Tutti diciamo a noi stessi  "è doveroso difendere la nostra presenza e il nostro diritto di esistere". Ma sono pochi quelli che sanno difendere la libertà dei cristiani.  Dr. Samir Geagea

Libano: le manovre pre-elettorali

A novembre in Libano vi saranno le elezioni presidenziali. Già sono in atto le grandi manovre di tutti gli attori politici, interni ed esterni, che operano nel teatro libanese. Tra il tentativo siriano di cambiare la costituzione per permettere al fedele presidente Emile Lahoud di non uscire dalla scena politica e contrastare il potere del premier Rafiq al- Hariri, le pressioni degli attori esterni e quelle interne derivanti dalla difficile situazione economica, il paese si avvia verso le urne in un clima di grande incertezza.   (Dario Cristiani)

Equilibri.net (2 agosto 2004)


La partita per Beiurt si gioca a Damasco?

Si avvicina sempre di più per il Libano la data delle prossime elezioni presidenziali, previste per il prossimo novembre.

Il mondo politico del paese è in pieno fermento, a causa del tentativo, neanche troppo silente e celato dell’attuale presidente Emile Lahoud di ottenere quella modifica costituzionale che gli possa permettere o di allungare il suo attuale mandato, in scadenza proprio nel prossimo novembre, oppure di ricandidarsi alla guida del paese.

La costituzione libanese in questo senso è molto chiara. Il suo articolo 49 dice esplicitamente che il mandato presidenziale ha una durata di 6 anni, e non è rinnovabile. Ma Lahoud non ha intenzione di farsi da parte, e allo stato attuale delle cose la possibilità che egli riesca ad ottenere un rinnovo o un prolungamento del suo mandato non appare più irrealistica come fino a qualche mese fa.

La partita politica in questo senso è si destinata ad essere giocata formalmente a Beirut, ma nella sostanza essa verrà pesantemente condizionata dalle decisioni e dalle volontà della dirigenza siriana, il cui controllo sulla vita politica dell’ex “Svizzera del Medio Oriente” è sempre stato molto forte e marcato dalla fine della guerra civile sino ad oggi. La presenza siriana è stata formalizzata con gli accordi di Ta’if del 1989 e con il trattato di “fraternità, cooperazione e coordinamento” contratto dalle parti nel 1991.

L’obiettivo primario della Siria in questo senso è mantenere salda la “presa” sulle decisioni politiche libanesi, e buona parte della dirigenza siriana vede la figura di Lahoud come una garanzia, poiché nei sei anni del suo mandato il Presidente si è sempre mostrato molto “attento” agli interessi e alle volontà di Damasco, tanto da far parlare alcuni osservatori di “obbedienza”.

Il mantenimento dello status quo è quindi l’ipotesi considerata migliore, o quanto meno accettabile, da Damasco, che vede un eventuale “cambio di inquilino” nelle stanze del potere di Beirut come una potenziale minaccia ai propri interessi. In particolar modo è la figura dell’attuale primo ministro, Rafiq al- Hariri, a preoccupare non poco Bashar al Assad e i suoi fedelissimi.

Libanese di credo sunnita, dal 1992 Hariri è uno dei protagonisti del panorama politico della “democrazia consociativa” libanese. Hariri ha in questi anni dovuto fare di necessità virtù, poiché a fronte di una costituzione formale che in seguito agli accordi di Ta’if del 1989 con la quale è stata ricostruita la repubblica libanese, dilaniata da un quindicennio di guerra civile, assegnava al primo ministro, musulmano sunnita, una gamma di poteri molto più ampia e forte rispetto a quelli che lo stesso premier aveva nella prima repubblica dissoltasi con la guerra civile.

Da un punto di vista sostanziale Hariri, grazie al gioco di sponda reciproco tra Lahoud e i siriani, è stato messo politicamente in disparte, riuscendo ad avere una reale libertà di manovra solo su ciò che concerne le scelte di politica economica, anche se nelle ultime settimane importanti scontri tra Lahoud e Hariri non sono mancati neanche in quest’ambito.

Hariri per riuscire a riequilibrare la “bilancia” politica libanese, pendente verso posizioni filosiriane a causa dell’operato presidenziale, e per evitare un suo totale isolamento nelle dinamiche politiche interne al paese, ha cercato sponde importanti nell’ambito internazionale, in modo tale da riuscire a coagulare sulla sua figura il consenso un buon numero di paesi importanti.

Hariri puo contare su delle buone relazioni con i seguenti paesi:

-L’Arabia Saudita, dove per anni, arrivato lì come costruttore, è stato uno dei più importanti ed ascoltati consiglieri del re Fahd.

-I Paesi del Golfo, i cui petroldollari fanno molto comodo alle dissestate casse libanesi, e i quali sono interessati ad investire nel paese, attratti dalla politica di privatizzazioni e liberalizzazioni pensata dal primo ministro. Questo è un altro motivo di scontro tra il premier Hariri e Lahoud, poiché queste scelte di politica economica sono state in più di un occasione ostacolate dal Presidente, che non vede di buon occhio un passaggio in mani straniere di alcuni settori economici fondamentali per l’economia libanese. Il motivo alla base dello scontro tra i due sta nel fatto che Lahoud è timoroso delle conseguenze politiche che ciò può avere, sostenendo che i vantaggi economici derivanti da queste dismissioni non giustificano la perditadi settori strategici per l’economia e la politica statale.


-Francia, proprio grazie ad un ingente quantitativo di fondi provenienti dalla casse di Parigi Hariri è riuscito negli scorsi anni a ridurre il debordante debito pubblico che grava sulla struttura economico finanziaria del paese, la cui situazione da questo punto di vista è abbastanza difficile, visto che il debito pubblico libanese è uno dei più alti al mondo.

-Gli USA. Nei giorni scorsi il Presidente George Bush, parlando nell’ambito congresso dei maroniti tenutosi in Florida il 16 luglio, ha espresso la sua più netta contrarietà all’ipotesi di una modifica della costituzione libanese. Data la particolare congiuntura politica mondiale, che vede gli Stati Uniti e la Siria confrontarsi, diplomaticamente, nell’ambito del teatro di guerra iracheno, con Wasghinton che accusa i Siriani di non effettuare controlli adeguati alla frontiera e di lasciar transitare all’interno del paese jihadisti arabi di ogni genere, agli Stati Uniti non dispiacerebbe vedere alla guida del paese un uomo non incline come Lahoud a sottostare ai diktat di Damasco. Se di appoggio vero e proprio, esplicito, non si può parlare, sicuramente l’ipotesi di un Hariri rafforzato nelle sue prerogative a fronte di un presidente neo-eletto meno forte di Lahoud non è vista male nelle stanze della Casa Bianca. Sono abbastanza chiare in tal senso, nonostante il linguaggio diplomatico con cui sono state espresse, le frasi pronunciate da Bush sempre durante il manifestazione maronita: ”Noi vogliamo che le elezioni libanesi siano svolte nel pieno rispetto della loro costituzione, e che nel futuro la sovranità libanese si possa esprimere nella più completa pienezza, libera da ogni tipo di interferenza e condizionamento esterno”.

 

Gli USA, insieme alla Francia, sono i paesi che spingono di più per avere un nuovo presidente alla guida del paese. Inoltre, nell’interesse a “defenestrare” Hariri concorrono anche fattori interni alla Siria, poiché i sunniti nel regime siriano occupano posizioni di retroguardia all’interno della struttura del potere del paese, è un vicino cosi “potente” può essere un ingombro notevole per il regime baatista di Bashar al Assad.

Ma la questione presenta più di una controindicazione per Assad e per l’intera dirigenza siriana e dimostrazione palese ne è il fatto che nelle ultime settimane gli “sherpa” siriani si siano mossi con estrema cautela nei confronti delle faccende politiche interne del loro vicino.

In primo luogo il Presidente Lahoud sconta un notevole deficit di popolarità interno, non essendo mai stato molto amato all’interno dei confini libanesi, ed inoltre azzardare un altro “strappo” alla carta costituzionale libanese dopo quello già avvenuto nel 1995, effettuato per dare la possibilità all’allora presidente Elias Hrawi di prorogare il suo mandato rischia di non essere digerito dai, minando ancora di più cosi il prestigio di Lahoud.

Più che alla sua presenza, i siriani sono interessati alla stabilità interna del paese. Quindi la volontà siriana di mantenere Lahoud seduto sulla poltrona di Presidente non è tanto un “obiettivo” in sé, ma bensì uno “strumento” con cui raggiungere uno degli obiettivi principali dell’intero discorso strategico siriano, che vede nella stabilità politica interna del Libano uno dei suoi punti cardini.

Il mantenere Lahoud al potere significa solamente garantire la “continuità” con un Presidente che si è sempre mostrato incline a esaudire ogni richiesta siriana. È in questa cornice che vanno cosi inquadrati i dubbi di una parte della classe dirigente siriana, che non vorrebbe una totale emarginazione di Hariri dalla scena politica, poiché all’imprenditore sunnita trasformatosi in politico nel 1992, l’anno del suo primo incarico come premier, è riconosciuta una spiccata capacità nell’attrarre capitali dall’estero, flusso di denaro a dir poco fondamentale per l’economia libanese, provenienti soprattutto dall’Arabia Saudita e dai paesi del Golfo Persico.

Un eventuale dipartita del primo ministro in seguito ad una riconferma di Lahoud alla presidenza del paese potrebbe portare ad una notevole diminuzione del flusso di denaro estero verso le casse del “paese dei Cedri”.

Nel caso in cui questo scenario dovesse realizzarsi il Libano corre il rischio di avvitarsi ulteriormente nella spirale della povertà, flagello che già oggi colpisce buona parte della popolazione, con il concreto rischio che vi sia un progressivo inasprimento delle tensioni sociali che potrebbero minare alle fondamenta la relativa stabilità che il paese ha conosciuto negli ultimi quindi anni, e che come già detto prima, è il principale obiettivo siriano.

I problemi economici del paese: l’alto debito pubblico

Negli ultimi mesi le differenze di vedute e le frizioni tra il presidente ed il premier hanno provocato un brusco arresto al cammino di risanamento economico intrapreso negli scorsi anni. Questo problema è al centro di un analisi della Banca Mondiale sulla situazione economica del paese.

Mustafa Nabli , importante economista della World Bank, ha sottolineato, dinanzi alla proposta di una “Parigi III” da tenersi nella capitale francese nel 2005, che più di una Parigi III al paese serva una “Beirut I”.

Con ciò Nabli ha voluto mettere in guardia la dirigenza libanese dal guardare all’esterno e ai fondi dei paesi donatori per risolvere il problema dell’asfissiante debito pubblico, attualmente calcolato in 35 miliardi di $, e, cosa ben più grave, che è ripreso a crescere.

Nel 2003 grazie congiuntamente ad una serie di prestiti provenienti da alcuni paesi – per un totale di 2,5 miliardi di dollari – e di misure prese dalla Banca Centrale e dalle banche commerciali, si era riuscito a ridurre il debito del 37%, ma in quest’anno la situazione di continuo scontro politico tra Lahoud e Hariri ha portato ad una “immobilità di fatto” che ha ritardato la messa in atto di quelle riforme necessarie affinché l’ammontare del debito pubblico possa continuare a diminuire.

I piani del governo, che prevedeva un introito di circa 5 miliardi di dollari derivante da varie privatizzazioni nel 2003, non si sono realizzati a pieno ed inoltre i fondi ricevuti dai paesi donatori nell’ambito della conferenza “Paris II “ non sono stati sfruttati a dovere, sempre a causa del clima di politica interna alla leadership del paese.

Le frizioni all’interno del gruppo della classe dirigente libanese rappresentano il maggior ostacolo sulla strade delle riforme, che in un clima di reciproca ostilità tra le parti politiche, e nel caso libanese anche etnico-confessionali, non trovano quella sorta di “humus politico” adatto affinché esse possano essere messe in atto nel modo migliore.

La natura del debito pubblico è in gran parte di tipo interno, visto che circa l’80% dei buoni del tesoro sono in mano a banche nazionali, quindi un eventuale collasso del sistema economico rappresenterebbe una sconfitta per tutti, dallo Stato al sistema bancario. L’unica via praticabile è quella di riforme condivise e che non perdano lungo il cammino la loro spinta propulsiva a causa dei veti incrociati e delle reciproche diffidenze dei leader politici libanesi.

Conclusioni

La Siria, stando alle ultime notizie riprese dai media libanesi, sembra che voglia proporre una sorta di “baratto”: il rilascio un importante leader cristiano, attualmente in carcere, e mani libere per Hariri sul fronte delle scelte economiche; tutto questo in cambio di un emendamento costituzionale che permetta a Lahoud di prolungare il suo mandato, se non addirittura di ricandidarsi.

L’importanza che riveste strategicamente il controllo del Libano nell’intera area per la Siria fa si che vi da parte di Assad ci sia una certa prudenza nel trattare la questione, e una decisione verrà presa solamente alla fine dell’intera querelle. Le parole di Bush, che ha messo in guardia la leadership siriana dall’ingerire nelle faccende interne libanesi, lette in controluce possono anche apparire strumentali, e cioè essere interpretate come un invito ad Assad a essere più collaborativo per ciò che concerne la questione irachena, l’attuale “vulnus” strategico statunitense nell’area, promettendo tacitamente in cambio un atteggiamento meno intransigente nei confronti del ruolo siriano in Libano. Tuttavia si conferma decisiva sull’intera dinamica politica libanese la volontà della Siria, che nonostante la prudenza espressa e a fronte di alcuni problemi sul tavolo, si mostra ancora come il vero “arbitro” delle faccende politiche del Libano.

 

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