Tutti diciamo a noi stessi  "è doveroso difendere la nostra presenza e il nostro diritto di esistere". Ma sono pochi quelli che sanno difendere la libertà dei cristiani.  Dr. Samir Geagea


venerdì 3 settembre 2004
HAMAS
Usa e Francia alleati per isolare la Siria


L'obiettivo dichiarato - per Israele - si chiama Khaled Meshaal. Leader politico di Hamas. Colui che, dal punto di vista della strategia, ha realmente sostituito lo sceicco Ahmed Yassin. Dunque, il mandante degli attentati sanguinosi di Beersheva. Leader all'estero, Meshaal. Probabilmente in Siria. E l'equazione è presto fatta: Meshaal è a Damasco, dunque è nostro diritto colpire la Siria che lo ospita, hanno detto i vertici militari israeliani. Ciò spiega l'ultimo, durissimo attacco al regime di Bashar el Assad da parte del governo di Ariel Sharon. Che ieri ha iniziato, tramite il suo ministro degli esteri Silvan Shalom, il lavorio diplomatico per mettere la Siria in un angolo.
Damasco, in questi giorni, è particolarmente debole a causa di pressioni internazionali inusitate. Frutto di una altrettanto inusitata alleanza tra i due amici-nemici in terra araba. Stati Uniti e Francia sono, infatti, i protagonisti di una singolare risoluzione comune al Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite, messa in agenda per giovedì notte, in cui si chiede alla Siria di ritirare entro trenta giorni i poco meno di 20mila soldati ancora di stanza in Libano. Pena le sanzioni.
Come hanno fatto gli Usa di Bush, ormai del tutto invisi agli arabi, a mettersi d'accordo con la Francia di Chirac, che in questi giorni ha cercato di incassare proprio in Medio Oriente i frutti di una politica considerata filoaraba, per liberare i suoi due giornalisti ostaggi in Iraq? Al centro di tutto, il futuro prossimo del Libano. Dove Chirac ha concentrato nell'ultimo anno i suoi sforzi di penetrazione nella regione. E dove Bashar al Assad ha contemporaneamente deciso di stringere le maglie del suo potere. Nodo del contendere: le elezioni presidenziali di questo autunno. Dopo mesi di tentennamenti, Damasco ha deciso di correre il rischio. E di appoggiare l'estensione di tre anni del mandato dell'attuale capo dello Stato, il cristiano-maronita Emile Lahoud, considerato proconsole della Siria a Beirut. Il governo di Rafik Hariri, grande avversario di Lahoud e amico personale di Chirac, ha dovuto obtorto collo varare un progetto di revisione costituzionale per consentire l'estensione del mandato. Revisione che dovrebbe andare al voto nel parlamento libanese proprio oggi. L'opposizione non ci sta. E incassa la zampata di Washington e Parigi. Mentre Tel Aviv minaccia di far alzare ancora una volta i suoi caccia. Per Damasco, sembra l'inizio di una stagione molto pericolosa. A due passi dall'Iraq.

 

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