I nodi cruciali
A
margine dell’ultima Assemblea Generale delle Nazioni Unite vi
è stato un colloquio tra il segretario di Stato americano Colin
Powell ed il suo omologo siriano Faruq al-Shara che si è
svolto, stando a quanto dicono entrambe le parti, in
un’atmosfera “positiva”. Questo meeting tra i due ministri
degli esteri era stato preceduto, alcune settimane prima, da un
incontro avvenuto a Damasco tra William Burns, inviato
statunitense per il Medio Oriente, ed il Presidente siriano
Bashir Al Assad.
Sui
rapporti tra i due paesi sembra cosi tornata una parvenza di
“serenità”, dopo il brusco deterioramento che gli stessi
avevano subito nel corso degli ultimi mesi.
Il culmine di questa crisi era stato raggiunto nel mese di
maggio, periodo nel quale il presidente Bush aveva firmato il
documento che dava il via libera all’imposizione di sanzioni
economiche contro il regime di Bashir Al Assad. Un cospicuo
numero di osservatori ha sottolineato come l’entità
strettamente economica del danno prodotto da tali sanzioni fosse
in realtà esiguo, puntando più che altro l’attenzione sul
loro significato squisitamente politico. La decisione presa dal
Presidente Bush nello scorso mese di maggio è stata cosi letta
da molti come un chiaro avvertimento nei confronti di Damasco,
invitato a perseguire una politica più dialogante e meno
intransigente per ciò che concerne le questioni fondamentali in
cui la Siria gioca un ruolo di primo piano nell’attuale
conformazione dello scacchiere mediorientale e che sono:
-
Il futuro dell’Iraq, con tutti i problemi relativi alla
porosità del confine sirio –
iracheno, luogo di transito di jihadisti arabi e aspiranti
shadid – martiri – che vanno
ad ingrossare le fila della guerriglia anti-americana operante
nel teatro iracheno.
-
Il problema relativo alle armi di distruzione di massa, tornata
alla ribalta nelle
ultime settimane a causa delle notizie trapelate da alcuni
ambienti d’intelligence,
secondo le quali la Siria avrebbe fornito armi chimiche al
regime sudanese utilizzate
contro le popolazioni del Darfur.
-
Il sostegno siriano ai gruppi terroristici operanti in Libano,
Hizballah, e nei territori
palestinesi, in primis Hamas e la Jihad islamica.
-
L’ingerenza siriana in Libano. L’approvazione
dell’emendamento alla costituzione
libanese che ha dato il via libera al prolungamento del mandato
del Presidente
cristiano maronita Emile Lahoud, da sempre considerato alquanto
sensibile alle
pressioni e alle volontà siriane, conferma la centralità del
ruolo giocato da Damasco
all’interno del panorama politico libanese, nel quale la Siria
continua a mantenere il
ruolo di deus ex machina.
I rapporti con Israele
In
particolare, sono questi ultimi tre punti gli snodi fondamentali
riguardanti i rapporti tra Israele e la Siria: un rapporto
caratterizzato da sempre da un alto grado di instabilità. Il
Presidente Bashir al Assad si era detto disponibile nei mesi
scorsi a riprendere i negoziati di pace con Israele, interrotti
nel 2000 quando alla guida del paese vi era ancora Hafez al
Assad.
L’annuncio
di una rinnovata disponibilità siriana a negoziare con Israele
un trattato di pace ha diviso il governo israeliano in due
schieramenti: il premier Ariel Sharon a capo della corrente
degli “scettici” mentre Silvan Shalom, l’attuale ministro
degli Esteri, che ancora nei giorni scorsi ha dichiarato che la
pace con la Siria è una “opzione strategica” per Israele è
a capo dei “possibilisti”, tra i quali figurano anche alcuni
importanti funzionari dei servizi di intelligence e degli
apparati della difesa.
Secondo
Sharon, e in verità anche di gran parte degli osservatori, la
ripresa dei colloqui di pace tra le due parti appare
un’ipotesi quanto mai remota, poiché, fin tanto che sarà
Sharon il capo del governo di Gerusalemme, è pressoché
impossibile che venga soddisfatta la condizione principale
richiesta dai Siriani per riprendere i negoziati, quella cioè
che prevede il ritiro completo degli Israeliani dalle alture del
Golan. L’unica condizione che potrebbe portare ad un
abbandono, se non totale quanto meno parziale, delle alture del
Golan da parte di Israele riguarda la possibilità, anch’essa
allo stato attuale delle cose alquanto distante, di raggiungere
un accordo di pace complessivo con il mondo arabo, e nel quadro
di questo accordo trovare un’intesa equa tra Israele e Siria
per ciò che concerne lo sfruttamento delle risorse idriche
dell’area. Ma la realizzazione di questo scenario appare, a
meno che non intervengano cambiamenti improvvisi e sostanziali
nel rapporto tra i due paesi, pressoché irrealistico.
La
leadership siriana, conscia della previa indisponibilità
israeliana a sedersi al tavolo delle trattative, avrebbe giocato
questa carta semplicemente per attutire la pressione
statunitense, che come hanno dimostrato gli eventi dei mesi
scorsi, si è fatta sempre più forte e marcata sul regime di
Damasco, e l’eventualità che la pressione americana nei
confronti dei siriani possa scemare viene vista con estrema
negatività nelle stanze del governo di Gerusalemme.
Un possibile allentamento della presa di Washington sulla Siria
non sarebbe conforme agli obiettivi di Israele, che invece vuole
giocare proprio sulle pressioni americane per riuscire ad
ottenere da parte della Siria un sostanziale mutamento di
atteggiamento riguardante il rapporto tra i due paesi.
Il sostegno siriano ai gruppi armati in Libano e in
Palestina
Gli
Hizballah libanesi e i movimenti operanti nei territori
palestinesi, Hamas e la Jihad islamica, sono stati utilizzati
dai siriani per promuovere i loro interessi geopolitici. La
superiorità israeliana sul piano militare, palesata in tutta la
sua intensità nel 1982, anno della missione “pace in
Galilea” durante la quale sono stati occupate parti del
territorio libanese del sud, ha indotto la Siria da allora ad
utilizzare questi movimenti in chiave strategica per raggiungere
i propri obbiettivi.
Questi gruppi, quindi, oltre ad essere movimenti di liberazione
nazionale, sono divenuti anche gli strumenti della guerra per
procura attuata dai Siriani contro Israele.
Emblematico
è in tal senso il ruolo giocato da Hizballah negli anni ‘80 e
‘90 in Libano contro Israele e gli Stati Uniti, e che ha
permesso in buona parte alla Siria di fare del Libano un suo
vero e proprio “protettorato”. Sulla stessa falsariga va
letto il sostegno dato dai Siriani ai gruppi armati palestinesi,
usati come elemento di pressione contro Israele per costringere
quest’ultimo a piegarsi alle esigenze siriane.
Una
delle richieste più pressanti provenienti dagli Stati Uniti è
proprio questa: togliere ogni tipo di sostegno politico,
logistico, finanziario e militare ai gruppi armati, esigenza che
dopo l’undici settembre del 2001 è divenuta sempre più
importante anche per gli Stati Uniti.
La
Siria figura dal 1979 nella lista americana degli Stati che
favoriscono il terrorismo ma essa non è stata inserita,
nell’ambito del discorso di Bush sullo stato dell’Unione del
2002, nel famoso “axis of evil”. Questo perché la
leadership americana è convinta che la Siria sia più
disponibile al dialogo rispetto agli altri paesi inseriti
nell’asse e che la collaborazione siriana nella guerra
asimmetrica contro il terrorismo internazionale sia di
fondamentale importanza.
Ma
l’atteggiamento siriano di questi ultimi anni è stato
caratterizzato da un marcata contraddittorietà. Ed in questo
senso sono indicative le parole pronunciate da Colin Powell
nell’incontro avuto con al-Shara. Il segretario di Stato
americano ha voluto sottolineare il cambiamento di atteggiamento
della Siria, salutandolo come un fatto estremamente positivo,
auspicando inoltre che questo cambiamento di atteggiamento venga
consolidato, ora e nell’immediato futuro, da azioni concrete
per ciò che riguarda il “pantano” iracheno, il conflitto
israelo-palestinese e la questione libanese.
L’instabilità
e la contraddittorietà che caratterizza l’atteggiamento della
leadership siriana nei confronti degli Stati Uniti affonda le
sue radici nei condizionamenti di tipo interno che il Presidente
Bashir Al Assad è costretto a subire, stretto nella morsa della
“vecchia guardia” guidata dall’attuale Vice Presidente
Abdul Halim Khaddam, che cerca di frenare lo slancio riformista
del giovane successore, e dei movimenti islamici presenti
all’interno del paese, elementi considerati in grado di
destabilizzare il paese tramite il sostegno ai gruppi sunniti e
curdi presenti nel paese, e che osteggiano ogni tipo di
concessione politica fatta agli Stati Uniti.
Ma
nonostante questi problemi qualcosa sembra muoversi nei rapporti
tra la Siria, gli USA ed Israele. La chiusura di un gran numero
di uffici appartenenti ai movimenti palestinesi presenti a
Damasco e soprattutto la blanda reazione siriana all’uccisione
avvenuta lo scorso settembre nella capitale di un importante
membro di Hamas rimasti in circolazione, Iz a Din al-Sheikh
Khalil, fanno pensare che qualcosa si stia muovendo
all’interno del triangolo diplomatico.
L’uccisione
di Khalil, colui che Rabbin agli inizi degli anni ‘90
soprannominò “testa di serpente”, è avvenuta, stando a
notizie riportate sia dalla stampa araba sia da quella
israeliana, grazie alle informazioni ricevute dal Mossad da un
servizio segreto arabo, e l’ipotesi che la Siria fosse
totalmente all’oscuro di questi movimenti, in buonissima parte
per altro avvenuti all’interno del proprio territorio, appare
sostanzialmente irrealistica, e in qualche modo la reazione
limitata avuta dai siriani all’indomani dell’uccisione di
Khalil conferma questa prima impressione.
L’interesse
primario della Siria è evitare il raggiungimento del “punto
di non ritorno” nelle relazioni con gli USA, e dato che in
Medio Oriente è alquanto diffusa la percezione secondo la quale
la strada per Washington passa per Gerusalemme, si può supporre
che queste decisioni rientrino non tanto nella volontà siriana
di alleviare le tensioni con il suo nemico storico, ma che
servano più che altro ad evitare lo scontro con gli Stati
Uniti.
La questione libanese
In
questo contesto vi è anche da segnalare l’inizio del ritiro
delle truppe siriane dal Libano, partito il 21 settembre.
L’approvazione della risoluzione 1559 in seno al Consiglio di
Sicurezza delle Nazioni Unite, passata con il voto favorevole di
9 paesi, tra cui Stati Uniti e la Francia, è stata vista da
Damasco come una perentoria condanna, anche inaspettata sotto
molti aspetti, nei confronti del suo ruolo in Libano.
Da
più parti però viene suffragata l’ipotesi che questo accenno
di ritiro sia solo una piccola concessione, più simbolica che
sostanziale, fatta dai siriani ufficialmente per mostrare la
loro volontà di cooperazione, ma che celerebbe in realtà
l’intento di prendere ulteriore tempo per far attenuare le
tensioni, cresciute in seguito all’emendamento costituzionale
votato dal Parlamento libanese che ha prolungato di tre anni il
mandato del presidente Lahoud. E in questo senso il voto
francese a favore del ritiro delle truppe straniere dal paese può
essere considerato il segnale che anche i paesi dell’Unione
Europea non sono più disposti a tollerare l’ingerenza
siriana, almeno in termini cosi evidenti, nell’ex Svizzera del
Vicino Oriente.
Le armi chimiche in Sudan
Altra
snodo di cruciale importanza, che investe in realtà non solo i
rapporti tra la Siria e Israele ma l’area medio orientale nel
suo complesso, soprattutto ora che all’ordine del giorno delle
diplomazie di mezzo mondo c’è la questione del nucleare
iraniano, è la volontà e la capacità di dotarsi di armi di
distruzioni di massa da parte di Damasco.
In questo senso ha creato allarme, anche se le notizie sono
alquanto confuse e incerte, la voce, ripresa in un articolo
pubblicato lo scorso mese di settembre dal quotidiano tedesco
Die Welt, che cita fonti d’intelligence occidentali secondo le
quali la Siria avrebbe fornito al governo sudanese armi chimiche
da utilizzare contro le popolazioni del Darfur.
Se
queste voci dovessero trovare altre conferme, provando cosi
l’esistenza di un arsenale siriano di tipo non convenzionale,
nei prossimi mesi si rischia di assistere ad un escalation della
tensione diplomatica tra gli USA, Israele e la Siria, cosi da
rendere vani gli sforzi effettuati negli ultimi mesi per
stemperare le tensioni.
Conclusioni
La
strategia americana, volta a mantenere una pressione costante e
continua sulla Siria sembra per il momento avere la capacità di
ottenere i risultati sperati, giocando sulla consapevolezza che
l’interesse primario del presidente Bashir Al Assad consiste
nell’evitare uno scontro frontale con gli Stati Uniti. Questa
è la chiave di lettura delle ultime mosse del Presidente, che
nonostante i vincoli di natura interna costretto a subire, cerca
di mantenere una linea in politica estera di assoluto
pragmatismo.
I
problemi più insidiosi che potrebbero tornare a minare la
stabilità tra la Siria, gli Stati Uniti e Israele, oltre ad una
mancanza di cooperazione di Damasco per ciò che concerne
l’Iraq, potrebbero nascere sul fronte libanese dove,
nonostante il paventato ritiro, sembra difficile la
realizzazione di uno scenario che preveda la rinuncia della
Siria del suo ruolo di “sorveglianza” e di “indirizzo”
della vita politica del vicino. Un altro fronte caldo potrebbe
nascere qualora le notizie relative al possedimento siriano di
armi non convenzionali dovesse trovare ulteriori conferme, cosa
che potrebbe spingere gli USA e Israele a irrigidire le loro
posizioni, irrigidimento che potrebbe portare ad un innalzamento
della tensione tra gli attori in gioco dagli esiti
imprevedibili.