Tutti diciamo a noi stessi  "è doveroso difendere la nostra presenza e il nostro diritto di esistere". Ma sono pochi quelli che sanno difendere la libertà dei cristiani.  Dr. Samir Geagea
corriere della sera - ESTERI

Il kamikaze che nella sua vita non aveva mai guidato un’auto

di Magdi Allam

Sembrava perfetta la pista del kamikaze islamico che si scaglia con un'autobomba contro la vettura dell'ex premier libanese Rafik Hariri. Come nella migliore tradizione del martirio dei fanatici di Allah, il ventitreenne Ahmed Abu Adas aveva registrato il suo testamento con alle spalle la sigla altisonante «Gruppo per la vittoria e la guerra santa nel Levante». Il video è stato diffuso dalla solita Al Jazira , il megafono prediletto dalla rete del terrore. La polizia ha fatto irruzione nell'abitazione del kamikaze e ovviamente non l'ha trovato. Il ministro dell'Interno libanese Suleiman Franjieh ha dichiarato alla stampa che «le indagini preliminari confermano che la vettura imbottita di esplosivo era in movimento quando è saltata in aria» e che «sono stati disposti esami del Dna sui frammenti del cadavere del presunto attentatore». Peccato che il kamikaze reo confesso non aveva mai guidato un'auto in vita sua. Che due delle sette macchine di scorta erano disposte ai due lati dell'auto di Hariri proprio per fungere da scudo anti-kamikaze.

Che le guardie del corpo sopravvissute hanno negato l'irruzione o anche l'esplosione di un'autobomba ferma. Che la profondità del cratere che si è prodotto in posizione centrale rispetto alla disposizione del convoglio delle auto, la sollevazione in aria di almeno una vettura della scorta che si è sbriciolata insieme ai suoi tre occupanti, la dispersione dei tombini delle fognature dopo essere stati rimossi dalla forza d'urto dal basso all’alto, accreditano la tesi dell'esplosione sotterranea tramite un detonatore comandato a distanza. E' stata la giornalista Najiya al-Husri del quotidiano Al Hayat a scoprire che il sedicente kamikaze Ahmed non aveva la patente, che nessuno nel suo quartiere l'aveva mai visto alla guida di un'auto. La storia di questo giovanotto palestinese della media borghesia ha dell'incredibile. Fino a due anni fa andava in giro con l'orecchino e la collana con medaglione su un petto villoso esibito in libertà. Un look di chi ama essere molto alla moda. Di lavoro faceva il parrucchiere. Era un donnaiolo e assiduo frequentatore dei night-club.

All’improvviso una folgorazione, la repentina conversione all'estremismo islamico. Si fa crescere una barba lunga e incolta, indossa la jellaba , una lunga tunica bianca, con un copricapo bianco che appoggia sulle spalle. È il tipico look dei salafiti, i fondamentalisti. Il 15 gennaio scorso Ahmed scompare. Ai suoi dice solo che ha deciso di «andare in Iraq». Il padre Taysir tenta inutilmente di dissuaderlo e lo cerca invano. Il 19 gennaio espone una denuncia al commissariato di polizia per la scomparsa del figlio. Lo rivedrà solo il 14 febbraio nel video che consacra Ahmed quale «martire» dell'islam. Eppure poco dopo la sua diffusione su Al Jazira , i servizi segreti libanesi fanno una perquisizione e fanno sapere alla stampa che Ahmed si sarebbe allontanato da casa poco prima di mezzogiorno.

Calcolando il tempo necessario per mettersi alla guida dell'autobomba e farsi esplodere contro il convoglio delle auto di Hariri. Peccato che nessuno li avesse informati che il padre di Ahmed aveva denunciato la scomparsa del figlio un mese prima. Difficilmente sapremo mai la verità sulla probabile morte di Ahmed, vittima sacrificale di un complotto ben più grande delle sue vicissitudini personali. Povero Ahmed che non sapeva che si era già messo in moto il piano per assassinare Hariri e Jumblatt. Certamente noto alla Cia con un tale livello di certezza che Washington decide di interessare l'Onu. Il 7 febbraio il segretario generale Annan trasmette un monito a Damasco tramite il suo inviato Terje Roed-Larsen. Quest'ultimo informa Hariri e Jumblatt del pericolo incombente prima il 7 febbraio e poi il 10 febbraio.

Hariri era fiducioso. Purtroppo il sistema di oscuramento delle apparecchiature telecomandate installato sulle auto di scorta non è riuscito a impedire l'attivazione del detonatore che ha scatenato l'inferno. Secondo gli esperti è stato possibile neutralizzare la sua funzionalità con strumenti ancor più sofisticati. Che sono a disposizione non di un disgraziato come Ahmed, bensì dei più spietati Mukhabarat siriani. Ieri si è saputo che Hariri aveva acquistato un gran quantitativo di sciarpe e cravatte arancioni come simboli per la sua campagna elettorale per le legislative di maggio. Forse pensava all'esperienza ucraina di Yushchenko e come lui sognava di affrancare il Libano dal dominio siriano.

19 febbraio 2005

 

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