Le accuse dagli USA
La
guerra in Iraq e la politica estera statunitense in Medio
Oriente sta influenzando molto la scena politica siriana e i
rapporti con gli stati vicini. Anche se al momento non è un’
aperta rottura, sono molte le cause di tensioni tra Stati Uniti
e Siria e riguardano il comportamento ambiguo e pericoloso che,
secondo la Casa Bianca, sta assumendo il paese mediorientale.
Washington ha accusato il governo di Damasco di ostacolare
l’intervento militare americano in Iraq e di rendere difficile
il ripristino dell’equilibrio nelle regione interessata, non
curandosi di stanziare controlli militari sui loro confini allo
scopo di ostacolare il passaggio di alcuni gruppi terroristici e
di singoli volontari che andrebbero a rinforzare le fila della
guerriglia.
Il presidente Bush accusa la Siria di non aver cessato
l’occupazione di alcuni territori del Libano, provocando
violazioni di diritti umani e un progressivo inasprimento dei
rapporti diplomatici con Israele. Rimostranze provengono anche
dalle associazioni per i diritti umani che accusano il governo
siriano di aver incrementato azioni di repressione sui Curdi
siriani i quali cercano di ottenere gli stessi diritti raggiunti
dai connazionali dell’ Iraq dopo la fine del regime di Saddam
Hussein.
Il
presidente siriano Bashar al-Assad nega le accuse e promette una
serie di riforme ma sostiene che il suo paese si sta impegnando
molto per acquistare la fiducia e l’amicizia dei due più
importanti paesi islamici amici dell’occidente, l’Arabia
Saudita e l’Egitto. Il governo di Damasco si dice ben disposto
ad accontentare, a piccoli passi, gli Stati Uniti, ma la Casa
Bianca definisce ambiguo se non minaccioso l’atteggiamento
della Siria.
L’accusa
più grave che Washington ha mosso al governo di Damasco è
quella secondo cui la Siria stia appoggiando, in diversi modi,
azioni terroristiche. Secondo la Casa Bianca il governo siriano
ospiterebbe e proteggerebbe leader del gruppo terroristico
palestinese Hamas e capi di gruppi della Jihad Islamica. Khaled
Mishaal, uno dei leader di Hamas, scampato a una rappresaglia
israeliana nel 1997, dal 1999 rifugiato in Siria, sembra avere
molti legami con Ramadam Abdullah Shallah della Jihad Islamica
ed entrambi sembrerebbero essere i responsabili delle violenze
provocate in Israele nei mesi scorsi.
Ora
gli Stati Uniti chiedono al governo siriano di arrestare
entrambi i leader terroristi, di lasciare i territori del
Libano, di non influenzare la politica interna libanese e infine
di contrastare gli Hezbollah. Il gruppo terroristico libanese,
infatti, secondo i servizi segreti americani, sosterrebbe
economicamente il terrorismo palestinese contro Israele ed
avrebbe forti contatti con il leader anti-occidentale shiita
Moqtada al –Sadr. Il presidente Assad sostiene di aver chiuso
ogni rapporto diretto con il leader degli Hezbollah, Hassan
Nasrallah. La Siria, tuttavia, continua dunque ad avere forti
influenze nella politica libanese, spiega il presidente Assad,
per una questione di equilibrio nella regione, per difendersi e
per rafforzarsi da un eventuale attacco da parte di Israele.
Bush ha chiesto alla Siria di rimanere fuori dalle elezioni in
Libano previste il prossimo novembre.
Le accuse sulle armi di distruzione di massa e le
tensioni con l’Europa
L’altra
grave causa di raffreddamento dei rapporti diplomatici tra Siria
e Stati Uniti riguarda il sospetto sul possesso di armi di
distruzione di massa e programmi nucleari insieme alla mancata
sottoscrizione da parte del paese mediorientale di numerosi
accordi e clausole riguardanti il possesso di tali armi.
Gli
Stati Uniti accusano la Siria di possedere sofisticate armi
chimiche da applicare a testate missilistiche, un rifornimento
di gas letali come il nervino e un arsenale ben fornito di
missili a basso raggio (Scud, SS-21), ed inoltre il ministero
della difesa americano sostiene che in Siria continua a fare
ricerche illegali su programmi per la fabbricazione di armi
batteriologiche. La Siria ha fortemente negato il possesso di
programmi per la fabbricazione di armi di distruzione di massa,
e ha allo stesso modo ha puntato il dito contro Israele che non
ha accettato controlli all’interno dei propri arsenali.
Ciò che più preoccupa l’Europa e gli Stati Uniti è che la
Siria, che ha sottoscritto il trattato di non proliferazione di
armi di distruzione di massa (NPT), non ha ancora aderito al
protocollo aggiuntivo dell’IAEA, l’agenzia che si occupa di
monitorare la produzione di energia atomica a fini pacifici ed
energetici. Tale protocollo prevede un rigido controllo della
produzione di energia atomica utilizzata per produrre elettricità
attraverso costanti verifiche nei laboratori.
La
Siria attualmente si trova in una posizione molto difficile e
scomoda anche nei confronti dell’Unione Europea: nel 2003
infatti, insieme alla Libia, ha rinunciato al programma di
cooperazione sulle armi chimiche e batteriologiche e adesso,
affinché si possa rinnovare un accordo di collaborazione con
l’Europa, il cosiddetto Association Accord, è necessario che
la Siria cessi di avere un atteggiamento poco chiaro e ambiguo
sul possesso di tali armi. Allo scopo di una maggiore
trasparenza su questi temi, lo scorso 26 maggio, quindici paesi
dell’Unione Europea hanno approvato la versione finale di
questo accordo, una versione più rigida che prevede controlli
più severi da parte degli ispettori europei. Un primo controllo
sulla base della “versione finale” è stato fissato dal
presidente Solana il 14 e 15 luglio, la prima vera e propria
forma di negoziazione tra l’Europa e il paese mediorientale.
Il governo di Damasco ha aspramente criticato questa nuova
versione dell’accordo, definendola parziale ed eccessivamente
rigida. Il presidente ha addotto una serie di giustificazioni a
conferma della sua tesi sulla non validità della nuova stesura
dell’accordo e una serie di condizioni con le quali il paese
sarebbe disposto a firmare l’accordo.
Il
governo di Damasco ha chiesto anzitutto di non considerare
definitiva la versione del 26 maggio, poi ha invitato i paesi
europei a seguire la proposta del ministro egli affari esteri
britannico, Elizabeth Symon, secondo la quale si dovrebbero
imporre le stesse condizioni anche a Israele e infine propone un
accordo meno rigido e un piano d’azione affinché tutti i
paesi del Mediterraneo cooperino con l’Europa. Solo con queste
condizioni meno restrittive, ha detto il governo siriano,
Damasco potrà riaprire il dialogo con Europa e Stati Uniti.
Le sanzioni dell’11 maggio e la controversa
situazione economica
Lo
scorso 11 maggio il presidente Bush ha imposto alla Siria gravi
sanzioni economiche che riguardano soprattutto l’esportazioni
di alcuni prodotti; la scelta di un embargo parziale è dovuta
ai molti interessi americani nella regione.
Gli Stati Uniti hanno stilato una sorta di lista di altri
provvedimenti economici per punire l’atteggiamento ambiguo del
paese. Tra questi un fermo totale degli investimenti americani,
restrizioni diplomatiche, divieto di rapporti economici tra
cittadini americani e governo siriano, restrizioni finanziari
alla Banca Commerciale della Siria al fine di ostacolare
riciclaggio di denaro sporco, (ciò consentirebbe alla Siria un
maggiore impegno finanziario su banche arabe e europee).
Il
primo ministro siriano condanna le sanzioni e nega la loro
efficacia sostenendo l’illegalità di queste. Il presidente
Assad, fin dall’inizio del suo mandato, ha sempre cercato di
modernizzare il paese: tra le innovazioni di questi ultimi anni,
per esempio, la riforma della borsa valori, l’istituzione di
alcune nuove tasse. Ma nonostante tutto le banche siriane hanno
sempre avuto molte limitazioni nella gestione della finanza e
degli investimenti nell’economia del paese senza contare i
problemi nel cambio delle valute straniere e la necessità di
raccogliere ed acquisire moneta pregiata dall’estero.
Secondo
gli economisti coloro che ambiscono a riforme economiche di
stampo occidentale in Siria hanno bisogno di un leader più
deciso e coraggioso: al governo manca un sostenitore per queste
riforme capitaliste. Le agenzie di panificazione economica si
espongono molto e fanno propaganda anche attraverso i media
proponendo di liberalizzare l’economia siriana entro il 2010,
ma ciò sarà molto improbabile adesso con il ridimensionamento
degli aiuti da parte degli Stati Uniti e con il progressivo
raffreddamento dei rapporti diplomatici con l’Unione Europea a
causa dei disaccordi sulla mancata firma dei protocolli
aggiuntivi alla limitazione delle armi di distruzione di massa.
Per
quanto riguarda l’economia interna, le statistiche parlano di
un aumento del 20% dei salari pubblici. La Banca centrale di
Siria ha rilasciato i dati del PIL del 2002: è emersa una
crescita del 3,2, la maggior parte riguardante il settore
pubblico. Dalle statistiche è emerso inoltre un aumento del
consumo interno di petrolio, comprato dall’Iraq, e un aumento
dell’export del greggio nazionale.
Su
questi dati gravano pesanti dubbi sulla trasparenza: la Banca
Centrale, infatti, sembrerebbe aver nascosto e falsato i dati
sull’import, molto probabilmente per nascondere le
importazioni effettuate dalla Siria dall’Iraq.
In totale però le statistiche parlano di una diminuzione dei
consumi pubblici e privati, l’unico contributo alla crescita
è stato il petrolio.
I
dati, non molto attendibili e spesso discordanti, evidenziano
un’economia stagnante, un incremento dei consumi molto
variabile che rende instabile l’intero sistema produttivo.
E’stata registrata una diminuzione degli investimenti privati
e una forte presenza di corruzione.
I
prestiti delle banche commerciali al governo sono cresciuti del
3,7 % nel primi due trimestri del 2003, una crescita alquanto
variabile, dimostrando un andamento fiscale deteriorato. La
maggior parte delle banche del paese sono state costrette a fare
prestiti al governo nonostante il loro problemi finanziari e di
margine di liquidità. I prestiti ai settori privati sono
aumentati del 3,8% nel secondo trimestre e del 5,5% nel primo,
ricordando che esiste un notevole flusso finanziario privato
destinato ad alimentare l’economia del vicino Libano (anche
fino al 40% del reddito nazionale).
Per
quanto riguarda il petrolio, invece, non si registrano
cambiamenti sui costi. I prezzi del petrolio nella regione
rimangono ancora molto alti.
Sin dalla metà degli anni ‘80 la Siria ha ripreso ad essere
uno dei maggiori esportatori petrolio (circa 525.000 barili al
giorno) al mondo e il governo è tuttora ansioso di attrarre
nuovi investimenti stranieri e di mantenere alta la produzione
di petrolio e di gas naturali.
Nel mese di marzo il ministro del petrolio Haddad ha accettato
di trattare e di discutere su un progetto di collaborazione con
la Petrocanada, un consorzio di cui fanno parte compagnie
petrolifere americane e britanniche. Questo tipo di
collaborazione prevede lo sviluppo, nella regione, di 15
piattaforme di gas con mezzi tecnici e finanziari molto
sofisticati. Le sanzioni dell’11 marzo però non prevedono
controlli sull’energia industriale. Quello del Petrocanada
potrebbe essere il più grande progetto sul gas e sulle risorse
naturali mai avuto prima in Siria. Al contrario, a causa di
problemi interni alla compagnia una grande società petrolifera
americana, la Conoco Phillips, ha deciso di abbandonare il paese
con il quale ha un contratto fino al 2005.
Il
ministro Haddad ha inoltre invitato a esplorare nuovi siti per
l’estrazione del petrolio e del gas naturali. Lo sviluppo di
questi ultimi sta interessando anche il Libano che vorrebbe
comprare gas dalla Siria e utilizzarlo per produrre energia.
Dati
del 2001 e 2002 e da revisioni dei dati del 2000, forniti dalla
Istituto di Statistica finanziaria, si registrano un surplus di
1,4 miliardi di dollari nel 2002 e, 1,22 nel 2001.
Il sovrappiù è aumentato: dall’1,4 miliardi di dollari al
2,2 del 2002 e ciò è stato dovuto al basso prezzo del petrolio
greggio iracheno che la Siria ha impiegato all’interno,
potendo così esportare il proprio. Di conseguenza l’export è
aumentato del 16,9 %. Di contro sono diminuite le entrate nel
settore del turismo: dopo l’11 settembre molti turisti
occidentali hanno abbandonato la Siria come meta turistica, e
questo si verifica ancora adesso a causa dell’invasione
dell’Iraq.