Edizione n. 70 del 28/03/2005

La Siria è ambigua sul ritiro e minaccia nuove violenze

di Stefano Magni

Segnali inquietanti dalla Siria. Mentre l’inchiesta dell’Onu arrivava alla conclusione che i Siriani “hanno creato le condizioni” per l’attentato all’ex premier libanese Hariri, a Beirut sono scoppiate due autobombe contro bersagli cristiani in soli tre giorni. Un terzo allarme autobomba si è rivelato falso, ma ha gettato nel panico l’università cristiana maronita. La matrice è ancora ignota, ma la natura dei bersagli e soprattutto il momento, sono molto chiari. È prevedibile che gli Hizbollah facciano di tutto per destabilizzare il Libano: nel Sud del Paese hanno ancora il controllo del territorio, costituendo praticamente uno Stato nello Stato da cui lanciano ancora attacchi contro Israele. Non vogliono perdere questa posizione privilegiata. Se i Siriani, loro principali sponsor, si ritirano dal Libano, gli Hizbollah perderebbero la loro copertura. A lanciare l’allarme non sono “falchi” americani, ma il re di Giordania, Abdallah, il martedì scorso: gli Hizbollah e la Siria vogliono destabilizzare l’area rilanciando il terrorismo contro Israele. Il sovrano filo-occidentale ha parlato chiaramente di tentativi di infiltrazione in Israele da parte di terroristi partiti dalla Siria. Queste infiltrazioni sarebbero state bloccate solo grazie ai servizi segreti giordani. Subito dopo, sulla stampa governativa siriana sono stati pubblicati ferocissimi attacchi contro la “pugnalata alla schiena dei fratelli giordani”, ma nessuna smentita.
I sospetti di una crescente volontà di destabilizzazione ricadono anche su Assad, il quale ha tutto l’interesse a intorpidire le acque per cercare di dimostrare che solo la presenza delle sue truppe può mantenere la stabilità della regione. È un caso che gli attentati aumentano man mano che si annunciano ritiri? Ma Damasco vuole realmente ritirarsi? No, secondo alcuni autorevoli oppositori siriani. Per Farid Ghadry, presidente del Reform Party of Syria (movimento di opposizione al regime di Assad con base negli Stati Uniti), il Partito Baath al potere non permetterà mai la nascita di un Libano indipendente: “Anche se la maggioranza dei Libanesi, costituita dalla maggioranza dei Sunniti, dei Drusi e dei Cristiani, vuole che la Siria esca dal Libano, i Baathisti siriani non vorranno mai abbandonare del tutto il Paese. Quando (il Baath siriano, ndr) ha incominciato ad appoggiare il terrorismo iracheno, offrendo rifugio agli uomini che avevano oppresso gli Iracheni, la Siria ha lanciato un messaggio chiaro: che non vuole vedere una nascente democrazia ai suoi confini”. Secondo il politologo siriano Ammar Abdulhamid, il processo di distensione formalmente annunciato da Assad, non è genuino: “Questo regime sta cercando di tirarsi fuori dalla fossa che si è scavato da solo. Per questo sta cercando di fare qualche concessione”. Inoltre, ad un passo avanti, il regime starebbe facendo due passi indietro. Sempre secondo Abdulhamid, Assad sta cercando di riprendere il controllo assoluto del suo governo, conteso da varie fazioni del Baath: “Ora che un ritiro dal Libano sembra imminente, il Presidente non altra scelta che consolidare il suo potere piazzando sempre di più i ‘suoi’ nei posti chiave”.

 

© 1996-2004 FORZE LIBANESI, Tutti i diritti riservati