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Tavola rotonda
La
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palude
libanese
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"Le Forze Libanesi"
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20 Giugno 2008
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20 Giugno 2008
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16 Giugno 2008
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27 Maggio 2008
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12 Maggio 2008
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12 Maggio 2008
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IL LIBANO IN PERICOLO
circa un anno fa, nel 25 maggio 2007
“Il Libano diventerà come
l’Iraq per colpa di D’Alema”
parola di
Roger Bou Chahine
25-05-2007 : “La missione Unifil voluta da
Massimo D’Alema per il sud del Libano ormai è fallita. E’
stata pura propaganda, non è servita a niente e ormai, con
l’avvento dei gruppi salafiti come Fatah al Islam, ma ce ne
sono almeno altri dieci che l’opinione pubblica neanche sa
esistere, il Libano potrebbe diventare come l’Iraq con i
gruppi terroristici sunniti da una parte e gli hezbollah
sciiti dall’altra a contendersi il potere sulla pelle dei
libanesi a colpi di autobomba e di shaheed, fino all’ultimo
attentato”.
Roger Bou Chahine , attuale direttore
dell’Osservatorio geopolitico mediorientale (Ogmo), è uno
che ama parlare chiaro. Per anni è stato anche il
rappresentante diplomatico in Italia delle Forze libanesi, il
movimento cristiano maronita del Libano che fa capo al leader
Samir Geagea, liberato un anno fà dalle segrete dell’ultimo
carcere di massima sicurezza in Beirut gestito direttamente da
Damasco. In questa intervista Chahine mette bene in chiaro
soprattutto una cosa: “se non fosse stato per i terroristi
palestinesi e i loro campi profughi a metà negli anni ’70,
così come in seguito per gli hezbollah negli anni ’80
e anche oggi, il Libano non sarebbe stato mai un teatro di
guerra con Israele e nemmeno uno stato ostile che non lo
riconosce, visto che già dal 1954 esistevano trattati di
pace, almeno venti anni prima di Camp David”.
Quindi tutti i problemi del Libano nascono
dallo status di extraterritorialità voluto da Arafat per
questi campi profughi e accordato dall’Onu?
“Non ci sono dubbi. Negli anni questa
circostanza ha reso più facile il reclutamento jihadista e
infatti noi negli ultimi scontri con l’esercito libanese
abbiamo contato tra i morti e i feriti tanti cittadini
provenienti dalla Turchia, dalla Siria, dall’Arabia Saudita,
dal Pakistan, dalla Giordania. Nei campi palestinesi si è
formata la nuova internazionale del terrore che è anche un
po’ riduttivo volere tutta etichettare come Al Qaeda”.
Perché? Chi sono? Come dobbiamo chiamarli?
“Parlare genericamente di Al Qaida in
Libano è poco più che uno slogan. In realtà i movimenti
jihadisti si rifanno al salafismo (letteralmente “passatismo”,
il verbo “salafa” in arabo indica genericamente il tempo
che passa e ciò che si rifà a passate tradizioni
religiose, ndr) come quello algerino e hanno trovato nei campi
profughi palestinesi e nell’anarchia che li caratterizza un
fertile terreno per la predicazione dell’odio e il
reclutamento di terroristi suicidi. Ma di gruppi come Fatah al
Islam ce ne sono decine e quasi tutti ancora sconosciuti.”
Chi gestisce questi campi?
“In teoria l’Olp, cioè l’autorità
nazionale palestinese.
Di fatto si autogestiscono e nessuno
può pensare di controllarli e questo sta diventando una
follia che rischia di far diventare il Libano come
l’Iraq.”
Totale?
“In Libano in quei campi agiscono tutti i
membri di tutte le cellule terroristiche che si sono formate
da trenta anni a questa parte in Medio Oriente. Islamici,
marxisti, salafiti, Al Qaeda, anti israeliani vari, hezbollah.
Questo è il risultato di tutti questi anni di buonismo Onu”.
E la missione Unifil è servita a qualcosa?
“A niente, è stata pura propaganda
politica per la maggior gloria del ministro degli esteri
italiano.
Gli hezbollah si sono riarmati come prima e
quando i soldati italiani e francesi vedono strani movimenti
girano la testa e cambiano strada.
E’ più facile che ci sia uno scontro a
fuoco con l’esercito israeliano che con le milizie di
Nasrallah che nessuno mai disarmerà.”
Qualche altro nome di formazioni
terroristiche che fanno base nei campi profughi?
“Sono decine, non ricordo neanche tutti i
nomi.. c’è il Gruppo nazionalista siriano, sunniti radicali
del nord del Libano che finanziano Fatah al Islam, ci sono
quelle formazioni terroristiche che credono al jihad come
Ansar al Islam, c’è il Partito salafita della liberazione
che ha una struttura armata, c’è Bilad al Sham, un gruppo
che prende il nome storico-geografico della regione di Siria e
Palestina dove secondo la tradizione jihadista salafita ci
sarà l’ultima battaglia tra occidente e Islam..”
E gli hezbollah come vedono questi
terroristi sunniti che fanno loro concorrenza?
“Malissimo, li vedono come concorrenti.
E l’amministrazione americana negli ultimi
mesi ha anche commesso l’errore di tollerarli credendo che
avrebbero bilanciato lo strapotere di Nasrallah e
dell’Iran..”
E invece?
“Quello che succederà è una guerra
civile di tipo iracheno tra sciiti e sunniti condotta in
corpore vili, cioè sulla pelle del Libano e dei cittadini
libanesi. Una guerra all’ultimo shaheed, all’ultima
autobomba da fare esplodere in scuole e mercati, una
situazione che può rendere Beirut come Baghdad..”
E che bisognerebbe fare allora per evitare
tutto ciò?
“Oramai la diplomazia ha fallito e
l’esercito libanese non ha la possibilità di reprimere da
solo il terrorismo sunnita e gli hezbollah. Occorrerebbe
intanto cambiare lo status di questi campi profughi
palestinesi ma potrebbe non bastare. Vuoi che ti dica la
verità?
Io cristiano maronita libanese non ho più
speranze e dopo avere visto come si è mossa l’Onu con
questa farsa della missione Unifil ho perduto ogni residua
fiducia che il Libano possa mai uscire dalla sua crisi.”
Dimitri Buffa
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10 Maggio 2008
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IL LIBANO IN PERICOLO
Nel sud del Libano relazioni
pericolose per i soldati italiani

Di Pino Bongiorno
Guarda la GALLERY:
Beirut sprofonda nella guerra civile
La sigla è Sa-18 mini-Sam. È l’ultima generazione di
un sistema missilistico avanzato terra-aria, in grado di
colpire fino a 6,2 chilometri e a un’altezza massima di 5
mila metri. È prodotto dalla società russa Kbm. A
importare ufficialmente i mini-Sam è stata la Siria, con
l’obbligo di non farli avere a “terze parti”. In
realtà, dopo essere stati consegnati a Damasco nel dicembre
2007, sono finiti, già a partire da gennaio, negli arsenali
dell’ala militare di Hezbollah, meglio nota come
“resistenza islamica del Libano”. Trasportati a bordo di
camion, che si sono mossi in convogli scortati, dalla valle
della Bekaa fino ai villaggi del sud, nella zona interdetta
dagli accordi internazionali delle Nazioni Unite, i missili
sono stati nascosti nei bunker costruiti sotto le abitazioni,
pronti a essere usati sia contro gli aerei israeliani che
sorvolano il Libano sia contro gli elicotteri delle forze
armate di Beirut.
I sistemi Sa-18 sono l’esempio più appariscente del riarmo
di Hezbollah in grave violazione della risoluzione dell’Onu
1701, che ha posto fine alla guerra con Israele nell’estate
2006. “Il gruppo terroristico libanese ha raddoppiato il
numero di razzi e missili a sua disposizione” ha accusato il
ministro israeliano dei Trasporti Shaul Mofaz, già capo di
stato maggiore delle forze armate, durante la sua recente
visita a Washington. Incontrando il segretario di Stato
americano, Condoleezza Rice, Mofaz ha sostenuto che
“Hezbollah ha il controllo completo di tutto il sud del
Libano”. E ha attaccato i caschi blu così come
l’esercito di Beirut, con le sue quattro brigate schierate
nella zona cuscinetto tra il fiume Litani e la linea blu del
confine con lo stato ebraico: “La presenza dell’Unifil e
dei soldati libanesi è insignificante e non costituisce un
ostacolo al rafforzamento militare di Hezbollah”.
Dopo settimane di accuse anonime sui quotidiani israeliani, è
la prima volta che un esponente del governo di Gerusalemme
ufficializza il malcontento e le preoccupazioni dei vertici
politici e militari sulla missione di pace guidata dal
generale degli alpini Claudio Graziano e composta da 13.291
soldati di 28 nazioni. Di questi, 2.141 sono italiani a
presidio del settore occidentale delle operazioni, con base a
Tibnin.
Che Hezbollah sia tornato a mostrare la sua faccia spavalda e
feroce lo confermano diversi rappresentanti della maggioranza
politica libanese (sunniti, cristiani e drusi), che non riesce
a eleggere dal 24 novembre il presidente della repubblica per
l’opposizione dei gruppi filosiriani.
Il ministro delle Telecomunicazioni Marwan Hamadeh ha rivelato
che “Hezbollah ha ultimato la costruzione di una rete
privata di comunicazioni da Beirut fino al confine
israeliano”. “Sì, è vero” ha ammesso il
parlamentare di Hezbollah, Hassan Fadlallah. “Questa rete
telefonica fa parte del nostro arsenale e non permetteremo a
nessuno di toccarla”.
Il leader druso Walid Jumblatt è andato oltre: “Siamo
arrivati al punto che i miliziani libanesi controllano con
telecamere segrete, poste nell’aeroporto di Beirut, il
traffico dei jet privati dei nostri politici, probabilmente
per assassinarli. Il capo della maggioranza, Saad Hariri, e io
stesso siamo i bersagli prescelti”.
Di fronte a tante accuse, molto spesso provate, la domanda è:
ha ancora senso la missione Unifil 2, così come è
concepita? Non servirebbe forse rafforzarla e renderla più
incisiva? Il nuovo governo di Silvio Berlusconi ha già fatto
sapere di voler ridiscutere le regole d’ingaggio disposte
dal Palazzo di vetro. La questione sarà sollevata nelle
prossime settimane al Consiglio di sicurezza, anche se è
prevedibile l’opposizione di Russia e Cina a un mandato più
forte in funzione anti Hezbollah, magari con la scusa che pure
Israele viola le risoluzioni continuando, anzi intensificando
progressivamente, i sorvoli aerei sul sud del Libano.

Un fatto però è certo: in queste
condizioni l’Unifil 2 sembra non funzionare. Dovrebbe
“liberare” l’area fra il Litani e la linea blu “da
personale armato, assetti e armamenti che non siano quelli del
governo libanese e dell’Unifil”, come detta la risoluzione
1701. Invece così non è.
La prova? Quel che è successo nella notte fra il 30 e il 31
marzo, quando una pattuglia del contingente italiano ha
fermato un camion pieno dei mini-Sam nei pressi di Jbal Al
Botm, nella parte meridionale del distretto di Tiro, senza
però riuscire a sequestrarlo per il tempestivo
intervento di due gruppi di guerriglieri di Hezbollah, che
scortavano il convoglio.
L’incidente è stato fugacemente denunciato nel settimo
rapporto del segretario dell’Onu Ban Ki-moon, che ha messo
sul banco degli imputati Siria e Iran per “il sostegno
fornito a Hezbollah”. In tal modo, ha aggiunto il
diplomatico sudcoreano, l’organizzazione continua a
mantenere “una capacità paramilitare in grado di sfidare il
monopolio del governo libanese sull’uso legittimo della
forza”. In realtà, come Panorama è in grado di rivelare,
quell’incontro ravvicinato fra una pattuglia italiana e i
miliziani sciiti non è stato l’unico da gennaio a oggi.
In un rapporto al ministro della Difesa uscente, Arturo Parisi,
lo stesso generale Graziano, pur non parlando mai di Hezbollah,
ma più genericamente di “uomini armati”, ha svelato che
ci sono stati altri due incidenti, senza però entrare
nel merito. E il generale della Brigata Ariete, Paolo
Ruggiero, il quale ha appena ultimato il periodo di comando a
Tibnin, ha raccontato che, se da un lato i soldati italiani
sono riusciti a scovare 248 bunker e vari depositi di armi,
dall’altro “tutte le nostre attività sono costantemente
monitorate dai servizi di vedetta, a piedi o in motorino”.
Segnale chiaro che Hezbollah si prepara davvero alla prossima
guerra con Israele, a dispetto della presenza dei caschi blu e
dei soldati regolari libanesi.
“La missione Unifil 2 è strategica per il nostro Paese”
ribadisce Andrea Margelletti, presidente del Centro di studi
internazionali, di ritorno dal Libano. “Non solo perché
abbiamo un ruolo leader nel Mediterraneo, ma anche perché
abbiamo una notevole capacità di manovra politica, cosa che
non succede, per esempio, in Afghanistan”. Anche Parisi
difende con vigore l’iniziativa assunta dal governo Prodi
nel 2006. Ma, in un’intervista a Panorama, precisa: “Se il
nuovo governo intende chiedere la modifica del mandato, è
meglio che abbandoni il discorso ozioso sulle regole
d’ingaggio e ci dica cosa intende fare. Penso che la linea
seguita finora sia adeguata. Ma non è detto che non possano
esserci idee migliori. Se le proposte terranno insieme
l’interesse della pace, quello nazionale e la sicurezza dei
nostri militari nel perseguimento della missione, le
valuteremo senza pregiudizi”.
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09 Maggio 2008
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08 Maggio 2008
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02 Maggio 2008
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30 Aprile 2008
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di Stefano
Magni - 30 aprile 2008 - Edizione 83
Roger Bou Chahine (Ogmo):
“sul
Libano D'Alema sbaglia. speriamo in Frattini”
Unifil rispetta il
mandato. Ed è questo il problema
Unifil sta favorendo Hezbollah? No, la
missione Onu fa bene il suo lavoro, anche cooperando con
l’esercito libanese e con la stessa Forza di Difesa
Israeliana. Così risponde il ministro degli Esteri
uscente Massimo D’Alema, dopo la prima replica della
portavoce di Ban Ki-moon, alle accuse del quotidiano
israeliano Haaretz del 28 aprile, secondo cui la forza
multinazionale, presente nel Sud del Libano e comandata dal
generale Claudio Graziano, starebbe coprendo il riarmo di
Hezbollah, nascondendo informazioni al Consiglio di
Sicurezza. Secondo D’Alema, infatti, la missione Unifil
sta operando nel pieno apprezzamento di tutte le parti
coinvolte e in conformità con le disposizioni della
Risoluzione 1701 dell’Onu. “Se leggiamo quel che
sostengono D’Alema e il generale Graziano, forse possiamo
dar loro ragione: agiscono in conformità al loro mandato”
- commenta Roger Bou Chahine, libanese, direttore
dell’Osservatorio Geopolitico sul Medio Oriente (Ogmo) -
“Il problema è a monte: è sbagliato il mandato. La
Risoluzione 1701 segna lo stravolgimento delle precedenti
posizioni dell’Onu che chiedevano, prima di tutto, il
disarmo delle milizie sciite. E non dobbiamo mai dimenticare
che l’artefice della nuova politica in Libano è D’Alema:
chiedere a Hezbollah di non entrare nel territorio a Sud del
Litani e contemporaneamente stringere accordi sul terreno
con coloro che dovrebbero essere controllati e disarmati.
E così oggi il Libano si trova schiacciato in mezzo
alla prepotenza delle milizie sciite da una parte e
dell’inerzia dell’Onu dall’altra”. E’ l’esercito
libanese che dovrebbe disarmare gli irregolari, ma, secondo
Bou Chahine, non ne ha la possibilità: “Non lo si può
pretendere, dal momento che l’esercito, il presidente, il
governo e il parlamento del Libano, non hanno la forza di
prendere iniziative del genere. Come si fa a pretendere che
i regolari libanesi si scontrino con le milizie
filo-iraniane, quando la metà di essi sono sciiti loro
simpatizzanti? Per l’Onu è facile dire ‘questo non è
il mio compito’, ma allora a cosa serve? L’Onu non ci ha
protetto: intervenendo dopo la guerra, ha lasciato il Paese
nel caos. Dopo la guerra sono state uccise decine di
persone, il meglio della classe politica libanese”.
Tuttavia, D’Alema a difesa della missione, ritiene che
dall’agosto del 2006 non si spara più un colpo, a
testimonianza dell’efficacia dell’azione. “Hezbollah
non ha più sparato un colpo perché, dopo la guerra, le sue
milizie erano distrutte, come il resto del Paese” -
ribatte Bou Chahine - “Al suo leader Nasrallah non
conveniva altro: un intervento dell’Onu che si ponesse
come forza di interposizione e gli lasciasse il tempo di
riarmarsi.
Ora il Partito di Dio ha addirittura creato un suo sistema
telefonico, ha ricostituito il suo Stato parallelo, con un
suo apparato di sicurezza: tre giorni fa è stato fermato un
membro del Partito Socialista francese che era in visita a
Beirut ed è stato interrogato da Hezbollah, non dai servizi
segreti libanesi”. Con il nuovo governo sarebbe possibile
cambiare linea? “Sì, se fosse ministro degli Esteri
Franco Frattini. Pochi sono stati gli uomini e le donne che
si sono esposti in prima linea per promuovere i migliori
provvedimenti contro gli jihadisti. Frattini è uno di
questi: in Europa ha proposto regole molto valide per
contrastarli. E, contrariamente a D’Alema, conosce bene
quel mondo”.
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19 Aprile 2008
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Modificare
le regole d'ingaggio in Libano
di Stefano
Magni - 19 aprile 2008
La
maledizione ricade su colui che vuol cambiare le regole di
ingaggio del nostro contingente in Libano. Sembra
che la missione Unifil 2 nel Libano del Sud (avviata come
garanzia della cessazione dello scontro tra Israele e
Hezbollah nell'estate del 2006 come applicazione della
risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza dell'Onu) sia
frutto della volontà divina e indiscutibile. I telegiornali
ne parlano pochissimo, i suoi esiti sono inconoscibili, le
critiche non sono ammesse. A volere la missione è stato
soprattutto Massimo D'Alema.
Il primo
ad essere «maledetto», perché ha osato mettere in
discussione l'utilità della missione, è stato l'ex ministro
della Difesa Antonio Martino, lo scorso marzo: meno
uomini in Libano, dove sono pressoché inutili e più uomini
in Afghanistan, dove sono necessari per combattere una vera
guerra a bassa intensità contro i talebani. Questa
dichiarazione non voleva tanto esprimere l'intenzione di
lasciare il Libano, quanto quella di fare luce sulle regole di
ingaggio del nostro contingente: abbiamo due battaglioni di
pronto impiego che non solo non possono sparare un colpo, ma
neppure allestire check point di
controllo, se non ci viene richiesto dalle autorità di
Beirut. Da un punto di vista militare, si tratta di un enorme
spreco di energie, per cui sarebbe già meglio il ritiro. In
quell'occasione Romano Prodi, allora ancora premier,
aveva commentato con sdegno: «Le affermazioni dell'ex
ministro della Difesa sono gravissime, incomprensibili e
drammatiche come messaggio politico».
Adesso
è il turno di Silvio Berlusconi, che il 16 aprile
scorso, a tre giorni dalla vittoria delle elezioni, ha
confermato che «esamineremo le attuali regole di ingaggio»
dei militari impegnati nel paese mediorientale malgrado
attualmente non possano svolgere adeguatamente la loro
funzione di «bastione tra le fazioni contrapposte». Dovrebbe
essere un discorso gradito soprattutto alle autorità
libanesi, che hanno tutto l'interesse ad avere una forza
multinazionale dispiegata sul territorio, in grado di
mantenere l'ordine e disarmare Hezbollah, oltre che interporsi
tra Israele e Libano. Eppure le proteste, questa volta,
arrivano proprio da Beirut. Non solo l'opposizione guidata da
Hezbollah non è d'accordo (come è ovvio), ma anche la
maggioranza vittima di Hezbollah preferisce l'attuale «quieto
vivere» ad un'azione efficace della forza multinazionale. «Abbiamo
apprezzato molto il ruolo svolto sino ad oggi dall'Italia in
Libano e ci auguriamo che resti immutato», ha dichiarato ieri
Nassib Lahoud, politico cristiano e antisiriano. Non si sa in
base a quali considerazioni si possa dire soddisfatto.
La
missione Unifil 2, infatti, non ha impedito a Hezbollah di
riarmarsi come e più di prima dell'arrivo delle nuove forze
Onu. Sotto il naso dei Caschi Blu, impossibilitati
a intervenire, dalla Siria sono giunti in Libano ben 30.000
razzi, nuove armi a lunga gittata in grado di colpire l'intero
territorio israeliano e nuove reclute. Hezbollah è
addirittura in grado di inviare contingenti all'estero: lo
testimonia la stessa relazione del generale David Petraeus di
fronte al Congresso statunitense, quando ha affermato, con
prove alla mano, che le milizie di Al Sadr, responsabili
dell'insurrezione in Iraq del marzo scorso, erano assistite
anche da miliziani libanesi del Partito di Dio. I risultati,
insomma, sono sotto gli occhi di tutti: quando gli israeliani
interruppero le loro operazioni militari il 14 agosto del
2006, Hezbollah era una forza militare ridotta ai minimi
termini, pronta ad essere disarmata dal governo libanese e dal
contingente internazionale. Ora è rinnovata, più forte
ancora rispetto al 2006 e in grado di sferrare un nuovo
attacco contro Israele.
Anche le
ripercussioni politiche interne al Libano sono sotto gli occhi
di tutti. Il riarmo di Hezbollah ha aumentato la
forza di intimidazione delle fazioni politiche sciite e
filo-siriane che ora, pur essendo in minoranza, tengono in
scacco il paese dei cedri. I continui omicidi di esponenti
della maggioranza sunnita e cristiana, le varie prove generali
di guerra civile eseguite da Hezbollah con i blocchi delle
arterie stradali, dei porti e degli aeroporti, effettuate dopo
ogni disordine, fanno sì che la maggioranza sia intimidita e
che non si riesca a raggiungere un compromesso per l'elezione
parlamentare di un nuovo presidente della Repubblica. E' dal
23 novembre del 2007 che il Libano è privo di un capo di
Stato.
La
maggioranza libanese vuole che questa situazione di stallo
resti immutata? Non desiderando un ruolo più attivo dei
contingenti internazionali, vuole continuare ad essere
intimidita e paralizzata da Hezbollah? E' probabile
che la paura di una guerra civile (che scoppierebbe
inevitabilmente, nel caso in cui le autorità libanesi
dovessero decidere di agire militarmente contro le milizie
sciite) prevalga su qualsiasi altro sentimento. Ma il rischio
di scoppio di una guerra civile c'è comunque, anche adesso,
indipendentemente dalla presenza o meno dei contingenti
internazionali. Un piccolo conflitto interno è già scoppiato
nell'estate del 2007: nessuno ricorda la guerriglia
metropolitana alla periferia di Tripoli, tra la fazione
islamista di Fatah al Islam (collegata ad Al Qaeda) e
l'esercito regolare? Quello era già un conflitto, durato tre
mesi e conclusosi con centinaia di morti e decine di migliaia
di sfollati. In quell'occasione Unifil, con le sue regole di
ingaggio, non ha potuto impedire che armi siriane e iraniane
finissero nelle mani dei guerriglieri islamisti. Ora i rischi
sono ancora più alti, perché Hezbollah vuole vendicarsi
dell'uccisione del suo leader a
Damasco, Imad Mughniyeh, il 12 febbraio scorso: da allora il leader
militare del Partito di Dio, Hassan Nasrallah, ha ripetuto più
volte che è pronto a una nuova guerra contro Israele. La
Siria sta soffiando sul fuoco: il 17 aprile scorso,
intervistato dal quotidiano libanese Al Akhbar,
il dittatore di Damasco Bashar al Assad ha dichiarato che
anche la Siria è pronta e ha precisato che un conflitto
potrebbe scoppiare se Israele dovesse attaccare il Libano o
gli Stati Uniti dovessero provocare una guerra contro l'Iran.
E' un chiaro messaggio lanciato a Hezbollah, per far capire
loro che la Siria è pronta a combattere al loro fianco.
Sul
fronte interno del Libano, inoltre: «Tutte le
fazioni si stanno armando nel nome della legittima difesa -
dichiara un professore libanese, Fady Fadel, intervistato dal
quotidiano Le Figaro -. Il monopolio
della forza sta sfuggendo dalle mani dello Stato. E' un gioco
molto pericoloso». Nella stessa inchiesta giornalistica
francese, il capo di un'agenzia di protezione legata alla
maggioranza sunnita dichiarava candidamente: «So molto bene
che molti possiedono un'arma privata. E che in caso di nuovi
scontri sarà molto difficile trattenerli». E un ufficiale
dell'esercito ammetteva che: «Le armi arrivano dalla
frontiera siriana, dal mare e per via aerea». Segno che la
domanda è in crescita, tanto è vero che il loro prezzo si è
triplicato in pochi mesi. Si capisce, dunque, perché anche la
maggioranza libanese non abbia interesse a un intervento
internazionale più attivo: anch'essi hanno milizie che si
stanno armando e non vogliono che qualche esercito straniero
li disturbi nei loro preparativi. Ma dal nostro punto di
vista, in queste condizioni e con le attuali regole di
ingaggio, come possiamo proteggere i nostri Caschi Blu? Non
sarebbe opportuno cambiare le regole di ingaggio e disarmare
le milizie prima che la situazione degeneri? Dobbiamo
attendere passivamente che scoppi una guerra, per poi trovarci
in mezzo al fuoco incrociato degli schieramenti contrapposti?
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16 Aprile 2008
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16 Aprile 2008
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