Tutti diciamo a noi stessi  "è doveroso difendere la nostra presenza e il nostro diritto di esistere". Ma sono pochi quelli che sanno difendere la libertà dei cristiani.  Dr. Samir Geagea

Siria: la pressione statunitense e i rapporti con Israele

Colin Powell e Faruq Al Shara si sono incontrati a New York nel mese di settembre per fare il punto sullo stato dei rapporti tra gli USA e la Siria e per discutere dei principali problemi che attualmente caratterizzano il quadrante medio orientale, problemi nei quali il ruolo giocato da Damasco, dall’Iraq al Libano, passando per la questione delle armi di distruzione di massa, è di estrema importanza.
(Dario Cristiani)

Equilibri.net (25 ottobre 2004)

 

I nodi cruciali

A margine dell’ultima Assemblea Generale delle Nazioni Unite vi è stato un colloquio tra il segretario di Stato americano Colin Powell ed il suo omologo siriano Faruq al-Shara che si è svolto, stando a quanto dicono entrambe le parti, in un’atmosfera “positiva”. Questo meeting tra i due ministri degli esteri era stato preceduto, alcune settimane prima, da un incontro avvenuto a Damasco tra William Burns, inviato statunitense per il Medio Oriente, ed il Presidente siriano Bashir Al Assad.

Sui rapporti tra i due paesi sembra cosi tornata una parvenza di “serenità”, dopo il brusco deterioramento che gli stessi avevano subito nel corso degli ultimi mesi.
Il culmine di questa crisi era stato raggiunto nel mese di maggio, periodo nel quale il presidente Bush aveva firmato il documento che dava il via libera all’imposizione di sanzioni economiche contro il regime di Bashir Al Assad. Un cospicuo numero di osservatori ha sottolineato come l’entità strettamente economica del danno prodotto da tali sanzioni fosse in realtà esiguo, puntando più che altro l’attenzione sul loro significato squisitamente politico. La decisione presa dal Presidente Bush nello scorso mese di maggio è stata cosi letta da molti come un chiaro avvertimento nei confronti di Damasco, invitato a perseguire una politica più dialogante e meno intransigente per ciò che concerne le questioni fondamentali in cui la Siria gioca un ruolo di primo piano nell’attuale conformazione dello scacchiere mediorientale e che sono:

- Il futuro dell’Iraq, con tutti i problemi relativi alla porosità del confine sirio –
iracheno, luogo di transito di jihadisti arabi e aspiranti shadid – martiri – che vanno
ad ingrossare le fila della guerriglia anti-americana operante nel teatro iracheno.

- Il problema relativo alle armi di distruzione di massa, tornata alla ribalta nelle
ultime settimane a causa delle notizie trapelate da alcuni ambienti d’intelligence,
secondo le quali la Siria avrebbe fornito armi chimiche al regime sudanese utilizzate
contro le popolazioni del Darfur.

- Il sostegno siriano ai gruppi terroristici operanti in Libano, Hizballah, e nei territori
palestinesi, in primis Hamas e la Jihad islamica.

- L’ingerenza siriana in Libano. L’approvazione dell’emendamento alla costituzione
libanese che ha dato il via libera al prolungamento del mandato del Presidente
cristiano maronita Emile Lahoud, da sempre considerato alquanto sensibile alle
pressioni e alle volontà siriane, conferma la centralità del ruolo giocato da Damasco
all’interno del panorama politico libanese, nel quale la Siria continua a mantenere il
ruolo di deus ex machina.

I rapporti con Israele

In particolare, sono questi ultimi tre punti gli snodi fondamentali riguardanti i rapporti tra Israele e la Siria: un rapporto caratterizzato da sempre da un alto grado di instabilità. Il Presidente Bashir al Assad si era detto disponibile nei mesi scorsi a riprendere i negoziati di pace con Israele, interrotti nel 2000 quando alla guida del paese vi era ancora Hafez al Assad.

L’annuncio di una rinnovata disponibilità siriana a negoziare con Israele un trattato di pace ha diviso il governo israeliano in due schieramenti: il premier Ariel Sharon a capo della corrente degli “scettici” mentre Silvan Shalom, l’attuale ministro degli Esteri, che ancora nei giorni scorsi ha dichiarato che la pace con la Siria è una “opzione strategica” per Israele è a capo dei “possibilisti”, tra i quali figurano anche alcuni importanti funzionari dei servizi di intelligence e degli apparati della difesa.

Secondo Sharon, e in verità anche di gran parte degli osservatori, la ripresa dei colloqui di pace tra le due parti appare un’ipotesi quanto mai remota, poiché, fin tanto che sarà Sharon il capo del governo di Gerusalemme, è pressoché impossibile che venga soddisfatta la condizione principale richiesta dai Siriani per riprendere i negoziati, quella cioè che prevede il ritiro completo degli Israeliani dalle alture del Golan. L’unica condizione che potrebbe portare ad un abbandono, se non totale quanto meno parziale, delle alture del Golan da parte di Israele riguarda la possibilità, anch’essa allo stato attuale delle cose alquanto distante, di raggiungere un accordo di pace complessivo con il mondo arabo, e nel quadro di questo accordo trovare un’intesa equa tra Israele e Siria per ciò che concerne lo sfruttamento delle risorse idriche dell’area. Ma la realizzazione di questo scenario appare, a meno che non intervengano cambiamenti improvvisi e sostanziali nel rapporto tra i due paesi, pressoché irrealistico.

La leadership siriana, conscia della previa indisponibilità israeliana a sedersi al tavolo delle trattative, avrebbe giocato questa carta semplicemente per attutire la pressione statunitense, che come hanno dimostrato gli eventi dei mesi scorsi, si è fatta sempre più forte e marcata sul regime di Damasco, e l’eventualità che la pressione americana nei confronti dei siriani possa scemare viene vista con estrema negatività nelle stanze del governo di Gerusalemme.


Un possibile allentamento della presa di Washington sulla Siria non sarebbe conforme agli obiettivi di Israele, che invece vuole giocare proprio sulle pressioni americane per riuscire ad ottenere da parte della Siria un sostanziale mutamento di atteggiamento riguardante il rapporto tra i due paesi.

Il sostegno siriano ai gruppi armati in Libano e in Palestina

Gli Hizballah libanesi e i movimenti operanti nei territori palestinesi, Hamas e la Jihad islamica, sono stati utilizzati dai siriani per promuovere i loro interessi geopolitici. La superiorità israeliana sul piano militare, palesata in tutta la sua intensità nel 1982, anno della missione “pace in Galilea” durante la quale sono stati occupate parti del territorio libanese del sud, ha indotto la Siria da allora ad utilizzare questi movimenti in chiave strategica per raggiungere i propri obbiettivi.
Questi gruppi, quindi, oltre ad essere movimenti di liberazione nazionale, sono divenuti anche gli strumenti della guerra per procura attuata dai Siriani contro Israele.

Emblematico è in tal senso il ruolo giocato da Hizballah negli anni ‘80 e ‘90 in Libano contro Israele e gli Stati Uniti, e che ha permesso in buona parte alla Siria di fare del Libano un suo vero e proprio “protettorato”. Sulla stessa falsariga va letto il sostegno dato dai Siriani ai gruppi armati palestinesi, usati come elemento di pressione contro Israele per costringere quest’ultimo a piegarsi alle esigenze siriane.

Una delle richieste più pressanti provenienti dagli Stati Uniti è proprio questa: togliere ogni tipo di sostegno politico, logistico, finanziario e militare ai gruppi armati, esigenza che dopo l’undici settembre del 2001 è divenuta sempre più importante anche per gli Stati Uniti.

La Siria figura dal 1979 nella lista americana degli Stati che favoriscono il terrorismo ma essa non è stata inserita, nell’ambito del discorso di Bush sullo stato dell’Unione del 2002, nel famoso “axis of evil”. Questo perché la leadership americana è convinta che la Siria sia più disponibile al dialogo rispetto agli altri paesi inseriti nell’asse e che la collaborazione siriana nella guerra asimmetrica contro il terrorismo internazionale sia di fondamentale importanza.

Ma l’atteggiamento siriano di questi ultimi anni è stato caratterizzato da un marcata contraddittorietà. Ed in questo senso sono indicative le parole pronunciate da Colin Powell nell’incontro avuto con al-Shara. Il segretario di Stato americano ha voluto sottolineare il cambiamento di atteggiamento della Siria, salutandolo come un fatto estremamente positivo, auspicando inoltre che questo cambiamento di atteggiamento venga consolidato, ora e nell’immediato futuro, da azioni concrete per ciò che riguarda il “pantano” iracheno, il conflitto israelo-palestinese e la questione libanese.

L’instabilità e la contraddittorietà che caratterizza l’atteggiamento della leadership siriana nei confronti degli Stati Uniti affonda le sue radici nei condizionamenti di tipo interno che il Presidente Bashir Al Assad è costretto a subire, stretto nella morsa della “vecchia guardia” guidata dall’attuale Vice Presidente Abdul Halim Khaddam, che cerca di frenare lo slancio riformista del giovane successore, e dei movimenti islamici presenti all’interno del paese, elementi considerati in grado di destabilizzare il paese tramite il sostegno ai gruppi sunniti e curdi presenti nel paese, e che osteggiano ogni tipo di concessione politica fatta agli Stati Uniti.

Ma nonostante questi problemi qualcosa sembra muoversi nei rapporti tra la Siria, gli USA ed Israele. La chiusura di un gran numero di uffici appartenenti ai movimenti palestinesi presenti a Damasco e soprattutto la blanda reazione siriana all’uccisione avvenuta lo scorso settembre nella capitale di un importante membro di Hamas rimasti in circolazione, Iz a Din al-Sheikh Khalil, fanno pensare che qualcosa si stia muovendo all’interno del triangolo diplomatico.

L’uccisione di Khalil, colui che Rabbin agli inizi degli anni ‘90 soprannominò “testa di serpente”, è avvenuta, stando a notizie riportate sia dalla stampa araba sia da quella israeliana, grazie alle informazioni ricevute dal Mossad da un servizio segreto arabo, e l’ipotesi che la Siria fosse totalmente all’oscuro di questi movimenti, in buonissima parte per altro avvenuti all’interno del proprio territorio, appare sostanzialmente irrealistica, e in qualche modo la reazione limitata avuta dai siriani all’indomani dell’uccisione di Khalil conferma questa prima impressione.

L’interesse primario della Siria è evitare il raggiungimento del “punto di non ritorno” nelle relazioni con gli USA, e dato che in Medio Oriente è alquanto diffusa la percezione secondo la quale la strada per Washington passa per Gerusalemme, si può supporre che queste decisioni rientrino non tanto nella volontà siriana di alleviare le tensioni con il suo nemico storico, ma che servano più che altro ad evitare lo scontro con gli Stati Uniti.

La questione libanese

In questo contesto vi è anche da segnalare l’inizio del ritiro delle truppe siriane dal Libano, partito il 21 settembre. L’approvazione della risoluzione 1559 in seno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, passata con il voto favorevole di 9 paesi, tra cui Stati Uniti e la Francia, è stata vista da Damasco come una perentoria condanna, anche inaspettata sotto molti aspetti, nei confronti del suo ruolo in Libano.

Da più parti però viene suffragata l’ipotesi che questo accenno di ritiro sia solo una piccola concessione, più simbolica che sostanziale, fatta dai siriani ufficialmente per mostrare la loro volontà di cooperazione, ma che celerebbe in realtà l’intento di prendere ulteriore tempo per far attenuare le tensioni, cresciute in seguito all’emendamento costituzionale votato dal Parlamento libanese che ha prolungato di tre anni il mandato del presidente Lahoud. E in questo senso il voto francese a favore del ritiro delle truppe straniere dal paese può essere considerato il segnale che anche i paesi dell’Unione Europea non sono più disposti a tollerare l’ingerenza siriana, almeno in termini cosi evidenti, nell’ex Svizzera del Vicino Oriente.

Le armi chimiche in Sudan

Altra snodo di cruciale importanza, che investe in realtà non solo i rapporti tra la Siria e Israele ma l’area medio orientale nel suo complesso, soprattutto ora che all’ordine del giorno delle diplomazie di mezzo mondo c’è la questione del nucleare iraniano, è la volontà e la capacità di dotarsi di armi di distruzioni di massa da parte di Damasco.
In questo senso ha creato allarme, anche se le notizie sono alquanto confuse e incerte, la voce, ripresa in un articolo pubblicato lo scorso mese di settembre dal quotidiano tedesco Die Welt, che cita fonti d’intelligence occidentali secondo le quali la Siria avrebbe fornito al governo sudanese armi chimiche da utilizzare contro le popolazioni del Darfur.

Se queste voci dovessero trovare altre conferme, provando cosi l’esistenza di un arsenale siriano di tipo non convenzionale, nei prossimi mesi si rischia di assistere ad un escalation della tensione diplomatica tra gli USA, Israele e la Siria, cosi da rendere vani gli sforzi effettuati negli ultimi mesi per stemperare le tensioni.

Conclusioni

La strategia americana, volta a mantenere una pressione costante e continua sulla Siria sembra per il momento avere la capacità di ottenere i risultati sperati, giocando sulla consapevolezza che l’interesse primario del presidente Bashir Al Assad consiste nell’evitare uno scontro frontale con gli Stati Uniti. Questa è la chiave di lettura delle ultime mosse del Presidente, che nonostante i vincoli di natura interna costretto a subire, cerca di mantenere una linea in politica estera di assoluto pragmatismo.

I problemi più insidiosi che potrebbero tornare a minare la stabilità tra la Siria, gli Stati Uniti e Israele, oltre ad una mancanza di cooperazione di Damasco per ciò che concerne l’Iraq, potrebbero nascere sul fronte libanese dove, nonostante il paventato ritiro, sembra difficile la realizzazione di uno scenario che preveda la rinuncia della Siria del suo ruolo di “sorveglianza” e di “indirizzo” della vita politica del vicino. Un altro fronte caldo potrebbe nascere qualora le notizie relative al possedimento siriano di armi non convenzionali dovesse trovare ulteriori conferme, cosa che potrebbe spingere gli USA e Israele a irrigidire le loro posizioni, irrigidimento che potrebbe portare ad un innalzamento della tensione tra gli attori in gioco dagli esiti imprevedibili.

 

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