mosso al governo di Damasco è quella secondo cui la Siria stia appoggiando, in diversi modi, azioni terroristiche. Secondo la Casa Bianca il governo siriano ospiterebbe e proteggerebbe leader del gruppo terroristico palestinese Hamas e capi di gruppi della Jihad Islamica. Khaled Mishaal, uno dei leader di Hamas, scampato a una rappresaglia israeliana nel 1997, dal 1999 rifugiato in Siria, sembra avere molti legami con Ramadam Abdullah Shallah della Jihad Islamica ed entrambi sembrerebbero essere i responsabili delle violenze provocate in Israele nei mesi scorsi.

Ora gli Stati Uniti chiedono al governo siriano di arrestare entrambi i leader terroristi, di lasciare i territori del Libano, di non influenzare la politica interna libanese e infine di contrastare gli Hezbollah. Il gruppo terroristico libanese, infatti, secondo i servizi segreti americani, sosterrebbe economicamente il terrorismo palestinese contro Israele ed avrebbe forti contatti con il leader anti-occidentale shiita Moqtada al –Sadr. Il presidente Assad sostiene di aver chiuso ogni rapporto diretto con il leader degli Hezbollah, Hassan Nasrallah. La Siria, tuttavia, continua dunque ad avere forti influenze nella politica libanese, spiega il presidente Assad, per una questione di equilibrio nella regione, per difendersi e per rafforzarsi da un eventuale attacco da parte di Israele. Bush ha chiesto alla Siria di rimanere fuori dalle elezioni in Libano previste il prossimo novembre.

Le accuse sulle armi di distruzione di massa e le tensioni con l’Europa

L’altra grave causa di raffreddamento dei rapporti diplomatici tra Siria e Stati Uniti riguarda il sospetto sul possesso di armi di distruzione di massa e programmi nucleari insieme alla mancata sottoscrizione da parte del paese mediorientale di numerosi accordi e clausole riguardanti il possesso di tali armi.

Gli Stati Uniti accusano la Siria di possedere sofisticate armi chimiche da applicare a testate missilistiche, un rifornimento di gas letali come il nervino e un arsenale ben fornito di missili a basso raggio (Scud, SS-21), ed inoltre il ministero della difesa americano sostiene che in Siria continua a fare ricerche illegali su programmi per la fabbricazione di armi batteriologiche. La Siria ha fortemente negato il possesso di programmi per la fabbricazione di armi di distruzione di massa, e ha allo stesso modo ha puntato il dito contro Israele che non ha accettato controlli all’interno dei propri arsenali.

Ciò che più preoccupa l’Europa e gli Stati Uniti è che la Siria, che ha sottoscritto il trattato di non proliferazione di armi di distruzione di massa (NPT), non ha ancora aderito al protocollo aggiuntivo dell’IAEA, l’agenzia che si occupa di monitorare la produzione di energia atomica a fini pacifici ed energetici. Tale protocollo prevede un rigido controllo della produzione di energia atomica utilizzata per produrre elettricità attraverso costanti verifiche nei laboratori.

La Siria attualmente si trova in una posizione molto difficile e scomoda anche nei confronti dell’Unione Europea: nel 2003 infatti, insieme alla Libia, ha rinunciato al programma di cooperazione sulle armi chimiche e batteriologiche e adesso, affinché si possa rinnovare un accordo di collaborazione con l’Europa, il cosiddetto Association Accord, è necessario che la Siria cessi di avere un atteggiamento poco chiaro e ambiguo sul possesso di tali armi. Allo scopo di una maggiore trasparenza su questi temi, lo scorso 26 maggio, quindici paesi dell’Unione Europea hanno approvato la versione finale di questo accordo, una versione più rigida che prevede controlli più severi da parte degli ispettori europei. Un primo controllo sulla base della “versione finale” è stato fissato dal presidente Solana il 14 e 15 luglio, la prima vera e propria forma di negoziazione tra l’Europa e il paese mediorientale. Il governo di Damasco ha aspramente criticato questa nuova versione dell’accordo, definendola parziale ed eccessivamente rigida. Il presidente ha addotto una serie di giustificazioni a conferma della sua tesi sulla non validità della nuova stesura dell’accordo e una serie di condizioni con le quali il paese sarebbe disposto a firmare l’accordo.

Il governo di Damasco ha chiesto anzitutto di non considerare definitiva la versione del 26 maggio, poi ha invitato i paesi europei a seguire la proposta del ministro egli affari esteri britannico, Elizabeth Symon, secondo la quale si dovrebbero imporre le stesse condizioni anche a Israele e infine propone un accordo meno rigido e un piano d’azione affinché tutti i paesi del Mediterraneo cooperino con l’Europa. Solo con queste condizioni meno restrittive, ha detto il governo siriano, Damasco potrà riaprire il dialogo con Europa e Stati Uniti.

Le sanzioni dell’11 maggio e la controversa situazione economica

Lo scorso 11 maggio il presidente Bush ha imposto alla Siria gravi sanzioni economiche che riguardano soprattutto l’esportazioni di alcuni prodotti; la scelta di un embargo parziale è dovuta ai molti interessi americani nella regione.

Gli Stati Uniti hanno stilato una sorta di lista di altri provvedimenti economici per punire l’atteggiamento ambiguo del paese. Tra questi un fermo totale degli investimenti americani, restrizioni diplomatiche, divieto di rapporti economici tra cittadini americani e governo siriano, restrizioni finanziari alla Banca Commerciale della Siria al fine di ostacolare riciclaggio di denaro sporco, (ciò consentirebbe alla Siria un maggiore impegno finanziario su banche arabe e europee).

Il primo ministro siriano condanna le sanzioni e nega la loro efficacia sostenendo l’illegalità di queste. Il presidente Assad, fin dall’inizio del suo mandato, ha sempre cercato di modernizzare il paese: tra le innovazioni di questi ultimi anni, per esempio, la riforma della borsa valori, l’istituzione di alcune nuove tasse. Ma nonostante tutto le banche siriane hanno sempre avuto molte limitazioni nella gestione della finanza e degli investimenti nell’economia del paese senza contare i problemi nel cambio delle valute straniere e la necessità di raccogliere ed acquisire moneta pregiata dall’estero.

Secondo gli economisti coloro che ambiscono a riforme economiche di stampo occidentale in Siria hanno bisogno di un leader più deciso e coraggioso: al governo manca un sostenitore per queste riforme capitaliste. Le agenzie di panificazione economica si espongono molto e fanno propaganda anche attraverso i media proponendo di liberalizzare l’economia siriana entro il 2010, ma ciò sarà molto improbabile adesso con il ridimensionamento degli aiuti da parte degli Stati Uniti e con il progressivo raffreddamento dei rapporti diplomatici con l’Unione Europea a causa dei disaccordi sulla mancata firma dei protocolli aggiuntivi alla limitazione delle armi di distruzione di massa.

Per quanto riguarda l’economia interna, le statistiche parlano di un aumento del 20% dei salari pubblici. La Banca centrale di Siria ha rilasciato i dati del PIL del 2002: è emersa una crescita del 3,2, la maggior parte riguardante il settore pubblico. Dalle statistiche è emerso inoltre un aumento del consumo interno di petrolio, comprato dall’Iraq, e un aumento dell’export del greggio nazionale.

Su questi dati gravano pesanti dubbi sulla trasparenza: la Banca Centrale, infatti, sembrerebbe aver nascosto e falsato i dati sull’import, molto probabilmente per nascondere le importazioni effettuate dalla Siria dall’Iraq.
In totale però le statistiche parlano di una diminuzione dei consumi pubblici e privati, l’unico contributo alla crescita è stato il petrolio.

I dati, non molto attendibili e spesso discordanti, evidenziano un’economia stagnante, un incremento dei consumi molto variabile che rende instabile l’intero sistema produttivo. E’stata registrata una diminuzione degli investimenti privati e una forte presenza di corruzione.

I prestiti delle banche commerciali al governo sono cresciuti del 3,7 % nel primi due trimestri del 2003, una crescita alquanto variabile, dimostrando un andamento fiscale deteriorato. La maggior parte delle banche del paese sono state costrette a fare prestiti al governo nonostante il loro problemi finanziari e di margine di liquidità. I prestiti ai settori privati sono aumentati del 3,8% nel secondo trimestre e del 5,5% nel primo, ricordando che esiste un notevole flusso finanziario privato destinato ad alimentare l’economia del vicino Libano (anche fino al 40% del reddito nazionale).

Per quanto riguarda il petrolio, invece, non si registrano cambiamenti sui costi. I prezzi del petrolio nella regione rimangono ancora molto alti.
Sin dalla metà degli anni ‘80 la Siria ha ripreso ad essere uno dei maggiori esportatori petrolio (circa 525.000 barili al giorno) al mondo e il governo è tuttora ansioso di attrarre nuovi investimenti stranieri e di mantenere alta la produzione di petrolio e di gas naturali.
Nel mese di marzo il ministro del petrolio Haddad ha accettato di trattare e di discutere su un progetto di collaborazione con la Petrocanada, un consorzio di cui fanno parte compagnie petrolifere americane e britanniche. Questo tipo di collaborazione prevede lo sviluppo, nella regione, di 15 piattaforme di gas con mezzi tecnici e finanziari molto sofisticati. Le sanzioni dell’11 marzo però non prevedono controlli sull’energia industriale. Quello del Petrocanada potrebbe essere il più grande progetto sul gas e sulle risorse naturali mai avuto prima in Siria. Al contrario, a causa di problemi interni alla compagnia una grande società petrolifera americana, la Conoco Phillips, ha deciso di abbandonare il paese con il quale ha un contratto fino al 2005.

Il ministro Haddad ha inoltre invitato a esplorare nuovi siti per l’estrazione del petrolio e del gas naturali. Lo sviluppo di questi ultimi sta interessando anche il Libano che vorrebbe comprare gas dalla Siria e utilizzarlo per produrre energia.

Dati del 2001 e 2002 e da revisioni dei dati del 2000, forniti dalla Istituto di Statistica finanziaria, si registrano un surplus di 1,4 miliardi di dollari nel 2002 e, 1,22 nel 2001.
Il sovrappiù è aumentato: dall’1,4 miliardi di dollari al 2,2 del 2002 e ciò è stato dovuto al basso prezzo del petrolio greggio iracheno che la Siria ha impiegato all’interno, potendo così esportare il proprio. Di conseguenza l’export è aumentato del 16,9 %. Di contro sono diminuite le entrate nel settore del turismo: dopo l’11 settembre molti turisti occidentali hanno abbandonato la Siria come meta turistica, e questo si verifica ancora adesso a causa dell’invasione dell’Iraq.


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