La partita per Beiurt si gioca a Damasco?
Si
avvicina sempre di più per il Libano la data delle prossime
elezioni presidenziali, previste per il prossimo novembre.
Il
mondo politico del paese è in pieno fermento, a causa del
tentativo, neanche troppo silente e celato dell’attuale
presidente Emile Lahoud di ottenere quella modifica
costituzionale che gli possa permettere o di allungare il suo
attuale mandato, in scadenza proprio nel prossimo novembre,
oppure di ricandidarsi alla guida del paese.
La
costituzione libanese in questo senso è molto chiara. Il suo
articolo 49 dice esplicitamente che il mandato presidenziale ha
una durata di 6 anni, e non è rinnovabile. Ma Lahoud non ha
intenzione di farsi da parte, e allo stato attuale delle cose la
possibilità che egli riesca ad ottenere un rinnovo o un
prolungamento del suo mandato non appare più irrealistica come
fino a qualche mese fa.
La
partita politica in questo senso è si destinata ad essere
giocata formalmente a Beirut, ma nella sostanza essa verrà
pesantemente condizionata dalle decisioni e dalle volontà della
dirigenza siriana, il cui controllo sulla vita politica
dell’ex “Svizzera del Medio Oriente” è sempre stato molto
forte e marcato dalla fine della guerra civile sino ad oggi. La
presenza siriana è stata formalizzata con gli accordi di Ta’if
del 1989 e con il trattato di “fraternità, cooperazione e
coordinamento” contratto dalle parti nel 1991.
L’obiettivo
primario della Siria in questo senso è mantenere salda la
“presa” sulle decisioni politiche libanesi, e buona parte
della dirigenza siriana vede la figura di Lahoud come una
garanzia, poiché nei sei anni del suo mandato il Presidente si
è sempre mostrato molto “attento” agli interessi e alle
volontà di Damasco, tanto da far parlare alcuni osservatori di
“obbedienza”.
Il
mantenimento dello status quo è quindi l’ipotesi considerata
migliore, o quanto meno accettabile, da Damasco, che vede un
eventuale “cambio di inquilino” nelle stanze del potere di
Beirut come una potenziale minaccia ai propri interessi. In
particolar modo è la figura dell’attuale primo ministro,
Rafiq al- Hariri, a preoccupare non poco Bashar al Assad e i
suoi fedelissimi.
Libanese
di credo sunnita, dal 1992 Hariri è uno dei protagonisti del
panorama politico della “democrazia consociativa” libanese.
Hariri ha in questi anni dovuto fare di necessità virtù, poiché
a fronte di una costituzione formale che in seguito agli accordi
di Ta’if del 1989 con la quale è stata ricostruita la
repubblica libanese, dilaniata da un quindicennio di guerra
civile, assegnava al primo ministro, musulmano sunnita, una
gamma di poteri molto più ampia e forte rispetto a quelli che
lo stesso premier aveva nella prima repubblica dissoltasi con la
guerra civile.
Da
un punto di vista sostanziale Hariri, grazie al gioco di sponda
reciproco tra Lahoud e i siriani, è stato messo politicamente
in disparte, riuscendo ad avere una reale libertà di manovra
solo su ciò che concerne le scelte di politica economica, anche
se nelle ultime settimane importanti scontri tra Lahoud e Hariri
non sono mancati neanche in quest’ambito.
Hariri
per riuscire a riequilibrare la “bilancia” politica
libanese, pendente verso posizioni filosiriane a causa
dell’operato presidenziale, e per evitare un suo totale
isolamento nelle dinamiche politiche interne al paese, ha
cercato sponde importanti nell’ambito internazionale, in modo
tale da riuscire a coagulare sulla sua figura il consenso un
buon numero di paesi importanti.
Hariri
puo contare su delle buone relazioni con i seguenti paesi:
-L’Arabia
Saudita, dove per anni, arrivato lì come costruttore, è stato
uno dei più importanti ed ascoltati consiglieri del re Fahd.
-I
Paesi del Golfo, i cui petroldollari fanno molto comodo alle
dissestate casse libanesi, e i quali sono interessati ad
investire nel paese, attratti dalla politica di privatizzazioni
e liberalizzazioni pensata dal primo ministro. Questo è un
altro motivo di scontro tra il premier Hariri e Lahoud, poiché
queste scelte di politica economica sono state in più di un
occasione ostacolate dal Presidente, che non vede di buon occhio
un passaggio in mani straniere di alcuni settori economici
fondamentali per l’economia libanese. Il motivo alla base
dello scontro tra i due sta nel fatto che Lahoud è timoroso
delle conseguenze politiche che ciò può avere, sostenendo che
i vantaggi economici derivanti da queste dismissioni non
giustificano la perditadi settori strategici per l’economia e
la politica statale.
-Francia, proprio grazie ad un ingente quantitativo di fondi
provenienti dalla casse di Parigi Hariri è riuscito negli
scorsi anni a ridurre il debordante debito pubblico che grava
sulla struttura economico finanziaria del paese, la cui
situazione da questo punto di vista è abbastanza difficile,
visto che il debito pubblico libanese è uno dei più alti al
mondo.
-Gli
USA. Nei giorni scorsi il Presidente George Bush, parlando
nell’ambito congresso dei maroniti tenutosi in Florida il 16
luglio, ha espresso la sua più netta contrarietà all’ipotesi
di una modifica della costituzione libanese. Data la particolare
congiuntura politica mondiale, che vede gli Stati Uniti e la
Siria confrontarsi, diplomaticamente, nell’ambito del teatro
di guerra iracheno, con Wasghinton che accusa i Siriani di non
effettuare controlli adeguati alla frontiera e di lasciar
transitare all’interno del paese jihadisti arabi di ogni
genere, agli Stati Uniti non dispiacerebbe vedere alla guida del
paese un uomo non incline come Lahoud a sottostare ai diktat di
Damasco. Se di appoggio vero e proprio, esplicito, non si può
parlare, sicuramente l’ipotesi di un Hariri rafforzato nelle
sue prerogative a fronte di un presidente neo-eletto meno forte
di Lahoud non è vista male nelle stanze della Casa Bianca. Sono
abbastanza chiare in tal senso, nonostante il linguaggio
diplomatico con cui sono state espresse, le frasi pronunciate da
Bush sempre durante il manifestazione maronita: ”Noi vogliamo
che le elezioni libanesi siano svolte nel pieno rispetto della
loro costituzione, e che nel futuro la sovranità libanese si
possa esprimere nella più completa pienezza, libera da ogni
tipo di interferenza e condizionamento esterno”.
Gli
USA, insieme alla Francia, sono i paesi che spingono di più per
avere un nuovo presidente alla guida del paese. Inoltre,
nell’interesse a “defenestrare” Hariri concorrono anche
fattori interni alla Siria, poiché i sunniti nel regime siriano
occupano posizioni di retroguardia all’interno della struttura
del potere del paese, è un vicino cosi “potente” può
essere un ingombro notevole per il regime baatista di Bashar al
Assad.
Ma
la questione presenta più di una controindicazione per Assad e
per l’intera dirigenza siriana e dimostrazione palese ne è il
fatto che nelle ultime settimane gli “sherpa” siriani si
siano mossi con estrema cautela nei confronti delle faccende
politiche interne del loro vicino.
In
primo luogo il Presidente Lahoud sconta un notevole deficit di
popolarità interno, non essendo mai stato molto amato
all’interno dei confini libanesi, ed inoltre azzardare un
altro “strappo” alla carta costituzionale libanese dopo
quello già avvenuto nel 1995, effettuato per dare la possibilità
all’allora presidente Elias Hrawi di prorogare il suo mandato
rischia di non essere digerito dai, minando ancora di più cosi
il prestigio di Lahoud.
Più
che alla sua presenza, i siriani sono interessati alla stabilità
interna del paese. Quindi la volontà siriana di mantenere
Lahoud seduto sulla poltrona di Presidente non è tanto un
“obiettivo” in sé, ma bensì uno “strumento” con cui
raggiungere uno degli obiettivi principali dell’intero
discorso strategico siriano, che vede nella stabilità politica
interna del Libano uno dei suoi punti cardini.
Il
mantenere Lahoud al potere significa solamente garantire la
“continuità” con un Presidente che si è sempre mostrato
incline a esaudire ogni richiesta siriana. È in questa cornice
che vanno cosi inquadrati i dubbi di una parte della classe
dirigente siriana, che non vorrebbe una totale emarginazione di
Hariri dalla scena politica, poiché all’imprenditore sunnita
trasformatosi in politico nel 1992, l’anno del suo primo
incarico come premier, è riconosciuta una spiccata capacità
nell’attrarre capitali dall’estero, flusso di denaro a dir
poco fondamentale per l’economia libanese, provenienti
soprattutto dall’Arabia Saudita e dai paesi del Golfo Persico.
Un
eventuale dipartita del primo ministro in seguito ad una
riconferma di Lahoud alla presidenza del paese potrebbe portare
ad una notevole diminuzione del flusso di denaro estero verso le
casse del “paese dei Cedri”.
Nel
caso in cui questo scenario dovesse realizzarsi il Libano corre
il rischio di avvitarsi ulteriormente nella spirale della povertà,
flagello che già oggi colpisce buona parte della popolazione,
con il concreto rischio che vi sia un progressivo inasprimento
delle tensioni sociali che potrebbero minare alle fondamenta la
relativa stabilità che il paese ha conosciuto negli ultimi
quindi anni, e che come già detto prima, è il principale
obiettivo siriano.
I problemi economici del paese: l’alto debito
pubblico
Negli
ultimi mesi le differenze di vedute e le frizioni tra il
presidente ed il premier hanno provocato un brusco arresto al
cammino di risanamento economico intrapreso negli scorsi anni.
Questo problema è al centro di un analisi della Banca Mondiale
sulla situazione economica del paese.
Mustafa
Nabli , importante economista della World Bank, ha sottolineato,
dinanzi alla proposta di una “Parigi III” da tenersi nella
capitale francese nel 2005, che più di una Parigi III al paese
serva una “Beirut I”.
Con
ciò Nabli ha voluto mettere in guardia la dirigenza libanese
dal guardare all’esterno e ai fondi dei paesi donatori per
risolvere il problema dell’asfissiante debito pubblico,
attualmente calcolato in 35 miliardi di $, e, cosa ben più
grave, che è ripreso a crescere.
Nel
2003 grazie congiuntamente ad una serie di prestiti provenienti
da alcuni paesi – per un totale di 2,5 miliardi di dollari –
e di misure prese dalla Banca Centrale e dalle banche
commerciali, si era riuscito a ridurre il debito del 37%, ma in
quest’anno la situazione di continuo scontro politico tra
Lahoud e Hariri ha portato ad una “immobilità di fatto” che
ha ritardato la messa in atto di quelle riforme necessarie
affinché l’ammontare del debito pubblico possa continuare a
diminuire.
I
piani del governo, che prevedeva un introito di circa 5 miliardi
di dollari derivante da varie privatizzazioni nel 2003, non si
sono realizzati a pieno ed inoltre i fondi ricevuti dai paesi
donatori nell’ambito della conferenza “Paris II “ non sono
stati sfruttati a dovere, sempre a causa del clima di politica
interna alla leadership del paese.
Le
frizioni all’interno del gruppo della classe dirigente
libanese rappresentano il maggior ostacolo sulla strade delle
riforme, che in un clima di reciproca ostilità tra le parti
politiche, e nel caso libanese anche etnico-confessionali, non
trovano quella sorta di “humus politico” adatto affinché
esse possano essere messe in atto nel modo migliore.
La
natura del debito pubblico è in gran parte di tipo interno,
visto che circa l’80% dei buoni del tesoro sono in mano a
banche nazionali, quindi un eventuale collasso del sistema
economico rappresenterebbe una sconfitta per tutti, dallo Stato
al sistema bancario. L’unica via praticabile è quella di
riforme condivise e che non perdano lungo il cammino la loro
spinta propulsiva a causa dei veti incrociati e delle reciproche
diffidenze dei leader politici libanesi.
Conclusioni
La Siria, stando alle ultime notizie riprese
dai media libanesi, sembra che voglia proporre una sorta di
“baratto”: il rilascio un importante leader cristiano,
attualmente in carcere, e mani libere per Hariri sul fronte
delle scelte economiche; tutto questo in cambio di un
emendamento costituzionale che permetta a Lahoud di prolungare
il suo mandato, se non addirittura di ricandidarsi.
L’importanza
che riveste strategicamente il controllo del Libano
nell’intera area per la Siria fa si che vi da parte di Assad
ci sia una certa prudenza nel trattare la questione, e una
decisione verrà presa solamente alla fine dell’intera
querelle. Le parole di Bush, che ha messo in guardia la
leadership siriana dall’ingerire nelle faccende interne
libanesi, lette in controluce possono anche apparire
strumentali, e cioè essere interpretate come un invito ad Assad
a essere più collaborativo per ciò che concerne la questione
irachena, l’attuale “vulnus” strategico statunitense
nell’area, promettendo tacitamente in cambio un atteggiamento
meno intransigente nei confronti del ruolo siriano in Libano.
Tuttavia si conferma decisiva sull’intera dinamica politica
libanese la volontà della Siria, che nonostante la prudenza
espressa e a fronte di alcuni problemi sul tavolo, si mostra
ancora come il vero “arbitro” delle faccende politiche del
Libano.