Tutti   diciamo a noi stessi  "è doveroso difendere la nostra presenza e il   nostro diritto di esistere". Ma sono pochi quelli che sanno difendere la   libertà dei cristiani.  Dr. Samir Geagea

Libano: la politica domestica e i condizionamenti internazionali

Per le strade di Beirut si vive oggi la rincorsa al futuro di un Libano appena liberato da un’occupazione militare trentennale che prova con forza a riacquisire una propria identità. Se la maggioranza parlamentare si trova a combattere una forte resistenza interna alle politiche di riforma dell’assetto istituzionale, sul piano internazionale le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza ONU stentano ad essere applicate per un effettivo controllo governativo del territorio che continua a mancare. Se si aggiungono le difficili relazioni con gli ingombranti vicini di Israele e Siria e l’inchiesta ancora non conclusa sull’assassinio di al-Ariri, si delinea un quadro di estrema incertezza che apre a diverse soluzione e che chiama necessariamente in causa un aiuto internazionale.

Francesco Graziano   Equilibri.net (30 marzo 2006)

Le indagini sul delitto al-Hariri

Questione spinosa all’ordine del giorno nell’agenda politica libanese è certamente l’indagine giudiziaria in corso per l’attentato terroristico dello scorso anno nel quale perse la vita l’ex premier Rafiq al-Hariri. Ancora poco chiare sono le linee di questa inchiesta che però sembrano riuscire a far chiarezza su un punto, ovvero sul coinvolgimento della dirigenza siriana (politica, militare o di intelligence) come mandante del delitto. Sebbene la scorsa settimana il presidente siriano Assad abbia pubblicamente assicurato la propria piena cooperazione all’investigazione delle Nazioni Unite in corso, molti sono i dubbi circa le reali volontà di Damasco che per mesi ha provato a bloccare le indagini e che solo ora appare spaventata dalle ripercussioni internazionali di un insistente rifiuto.

La fase di stallo per l’indagine fu raggiunta lo scorso anno quando il capo investigatore Detlev Mehlis aveva accusato la Siria di aver provato a far fallire le investigazioni dalle quali sarebbero emerse chiaramente che l’attentato sarebbe stato impossibile senza il coinvolgimento (o almeno l’acquiescenza) dei vertici di Damasco. La scorsa settimana il presidente siriano ha affermato la propria apertura personale all’inchiesta del nuovo capo delle indagini ONE Serge Brammerz, cui ha assicurato la possibilità di chiedere “qualsiasi cosa” nella visita che il team dell’ONU faranno a Damasco nel prossimo mese. Circa la composizione della nuova squadra di inchiesta, Kofi Annan ha dichiarato la scorsa settimana che questa dovrà essere “una corte di natura mista, libanese ed internazionale”cui verrà affidato dalle stesse Nazioni Unite uno specifico e definiti strumenti di indagine.

Le ripercussioni dell’indagine sulla politica domestica libanese è evidente nelle reazioni che essa suscita nei partiti che spingono verso una soluzione del caso favorevole (per l’indipendenza del paese) nonostante i detective delle Nazioni Unite ancora non siano riusciti a raccogliere sufficienti prove ed evidenze. I problemi politici legati all’inchiesta si rendono evidenti anche leggendo le dichiarazioni del Ministro degli Esteri libanese Faisal Miqtad che apertamente parla di casi di falsa testimonianza nell’inchiesta, volti a “guidare” le indagini verso una direzione con ben definite volontà politiche. In questo quadro l’esecutivo libanese ha riaffermato la scorsa settimana la richiesta al nuovo gruppo di indagine dell’ONU di garantire cooperazione internazionale e correttezza nelle indagini, secondo quanto indicato dalla Risoluzione 1595 del Consiglio di Sicurezza.

I nodi politici irrisolti

Disaccordi e problemi ancora irrisolti sono oggetto di discussione della Sessione di dialogo inter-libanese, una tavola rotonda che raccoglie attorno ad essa le maggiori rappresentanze politiche e sociali del paese con l’obiettivo di arrivare a linee di azione condivise nel paese. Dopo l’imponente manifestazione di più di 800.000 persone tenutasi lo scorso febbraio a Beirut per l’anniversario dell’assassinio di al-Hariri, la maggioranza parlamentare guidata dal figlio di Hariri, Saad, mantiene fermamente le proprie posizioni antisiriane e conta oggi di indebolire (o comunque di riportare entro il recinto della legalità) le posizioni delle forze filo-siriane, tra le quali c’è Hizbollah. Saad Hariri, ritornato nel paese solo in febbraio, dopo alcuni mesi di esilio volontario per paura di attentati alla propria vita (dopo l’assassinio del padre altri 11 leader politici sono stati uccisi fino ad oggi) conta oggi sulla più grande coalizione del paese composta da cristiani e musulmani.
Tra le questioni politiche aperte c’è quella riguardante il Presidente della Repubblica Emile Lahoud che, eletto nel 1998, avrebbe dovuto lasciare il proprio posto nel Novembre 2004 ma la cui carica fu prolungata fino al 2007 dopo le forti pressioni sul parlamento di Beirut del governo di Damasco (al tempo ancora occupante del Libano). Dopo la conquista della maggioranza parlamentare da parte del partito anti-siriano nelle elezioni dello scorso luglio (le prime elezioni indipendenti dopo 30 anni), la posizione del presidente Lahoud ha fatto sorgere un’accesa discussione politica tra la maggioranza e i gruppi ancora legati a Damasco. Tra le possibili soluzioni, si prevede la nomina ad interim per la carica presidenziale del patriarca maronita Nasrallah Butros Sfeir, che nella scorsa settimana ha fatto visita al Vaticano per ottenere un sostegno al progetto per una maggiore unità all’interno della comunità cristiana libanese.

Dunque la maggioranza di Hariri si trova oggi a fronteggiare una decisa opposizione filo-siriana che dovrà essere sconfitta se si vorrà (e dovrà) applicare le Risoluzioni 1559 e 1614 del Consiglio di Sicurezza ONU che chiedono che il governo ottenga l’effettivo controllo di tutto il territorio nazionale, che vengano disarmate le milizie operanti entro i confini nazionali e che venga garantito il completo ritiro di forze straniere dal territorio libanese. Un primo problema sorge dalla necessità di disarmare le milizie palestinesi operanti nel sud del paese, riferimento di una comunità che raggiungerebbe il numero di 225.000 rifugiati, che dunque mettono in seria difficoltà i già fragili equilibri etnici e religiosi del paese. Se nel passato la minoranza palestinese era stata capace di formare un vero e proprio <Stato nello Stato> sotto il controllo dell’OLP, oggi le risoluzioni dell’ONU chiedono al governo di Beirut di riacquistare il pieno controllo delle regioni abbandonate nel 2000 dall’esercito israeliano. In questo quadro, si fa avanti il progetto di “utilizzare” e inquadrare provvisoriamente le milizie di Hizbollah nella gerarchia militare statale per garantire il controllo delle regioni del Sud ma anche per assicurare una maggiore protezione nei confronti del ben più potente esercito vicino.

Sul piano dei diritti umani, il rapporto del Segretario di Stato statunitense del 2005 descrive perfettamente la condizione del paese dei cedri che ancora deve lavorare per riacquisire piena sovranità nazionale e che soffre per la debolezza di un giovane esercito nazionale. Tra le violazioni riportate sono segnalati numerosi casi di scorrettezze nei processi di giustizia, e sono riportati una corruzione ancora diffusa e le persistenti restrizioni delle libertà di espressione, stampa e riunione. Alle condizioni di difficoltà formale si aggiungono poi quelle di una povertà sostanziale di larghe fasce della popolazione che vivono con meno di 200 $ al mese e che spesso si ammassano alle periferie delle grandi città, nella mancanza dei servizi fondamentali di elettricità e acqua corrente, assistite dalle sole ONG.

Le tensioni con i vicini

Delicata questione territoriale ancora irrisolta è quella che coinvolge la piccola striscia di territorio delle fattorie di Shebab; se il paese di Shebab si trova in territorio libanese, le fattorie appartengono alle Alture del Golan che furono sottratte alla Siria dopo l’occupazione israeliana e con la successiva annessione del 1981. Il Libano reclama le fattorie di Shebab per ragioni culturali e storiche mentre la Siria mostra un’estrema ambiguità nelle sue dichiarazioni affermando la propria posizione a favore di Beirut (negli incontri bilaterali) o invece per una completa proprietà siriana del Golan (in sede internazionale). La posizione di forza, naturalmente, è quella delle forze israeliane che controllano il territorio e verso il quale il governo libanese rivolge una particolare attenzione diplomatica, dopo il ritiro dell’esercito dai territori meridionali nel 2000. Sebbene manchi ancora una dichiarazione delle Nazioni Unite in questa direzione, nelle ultime settimane sembrano essersi aperti alcuni spiragli di trattativa in seguito alle dichiarazioni a favore del riconoscimento della “libanicità” delle fattorie di Shebab di alcuni autorevoli giornali israeliani e di parte delle forze politiche di Tel Aviv. D’altra parte, però, non diminuisce lo stato di tensione militare lungo la linea blu, linea di demarcazione tra Libano e Israele non disegnata dalle Nazioni Unite ma stabilita dopo il ritiro israeliano del 2000. La scorsa settimana alcuni aerei militari israeliani hanno violato lo spazio aereo libanese e lungo il confine il paese ha messo in allerta il proprio esercito per il timore di infiltrazioni e di attacchi delle milizie di Hizbollah; in un quadro più generale si comprendono le scelte di Tel Aviv evidentemente spaventate dalle minacce dell’Iran che avrebbe il potere manovrare le milizie come deterrente lungo i confini nazionali settentrionali. In questo contesto si inseriscono anche i giochi di Egitto ed Arabia Saudita che, data la debolezza militare di Beirut, fanno pressione sulle altre potenze regionali (e tra queste lo stesso Israele) affinché si raggiungano degli accordi condivisi per la definizione dei nuovi confini libano-siriani e soprattutto per l’assegnazione a Beirut delle fattorie di Shebab.

Conclusioni

Con la fine dell’occupazione militare (israeliana e siriana) il Libano gode oggi di un’indipendenza formale e di un pieno riconoscimento della comunità internazionale. A queste non corrisponde, però, un’unità sostanziale che stenta a decollare per le fratture politiche del suo sistema. Se durante la guerra e l’occupazione le identità religiose hanno giocato un ruolo per il conflitto, oggi le linee di frattura seguono principalmente le diverse scelte circa l’assetto istituzionale e le questioni di confine. Il futuro degli equilibri politici si giocherà dunque sulla stabilità delle coalizioni interreligiose sulla soluzione delle questioni istituzionali ma soprattutto molto dipenderà dagli esiti, attesi per i prossimi mesi, delle indagini ONU che si spera possano dare maggiore forza ed indipendenza al governo di Beirut.

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